Nel 1917 le dimostrazioni antibelliche in Italia assumono carattere radicale

Lo scoppio dei moti rivoluzionari nella Russia zarista catalizzò il dissenso popolare in Italia, innescando proteste violente nelle campagne e nelle fabbriche dove si venne a configurare un movimento dissidente a trazione femminile. Al fine di garantire la pubblica sicurezza anche dopo decisioni assai impopolari, le autorità dispiegarono un volume di forza talvolta sproporzionato al pericolo. Decisiva fu in questo senso l’attuazione del decreto legge n. 1561 del 4 ottobre 1917 noto per l’istituzione del reato di disfattismo. Si entrò così in una sorta di pace sociale apparente dove le misure eccezionali per la tutela dell’ordine pubblico avevano drasticamente ridotto gli assembramenti e demandato il rifiuto ad iniziative individuali od occasionali. Scopo del presente contributo è fare emergere le sinergie tra sospetto rivoluzionario, malcontento popolare e repressione governativa nell’Italia della Grande guerra.

  1. Il contesto storico-politico
    Il “lungo” 1917 dell’Italia costituisce allo stesso tempo il punto di arrivo di una sempre più coercitiva legiferazione in materia di ordine pubblico, e il momento di maggiore intensità del dissenso popolare durante la Prima guerra mondiale. Nell’ambito di un’inesorabile stretta autoritaria messa in campo dal governo per controllare e militarizzare la società civile, l’individuazione costante dei cosiddetti “nemici interni” permette allo stato l’attuazione di politiche repressive ad ampio raggio <1. Determinante è a tal proposito l’istituzione del reato di «disfattismo», che nasce con il precipuo scopo di punire e scongiurare atteggiamenti che si suppongono orientatati a favorire la sconfitta militare del Paese. Il disfattismo è concepito come crimine politico e si fonda dal punto di vista giuridico su due Decreti Luogotenenziali riguardanti rispettivamente la propalazione di false notizie (n. 885 del 20 giugno 1915) e la soppressione di condotte antipatriottiche (n. 1561 del 4 ottobre 1917). Mentre il primo provvedimento persegue la diffusione di notizie sulla difesa dello stato o sulla guerra diverse da quelle ufficiali, il secondo condanna fatti pregiudizievoli all’interesse nazionale <2.
    Sebbene nel 1917 giurisprudenza e forza dell’ordine inibiscano progressivamente tempi e spazi d’azione della protesta pacifista, la spinta dell’opposizione alla guerra non si arresta affatto. Catalizzate dai rovesci di un’improduttiva warfare e dagli sconvolgimenti politico-internazionali, le dimostrazioni antibelliche in Italia assumono carattere radicale. La percezione che la guerra si possa protrarre ancora a lungo suscita nella mentalità collettiva frustrazione e inquietudine, favorendo tensioni popolari a diversi livelli <3. A questo stato d’animo si somma la visione entusiastica della Rivoluzione russa in quanto miraggio universale di pace e giustizia, capace di ispirare sollevazioni popolari, molte delle quali contraddistinte dall’inedito protagonismo femminile <4. Già nel gennaio del 1917 le notizie sullo stato di persistente agitazione interna alla Russia zarista avevano cominciato a preoccupare l’opinione pubblica italiana. Tuttavia è soltanto con i fatti di febbraio (marzo) – in principio percepiti come i «gravi disordini di Pietrogrado» – che la questione diventa preponderante, soprattutto per il potenziale ideologico che la stessa trasmette alle masse contadine e operaie della Penisola <5.
    L’inadeguata e superficiale conoscenza della reale situazione in Russia sortisce un doppio effetto sulla stabilità italiana: da una parte contribuisce a diffondere un irrazionale ottimismo del proletariato rispetto al traguardo rivoluzionario, e dall’altra stimola consensi unanimi nell’intero schieramento politico. Persino taluni interventisti, infatti, guardano con favore alla Rivoluzione di febbraio, soprattutto per la possibilità di un più concreto impegno russo nel conflitto <6. D’altro canto, con il successivo coup d’Etat dei bolscevichi e la disfatta dell’esercito italiano sul fronte carsico, si polarizzano le posizioni interne al Partito socialista italiano, ora diviso tra una maggioranza rivoluzionaria ed una corrente minoritaria di stampo riformista. Simili travagli investono anche il movimento anarchico e il Partito repubblicano, la cui fragile compattezza è allo stesso modo minata dal dibattito sugli effetti della rivoluzione <7.
    L’attività di propaganda dell’intelligencija bolscevica in Italia, nel frattempo, filtra e diffonde la dottrina leninista, contribuendo in maniera decisiva alla primigenia formazione dell’immaginario rivoluzionario presso gli ambienti socialisti del Regno <8. Contemporaneamente si afferma una solidarietà trasversale tra movimento operaio e masse cittadine sempre più affamate e stanche. Ristrettezze, malcontento e ribellione costituiscono una convergenza di fattori esplosiva, capace di mandare eloquenti segnali di turbolenza già nella primavera-estate del 1917. Assai indicativa è in questo senso l’insorgenza di sommosse popolari a Milano e Torino, innescate soprattutto dalla carenza di beni di prima necessità <9. La successiva pace di Brest-Litovsk spinge borghesia e governi alleati ad una reazione antirivoluzionaria, inasprita dal timore – specialmente nell’Italia post Caporetto – che l’esasperazione della popolazione possa in qualche modo suggerire o imporre una pace dannosa per l’Italia <10.
    È in tale contesto che nasce e vede le sue prime applicazioni il reato di disfattismo: da questo momento in poi è sufficiente una frase contro la guerra e la nazione per ricevere – a seconda dei casi – una sanzione amministrativa o un ordine d’arresto. L’effetto coercitivo di questo provvedimento e più in generale della restrizione della libertà di parola e di azione in tempo di guerra, produce una sorta di pace sociale apparente. Con eccezionali misure di sicurezza atte a tutelare l’ordine pubblico, il dissenso viene sfiancato e demandato a iniziative individuali e sporadiche. L’azione repressiva si focalizza così su episodiche manifestazioni di rifiuto, che vedono spesso protagoniste donne, contadini e soldati in licenza <11. La diffusione di canti antipatriottici e di pratiche parareligiose rimandano ad un ritorno dell’occultismo, inteso come risposta ancestrale alla fame e alla disperazione <12.
    Le fonti prodotte dalla Direzione Generale di Pubblica Sicurezza consentono di descrivere la penetrazione in Italia delle spinte rivoluzionarie provenienti dalla Russia. Un cauto atteggiamento storiografico invita ad utilizzare queste carte nella consapevolezza di adottare inevitabilmente lo sguardo, il linguaggio e gli strumenti della polizia. Occorre a tal proposito far tesoro della lezione dello storico inglese Richard Cobb, che in una magistrale ricostruzione della partecipazione popolare alla Rivoluzione francese, propone un utilizzo critico di documenti carichi di pregiudizi e figli di un ben preciso metodo di osservazione e descrizione <13. Le stesse carte, tuttavia, costituiscono un giacimento inestimabile di informazioni sui protagonisti del dissenso e sulla qualità delle loro azioni sovversive.
    È necessaria un ulteriore precisazione: le informazioni contenute in questi documenti provengono sovente da delatori, molti dei quali remunerati dalla polizia in relazione all’importanza delle notizie fornite. Gli stessi enti di spionaggio e controspionaggio italiani – l’Ufficio centrale d’investigazione e il Servizio informazioni dell’esercito – si servivano di confidenti non sempre attendibili. Di qui la necessità di un’analisi critica di fonti delicate, capaci tuttavia di restituire vividamente la psicosi antisocialista e antirivoluzionaria sorta nel paese dopo la rivoluzione di febbraio in Russia.
    [NOTE]
    1 Sulle crescenti misure coattive adottate in Italia per controllare l’ordine pubblico e la forza-lavoro nel settore bellico, valga per tutti il prezioso lavoro di PROCACCI, Giovanna, Dalla rassegnazione alla rivolta. Mentalità e comportamenti popolari nella Grande Guerra, Roma, Bulzoni, 1999.
    2 Per un inquadramento specifico, con particolare riferimento alla teoria giuridica si veda: FUSCO, Alessandra, Le radici del disfattismo politico: profili teorici ed applicativi (1915-1918), in COLAO, Floriana, LACCHÈ, Luigi, STORTI, Claudia (a cura di), Giustizia penale e politica in Italia tra Otto e Novecento. Modelli ed esperienze tra integrazione e conflitto, Milano, Giuffrè, 2015, pp. 459-481. Per gli ambiti applicativi si rimanda a: PROCACCI, Giovanna, La legislazione repressiva e la sua applicazione, in ID., (a cura di), Stato e classe operaia in Italia durante la prima guerra mondiale, Milano, Franco Angeli, 1983, pp. 41-59.
    3 PROCACCI, Giovanna, Dalla rassegnazione alla rivolta. Mentalità e comportamenti popolari nella Grande Guerra, cit., p. 81.
    4 Per un quadro generale: ID., «Le donne e le manifestazioni popolari durante la neutralità e negli anni di guerra (1914-1918)», in DEP. Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile, 31, 2016, pp. 86-121. Per la ricostruzione della partecipazione femminile alla protesta in un’area interregionale rimando al mio: MAMONE, Graziano, Guerra alla Grande Guerra. La galassia dissidente tra Basso Piemonte, Liguria di Ponente e Provenza, Saluzzo, Fusta, 2016. Per la partecipazione femminile all’assistenza pubblica cfr. MOLINARI, Augusta, «Donne sospese tra pace e guerra. La mobilitazione femminile come pratica di assistenza», in Genesis. Rivista della Società delle storiche italiane, 1, 15/2016, Roma, pp. 61-85.
    5 Sulla percezione della diplomazia italiana rispetto alle rivoluzioni in Russia si veda PETRACCHI, Giorgio, Diplomazia di guerra e rivoluzione. Italia e Russia dall’ottobre 1916 al maggio 1917, Bologna, Il Mulino, 1974. Per le ricadute delle rivoluzioni russe sulle relazioni tra Roma e Mosca si veda il recente lavoro di DUNDOVICH, Elena, Bandiera rossa trionferà? L’Italia, la Rivoluzione di Ottobre e i rapporti con Mosca. 1917-1927, Milano, Franco Angeli, 2017. Una sagace ricostruzione dell’atteggiamento delle autorità italiane rispetto al pericolo bolscevico è in LOMELLINI, Valentine, La “grande paura” rossa. L’Italia delle spie bolsceviche (1917-1922), Milano, Franco Angeli, 2015.
    6 Valga a tal proposito la descrizione dell’entusiasmo parlamentare nella seduta del 16 marzo 1917. Cfr. Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, XXIV Legislatura, Discussioni, 16 marzo 1917, p. 13055, cit. in CARETTI, Stefano, La Rivoluzione russa e il socialismo italiano (1917-1921), Pisa, Nistri-Lischi Editore, 1974, p. 26n.
    7 Per un quadro aggiornato: SCIBILIA, Corrado, Tra nazione e lotta di classe. I repubblicani e la rivoluzione russa, Annali della Fondazione Ugo La Malfa – Quaderni, Roma, Gangemi Editore, 2012.
    8 Per l’impatto dei rivoluzionari russi sul Partito socialista italiano e non solo si veda VENTURI, Antonello, Rivoluzionari russi in Italia. 1917-1921, Roma-Bari, Feltrinelli, 1979.
    9 Cfr. DE FELICE, Renzo, «Ordine pubblico e orientamento delle masse popolari italiane nella prima metà del 1917», in Rivista storica del socialismo, 20, 1963, pp. 467-504. Sul mondo operaio protagonista di quella protesta: CAMARDA, Alessandro, PELI, Santo, (a cura di), L’altro esercito. La classe operaia durante la prima guerra mondiale, introduzione di Mario Isnenghi, Milano, Feltrinelli, 1980. Sui fatti di Torino: MONTICONE, Alberto, «Il socialismo torinese e i fatti dell’agosto 1917», in Rassegna storica del Risorgimento, gennaio-marzo 1958, pp. 51-96; SPRIANO, Paolo, Torino Operaia nella Grande Guerra (1914-1918), Torino, Einaudi, 1960, pp. 235-254.
    10 A tal proposito: PETRACCHI, Giorgio, La Russia rivoluzionaria nella politica italiana. 1917/1925, prefazione di Renzo De Felice, Roma-Bari, Laterza, 1982.
    11 Per il dissenso nell’esercito il punto di riferimento è sempre FORCELLA, Enzo, MONTICONE, Alberto, Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Roma-Bari, Laterza, 2014; per gli aspetti psichiatrici si veda: BIANCHI, Bruna, La follia e la fuga. Nevrosi di guerra, diserzioni e disobbedienza nell’esercito italiano (1915-1918), Roma, Bulzoni, 2001; sui nuovi orizzonti mentali dei soldati: GIBELLI, Antonio, L’officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bollati Boringhieri, Torino 1991.
    12 Sui fenomeni di superstizione e ritorno della tradizione magico-apocalittica si veda PROCACCI, Giovanna, Dalla rassegnazione alla rivolta. Mentalità e comportamenti popolari nella Grande Guerra, cit., pp. 340-343.
    13 Cfr. COBB, Richard, Le fonti della storia popolare francese e le loro interpretazioni, in ID., Polizia e popolo. La protesta popolare in Francia (1789-1820), Bologna, Il Mulino, 1970, pp. 15-70.
    Graziano Mamone, «Ombre rosse. La repressione del disfattismo e lo spettro bolscevico in Italia (1917-1919)», Diacronie. Studi di Storia Contemporanea: “Le armi della politica, la politica delle armi”. Ideologie di lotta ed esperienze di guerra, 31, 3/2017, 29/10/2017

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Pensionato di Bordighera (IM)
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