“De Lupina Insania”: la licantropia …

Un caso per eccellenza, divenuto addirittura folklore e fiaba per quanto paurosa (vedi qui gli Indici), fu quello dei LICANTROPI o, come meglio preferiva dire la gente, dei LUPI MANNARI, fenomeno, che cosa meno nota di quanto si creda si dilatò dal XVI secolo e poi dal ‘600 il secolo di A. Aprosio allorquando sulla scia di straordinarie scoperte nel “Nuovo Mondo” andarono sviluppandosi vieppiù la curiosità e la ricerca sia su Mostri che Uomini Bestia, talora racchiusa sotto l’espressione di “Zooantropia”.

Invero le riflessioni sui LUPI MANNARI erano molto più antiche ma trassero nuova linfa in forza di queste nuove frontiere e così di conseguenza ritornarono formidabili sia la paura che l’interesse morboso di scienziati e letterati per gli “uomini trasformati in bestie sanguinarie” -secondo una vetusta credenza- per gli effetti di MAGIE e della LUNA PIENA (retaggio d’antichi culti pagani per rovesciamento cultuale cristiano trasformati in riti del male, oltre che di reali interferenze del satellite sull’ecosistema terrestre, d’influenze lunari nefaste, sempre volte alla metamorfosi verso quel Male che emerge spesso dalle ombre della notte, appena increspate dai raggi spettrali del pianeta di Diana, che fu anche Selene e non a caso Persefone o Proserpina, sposa di Dite o Plutone e quindi oscura regina dei morti =

In merito a vicende mitologiche, peraltro, sotto la voce licantropo nel Vocabolario Universale Italiano, compilato a cura della Società Tipografica Tramater e C. (7 voll., Napoli, 1829-1840), si legge :”‘Licantropia’ : sorta di magia per cui gli Arcadi soleano, secondo che deridendoli definisce Plinio, trasformarsi in lupi e dopo un certo tempo ripigliare la pristina forma. A questa favolosa tradizione alluse Virgilio”.

Uno studioso attento come Antonio Zencovich (pp. 104 e seguenti) non ha potuto far a meno di intervenire sulla questione dando un’acuta e personale interpretazione delle caratteriste magiche connesse alla figura del LUPO MANNARO, caratteristiche che egli reputa un retaggio dell’antichissima CULTURA DEGLI SCIAMANI (detta anche CULTURA SCIAMANICA).

Eppure la LICANTROPIA (anticamente Follia Lupina, dal latino Lupina insania, da cui il termine scientifico di derivazione greca Licantropo: come detto, in genere sostituito nella tradizione popolare col più comprensibile e suggestivo nome di Lupo Mannaro) per quanto indicasse la TRASFORMAZIONE PRESUNTA DI UN UOMO IN UNA BESTIA E SOPRATTUTTO IN UN LUPO (talora si faceva cenno anche ad altri animali predatori, la tigre ad esempio, ma tra gli “animali neri della paura e dell’orrore” il rivale storico dell’uomo, in ambito non solo Europeo, per il predominio dell’ecosistema, destinato a diventare -pure in contesto letterario e mitico- simbolo del “nemico per eccellenza”, fu comunque quasi sempre il Lupo, peraltro l’animale selvatico su cui è reperibile come qui si vede la più vasta documentazione d’archivio) e fosse una credenza antica (che sopravvive tuttora in particolari aree geo-culturali) era una patologia mentale già conosciuta e descritta dai medici e riconducibile ad un quadro clinico, discretamente delineato sotto il profilo scientifico, per cui gli individui malati si rendevano responsabili di comportamenti anomali sì da latrare come lupi e deambulare al pari dei canidi su 4 arti (v. G.RANISIO, Il lupo mannaro, il lupo, il racconto, Roma, 1984).

Questa alterazione psichica, in Europa, aveva quindi già avuto qualche valido osservatore e tuttavia, attesa la limitata divulgazione dei necessari approfondimenti culturali (almeno oltre l’ambiente delle eventuali specializzazioni mediche, peraltro in vari casi ancora valutate con malcelata e profana diffidenza) e soprattutto calcolando le forti resistenze della superstizione, siffatta lugubre leggenda sopravviveva in ogni ambiente, anche colto: anzi, con straordinario vigore, aveva finito per acquisire i crismi di un’ulteriore variante delle possibili interferenze tra uomo malvagio e demone sino alla “combinazione blasfema” dell’Uomo nero ed in qualche caso era andata a suffragare -proprio tra ‘500 e ‘600, incredibili “storie orrorifiche” divulgate, senza troppe perplessità , anche nel contesto dell’ambiente intellettuale e letterario.

Eppure proprio in Italia, dove le fobie controriformiste andavano rianimando paure ritenute per sempre represse dalla spensieratezza rinascimentale, alcuni illustri clinici avevano demolito, nel programma delle loro competenze scientifiche, l’equazione Licantropo = Uomo nero (o Mostro) riconducendola correttamente all’equivalenza Licantropo = Uomo malato di nervi.

Tra questi MEDICI si deve giustamente ricordare un attento studioso della LICANTROPIA, uno di quegli “scienziati” che – pur fra mille sforzi intellettuali – contribuirono a minare il fortilizio eretto dagli sbagli della superstizione ed a spianare la via della conoscenza verso i confini dell’obiettività: si tratta del celebre dottore napoletano DONATO ANTONIO D’ALTOMARE che nella sua corposa ARS MEDICA (Venetiis, Impensis Marci de Maria, Salernitani Bibliopolae Nepoltani, 1558, pp.63-64) scrisse ( VEDI QUI LA PAGINA A STAMPA DA ESEMPLARE CINQUECENTESCO): “Trattiamo ora di quel male che i Greci definivano ‘Licantropia’ mentre i medici di Roma chiamavano ‘Follia Lupina’. In linea generale si tratta di una forma di disturbo mentale sul quale si sono già soffermati a discutere scienziati quali Ezio e Paolo: gli affetti da questo morbo, in particolare verso febbraio e durante la notte, usciti di casa si mettono ad imitare in tutto e per tutto i lupi e, sino al sorgere del giorno, son soliti vagare nei cimiteri, fra i tumuli dei morti e molto spesso li scoperchiano di modo che risulta facile intendere che si tratta di individui affetti da turbe del cervello anche se qualcuno si direbbe disturbato da patologie che non rientrano nel campo delle conoscenze naturali…è sintomatico che mediamente si hanno in costoro alterazioni della fantasia, che risulta eccitata, e dell’immaginazione, ferma restando invece la capacità di ricordare fatti del passato, cosa di cui ebbi diretta conoscenza analizzando personalmente due casi di ‘Licantropia’.

Uno di questi Licantropi, avendomi sorpreso per via, un giorno in cui vagava afflitto dal male, ed essendo stato in grado di riconoscermi, si limitò a fissare per un poco me, che spaventato mi misi da parte, ma subito se ne andò.

Una folla di persone, a debita distanza lo seguiva, e lui portava sulle spalle tutto lo stinco ed anche la tibia di qualche cadavere esumato: catturato ed assicurato alle terapie dei medici poté finalmente essere guarito.

Avendomi poi incontrato una seconda volta da sano mi chiese se avessi avuto paura che, in quel luogo, essendo lui afflitto dal male, potessi venire aggredito: proprio da questa considerazione traggo l’opinione scientifica che nei Licantropi la memoria dei fatti non venga mai meno.

I segni della malattia non sono ardui da riconoscere: il volto è mediamente pallido, gli occhi diventano asciutti, inetti a vedere in modo chiarissimo e soprattutto incapaci di versar lacrime [cose peraltro attribuite a Streghe e Maghi che abbian fatto patti col Demonio]: oltre a ciò si vede bene che hanno gli occhi cavi, la lingua secca e che son del tutto privi di salivazione.

Soffrono di una sete insaziabile ed hanno altresì gambe, tibie e stinchi massacrati da incidenti causati dal loro vagabondare ed ancor più dai morsi dei cani randagi che di notte son soliti aggredirli proprio in quella parte del corpo: questi ulteriori indizi possono concorrere a disegnare un quadro della patologia, calcolando che tal genere di malati presenta una bile densa e scurissima.

Per curarli si potrà eseguire un salasso, mentre sono afflitti da un attacco del male, e si avrà cura di far sgorgare la quantità massima di sangue malato sin quasi al limite di renderli debolissimi e farli svenire. In seguito verranno alimentati con prodotti sani e genuini e sarà opportuno sottoporli, periodicamente, a bagni d’acqua dolce ed inoltre ritengo che sia opportuno alimentarli per tre giorni consecutivamente, ripetendo una o due volte ancora la terapia, con la porzione sierosa del latte rappreso.

I medici antichi Paolo ed Ezio sostengono altresì che risulterà sempre vantaggioso purificare questo tipo di malati, a guisa d’antidoto, con colloquinta [meglio Coloquintide anche ‘cocomero amaro’ pianta erbacea delle Cucurbitacee – cytrullus colocynthis – dai fusti gracili, rampicanti, foglie scabre, divise in 3-5 segmenti: coltivata per il frutto, grande come una mela, con buccia coriacea di color giallo bruno, dall’odore debole, sapore amaro, usato in medicina, in polvere o in forma di estratto quale purgativo energico], o con qualche altro simile medicamento suggerito dalla cura delle affezioni mentali e della malinconia in particolare.

Applicati questi rimedi di base si potranno prescrivere a vantaggio dei Licantropi i medicamenti consueti nella terapia delle varie forme di follia, somministrando in particolare la teriaca [anche triaca tipica dell’antica farmacopea, decotto a base di carne di vipera ma composto pure da enorme quantità di ingredienti – la più celebre – con un particolare rituale si fabbricava a Venezia -: presunto toccasana contro tantissime malattie e rimedio contro i morsi di animali velenosi] antidoto per eccellenza contro varie forme d’avvelenamento.

A titolo precauzionale, perché di sera non s’accenda il male inducendoli a vagare per contrade e macabri luoghi, i medici cureranno di somministrare sedativi idonei a procurare sonno e quieto torpore: a tal riguardo si potranno inumidir loro le tempie e le narici con populeone [unguento di gemme di pioppo e vari ingredienti macerati nel grasso animale, usato qual balsamico ed antispastico] o far bere, miscelati in qualche bevanda, altri tipi di medicine utili a favorire un sonno tranquillo” [a questi insegnamenti, occorre comunque dirlo, si ispirò, per dare sostanza reale e patologica alla condizione del Lupo mannaro Tommaso Campanella che peraltro scrisse: ” il tetro e negro umore misto col sangue…fa licantropia e paure e pensieri brutti, che si veggono gli uomini smaniare e dilettarsi delli luoghi fetidi e lordi, delle sepolture e cadaveri” (cap. X dell’opera Del senso delle cose e della magia, in Opere di Bruno e Campanella, a cura di A. Guzzo e R.Amerio , Milano-Napoli, Ricciardi 1956): del resto, ancora nel XVIII secolo, entro il Dizionario di Sanità (a c. di G. P. Fusanacci, 4 voll., IV ed., Venezia, 1778) si leggevano grossomodo le stesse cose: ” ‘Licantrofia’ (alterazione regionale di Licantropia): spezie di rabbia o di stoltezza per la quale gli uomini si credono cangiati in lupi, corrono per le strade urlando ed oltrepassando quelli che rincontrano”].

Nelle descrizioni dei medici cinque-seicenteschi, di cui sopravvive vasta documentazione all’Aprosiana di Ventimiglia (IM), si individuano tuttavia, in modo più o meno esplicito, paure ataviche, di provenienza altomedievale, sulla figura del “LUPO”, il “grande nemico dell’uomo”.

A livello di discipline moderne, dalle scienze naturali all’etologia, è ormai assodato che il “LUPO”, per la formidabile struttura gerarchica che ne condizionava rigidamente gli schemi esistenziali e le tecniche di caccia “a branco”, era in effetti, nel Medioevo, il principale avversario dell’uomo, l’unico animale “socialmente evoluto” e di grande adattabilità che gli potesse contendere i territori di caccia, aggredirne armenti e mandrie, giungere, spinto dalla fame durante i rigori invernali, sin ad “assediarne” i villaggi isolati ed in varie cronache antiche del Ponente Ligure si fa -in forma diaristica- più di una volta allusione ad insidiose invasioni di lupi, specie quando, nei mesi invernali, eran spinti dal freddo a cercare cibo tra i territori prossimi ai villaggi]

Il terrore, non immotivato, contro la grande fiera europea fu purtroppo la causa di una continua persecuzione che divenne sterminio con l’introduzione delle armi da fuoco e in tempi recenti delle armi automatiche da caccia.

Ma prima che queste armi comparissero la lotta non era facile sì che antiche NORME STATUTARIE COMPORTAVANO PREMI PER QUANTI AVESSERO UCCISO ORSI o LUPI GROSSI PREDATORI: i motivi di preoccupazione non erano peraltro immotivati e dalla lettura del MANOSCRITTO BOREA si apprendono le vicende di VARIE E MORTALI AGGRESSIONI DI LUPI (per quanto spesso enfatizzate nella narrazione popolare) nel Ponente ligustico in vari anni (1532, 1564, 1637, 1641, 1643,1814, 1815, 1816).

La specie, sull’orlo dell’estinzione, è diventata protetta in Italia dal 1972 quando ormai esisteva solo più un centinaio di lupi tra Appennino marchigiano e Calabria.

Negli ultimi 25 anni però, partendo dal PARCO NAZIONALE d’ABRUZZO (popolato da un branco di circa 50 esemplari) il LUPO ITALIANO è risalito a piccoli branchi per l’appennino umbro e tosco-marchigiano sin all’entroterra di Genova e alle montagne liguri piemontesi giungendo alle Alpi Marittime e quindi penetrando nell’Alta Provenza.

Oltrepassati i confini della ragione il mito, falso, del LUPO SANGUINARIO E DIVORATORE DI UOMINI finì col penetrare, per le vie solite della favolistica e del folklore, nei meandri di certe paure collettive, da cui l’animale emergeva sempre più caricato di valenze negative che ne trascivano l’immagine, in un crescendo orrorifico, dalla figurazione della Belva sanguinaria all’immagine magica del Lupo nero (in cui già si intrecciavano oscure dicerie su sue presunte connivenze col Maligno) ed ancora all’icona della creatura malefica che estendeva in diverse proiezioni pseudomagiche -tra cui quella del LUPO MANNARO- la sua reale aggressività: era un modo per alimentare prudenza e cautele fra gli indvidui meno forti, specie tra i bambini, ma costituiva altresì un sistema di dissuasione per gli adulti stessi, onde evitare pericolose facilonerie sia nei viaggi che negli spostamenti delle bestie d’allevamento (ed è ormai ben chiarito che, in ambito culturalmente arretrato, una favola paurosa, non priva di credibilità, dissuadeva le persone dal prendere iniziative a rischio ben più di spiegazioni motivate e sorrette almeno da un filo di logica). Le “diverse proiezioni” cui si è fatto cenno dipesero da molti fattori, tanto di carattere culturale che di postazione geografica quanto religioso-cultuale: per esempio in area occidentale e sopra una forte matrice greco-latina (si noti il mondo in cui lo stesso D’ALTOMARE si sofferma a meditare, pur fra giri di concetti, sul pericolo insito nel contatto visivo con un Lupo mannaro) era maturata l’opinione (idea antichissima ma rinvigorita da Plinio il Vecchio, Nat.hist. VIII, XXXIV, 80 e Solino II, 32) che nell’incontro fra un uomo ed un lupo intervenissero forze misteriose per cui se era l’uomo a vedere per primo il grande predatore, questo perdeva ogni sua forza, mentre se avveniva il contrario era invece l’essere umano a trovarsi in difficoltà, diventando muto [invito arcano -abbastanza decifrabile- alla cautela e, cosa del resto evidente quanto consigliabile, a sorprendere la fiera piuttosto che esserne sorpresi> e questo compare anche in diversi bestiari romanzi – attraverso il concorso di ISIDORO (Etym., XII, II, 24) e del De bestiis (II, XX, col.67) – fra cui si può ricordare il Bestiaire d’Amours di Richart De Fornival: v. Bestiari medievali, a c. di L. Morini, Einaudi, Torino, 1996, p.375 e nota 6].

Una seconda “proiezione”, forse più recente e maturata piuttosto in ambito nordico, del centro e dell’oriente europeo, è invece quella secondo cui una volta soppressi (la “storia romanzesca” della “pallottola d’argento” che uccide il Lupo mannaro – vista anche l’abbastanza recente invenzione delle armi da fuoco – deve essere presa come un’ulteriore variante, più dotta che popolare) appunto i Lupi mannari (in questo caso citati esplicitamente non come patologia ma quali “mutazioni malefiche”) abbiano la proprietà di trasformarsi in Vampiri (a loro volta, peraltro, capaci di assumere le sembianze di un Lupo come, fra le tante incisive visioni che ne caratterizzarono il genio, lascerebbe intendere una cinquecentesca incisione del pittore ed incisore tedesco Lucas Cranach il Vecchio).

da Cultura-Barocca

Informazioni su adrianomaini

Da Bordighera (IM), Liguria
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