A Paolina Grismondi – di Ippolito Pindemonte

A Paolina Grismondi tra gli arcadi Lesbia Cidonia

Come primo su l’Adria a me pervenne
Dalle Orobie pendici, o Lesbia, il tristo
Grido, che ai Lari tuoi Morte vicina
Minacciava i tuoi dì, l’ alma percossa,
Sacerdote d’Apollo, al Nume io volsi,
E abbracciando gli altari : O, dissi, padre
Sì delle mute salutifer’ arti,
Che dell’addolcitrici arti canore,
Io delle grazie tue l’ultima imploro.
Più non si versi, io son contento, stilla
Su me del tuo favor : perda i colori
Fantasia tutti, e spengasi la fiamma,
Donde nascono i carmi che pur sono
Di mìa vita solinga il sol conforto.
Ma quell’amabil Donna, ma quel raro
Di Natura lavor, quel suo felice
D’aura immortale e di mortale argilla
Con più cura che mai nodo composto,
Salva dalla crudel, che la sua lunga
Scarnata man già per disciorlo stende.
Tua pur fu sempre questa Donna, o santo
Signor Cirrèo. Quanto ghirlande fresche
Non appese a’ tuoi templi? A lei nel core
Scendesti spesso, e le sue dolci rime,
Tutte Castalio nettare stillanti,
Deh come fero in lei la tua bell’ arte
Parer più bella, e te Nume più grande!
Queste le preci furo, illustre Amica,
Da me per la tua vita indarno ahi! sparse.
Tace per sempre il labbro tuo, favilla
Più dagli occhi non balzati, e in quel seno
Caldo di virtù nido, è un ghiaccio eterno.
Pallida, immota su funèbre letto
Condotta fosti alla tua tomba... oh ! quanto
Mutata da colei, che un giorno venne
D’Adige mio su la sinistra riva
Con le Grazie, e gli Amori al cocchio intorno.
Sorser più chiari i dì, più desiate
Caddero allor dal fosco ciel le sere,
Le sere in cui te fra la colta gente
Seder vezzosa, e in un composta io vidi,
Ed ora d’ un silenzio tuo modesto,
Come d’ un vago vel, coprir te stessa,
Ora romper quel velo, e dal facondo
Labbro accorto mandar, complice il vivo
Scintillante occhio, e complice la bianca
Pieghevol mano, a noi mandar le voci,
Che magiche d’ ogni alma eran catene.
Giungean, tuoi modi contemplando, l’ armi
Lor proprie ad obbliar le tue Rivali,
E tacita mordea quell’ alme invidiai
Talor pregata i carmi tuoi leggevi:
E allor non più quell’ Adigensi Ninfe,
Che di ciò non venian con teco in prova;
Di Pindo allora ingelosian le Dive.
Ma chi l’ immago tua, nobile Amica,
Sperar potila di ben ritrarre in carte?
Degno di colorirla un sol pennello
Era nel Mondo; e quel pennello sparve
Da noi per sempre, e gelid’urna il chiude.,
O Plinio della Francia * , o di Natura
Pittor divino, che l’eccelsa fronte
Chinasti, e il core a questa Donna, quando
Tra i boschi di Montbar, dove lontano
Dal romor di Parigi, é tra le sacre
Palladie carte assiso alla pensosa
Fronte facevi della man sostegno,
Pellegrina gentil t’apparve, e tutta
Del volto suo t’illuminò la selva,
Tu solo e gli atti, e il portamento, e il guardo
Il generoso cor, l’ornato spirto
Pinto avresti così, che oggi un sì fido
Ritratto alquanto raddolcir potrebbe
La nostra piaga... o inacerbarla forse.
Da te partendo si rivolse al grande
Real Parigi. Di Cittade angusta,
Sovra erto monte fabbricata, e ricca
D’industre più che d’ elegante ingegno,
Figlia Costei? Gente, ch’estranie doti
Suol di rado ammirar, così parlava.
Sentio nuovo piacer tocco dai piedi
Stranieri il suol, nuovo piacer sentio
Dagli sguardi stranier l’aere percosso;
E un dolce Italo nome, onde que’ vati
Le cetre loro ad arricchir fur pronti,
Di ripeter godè l’Eco Francese.
Ove la coturnata in pien teatro
Tragedia innalza il doloroso accento,
Volò l’impaziente ospite dotta,
E mirò quelle Fedre, e quelle Alzire
Dagli occhi trar del popolo commosso
Non falso pianto con lamenti falsi.
Ma da te non fu allor, sublime Amica,
Quell’arte appresa: era in te pria che il Brembo
Cangiassi tu con la superba Senna,
E Italia già visto t’ avea le scene,
Di barbari Istrioni ahi ! fatte preda,
Le scene ornar visto t’avea più volte
D’inusitata Melpomenia luce.
Ed io, che osai nella patetic’ onda
Del fonte Sofocleo tinger le labbra,
Dicea tra me: Questi miei carmi forse
Su quella bocca soneranno, in quella
Belli parran; di mie fatiche lunghe
Questa cara mercede il Ciel mi serba.
Lungi, lungi da me l’inutil vada
Coturno, che mi piacque, ed or m’incresce
E voi d’illustri antiche Donne, e voi
Di Prenci antichi Ombre sdegnose e meste,
Che mi venite innanzi, e m’ additate
Chi la piaga nel petto ancor sanguigna,
Tua colpa, o Amor, chi le corone, e i scettri
Spezzati in mano, e su la testa infrante,
Tornate, Ombre tradita, ai bassi e oscuri
Soggiorni usati ; altri le vostre pene
Ricordi al Mondo, io la mia sorte or piango.

Ippolito Pindemonte

Informazioni su adrianomaini

Da Bordighera (IM), Liguria
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