Quando si credeva che le streghe volassero

Nel Formicarius del Nider, composto nel quarto decennio del Quattrocento, era riportato un caso in cui una donna che sosteneva di recarsi in corpo ai convegni di Diana era stata smascherata in presenza di testimoni da un sacerdote, il quale aveva inteso in quel modo confermare in via sperimentale le affermazioni del Canon Episcopi.

Ma poi, come già sappiamo, nell’atteggiamento ufficiale della Chiesa ci fu una corsa verso il basso, complice la convergenza tra gli interessi di chi mirava a soggiogare la plebe con racconti terrifici sulle conseguenze delle trasgressioni e il popolo stesso, pronto a prestare orecchio ai racconti inverosimili.

Dalla posizione scettica degli autori più antichi si passò così ad affermazioni opposte nella letteratura demonologica ufficiale del secolo XVI, allineata alle tesi espresse nel manuale di Jakob Sprenger e Heinrich Kramer.

Ma anche nel Quattrocento diversi autori si dicevano convinti che le streghe si recassero corporalmente in luoghi lontani, come Alfonso Tostato (1400 ca 1455), Jean Vineti (vissuto circa fino al 1470) e il domenicano Girolamo Visconti (morto verso il 1478).

Quest’ultimo proponeva un ineffabile ragionamento per dimostrare la realtà del convegno diabolico: era chiaro che le cose stessero in quel modo, perché se uno sogna soltanto di volare e spassarsela col diavolo, mica lo si uccide per questo.
Invece le streghe sono consegnate al braccio secolare per essere punite con il giusto castigo: la giusta pena e il rogo, secondo la consuetudine comune ergo è dimostrato come il gioco cui esse si recano sia reale e non un semplice parto della fantasia.
Quanto al Canon Episcopi – proseguiva, arrampicandosi sugli specchi degli artifici retorici – sostiene che sia falso credere al volo delle compagne di Diana, non che esse non siano in grado di volare.

Poco più tardi Silvestro Prierias si arrabattava a dimostrare, da parte sua, come il Canon non vietasse di credere alla realtà del sabba e, in ogni caso, intendeva riferirsi ai fenomeni del suo tempo, in cui ancora non era sorta la setta malefica che imperversò in seguito.
Ad affermare ciò egli non era il solo: si trattava anzi di uno degli argomenti che ricorrevano con maggior frequenza.

Insomma: forse una volta le streghe non volavano sul serio, ma nel frattempo avevano imparato a farlo.

Della medesima opinione era pure Francisco Torreblanca, che già conosciamo come autore di una ricapitolazione generale della materia all’inizio del Seicento: in fondo – egli sosteneva – erano le stesse interessate a riconoscerlo tam in eculeis is quam spontanea confessione e ad alcune era pure accaduto, per aver deciso di abbandonare la compagnia sul più bello, di essere raccolte per strada sul far del giorno, completamente nude, mentre cercavano di ritornare a casa a piedi.

Si andò così progressivamente codificando lo stereotipo del convegno diabolico, che veniva imposto, spesso attraverso il ricorso alla tortura, nelle confessioni delle streghe e, talvolta, come nel caso dei Benandanti, agli adepti di altre correnti esoteriche.

In realtà ai religiosi stava a cuore soprattutto di non mettere in dubbio le affermazioni dell’autorità: ciò che da essa era sancito doveva di necessità essere vero, secondo la logica della cultura scolastica, che anteponeva la lezione dei maestri all’ evidenza sperimentale.
Se tale era l’opinione dei teologi, tanto meno ai fedeli era concessa la possibilità di orientare in maniera diversa il proprio giudizio: si supponeva perciò che l’empio rito avvenisse immancabilmente nei termini riferiti dai testi in formule che, poco per volta, diventarono sempre piu uniformi.

Veniva così raggiunto, con i mezzi del tempo, l’obiettivo caratteristico di tutte le forme di manipolazione ideologica: quello di sostituire le semplici verità, che ognuno ha davanti agli occhi, con affermazioni assai più improbabili, presentate però come le uniche corrette.
Per quanto riguardava l’accusa di confezionare unguenti con i resti dei cadaveri, la faccenda non era del tutto inverosimile e non si può sostenere a priori che si trattasse sempre di calunnie.
E non tanto per il fatto che le leggende abbiano di regola un fondamento di verità, quanto piuttosto per la ragione speculare: perché se l’attesa e i bisogni nascosti della gente coltivavano particolari fantasie, era inevitabile che una certa quota di quello stesso gruppo, piccola ma non insignificante, si facesse carico di realizzarle, disponendosi a interpretare la parte, necessaria in ogni contesto sociale, del fuorilegge.

Non si può quindi escludere che le persone riconosciute come complici del diavolo, ritenendosi colpevoli delle morti loro attribuite, andassero sul serio, qualche volta, a dissotterrare nottetempo le spoglie dei cadaveri, allo scopo di comporre gli intrugli magici che esse, secondo una consolidata tradizione, non soltanto popolare ma ormai anche teologica, dovevano confezionare proprio in quel modo.
Ma nel mito del volo notturno, invece, emergeva l’elemento psicotico allo stato puro: tutto, là, si giocava nell’ambito della pura fantasia.
Eppure, della marea di persone condannate per questa ragione ben poche, probabilmente, erano convinte nel proprio intimo di essere innocenti.

La strega o lo stregone era una figura che veniva a occupare il posto creato, nello spettacolo della vita, da una esigenza collettiva.
E, quanto più diffuse erano nella gente le tentazioni di fuga dalla realtà, tanto piu sensibili diventavano i meccanismi proiettivi attraverso i quali si pretendeva di smascherare e punire nel prossimo i bisogni repressi che alimentavano i comuni sensi di colpa.
Sorgeva così una pressione di gruppo per vestire un soggetto piuttosto che un altro di quella maschera rituale della commedia umana: egli veniva forzato, dapprima con la diceria e il sospetto, poi con azioni pubbliche – quali l’interessamento delle autorità e il biasimo dei religiosi – a identificarsi nel ruolo proposto.

Il passo era ratificato ancor prima che il reo potenziale si dedicasse a delitti concreti: il limite del campo del nemico, dalla cui parte egli si schierava, era giaàvarcato nel momento in cui aveva creduto di farlo, assumendo una disposizione d’animo conseguente.
Perché allora ogni azione, anche la piuù innocua, correva il rischio di venire compiuta con atteggiamento colpevole, immediatamente percepito dagli altri, i quali si convincevano che comportamenti strani, sebbene non nocivi in maniera palese, fossero in realtà temibili e dolosi.

Tutti i rituali demoniaci comportavano infatti l’attribuzione di significati accessori ad atti di per sè neutrali, che si ammantavano di contenuti immaginari, ritenuti però effettivi tanto da parte di chi compiva, quanto dal resto della società.
La figura della seguace di Satana serviva dunque a concretizzare l’immagine di una trasgressione che, senza dubbio, era ben radicata nell’inconscio collettivo.

Perché, nelle loro squallide condizioni di vita, i miseri sognavano spesso in segreto, per rancore o per volontà di cambiamento, di ascendere a una condizione di potenza che li mettesse al di sopra degli altri e al di là del controllo dell’autorità costituita.
Ma l’aspirazione, nella grande maggioranza dei casi, non riusciva a ottenere alcun seguito e finiva repressa nell’inconscio.
Scomparsa, all’apparenza; salvo di tanto in tanto riaffiorare e, senza farsi riconoscere del tutto, lasciar la coscienza increpata da un oscuro senso di colpa che poi, come spesso accade, veniva riconosciuto e perseguitato nel prossimo.
Un risultato almeno era raggiunto: il male veniva visto altrove e l’attenzione era distolta dai maggiori problemi.

Ciò contribuiva ad assicurare l’ordine sociale a un prezzo, tutto sommato, piùche accettabile: bastava estrarre, ogni tanto, un frammento qualunque dal magma indistinto della plebe e, senza nulla cambiare, lasciarcelo ricadere in pasto, per un breve tripudio che costituiva un atto liberatorio avidamente atteso, quasi una versione consentita del sabba.
Ma, affinché ciò non ispirasse riserve nell’animo dei più sensibili era opportuno far credere che l’oggetto del sacrificio non possedesse più le normali caratteristiche umane che l’avrebbero reso uguale, in tutto e per tutto, ai sacrificanti.
In un simile contesto non c’era molto da sperare nei buoni uffici degli uomini di Chiesa.
Ci saranno stati anche tra loro alcuni convinti che si trattasse solo di leggende, ma quel che potevano fare era di riferire timidamente gli argomenti suggeriti dal buon senso, senza esprimere le proprie conclusioni in maniera esplicita; lasciare aperta solo un riserva mentale, una nicchia in cui mettere al sicuro se stessi, aspettando che i tempi fossero maturi per un ritorno, almeno parziale, della ragione.
Ma loro, le protagoniste del sabba, pensavano davvero di sfrecciare nel cielo con tutto il proprio peso, o ritenevano che fosse una parte incorporea a rappresentarle agli incontri col signore del male?
Stando alle confessioni allegate agli atti dei processi, entrambe le ipotesi appaiono legittime: alcune erano convinte di volare con il corpo, altre si accontentavano dell’idea di muoversi solo in spirito.

Resta però da vedere quanto tali racconti corrispondessero alle rispettive convinzioni personali e non a quelle degli inquisitori che li suggerivano.

Considerata la bassa estrazione sociale e la scarsa cultura che di solito le contraddistingueva, non c’è da stupirsi se il punto di vista delle streghe corrispondeva in pieno con quello delle dicerie popolari.
Era d’altronde nel proprio interesse sostenerlo in quanto esse, malgrado tutto, continuavano a svolgere una precisa funzione all’interno di una società che, pur combattendole, si rivolgeva a loro di nascosto per varie richieste, criminose o meno: liberarsi dalle fatture o provocarne, evocare i defunti o, più di frequente, ottenere rimedi contro le malattie.
Attribuirsi capacità straordinarie costituiva, per le fattucchiere, un indubbio motivo di prestigio professionale.

In tempi più lontani, quando ancora sopravvivevano sacche di resistenza delle religioni pagane, ciò poteva forse prestarsi a fini di proselitismo, in quanto la prospettiva di acquisire doti precluse agli altri esseri umani costituiva per molti un’attrattiva di grande fascino.
Proprio per questo d’altronde, in quell’epoca propensa alla credulità, gli scrittori di religione preferirono fare appello al buon senso, cercando di dimostrare come la pretesa di volare fosse del tutto fuori dall’ordine della natura e lo stesso Onnipotente non avesse elargito a nessuno un simile potere In generale, pero, le malefiche non avevano l’aria di considerare discriminante la distinzione tra sogno e realtà.
Ed è questo il problema aperto dal Porta nella frase impressiones capessunt ut spiritus immutentur.

La parola spiritus, già allora, ammetteva molteplici significati, a seconda che la si impiegasse in termini di filosofia, di religione, di medicina o di altre scienze.
In primo luogo stava a indicare la parte intellettiva dell’essere umano, intesa come entità intermedia tra anima e corpo, attraverso cui avveniva la conoscenza della realta mediante i sensi.
La filosofia neoplatonica, con Marsilio Ficino, affermò la possibilità di una corrispondenza tra questo spirito individuale e quello cosmico, spiegando in tal modo il meccanismo delle pratiche magiche, le quali avevano l’effetto di richiamare nell’officiante lo spiritus mundi.
Il verbo immuto potrebbe allora assumere qui il significato traslato di “cambiare di posto”, attribuendo alle frequentatrici del sabba l’idea che lo spirito individuale di ognuna si spostasse per presenziare agli incontri col maligno.
Tuttavia, nel linguaggio degli scienziati, era più frequente l’impiego del termine al plurale, per indicare quegli spiriti animali che determinavano le attività vitali dell’organismo, facendosi veicolo dell’attività sensitiva.
Si trattava di una concezione destinata a durare per parecchio.

Con tale significato li troviamo infatti nominati, all’inizio del Settecento, in diversi passi dell’opera di Carlo Musitano: ad esempio riguardo al sonno, provocato dal fatto che gli spiriti sarebbero compressi in modo da non poter raggiungere le diverse parti del corpo; o a proposito della visione e delle cause della miopia, individuate negli spiritus visorii, qui pauci sint et subtiles, ac propterea cum pauci sint, longius ad operationem progredi non possunt; cum vero sint tenues, facile propinqua intuentur, unde, qui vident solum propinqua, non immerito solent ocuolos costringere, ut spiritus, qui alioqui pauci sint, congregentur, non autem dissipentur latitudine meatum, propter quod Aristoteles … ait.

Secondo alcune correnti di pensiero medievali, gli spiriti erano simili a emanazioni che, dopo essere state proiettate dall’individuo senziente e aver incontrato le forme corrispondenti della realta, ritornavano indietro, fissandosi nei sensi.
In questa accezione si potrebbe spiegare, nel nostro brano, l’impiego del precedente sostantivo impressiones, cui sarebbe da attribuire un significato tecnico, analogo a quello attuale del linguaggio fotografico.

Se le impressiones stabilivano la definizione dell’atto percettivo, la frase sembrerebbe voler dire che le streghe non ritenevano di dominare concretamente la materia, ma il modo in cui essa si rifletteva nell’individuo, quasi che i loro sensi fossero diventati diversi da quelli ordinari. Tutto, per loro, risultava autentico, pur senza avvenire in concreto: era soggettivamente più di un sogno, anche se non costituiva una vera esperienza fisica. Esse dovevano avere la consapevolezza, il più delle volte, di aver spiccato il volo solamente in spirito, ma l’evento era pur sempre un fatto sostanziale: qualcosa, dal loro punto di vista, era veramente migrata lontano, portandosi dietro ciò che serviva delle facoltà intellettive e lasciando sul posto una spoglia inanimata, vuota di ogni proprietà, come la scoria che si deposita sul fondo dell’alambicco.

da Cultura-Barocca

Informazioni su adrianomaini

Da Bordighera (IM), Liguria
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