Il copernicano Paolo Antonio Foscarini

Paolo Antonio Foscarini (Montalto Uffugo 1565 – Cosenza 1616): padre carmelitano, fu professore a Napoli e a Messina. Nel 1615 pubblicò la Lettera sopra l’opinione de’ Pittagorici e del Copernico, con la quale intese mostrare come la rotazione e la rivoluzione della Terra non contraddicessero le Sacre Scritture: cui poi rispose con sua missiva il potente Cardinal Bellarmino Il 5 marzo 1616, con lo stesso decreto di sospensione “donec corrigantur” del De revolutionibus orbium coelestium di Copernico, l’opera venne condannata e proibita dalla Sacra Congregazione dell’Indice.
Una singolare cornice caratterizza il frontespizio dell’opera del Foscarini, Lettera del R. P. M. Paolo Antonio Foscarini Carmelitano sopra l’opinione de’ Pittagorici, e del Copernico. Della mobilità della Terra, e stabilità del Sole, e del nuovo Pittagorico Sistema del Mondo, stampata a Napoli, nel 1615, presso la tipografia di Lazzaro Scoriggio. Fine dichiarato della Lettera, dedicata a Sebastiano Fantone, generale dell’Ordine Carmelitano, era quello di dimostrare quanto l’opinione copernicana non fosse in contrasto con la Bibbia e di sancire la perfetta conciliabilità della nuova scienza con le Sacre Scritture; infatti, il Foscarini raggruppava in sei “classi” le principali opposizioni al copernicanesimo, che si sarebbero potute trarre dalle Scritture, dai Padri della Chiesa e dai teologi, e a tali classi contrapponeva altrettanti “fondamenti” o principi che, applicati all’esegesi delle Scritture, le avrebbero rese perfettamente concordanti con la nuova teoria. Il carmelitano, dunque, guardava ai principi del sistema copernicano come agli unici capaci di una descrizione dell’universo armoniosa e ordinata. Con il decreto del 5 marzo 1616 la Congregazione dell’Indice condannò formalmente tutti i libri che esponessero tale opinione, tra i quali fu annoverata anche l’opera del Foscarini, il cui tentativo di conciliare i principi della teoria copernicana con i dogmi della tradizione provocò una condanna assoluta: “Librum …Pauli Antonii Foscarini Carmelitae omnimo prohibendumatque damnandum”. In conseguenza del decreto, nel giugno 1616 si decise di procedere contro lo stampatore della Lettera, il già citato Lazzaro Scoriggio, accusato di aver pubblicato l’opuscolo senza l’imprimatur. Catturato ed interrogato dalla Corte Arcivescovile di Napoli, il tipografo raccontò come il Foscarini gli avesse consegnato un solo manoscritto, contenente insieme la Lettera ed il Trattato della divinatione naturale, e come l’unico imprimatur, che compariva alla fine del Trattato (come è riportato nel colophon della Lettera: Imprimatur P. Ant. Ghibert. Vic. Gen. Ioannes Longus Can. & Cur. Archiep.), fosse stato considerato valido per l’intero volume; le due opere erano state pubblicate, poi, separatamente soltanto per esplicita richiesta dell’autore. La Curia finì col credere alla buona fede di Scoriggio, condannandolo solo ad una multa di 100 ducati, ma intimandogli di non far parola dell’accaduto con nessuno. (E il Foscarini moriva proprio durante lo svolgimento del processo, il 10 giugno 1616). Nel frontespizio della Lettera, la metafora della sfera delle conoscenze umane trova posto in un tralcio abitato; l’intreccio vegetale, infatti, riceve una motivazione figurativa che affermerebbe l’utilità e la dignità delle scienze, delle arti e delle istituzioni umane, tutte vie che possono condurre alla conoscenza e all’amore di Dio (un principio di cui il Foscarini aveva già parlato precedentemente nelle sue Meditationes, preces, et exercitia quotidiana, una raccolta di preghiere di preghiere e riflessioni per ciascuna ricorrenza dell’anno liturgico; in essa il Foscarini descrive sommariamente l’universo secondo la tradizionale visione aristotelico-scolastica). Nella cornice incisa, che ci riporta alla mente l’antico motivo iconografico dell’Albero di Iesse, usato per la prima volta negli splendidi codici miniati del XII secolo (si vedano, per esempio, la Bibbia Lambeth, Canterbury, 1145 ca., ed il Salterio di Huntingfield, inglese, fine dodicesimo secolo), e le cornici istoriate del XV e del XVI secolo, trovano spazio figurazioni diverse: alcuni santi nella parte superiore, emblemi araldici e la rappresentazione della seconda fatica di Ercole, l’Idra di Lerna, in basso. Il riferimento ad una delle fatiche erculee può trovare una sua giustificazione se posto in rapporto con i due stemmi laterali; il noto semidio, infatti, viene spesso celebrato come fondatore di nobili stirpi e potenti casate. Tra i santi in alto, invece, si riconosce S. Antonio da Padova, accompagnato dai suoi attributi tradizionali, i gigli fra le mani e la folgore, collocata sulla cornice; le altre figure rappresentano probabilmente S. Girolamo, con in mano la pietra del martirio, S. Agostino, cui si riferisce tradizionalmente anche la fiamma, simbolo dell’ardore religioso, S. Longino o S. Giuda Taddeo, cui è di norma attribuita la lancia. Le due folgori e le due spade incrociate sul bordo superiore della cornice sono senza dubbio simboli del martirio. Di maggiore interesse sono le parti laterali della cornice; qui il sistema enciclopedico delle scienze e delle arti, disposte a formare una sorta di arbor scientiarum e contraddistinte ciascuna dal proprio simbolo, si lega ad una serie di immagini che alludono alla dimensione del Sacro. In tal modo, appaiono, da un lato, l’organo a canne per la musica, la sfera armillare per l’astronomia, la tavola numerica per l’aritmetica, il triangolo ed il compasso per la geometria, una tavoletta con alcune lettere dell’alfabeto latino, probabile allusione ai caratteri tipografici; dall’altro lato, una mano destra levata, con tre dita tese (pollice, indice e medio), che probabilmente allude all’antica consuetudine di ripetere tale gesto per invocare Dio come testimone, durante un giuramento; la Trinità; una figura triadica, forse riferita anch’essa alla Trinità; un occhio che irradia luce, simbolo universalmente riconosciuto, nell’iconografia cristiana, della divina Onnipresenza, e nuovamente, della Trinità; un libro aperto, illuminato da luce che giunge dall’alto, simbolo della cultura e della religione, custode della sapienza rivelata. Non è da escludere, anche in questo caso, la collaborazione del Foscarini con l’ideatore della cornice; scienza e Fede cristiana, infatti, sono idealmente legate qui da un unico filo conduttore, decorativo, ma soprattutto concettuale, a rappresentare una sintesi, anche se piuttosto approssimativa, della teoria esposta dall’autore nel testo.

da Cultura-Barocca

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Da Bordighera (IM), Liguria
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Una risposta a Il copernicano Paolo Antonio Foscarini

  1. ombreflessuose ha detto:

    Ti leggo sempre con piacere, continua così …
    Un abbraccio
    Mistral

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