Giovanni Ventimiglia

Il patrizio siciliano GIOVANNI VENTIMIGLIA (morto a Palermo nel 1665) fu un erudito corrispondente di Angelico Aprosio sia per argomenti letterari che per discussioni erudite concernenti la città ligure da cui verosimilmente proveniva il suo casato.
L’Aprosio (di Ventimiglia, oggi provincia di Imperia), nell’ambito di contatti culturali con l’Accademismo meridionale, tra l’altro cura il recupero di quegli eruditi che in qualche modo si sono interessati di storia od arte ligure. Particolari contatti l’Aprosio ha quindi con Giovanni Ventimiglia, patrizio siciliano teso, come storiografo della propria casata, a dimostrare che la nobilissima prosapia di Ventimiglia di Sicilia (cioé i conti di Ventimiglia e i marchesi di Gerace) discendano dai Conti della Città ligure. In verità Giovanni Ventimiglia è parimenti in contatto con lo storiografo intemelio Girolamo Lanteri, in qualche maniera all’epoca ricercatore ufficiale della storia remota intemelia, e su tale argomento, a fronte di una certa indifferenza aprosiana, sarà poi soprattutto Domenico Antonio Gandolfo, il successore di Angelico alla direzione della Biblioteca, che raccoglierà utile materiale in un suo lavoro su questi variegati contatti culturali .
Il nobile siciliano, col passare del tempo e in forza di scambi epistolari sempre più approfonditi, giunge gradito all’Aprosio, più che quale storico come mecenate erudito e punto fermo della sua rete di scambi culturali verso l’estremo meridione italiano. Ne fa fede il capitolo dell’inedito Scudo di Rinaldo (parte II), dove a Giovanni Ventimiglia viene dedicato il Capitolo XI, dal titolo Se nel conversare con donna povera vi sia maggior pericolo d’inciampare che in conversando con Donna ricca, e dove si legge a prolusione:
Al Signor Giovanni Ventimiglia.
Mentre un giorno tutto ansioso, e non senza tempo d’esser ferito dal pestifero contagio [la peste del 1656-7 a Genova], il quale ha poco meno che desolato l’emporio Regio delle onde Liguistiche, me n’andava passeggiando per Banchi [principale piazza commerciale della Repubblica], m’incontrai per buona sorte nel nostro dottissimo Daniele Spinola, e da esso intesi qualmente nel bel principio, che si scuoprì il male in Roma, imbarcatasi in Livorno verso Sicilia, se ne fusse tornata in Messina a ripatriare. Io [p. 338] ne lodai il Signore: che per altro haverei temuto non fusse seguito di essa come del virtuosissimo HERRICO e d ‘ altri amici. Iddio ha voluto preservarla per lassare a posteri la vera idea d’un buon cittadino, mentre anco dopo il corso di CCC anni, che li suoi ascendenti partirono di qua per ricevere ne la fertil Sicania eccelsi honori, non viene punto scemato il suo affetto verso questa distrutta Città, potendo dire ciascuno de’ suoi cittadini: Fuimus Troes.
Spero nondimeno di vederla risorta [Ventimiglia] nelli suoi eruditissimi fogli, risorgendo novella Fenice a più bella vita, che non poté ricevere da suoi edificatori primieri; mentre non perdonando a spesa non lassa di far rivolgere sossopra gli Archivi per disotterrare le più nascoste memorie.
Anch’io una fiata mi ero invogliato di adornare cotesta Sparta: ma tirata da altre cure son stato astretto a mutar pensiero, non lassando di sollecitare il nostro concittadino Domino Gieronimo Lanteri, il quale dato principio alla Topografia di essa, quale a luogo e tempo sarà veduta da Vostra Signoria, la quale in questo mentre si compiacerà dare un’occhiata a queste poche osservationi, che io faccio intorno al conversar con le Donne, o siano di conditione povere, o ricche …” .
Il discorso giunge emblematico: nel suo sforzo di concentrare alla Biblioteca i più svariati stimoli eruditi, Aprosio lusinga gli interessi storici del Ventimiglia sull’omonima città ma demanda al Lanteri, che pure non stima particolarmente, il compito di informare il nobile siciliano su quelle questioni di storia locale che in verità disdegna a fronte di ben più estese argomentazioni intellettuali. Così, gentilmente come sempre, propone ben presto all’interlocutore un dialogo decisamente più barocco e capriccioso sul tema della donna povera e quindi tentatrice perché ambiziosa.
Se ne deduce che Aprosio reputa Giovanni Ventimiglia, anche per gli effetti di una certa fama, un accettabile interlocutore il quale, alla maniera che si evince anche dall’enunciato aprosiano, per i suoi poliedrici contatti culturali ha più volte dovuto sottrarre le proprie attenzioni alla storia di Ventimiglia. Più che la palese dimestichezza col nobile erudito genovese Daniele Spinola, valgono i riferimenti a Scipione Errico, che fu tra i massimi sostenitori del Marino con la sua apologia dell’Adone nell’antistiglianeo Occhiale appannato, amico e corrispondente dell’Aprosio, originario di Messina ed al pari di Giovanni Ventimiglia, benché su altri livelli, studioso di problemi linguistici ne Le Rivolte del Parnaso del 1626, di impronta avversa alle scelte del Vocabolario della Crusca.
Dal repertorio della Biblioteca Aprosiana si evince che tra gli interessi di Giovanni Ventimiglia risiedono anche le indagini linguistiche, soprattutto in ambito siciliano, che poi stanno alla base di alcune sue raccolte antologiche come le vicende dei Poeti Bucolici e dei Poeti Siciliani in cui si individua quella scelta regionalistica, cui si è fatto cenno, che si qualifica per via d’una pur meditata esaltazione degli autori isolani. Non a caso, tra i suoi scritti più significativi, viene menzionato tuttora Il primo discorso intorno al primato linguistico e poetico dei Siciliani, recentemente edito a cura di G. Cusimano, in “Bollettino del Centro di Studi Filogici e Linguistici Siciliani”, 1986, 15, pp. 331 – 372.
In un primo tempo questa posizione gli ha causato evidentemente qualche obiezione e non solo dai seguaci della tradizione toscaneggiante: in particolare, stando all’Aprosio, Giovanni Ventimiglia subisce attacchi di un certo rilievo proprio da Antonino Mirello Mora, messinese, certo non in nome della tradizione toscana ma in dipendenza dell’estremismo linguistico di cui si è già detto a riguardo del Mora.
Sempre dal ragionato catalogo aprosiano apprendiamo che Antonio Merello e Mora Messinese, lo Sterile Accademico Abbarbicato ha mosso imprecisabili appunti all’attività linguistica di Giovanni Ventimiglia.
In un tempo successivo il Mora ritira però le accuse, forse per non crearsi nemici anche in patria e tra gli stessi sostenitori della linea siciliana provvedendo ad emandar l’opera non buona con La Fama Oratrice del medesimo per la Morte di D. Giovanni Ventimiglia, Cavaliere della Stella, dei Conti di Ventimiglia (Messina, nella Stamparia di Paolo Bisagni, 1665).
L’Aprosio, verisimilmente per questo lavoro encomiastico verso il vecchio amico e corrispondente, riesamina, non senza spargere criptiche stille del suo veleno erudito, l’atteggiamento critico contro il Merello e Mora da lui precedentemente definito, riferendosi all’antica disputa col Ventimiglia, … un Mirello, cioé a dire un Margutte contro un Morgante, un Pigmeo contro un Gigante.
Infatti, nonostante la carenza di prove su contatti epistolari, l’Aprosio non solo finisce per assimilare nella sua Biblioteca diverse opere dell’erudito messinese, cosa comunque possibile prescindendo da qualsiasi rapporto più o meno diretto col personaggio in questione, ma addirittura (probabilmente ricambiato con identica partigianeria) cerca di ingraziarselo e di coinvolgerlo nella sua vasta operazione di recupero nell’Aprosiana dei più diversi esperimenti culturali ed accademici facendone un efficiente sostituto dello stesso defunto Giovanni Ventimiglia.

da Cultura-Barocca

Informazioni su adrianomaini

Da Bordighera (IM), Liguria
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