I Saraceni e il ponente ligure

La Cattedrale di Ventimiglia (IM)

La Cattedrale di Ventimiglia (IM)

Nel cap. 46 del V lib. della CRONACA redatta da un anonimo cronista benedettino del grande monastero susino di NOVALESA è scritto: “è noto a tutti che il monastero della Novalesa fu distrutto dai pagani e le sue mura furono rase al suolo. Ai tempi nostri i monaci che vi abitavano, dolendosi di quel danno, fanno venire il VESCOVO DI VENTIMIGLIA perché consacrasse le chiese distrutte [dopo la Vittoria dell’Alleanza Cristiana contro i Saraceni del Frassineto] cioè di San Michele, della Santa Genitrice di Dio Maria, di San Salvatore e di Sant’Eldrado”. Si fa con queste parole riferimento all’attuale Ventimiglia, in provincia di Imperia, la cui Diocesi, antica e per molti versi particolare, é sita in una fondamentale area di transizione (“… una sorta di stazione di smistamento per le varie mete nel “Sacro”,… una significativa diramazione “ligure-piemontese” di una potenziale “via Romea” e, poco dopo gli eventi di cui in premessa, del primo e più meridionale Tragitto della Via dei Pellegrinaggi a Santiago de Compostela).

Nel 889, si era, infatti, insediato, eludendo le ultime resistenze dell’Impero romano d’Oriente, cioè di Bisanzio,  nel FRASSINETO (antico “Golfo Sambracitano”, nell’ampia insenatura oggi detta “Golfo di S. Tropez”) un nucleo di pirati musulmani (detti SARACENI dal latino tardo SARACINUS a sua volta derivato dal greco SARAKENOS, ma per altri i SARAKENOI sarebbe stata una popolazione stanziata nel golfo di Aqaba nel Sinai meridionale).

I SARACENI costituivano le ultime frange degli invasori ARABI di un oltre un secolo prima e in quelo Golfo costituirono, intorno ad un munito castello, un piccolo ma forte dominio, rifornito via mare, donde si diedero a pesanti scorrerie nella Provenza, in Liguria, nell’area pedemontana.
La leggenda parla di un saccheggio di Ventimiglia all’alba del X sec.: aree di Sanremo, Civezza e Bussana comprese (G.B.ALLEGRI, L’estrema sentinella, in “Il Lavoro” del 20-VI-1929). La ricerca ipotizza uno sfondamento saraceno per le Alpi Marittime, sino a Sospel e poi per le valli del Roia, Bevera e Nervia (dopo una sosta a Tenda). Ma si son supposte anche devastazioni dopo il 942: anche per via di mare (argomento su cui si nutrono però molti ragionevoli dubbi). Da tempo comunque esisteva per le coste liguri il pericolo dei predatori degli Stati arabo-berberi di Spagna ed Africa: del pericolo era ben consapevole Carlo Magno (EKKERARDO, Vita Karoli, p.17) e, spesso, come Missi Dominici, i Vescovi furono preposti alla guida di milizie ad exubias sulle riviere del Mediterraneo.

Il Vescovo di Torino Claudio, nell’820, sarebbe intervenuto presso Ventimiglia (IM) contra Agarenos et Mauros. Sussistono altresì dubbi se i Saraceni intervenissero con forti contingenti od operassero per bande limitate. Per quanto concerne l’agro intemelio, cioé di Ventimiglia (IM), e le vie d’accesso al Piemonte, non si può comunque ignorare quanto scrissero gli antichi cronachisti e in particolare l’estensore della CRONACA di Novalesa, anche per l’importanza dei dati ricavabili, fra molte fantasie, sugli spostamenti dei Saraceni per le vie del Roia, del Nervia e dei vari insediamenti (religiosi e non) connessi a questi siti e tragitti:  tra questi ebbe un ruolo di eminenza il Convento di Dolceacqua (IM), in Val Nervia.

Nei capi 17-19 del V lib. della Cronaca della Novalesa si allude, con molta confusione storica in verità, alla SCONFITTA SARACENA e si leggono due fondamentali allusioni: il racconto della conquista del covo saraceno di La Garde-Freinet ed il riferimento all’impresa di Arduino il Glabro che, fra 940 e 945, riconquistò la valle di Susa sono i segnali della FORMIDABILE RIPRESA CRISTIANA, cui, accanto ai grandi feudatari, partecipò in modo attivo la nobiltà intemelia, cioé dell’estremo ponente ligure.
Storia e mito si intrecciano nella narrazione di questa impresa, cui, non del tutto propriamente, fu conferito il titolo di “crociata”.
La spedizione avrebbe preso il via dal 972 sotto il comando di Guglielmo di Arles, fiancheggiato da altri feudatari, tra cui Arduino Glabrione di Torino, Corrado di Ventimiglia, Mirone di Nizza, Arnolfo di Féjus, Raimondo di Grasse, Gibellino Grimaldi.

Dal racconto della Cronaca di Novalesa si evince, però, che per la non facile impresa contro gli Arabi un incentivo particolare fu conferito dalla cattura, ad opera di pirati mussulmani, di MAIOLO, potente Abate di Cluny, consigliere della casa imperiale degli Ottoni, con la conseguente necessità di liberarlo. E’ assodato che il Santo venne aggredito nel 983 e che la vittoria dei Cristiani si concluse nel 984-85. In più, un arabo di nome Aimone, avrebbe tradito i suoi, perchè privato del “bottino” di una donna latina, e avrebbe guidato i Cristiani contro quel castello moresco di cui egli avrebbe conosciuto i segreti.

Un Robaldo “conte di Provenza”, sarebbe inoltre riuscito a spronare verso l’impresa un esercito cristiano ormai stanco con queste parole: “O fratelli, combattete per le anime vostre poiché siete sulla terra dei Saraceni”.

Carlo Cipolla (I, 261, n.3) e l’Alessio (p. 279, n.2), contro G. Rossi che ricostruì da Guido Guerra (954) le genealogie dei feudatari intemeli, ravvisano in Robaldo il figlio di Guglielmo, conte di Ventimiglia vivente nel 954: le fantasie del cronista rivelano quanto i patrizi intemeli, di cui Robaldo fu simbolo, siano stati legati alle imprese contro i Saraceni.

da Cultura-Barocca

Informazioni su adrianomaini

Da Bordighera (IM), Liguria
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