Stefano Harding, uno dei fondatori di Cîteaux

Stefano Harding nacque verso il 1059 in Inghilterra. La sua famiglia era dell’alta nobiltà inglese. Trascorso il periodo del noviziato nell’abbazia benedettina di Sherborne, si recò in Francia per completare gli studi nelle scuole delle maggiori cattedrali francesi.

Verso il 1085, ritornando da un pellegrinaggio a Roma si fermò, insieme al suo compagno di viaggio, all’abbazia di Molesme. Entrambi divennero monaci sotto la direzione dell’abate Roberto.

Stefano era convinto che lo scopo ed il significato dei voti religiosi era quello di assicurare la propria salvezza e di dare gloria a Dio con l’osservanza della Regola. (Quando questo scopo non si realizzava, allora Stefano consigliava di lasciare il monastero e di recarsi altrove, ove questo fosse possibile raggiungerlo.)

Si associò ben presto ai più fervorosi che desideravano una vita più austera e fece parte dei 21 monaci che fondarono Cîteaux.

Egli aveva una personalità adatta per essere il braccio destro del proprio abate nelle trattative presso le autorità. Nessuno meglio di lui poteva esporre e difendere la causa della riforma, né sopportare le fatiche dei viaggi, dato che era un ex pellegrino, né conoscere gli usi della corte, dato che discendeva da una famiglia nobile. Durante la sua vita dovette spesso correre di qua e di là sia per contrattare la raccolta di manoscritti e testi liturgici, sia per migliorare lo stato finanziario della propria abbazia ed instaurare nuove fondazioni. Divenuto abate, ebbe subito la fiducia dei nobili vicini, che con le loro donazioni accrebbero la proprietà del monastero, proprio quando le vocazioni cominciavano a farsi numerose. Si volle però premunire dal rischio di ritornare alla situazione di Molesme e proibì ai donatori di venire a visitare il monastero per trattenervisi con la loro corte a scopo devozionale e interruppe le “riunioni di corte” che si tenevano molte volte all’anno in corrispondenza delle feste principali.

Questa misura radicale, in contrasto con gli usi del tempo, non gli alienò la simpatia e l’aiuto dei potenti. Per quanto riguarda l’innovazione liturgica Stefano e i suoi fratelli decisero di bandire dall’oratorio tutto ciò che risentiva di ricchezza od ornamento superfluo. Stefano era uno studioso: migliorò la liturgia facendo anche ricerche, difficili per quei tempi, per avere degli inni autentici di sant’Ambrogio; curò le ricerche accurate dei libri della Bibbia, anche sui testi ebraici originali con l’aiuto di Rabbini eruditi e il risultato fu una preziosa Bibbia che fece miniare dallo scriptorium di Cîteaux e che è giunta fino a noi. Seguirono altri lavori come la trascrizione, sempre riccamente miniata, dei Moralia in Job di san Gregorio Magno, opere che furono tra i capolavori dell’epoca.

Grande merito di Stefano fu comunque quello di aver redatto la Carta di Carità , nel 1119, grazie alla quale si potettero risolvere i problemi di ordine giuridico che si crearono in seguito alla fondazione di nuove abbazie, agevolandone lo sviluppo. Grazie a questa Carta si ebbe una crescita del numero delle fondazioni cistercensi costante, tanto che verso il 1150 l’Ordine contava circa cinquecento nuove abbazie. Verso il 1150 comparsero le monache dell’Ordine di Cîteaux. Fu una conseguenza dell’aggregazione, nel 1147 della piccola congregazione d’Obazine, che comprendeva anche un’abbazia di monache. In generale l’osservanza seguita dalle monache della congregazione era assimilabile a quelle di Cluny. Gli abati cistercensi dovevano limitarsi a offrire loro oltre all’aiuto materiale, il loro appoggio morale, esclusa la direzione spirituale regolare.

da Cultura-Barocca

Informazioni su adrianomaini

Da Bordighera (IM), Liguria
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