Un fare che Hobsbawm definì da sceriffo

Fotocopia
di un ritratto di Hobsbawm
fatto da Reinhard Koselleck,
giugno 1947 (MRC, EHP, 937/7/8/1) – Fonte: Anna Di Qual, Op. cit. infra

I racconti che Donini richiamandosi a Gramsci gli fece sui lazzarettisti e sui briganti aprivano una finestra su una realtà per Hobsbawm inedita: lui, uomo metropolitano che frequentava ambienti intellettuali di alto livello tra Cambridge, Londra e Parigi, trovò stupefacente il fatto che a metà del Novecento esistessero tracce di Medioevo. <388
Egli che, come si vedrà, soffriva il fatto di vivere la sua militanza comunista in ambienti meramente intellettuali, dovette essere ancor più attratto a sapere che da poco in Sud Italia, nel biennio 1949-1950, si era verificata una nuova ondata di occupazioni, con risultati fecondi anche da un punto di vista di politica generale. <389
«Affascinato e commosso» dai racconti di queste presenze, decise di andarle a cercare per vederle di persona, viaggiando negli anni successivi lungo le strade di campagna dell’Italia meridionale e più in generale dell’Europa mediterranea. <390
Di questi viaggi sono rimasti alcuni blocnotes, faticosamente utilizzabili come fonti sia a causa di una grafia veloce, di difficile interpretazione, sia in quanto materiale frastagliato. <391
I quaderni sono spesso interrotti, molti fogli sono stati strappati, quindi smarriti o trasformati in carte sparse, con una perdita di linearità cronologica e tematica non agevolmente ricostruibile, anche per il fatto che sono appunti non datati. In essi Hobsbawm annotava spese di viaggio, contatti telefonici (come, ad esempio, quello di Alberto Caracciolo), indicazioni bibliografiche, riferimenti all’andamento elettorale dell’Italia meridionale. Dava poi spazio a ciò che doveva colpirlo nello scoprire un paese che sebbene povero mostrava, a differenza di quanto aveva visto in Spagna, i primi segni di dinamismo e di trasformazione. <392
Probabilmente vide ben rappresentata la realtà italiana tra arretratezza e modernità in una canzone di Renato Carosone che, mescolando jazz e musica swing, raccontava le contraddizioni del mito americano in Italia: <393 trascriveva nei suoi taccuini, traducendolo parzialmente in inglese, il ritornello.
Tra queste carte è conservato anche un resoconto incompleto, grazie al quale è possibile seguire Hobsbawm in alcuni spezzoni dei suoi viaggi in Sud Italia, come ad esempio una giornata della sua prima volta in Sicilia. Si tratta di carte non datate, la cui stesura però è riconducibile con verosimiglianza tra la metà e la fine degli anni Cinquanta: <394 nelle memorie senili Hobsbawm avrebbe detto di aver visitato per la prima volta la Sicilia nel 1953. Dal tono a volte romanzato e a tratti caricato del racconto è possibile ipotizzare – senza aver però possibilità di conferma – che si tratti del canovaccio di un intervento radiofonico che Hobsbawm tenne nel 1957 in Gran Bretagna. <395
Se tale destinazione è confermata, il testo diventa di ulteriore interesse in quanto permette non solo di ricostruire l’esperienza di Hobsbawm in Sud Italia, ma anche il modo in cui egli la presentò ad un ampio pubblico inglese, scorgendone quindi immagini e stereotipi sulla realtà meridionale.
[…] Un tale racconto dovette entusiasmarlo. Anche perché di recente Piana degli Albanesi era stata teatro di imponenti lotte contadine, in cui forte era stata la presenza comunista; si trattava poi di un luogo – come gli veniva ora detto – in cui la ribellione sociale era di vecchia data, messa in atto tra l’altro da una popolazione di origine albanese che manteneva lingua e abitudini secolari. Iniziando il resoconto di viaggio Hobsbawm diceva che queste erano popolazioni che si erano insediate in Italia, per fuggire all’avanzata turca, sotto la guida di George Scanderbeg <396 “[a]bout the time that Christopher Columbus discovered America”; da quel tempo queste popolazioni avevano mantenuto lingua e tradizioni, e «still, if it comes to that, rooting for Scanberger». Arrivando da Palermo, Piana dovette sembrargli una «white and blue washed town of 6000 inhabitants leaning against the hillside above the plateau from which it takes its name». Hobsbawm quindi notava che “Sicilians peasants live in these large agglomerations in the middle of an empty countryside, walking great distances to their fields, or more usually to the landlords’ fields. In the past the men used to stay in the fields for the week, leaving the town a hive of women. <397 Sicilian women belong to the house and don’t work outside. Even when they sit outside their doors, they face into the sleazy hovels <398 in which most of them live instead of onto the street. But Piana showed no sign of depopulation when we arrived”.
Se restituiva in modo asciutto la realtà sociale del paese e poca attenzione riservava al paesaggio, si dilungava invece nel ritratto della persona che lo accompagnò lungo le strade di Piana: il mediatore palermitano che gli aveva consigliato di visitare Piana lo aveva anche messo in contatto con quello che aveva dovuto giudicare la guida ideale per un comunista straniero non solo per il fatto era il sindaco del paese, da poco diventato anche deputato comunista, ma anche perché poteva comunicare in inglese vista la sua lunga esperienza migratoria negli Stati Uniti.
“The mayor, the Hon. Michele Sala, was a small whipcord of a man with a pencil moustache, a sharp look and a well-pressed cotton suit in fawn stripes. <399 He looked about fifteen years younger than his age, which was fifty. He insisted on talking in a Sicilian version of Brooklyn, which was no easier to understand than Italian. «I ain’t been back to New York since 1943» he said. «You been there?» I wasn’t expected to answer the question. The Hon Sala (he is Honourable, because he is also a deputy in the Rome Chamber) never stopped talking long enough for more than the briefest question. The Hon. Sala was, and no doubt still is, a formidable character. What I know about him comes partly from himself, partly from Angelo, partly from a journalist round the Montecitorio in Rome who knows about deputies, and boils down to this. Though not as Albanian, he is of Albanian descent. (The talent for politics which used to make scores of Albanians into Grant Viziers in the old Turkish Empire has not got lost. They have produced at least one Italian PM, the fire-eating Crispi, and their present score includes at least one Italian cabinet minister – Christian Democrat – and a group of deputies and senators, mainly communist). He comes from Parco, a village halfway up the mountains between Palermo and Piana. ‘The Fascists, they don’t think Parco is classy enough’ said the Hon. Sala. ‘They call him Altofonte. But I call him Parco’ […]
[…] Doveva essere un personaggio carismatico Michele Sala: anche chi, come Emanuele Macaluso, lo conosceva bene per via di un comune impegno sindacale e politico ne avrebbe dato una descrizione che richiamava i tratti delineati da Hobsbawm: Sala era un «combattente, un politico istintivo, che fiutava il pericolo e distingueva subito il marcio dal sano». <400
Forse anche per questo era stato scelto come dirigente comunista della zona in un momento particolarmente turbolento […]
Hobsbawm doveva rendersene conto visitando il cimitero, «an area bristling with vast vaults, stone statues and other outsize monuments of unbridled grift», in cui Sala lo accompagnò. Facendo caso ai cognomi ricorrenti sulle tombe, egli – che era un appassionato di musica jazz – trovava occasione di notare che famosi jazzisti di New Orleans – come Arnold and Pete Loycano – dovevano essere d’origine siciliana. <401
Il cimitero, così come la scuola e l’edilizia erano alcuni dei molti cantieri che Hobsbawm si sorprese di vedere e che Sala dimostrò di controllare con un fare che Hobsbawm definì da sceriffo.
Lo poteva dire da come il sindaco si relazionava con i suoi cittadini.
Pur non capendo i contenuti delle conversazioni per via della lingua, poteva coglierne i toni, spesso duri, che il sindaco usava nel parlare con gente che agli occhi di Hobsbawm sembrava poco raccomandabile o nello stringere «large numbers of brown hands, giving out with wide smiles, but without altering the wary expression in his eyes».
Alla domanda di Hobsbawm se ci fosse la Mafia, Sala rispondeva che «it was still about. ‘Some things we can’t do on account of Mafia’».
Passeggiando lungo le strade della cittadina, Sala raccontò poi la storia della comunità arbëresh di Piana in un modo che Hobsbawm avrebbe sintetizzato in questo modo: «Whenever there was a revolt going, they revolted»: si trattava di un popolo che sempre aveva mostrato, a detta di Sala, una propensione alla rivolta sociale.
388 MRC, EHP, Papers, Publications, Book Draft, Primitive Rebels (1956-1958), Testo di un intervento di Hobsbawm tenuto in occasione di una presentazione pubblica all’uscita del libro Primitive Rebels, 6 novembre 1959, 2 (937/4/2/3).
389 Petraccone, Le ‘due Italie’, 215-41; Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi,
160-71; Barbagallo, Mezzogiorno e questione meridionale, 70-80.
390 Hobsbawm, Anni interessanti, 382.
391 MRC, EHP, Research Material, Primitive Rebels and Bandits, Southern Italy: general, (937/3/4/2).
392 Hobsbawm, Anni interessanti, 381.
393 Carosone, Un americano a Napoli, 54.
394 Nel testo si trova l’indicazione temporale «A couple of years ago»: ciò fa ipotizzare che il testo sia stato scritto nel 1955, se si tiene fede alla datazione del 1953 del primo viaggio in Sicilia proposta nell’autobiografia. Da posticipare al 1955 se invece si tratta del canovaccio della trasmissione radiofonica del 1957. MRC, EHP, Research Material, Primitive Rebels and Bandits, (937/4/2/3): le successive citazioni, se non indicato diversamente, sono tratte da questo dattiloscritto.
395 Hobsbawm (I ribelli, 11) scrisse che la «parte essenziale di un capitolo» (non specificato) del libro che avrebbe tratto da queste ricerche era stata letta alla radio nel 1957.
396 Altimari, «Gli arbëreschë: significato di una presenza storica, culturale e linguistica»; Fiorella, L’Albania d’Italia; Vaccaro, Studi storici su Giorgio Castriota Scanderberg.
397 Trad.: ‘un alveare di donne’.
398 Trad.: ‘squallide baracche’.
399 Trad.: ‘un uomo tutto nervi con dei baffi sottili, uno sguardo acuto e vestito con un completo di cotone ben stirato, di colore fulvo a righe’.
400 Macaluso, 50 anni nel PCI, 29-30.
401 L’intuizione di Hobsbawm era in effetti corretta. Si veda: Boyd Raeburn, «Stars of David and Sons of Sicily», «Italian Americans in New Orleans Jazz».

Anna Di Qual, Eric J. Hobsbawm tra marxismo britannico e comunismo italiano, 2. La scoperta dell’Italia, Studi di storia 14, Edizioni Ca’ Foscari, Venezia, 2020

Pubblichiamo alcune pagine del recente libro della nostra socia e amica Anna Di Qual, Eric J. Hobsbawm tra marxismo italiano e comunismo britannico (Edizioni Ca’ Foscari, Venezia 2020). Abbiamo scelto quelle dedicate a un viaggio che Hobsbawm fece in Sicilia, presumibilmente nel 1953; qualche anno dopo ne scrisse un resoconto rimasto inedito. È il tema che Anna Di Qual ci aveva già presentato in anteprima il 30 maggio 2015 durante la festa di storiAmestre. Per la pubblicazione di questi brani sul sito, Anna Di Qual ha tradotto le lunghe citazioni dagli appunti di Hobsbawn, che nel libro si leggono in inglese.
Sulla scia delle discussioni con amici comunisti italiani, Hobsbawn affrontò il suo viaggio in Sicilia pensando ai nessi tra le recenti lotte contadine e una tradizione ribellistica, propria della Piana degli Albanesi, che nella memoria degli abitanti aveva contrassegnato la storia di una comunità insediatasi in Sicilia nel secolo XVI per scampare ai Turchi Ottomani. Iniziò così la ricerca che avrebbe portato Hobsbawm a studiare quelle forme di ribellismo contadino che gli erano state presentate come “arcaiche”, e che tali gli sembravano alla luce della sua formazione politica segnata dal marxismo britannico.
[…] Tra queste carte è conservato anche un resoconto incompleto, grazie al quale è possibile seguire Hobsbawm in alcuni spezzoni dei suoi viaggi in Sud Italia, come per esempio una giornata della sua prima volta in Sicilia. Si tratta di carte non datate, la cui stesura però è riconducibile con verosimiglianza tra la metà e la fine degli anni Cinquanta: nelle memorie senili Hobsbawm avrebbe detto di aver visitato per la prima volta la Sicilia nel 1953. Dal tono a volte romanzato e a tratti caricato del racconto è possibile ipotizzare – senza aver però possibilità di conferma – che si tratti del canovaccio di un intervento radiofonico che Hobsbawm tenne nel 1957 in Gran Bretagna. Se tale destinazione è confermata, il testo diventa di ulteriore interesse in quanto permette non solo di ricostruire l’esperienza di Hobsbawm in Sud Italia, ma anche il modo in cui egli la presentò a un ampio pubblico inglese, scorgendone quindi immagini e stereotipi sulla realtà meridionale.
“Quando mi trovavo a Palermo, cercando di scoprire qualcosa sulle questioni siciliane, un avvocato che conoscevo mi suggerì di dare un’occhiata a uno dei più noti distretti contadini comunisti dell’entroterra. Lo chiameremo Angelo. La politica a Palermo è ancora nelle condizioni in cui la gente non vuole pubblicità, specialmente se ha molti contatti in differenti partiti politici. «Devi andare a Piana», mi disse Angelo. «Un tempo chiamata Piana dei Greci, ora Piana degli Albanesi. Davvero non sono siciliani ma albanesi, solo che si usava chiamarli greci perché seguono il rito greco della Chiesa cattolica, e a parte la popolazione locale nessuno avrebbe potuto distinguere un greco da un albanese. Piana è rossa da generazioni. La ribellione è l’industria locale. Quando Garibaldi invase la Sicilia nel 1860 per sollevare la campagna contro i Borboni, i pianesi erano proprio lì ad aspettarlo. Si erano ribellati da soli e mandavano messaggi agli altri villaggi chiedendo di fare lo stesso. Quando [più tardi] il fascismo cadde, si dichiararono una repubblica indipendente per un breve periodo. Servirono molte discussioni prima di convincerli a ritornare a far parte dell’Italia»”.
[…] “Il sindaco, l’onorevole Michele Sala, era un uomo tutto nervi con dei baffi sottili, uno sguardo acuto e vestito con un completo di cotone ben stirato, di colore fulvo a righe. Aveva cinquant’anni, ma sembrava di una quindicina d’anni più giovane. Insistette nel parlare una versione siciliana di Brooklyn, che non era più facile da capire dell’italiano. «Non sono tornato a New York dal 1943», mi disse. «Ci sei stato?». Non si aspettava una mia risposta alla domanda. L’onorevole Sala (è onorevole perché è anche un deputato alla Camera di Roma) continuava a parlare e non si fermava mai abbastanza a lungo per permettermi una seppur breve domanda. Era, e senza dubbio è ancora, un personaggio formidabile. Ciò che sapevo di lui proveniva in parte da lui stesso, in parte da Angelo, in parte da un giornalista che bazzica dalle parti di Montecitorio a Roma e che conosce i deputati. Sebbene non albanese, Sala è un discendente di albanesi. (Il talento per la politica che era solito trasformare decine di albanesi in Gran Vizir nel vecchio impero turco non si è perso. Hanno prodotto almeno un primo ministro italiano, il mangiafuoco Crispi, e al momento tra i loro colpi a segno ci sono almeno un ministro del Camera italiana – democristiano – e un gruppo di deputati e senatori, principalmente comunisti.) Sala è originario di Parco, un villaggio sulle montagne a metà strada tra Palermo e Piana. «I fascisti pensavano che Parco non fosse abbastanza elegante», mi disse l’onorevole. «Lo chiamarono allora Altofonte. Ma io lo chiamo Parco». All’età di sedici anni si fece arrestare per propaganda antimilitare contro la guerra. Mi indicò con orgoglio l’esatto punto dove accadde mentre ci passavamo in auto. Iniziava a mostrare anche un senso siciliano di realismo nella politica […] Quando arrivò il fascismo, Michele Sala se ne andò. Trascorse i successivi vent’anni a New York come barbiere, attivista sindacale e collaborare di eminenti giornali antifascisti. Si racconta che abbia condotto uno sciopero dei barbieri nel 1927 o giù di lì. D’altronde, un uomo cresciuto nella scuola politica della Sicilia occidentale è abbastanza ben attrezzato per affrontare il mondo del sindacalismo dei barbieri di New York degli anni Venti e Trenta e, viceversa, un uomo che può reggere il confronto tra i duri sindacati di New York in quel periodo, non ha molto da imparare quando torna alla politica siciliana. Quando cadde il fascismo Michele Sala tornò a Palermo, dove il Partito Comunista, che sa riconoscere un mediatore valido quando ne incontra uno, lo nominò alla Camera del Lavoro; un incarico che, vista la presenza della mafia, non era affatto una scampagnata nemmeno per un uomo della sua esperienza. Ma Sala aveva quello che ci voleva. «Non è il politico perfetto», mi disse in seguito il mio amico giornalista: «ma nessuno può dire che Michele Sala non abbia del fegato. Ha il cuore di un leone». […] Nel ’47 il bandito Giuliano aveva sparato alla manifestazione locale del Primo Maggio, uccidendo nove manifestanti e ferendone molti altri. L’operazione era stata concordata con l’appoggio della mafia, che non tollerava alcuna concorrenza sul suo territorio; la Campagna per la Pace era iniziata e già un paio di uomini si erano fatti uccidere. Era giunto il momento di un uomo in grado di gestire queste problematiche. Così Michele Sala si ritrovò capolista del Partito Comunista per le elezioni comunali e poiché circa il 60% dei pianesi votò comunista, senza contare quelli che votano per i socialisti, si trovò presto sindaco e poco dopo deputato. E di fatto, da allora nessuno è stato ucciso, a eccezione di una persona benestante tornata dagli Stati Uniti che è stata trovata sparata in circostanze su cui nessuno si preoccupa di indagare a fondo, e alcuni litigi privati.”
[…] Pur non capendo i contenuti delle conversazioni per via della lingua, poteva coglierne i toni, spesso duri, che il sindaco usava nel parlare con gente che agli occhi di Hobsbawm sembrava poco raccomandabile, o quando stringeva «un gran numero di mani brune, elargendo grandi sorrisi, ma senza alterare la cauta espressione dei suoi occhi». Alla domanda di Hobsbawm se ci fosse la mafia, Sala rispondeva che c’era ancora: «Alcune cose non possiamo farle a causa della mafia».
Passeggiando lungo le strade della cittadina, Sala raccontò poi la storia della comunità arbëresh di Piana in un modo che Hobsbawm avrebbe sintetizzato in questo modo: «Ogni volta che c’era una rivolta in atto, loro si rivoltavano»: si trattava di un popolo che sempre aveva mostrato, a detta di Sala, una propensione alla rivolta sociale.
[…] Per avvalorare questo racconto, Sala accompagnò Hobsbawm a Portella della Ginestra. Era lì, sul pianoro tra Piana degli Albanesi e la valle dello Jato, che Nicola Barbato – visto il divieto di tenere riunioni politiche nei borghi e nei paesi – salendo su un sasso, che poi avrebbe preso il suo nome, aveva tenuto i comizi al tempo dei Fasci siciliani. Da allora, continuò Sala, radunarsi per il Primo Maggio a Portella della Ginestra era diventato un appuntamento annuale che, distorcendo la realtà, diceva non essere venuto meno nemmeno durante il fascismo. Ciò che gli stava a cuore rimarcare era un’altra cesura, avvenuta quando nel 1947 il bandito Salvatore Giuliano con la sua banda aveva insanguinato la festa del Primo Maggio […]. Portando Hobsbawm a Portella, Sala dovette raccontargli i fatti della strage mostrandogli i luoghi in cui la folla si era radunata e, agitando le braccia in direzione delle montagne, da dove invece i banditi avevano sparato. A Hobsbawm quel paesaggio sembrò un «un meraviglioso territorio per banditi: spoglio e dai contorni dolci, ma ricco di ripari dove un uomo vestito nel modo giusto potrebbe dileguarsi in un batter d’occhio». Descrivendo i territori dell’entroterra siciliano egli richiamò l’immagine cinematografica del West ben presente nell’immaginario dei suoi ascoltatori radiofonici. Probabilmente poi Sala raccontò a Hobsbawm che recentemente si era concluso a Viterbo il processo su quella strage: la sentenza aveva deciso l’ergastolo per alcuni membri della banda di Giuliano nel frattempo morto, mentre era stato fatto cadere qualunque approfondimento delle dinamiche politiche che invece erano emerse nel corso del dibattimento. La lettura che però ne dava Sala era trionfalistica; la comunità di Piana aveva reagito in modo deciso: «il prossimo anno ce ne saranno più che mai». Hobsbawm lo poteva vedere anche nel bar di Piana degli Albanesi, dove prima di congedarsi da Sala, notava i ritratti di Garibaldi, Barbato, Matteotti, Togliatti e Stalin appesi l’uno accanto all’altro su una parete del locale. La giornata trascorsa a Piana degli Albanesi grazie all’iniziazione di Michele Sala dovette essere per Hobsbawm un’esperienza di particolare valore: in quel luogo e attraverso la lettura che il suo ospite ne aveva dato egli poteva vedere condensati alcuni temi – la mafia, il banditismo, i Fasci siciliani – per lui inediti e che presto avrebbe trasformato in piste di ricerca.
Redazione, Andare a vedere in Sicilia. Eric J. Hobsbawm in Italia negli anni Cinquanta, storiAmestre, 7 luglio 2020

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