Cenni sull’antifascismo in Africa Orientale

Anche incrociando le fonti italiane con quelle straniere, pochi restano i cenni sia ad un’opposizione al regime da parte di coloni antifascisti, sia ad un possibile trasformarsi dell’opinione popolare, nei suoi momenti più negativi, in un antifascismo di cui non abbiamo che pochi indizi. Uno sguardo a ciò che accadde dopo la caduta dell’Impero, negli anni dell’occupazione britannica, offre qualche spunto ulteriore. Eventuali sentimenti antifascisti, tenuti
nascosti sotto il regime, sarebbero infatti potuti emergere una volta sopraggiunto il crollo di quest’ultimo. In effetti, nelle memorie di una colona leggiamo come dopo l’occupazione inglese «tra i bianchi stava sorgendo il vero bolscevismo. Alla classe operaia non sembrava vero di insorgere contro i signori che vedevano impotenti» <1262. Non sappiamo quanto tale visione si avvicinasse alla realtà. Il medico oculista Francesco Agnello – antifascista che nel 1931 vinse il concorso per primario ma avendo rifiutato di prendere la tessera del partito non poté ricoprire il ruolo – nel suo diario si limitò a registrare alcune piccole liberà riconquistate. Ad esempio l’8 maggio 1941 annotò: “Sembra un paradosso, ma la prigionia ci ha restituita la libertà d’intercettare tutte le stazioni. Prima dell’occupazione, nel delizioso clima fascista, si poteva captare Londra, solo, chiudendosi ermeticamente in casa e riducendo al minimo il
volume della voce. Essere sorpresi in ascolto di voci straniere importava il confino o la galera. Oggi, viceversa, possiamo goderci, senza alcuna preoccupazione, le giornaliere prese per il culo che l’ineffabile col. Stevens fa
all’amatissimo duce” <1263.
Un ufficiale, in una relazione destinata a Roma, dipinse un quadro complessivo della situazione: “Già alla vigilia dell’arrivo degli inglesi, diversi connazionali si sono rivelati con la loro vera mentalità dicendo apertamente e violentemente il loro pensiero specie nei riguardi del Regime. Di questi i più si limitarono a parlare, altri passarono agli atteggiamenti pratici accostandosi alle autorità nemiche e spesso servendole”.
La principale tra le organizzazioni antifasciste che si costituirono dopo l’occupazione e collaborarono con i britannici fu “Italia Libera”, la cui nascita venne attribuita dalla fonte ad un movimento sorto tra gli operai della falegnameria Ugazzi di Addis Abeba, aggiungendo che gli inglesi diedero loro inizialmente credito, per poi rendersi conto di aver a che fare con “la feccia morale dell’Impero […] Gente che si era schierata sotto una insegna per accaparrarsi sopratutto benessere materiale, ottenere dal nemico prebende, appalti, in molti casi per sfuggire a pendenze economiche, giuridiche o penali, ed ancora per bassi livori, per invidia, per vendette personali magari verso un funzionario che li aveva maltrattati o perseguiti a termini di legge” <1264.
Monsignor Ossola utilizzò parole ancora più dure, scrivendo nelle sue memorie che i componenti di “Italia Libera” erano «il peggiore elemento che sia mai esistito sotto il cielo: gente amorfa, immorale, disonesta, spavalda e vile nello stesso tempo, che non ha mai fatto altro che sfruttare la patria» <1265
La pessima opinione potrebbe certamente essere stata influenzata da un giudizio politico, tuttavia più che l’antifascismo in sé ad alimentare la pessima fama di “Italia Libera” fu il collaborazionismo con il nemico e le modalità attraverso cui ciò avvenne, in molti casi attraverso la delazione. L’Intelligence Service britannico si servì infatti di loro per raccogliere denunce a danno di altri italiani, e questo rese la loro attività particolarmente odiosa sia in Eritrea sia nell’ex Impero <1266.
Un carabiniere ad esempio li divideva in «presunti idealisti» e «spioni volgari i quali, senza una idealità propria ma al solo fine di lucro, correvano alla caccia dei militari fuggiti dai campi di concentramento che facevano arrestare, alcune volte dirigendo e presenziando l’arresto, nei loro nascondigli», incassando la taglia messa dai britannici, specie sugli ufficiali <1267.
Lo stesso antifascista Agnello deplorò tale comportamento, annotando sul proprio diario: «I nazionali continuano a dar prova di alto… patriottismo ad edificazione degli Inglesi. È accertato che tutte le perquisizioni praticate dall’autorità inglese in casa di Italiani, sono tutte frutto di denunzie anonime lanciate dai… fratelli»; l’elemento interessante è che, acutamente, Agnello attribuiva tale stato di cose non alla lotta politica ma all’eredità del fascismo: «In questo abbrutimento ed in questo pervertimento del sentimento nazionale non v’ha chi non veda i frutti dell’educazione ventennale del fascismo che ha fatto di ogni italiano un delatore» <1268. In effetti, nell’Italia di Mussolini abbondavano le denunce anonime, sia come arma per demolire gli avversari nelle lotte interne al partito – solitamente basandosi su accuse di incapacità condite da riferimenti alla vita sessuale, all’immoralità, alla disonestà e al perseguimento di interessi privati in atti di ufficio <1269 – sia come modo, incentivato dal regime stesso, per identificare e colpire gli antifascisti <1270. In un paese di informatori, spie e delatori, è comprensibile che la denuncia anonima fosse entrata a far parte dell’humus da cui gli italiani provenivano, e non stupisce quindi che sia stata esportata anche nell’Impero, a tal punto da essere scoraggiata dalle stesse autorità fasciste. Nel 1937 il segretario federale di Harar, Poggio, in un trafiletto intitolato “brutte abitudini” scrisse sul giornale locale che «quotidianamente pervengono a questa Federazione lettere anonime contro l’uno o contro l’altro individuo» informando «tutti coloro i quali avessero in animo di continuare in tale sistema, che non mi insudicerò neppure a leggere simile corrispondenza» <1271. Nel numero successivo tornò sull’argomento il caporedattore Santagata, che in un lungo editoriale dal titolo “Maldicenza” definì il fenomeno una «malattia tipicamente coloniale» <1272, una malattia evidentemente sopravvissuta al fascismo stesso.
Oltre alla delazione, alcuni antifascisti prestarono attivamente la propria opera al servizio dei britannici. Ad esempio Antonio Gallo, che fu catturato dagli italiani il 15 ottobre 1942 nei pressi di Catania dopo essere sbarcato da un sommergibile inglese: da uno stralcio del suo interrogatorio sappiamo che fu ingaggiato dall’Intelligence Service ad Addis Abeba ed inviato in Eritrea insieme ad altri 8 italiani <1273, parte dei quali venne raggiunta a Massaua da altri collaborazionisti, quasi tutti disertori ingaggiati ad Asmara; il gruppo si imbarcò per il Cairo dove ricevette carte d’identità intestate a cittadini maltesi e, dopo un’ulteriore scrematura, venne diviso in sabotatori e radiotelegrafisti e partì per Caifa, dove trovò altri italiani dell’AOI <1274, ed altri ne giunsero in seguito. A Caifa seguirono tre mesi di scuola di sabotaggio, poi tornarono al Cairo, dove i migliori furono selezionati e ripartirono per Caifa per perfezionarsi ulteriormente – Gallo come radiotelegrafista –, addestrati da graduati inglesi, insieme a reclute di altre nazionalità <1275; al termine del corso alcuni furono mandati al Cairo per un corso paracadutisti, altri rimasero a Caifa. Gallo fu chiamato al Cairo per essere inviato in Sicilia, dove fu catturato insieme a Emilio Zappalà, anche lui di “Italia Libera”, inviato dagli inglesi per segnalare località costiere idonee allo sbarco di siciliani residenti negli USA ed addestrati da ufficiali britannici per «compiere atti terroristici in Sicilia e sovvertire l’ordine politico», appoggiati in questo da «elementi già appartenenti alla “mafia”» che lo stesso Zappalà avrebbe dovuto assoldare <1276.
Come sull’antifascismo, così anche sul persistere del fascismo le relazioni dirette a Roma furono molto probabilmente viziate dal pregiudizio politico e/o redatte con lo scopo di mostrare un (ex)Impero saldamente e totalmente fedele al regime. Ad esempio un funzionario del Ministero dell’Africa Italiana riferì che alla notizia via radio della morte di Bruno Mussolini ci fu tra i coloni «una ondata di profondo dolore e di viva emozione» e si organizzò una colletta per la messa in suffragio ed una distribuzione di sussidi ai bisognosi, mentre la figura del Duce veniva evocata «da tutti con accenti del più rispettoso affetto»; inoltre, ogni volta che un gruppo di italiani passava dal campo di concentramento britannico di Gimma diretto verso Dire Daua o Harar, lo faceva «sventolando bandiere italiane, cantando inni fascisti e gridando potenti e prolungati saluti all’indirizzo del Duce», tanto che «Ogni partenza si trasformava in una grande manifestazione di fede fascista» . Come appare evidente in questo rapporto, oltre al <1277 pregiudizio della fonte un altro aspetto problematico nel giudicare la eventuale saldezza della fede fascista era il complesso legame che si venne a creare tra fascismo e patriottismo. L’Impero venne occupato, dopo circa un anno di guerra, da truppe nemiche, e per gli italiani che ne subirono l’occupazione il ricorrere ad alcuni degli elementi esteriori del fascismo – le canzoni, l’immagine del duce – era l’unico modo che conoscevano per esternare la loro “italianità”. Quando, durante un duro interrogatorio agli impiegati della Banca d’Italia per farsi dire il nascondiglio di uno di loro – colpevole della detenzione di un apparecchio radio trasmittente – i britannici gridarono «questo è un vero covo di fascisti», per uno dei presenti, che riferì l’episodio, «questo che per loro voleva suonare come un insulto per noi fu il
più alto riconoscimento di fede italiana da parte di un nemico» <1278. Gli antifascisti erano per questo definiti generalmente “antitaliani”, ed alcuni coloni reagirono all’emergere di “Italia Libera” tenendoli sotto osservazione e raccogliendo documentazione e nominativi per future rappresaglie, come fecero il capitano dei carabinieri Luigi Beato <1279, il colonnello Ruggeri ed il tenente Liborio Salvini <1280.
In alcuni casi, le differenze politiche portarono a episodi, piuttosto sporadici, di violenza. Ad esempio quanto il 1° agosto 1941 uscì il primo numero del “Gazzettino”, pubblicazione trisettimanale antifascista voluta dal capitano Waterfield e gestita da italiani antifascisti, «i venditori vennero aggrediti e bastonati di santa ragione: persino qualcuno dei redattori subì la stessa sorte e finì malconcio all’ospedale» <1281. Sembra che il giornale incontrasse tanta opposizione all’interno della società italiana che il suo stesso direttore Strina – «rinnegato italiano […] arruolatosi come ufficiale nell’esercito britannico» – finì in ospedale <1282. Allo stesso modo, sembra che di membri di
“Italia Libera” ne fossero stati «uccisi parecchi ed in modo diverso e sempre ignominioso: ne furono bastonati assai, uomini e donne: ma non furono né rimpianti, né commiserati né dagli Inglesi, né dai connazionali» <1283. Tra questi quello che alcune fonti indicavano come uno dei capi, il capitano Molfetta – ex seniore della MVSN – che per essere stato il probabile autore di una delazione che ha portò alla retata e conseguente arresto di ufficiali che vivevano clandestinamente in famiglia, pare sia stato pugnalato e che l’attentato sia stato rivendicato con un biglietto con su scritto «per mano italiana» <1284.
[…] In conclusione <1285 sembra che, nonostante l’emergere durante l’occupazione britannica di una piccola frangia di coloni che – per motivazioni a volte politiche, a volte per interesse o semplicemente per stare parte del vincitore – professandosi antifascista collaborò attivamente con i britannici a danno dei connazionali, non si possa parlare nell’ex Impero di “antifascismo” che, se ci fosse stato, si sarebbe certamente ben palesato dopo la sconfitta delle armi italiane. Allo stesso modo, anche alla luce di un’opinione popolare che negli anni dell’Impero fu spesso piuttosto critica nei confronti dell’operato sia del Pnf sia dell’Amministrazione, più che di “consenso” tout court si dovrebbe parlare, non diversamente dalla Madrepatria, di un ondivago complesso di sentimenti strettamente dipendenti dalla qualità della vita ed inquadrati in una generale fedeltà a Mussolini più che al partito <1286.
[NOTE]
1262 ADN, Danusso Emma (MG/97), Matricola C. 47148 , memorie scritte nel 1942 dalla moglie trentatreenne di un ingegnere impiegato in Etiopia, p. 50.
1263 Ivi, Agnello Francesco (DG/98), Diario di prigionia, diario tenuto dal 2-5-1941 al 21-5-1945 da un medico oculista che lavorava presso l’ospedale di Addis Abeba, p. 4.
1264 ASDMAE, ASMAI, Gabinetto, Archivio Segreto, b. 318, Note sugli avvenimenti in Etiopia, relazione dattiloscritta del ten. col. B. V. Vecchi, Roma luglio 1942.
1265 APCT, 13.5, 4, memoria manoscritta di 350 pagine redatta nel 1942 da mons. Ossola, Vicario Apostolico del Harar, pp. 255-6.
1266 Sulla situazione politica nella coeva Eritrea si possono trovare notizie in alcuni studi recenti, tra cui mi permetto di segnalare Ertola E., La comunità italiana d’Eritrea nel dopoguerra. Economia e società fra continuità e mutamento, “I sentieri della ricerca” 16, (2013), pp. 193-227; cfr. Lucchetti N., Italiani d’Eritrea 1941-1951, una storia politica, Aracne, Roma 2012; Guazzini F., De-fascistizzare l’Eritrea e il vissuto dei vinti, 1941-1945, in Carcangiu, Negash, Op. cit.
1267 ASDMAE, MAI, Affari Politici, b. 24, f. 18, Brevi note delle ore di vita vissuta in Addis Abeba dopo l’occupazione e nei successivi campi di evacuazione, il maggiore dei carabinieri Carlo Bolla a Caroselli, a bordo del “Vulcania” 11 agosto 1943.
1268 ADN, Agnello Francesco (DG/98), Diario di prigionia, diario tenuto dal 2-5-1941 al 21-5-1945 da un medico oculista che lavorava presso l’ospedale di Addis Abeba, p. 13.
1269 Corner, The Fascist Party and Popular Opinion in Mussolini’s Italy, cit., pp. 145-58
1270 Franzinelli, Delatori, cit.
1271 “Corriere Hararino”, 15 maggio 1937.
1272 Ivi, 22 maggio 1937.
1273 Zanetti, impiegato presso la CITAO; Benfenati, di Massaua; Oreste, gestore di una rosticceria ad Addis Abeba; Caputto, gestore di una drogheria ad Addis Abeba; Cesarò, impiegato ad Asmara; Gui, disertore; Innocenti, autista ad Addis Abeba; Di Falco, impiegato al Banco di Roma di Addis Abeba.
1274 Un sarto, un fornaio, un impiegato Agip, due disertori.
1275 Greci, polacchi, austriaci, olandesi, cecoslovacchi, rumeni, iracheni, francesi e «alcuni triestini che passavano per slavi».
1276 ASDMAE, ASMAI, b. 180/46, f. 163, copia dell’interrogatorio di Antonio Gallo, s.d.; Ivi, copia dell’interrogatorio di Emilio Zappalà, Ufficio Militare a Gabinetto del Ministro dell’Africa Italiana, Roma 16 novembre 1942. In seguito ai nomi fatti da Gallo il Comando Generale PAI effettuò indagini per identificare le altre spie; tra questi: Arnaldo Parri, (nato a Firenze nel 1901), già condannato in Italia per «furto, truffa, porto di rivoltella e maltrattamento di animali», arrestato nel 1939 in Eritrea con l’accusa di «ubriachezza, violazione di domicilio, atti di libidine violenti e lesioni personali in danno di 11 prostitute indigene»; Claudio Zanetti (Carino Veronese 1886) ex maresciallo dei carabinieri ed impiegato Citao di Gimma, risultava essere «figura moralmente equivoca»; Dario Colombo (Milano 1909), congedato dal servizio militare e rimasto in AOI, «pregiudicato per falso in passaporti, furto, contrabbando, falso in cambiali ed emissione di assegni a vuoto»; Egidio Splendori (Roma 1907), identificato da Gallo come «musicante della Polizia A.I. in Addis Abeba», risultava essere «elemento insofferente alla disciplina per cui erano in corso pratiche per il suo licenziamento dal Corpo»; Michele Capra (Caltanissetta 1918), militare di Sanità di Addis Abeba. Ivi, Agenti di spionaggio e sabotaggio al servizio degli inglesi, Comando Generale PAI a Comando Supremo – SIM e Ministero dell’Interno, Roma 12 dicembre 1942.
1277 Ivi, MAI, Affari Politici, b. 24, f. 15, Relazione sul periodo trascorso in AOI dal funzionario Antonio Capobianco al capo Gabinetto del Ministro A.I. Meregazzi, Roma 22 marzo 1943.
1278 ASBI, Banca d’Italia, Sconti, pratt., n. 1858, f. 4, Notizie relative alle misure adottate dalla filiale di Addis Abeba e delle altre in previsione dell’occupazione nemica, relazione firmata da Arturo Lombardi.
1279 Ex capo del Servizio Informazioni dell’Aeronautica ed ora operaio CONIEL ad Addis Abeba.
1280 Questi avrebbero costituito nella capitale un comitato segreto con lo scopo di raccogliere documentazione sull’attività dei collaborazionisti. ASDMAE, ASMAI, Gabinetto, Archivio Segreto, b. 318, Note sugli avvenimenti in Etiopia, relazione dattiloscritta del ten. col. B. V. Vecchi, Roma luglio 1942.
1281 Ivi, ASMAI, b. 180/46, f. 165, il “Gazzettino” di Addis Abeba, informative non firmate, elenchi di dipendenti italiani e ritagli di articoli.
1282 Ivi, ASMAI/IV, Fondo Caroselli, b. 82, Note sui rimpatriandi, parte della relazione del regio commissario Garroni al MAI, a bordo del “Vulcania” il 30 giugno 1942.
1283 APCT, 13.5, 4, memoria manoscritta di 350 pagine redatta nel 1942 da mons. Ossola, Vicario Apostolico del Harar, p. 256.
1284 ADN, Agnello Francesco (DG/98), Diario di prigionia, diario tenuto dal 2-5-1941 al 21-5-1945 da un medico oculista che lavorava presso l’ospedale di Addis Abeba, p. 14.
1285 TNA, WO 230/36, Preliminary Report on Present Position regarding Fascists and Anti-Fascists in Ethiopia, Spranger to Col. Thornhill, most secret, 27/6/41.
1286 Cfr. Corner, The Fascist Party and Popular Opinion in Mussolini’s Italy, cit.
Emanuele Ertola, L’Impero immaginario. I coloni italiani in Etiopia, 1936-1941, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Firenze, 2014

Accanto alla politica ricordata nelle pagine precedenti, i britannici seguirono la linea della fermezza relativamente allo smantellamento dell‟apparato fascista, internando gli elementi più pericolosi, i fascisti irriducibili, e sciogliendo il partito mussoliniano. L‟avvento del governo d‟occupazione e la conseguente fine “formale” del sistema di potere fascista favorirono la formazione di un movimento antifascista150. A quanto ci è dato sapere dalle fonti documentarie, molto scarse soprattutto per il primo periodo di occupazione, nell‟ottobre 1941 era attiva in Asmara una sezione di Italia Libera, sotto la presidenza dall‟avvocato Domenico Isgrò. Nata con il preciso scopo di svolgere “propaganda antifascista per una pace separata”151, raggruppava circa 600 connazionali suddivisi in due battaglioni, uno dei quali intitolato a Giacomo Matteotti, e si valeva del “Corriere d‟Italia” stampato al Cairo come giornale di riferimento. Il gruppo riceveva un qualche appoggio, occulto, dall‟Amministrazione britannica tanto che un ufficiale inglese aveva partecipato alla riunione fondativa152.
Su impulso di alcuni avvocati asmarini, tra cui Giuseppe Latilla (che avrebbe pagato con la vita la sua posizione di primo piano nel panorama antifascista asmarino), Giorgio Taranto, Alberto Cottino e lo stesso Isgrò, nell‟aprile 1942153 venne poi costituita l‟Unione Nazionale Antifascista (UNA), quasi un duplicato della precedente associazione, probabilmente una sua evoluzione, che aveva l‟esplicito proposito “di svolgere azione di propaganda e di demolizione contro il Regime Fascista italiano, in tutte le sue manifestazioni specialmente locali”154. Aperta a tutti gli italiani (e stranieri) che professassero principi antifascisti, l‟UNA richiedeva il pagamento di 100 lire come quota di iscrizione e di 24 lire come contributo mensile. Fulcro dell‟Unione era l‟assemblea ordinaria dei soci riunita almeno una volta al mese cui partecipavano tutti gli iscritti in regola con le contribuzioni, affiancata da un comitato direttivo di nove membri, diviso in tre sottocomitati destinati alla cura della propaganda, all‟amministrazione ed agli affari generali. Altri organi dell‟UNA erano il consiglio dei probiviri ed il collegio dei revisori.
È molto problematico valutare la sincerità di siffatte impostazioni antifasciste, non solo in ragione della già citata scarsezza di fonti, ma anche per la memoria davvero negativa che di quelle stesse esperienze è rimasta. Nelle parole dell‟Associazione fascista clandestina Figli d‟Italia, attiva dal settembre 1941, veniva denunciato il crollo morale registratosi tra la popolazione italiana subito dopo l‟avvento dell‟occupazione nemica:
“Nei giorni che seguono l‟occupazione vediamo uomini che, per tema del campo di concentramento, si fanno umili servitori del nemico; donne che si prostituiscono con raccapricciante sfrontatezza, commercianti ed industriali che, anziché venire incontro a quella parte di Italiani colpiti finanziariamente, praticano prezzi assolutamente iperbolici, oppure corrispondono paghe minime al di sotto di gran lungo del necessario per vivere […].Vi sono ancora elementi più abbietti, e precisamente coloro che si sono auto-nominati: Italiani Liberi cioè: antifascisti denigratori del Governo Italiano. Miserabili esseri viventi che per palesare le proprie idee hanno avuto bisogno del paravento nemico, poiché in circostanze pacifiche nessuno mai di questi pusillanimi ha avuto il coraggio di esporre le proprie idee” <155.
Sulla stessa linea si pone Giuseppe Puglisi, attento osservatore degli eventi eritrei, là dove nota che “la propaganda britannica e lo sbandamento morale avevano fatto uscire dall‟ombra italiani che minavano la compattezza collettiva; tra essi c‟era la schiuma dei relitti umani, individui che vendevano i fratelli per 20 sterline al mese, girella che si erano serviti fino allora del fascismo e ora si rifacevano una verginità, avanzi delle prigioni, in una parola tornacontisti […]. Da quell‟accozzaglia, che la massa popolare biasimava, sorse la cosiddetta „UNA‟” <156.
Non propriamente positivo è poi il giudizio espresso sull‟antifascismo “africano” da Teobaldo Filesi, già funzionario coloniale in Etiopia, il quale indica nell‟“assistenza” agli occupanti e nella “purga antifascista” le funzioni fondamentali esplicate in terra d‟Africa dalla “Libera Italia” e dalle organizzazioni affini, precisando come queste stesse attività crearono “fratture e situazioni incresciose in seno alla vasta massa degli Italiani che finì per trovarsi divisa anche nell‟avvilimento e nel dolore dei campi di prigionia”157. Tale “frattura” viene ricordata anche dal citato Lord Rennell of Rodd che sottolinea come l‟adesione ai valori dell‟antifascismo nel momento in cui l‟Italia stava ancora combattendo in altri teatri di guerra fosse considerata un‟azione “non patriottica”158. La valutazione probabilmente più calzante la dobbiamo ad Angelo Del Boca che, rispetto all‟antifascismo “coloniale”, scrive: “Anche se favorito dagli inglesi, la sua crescita è però lenta, stentata, e non coinvolge che una trascurabile minoranza, poiché le condizioni in cui vive la comunità italiana, la sua composizione sociale, la sua stessa tradizione, non favoriscono certo una libera scelta e tantomeno un sereno dibattito politico”159.
Tutti questi giudizi a nostro avviso, al di là della distorsione operata su taluni dalla contrapposta ideologia, mettono in evidenza una serie di limiti del fenomeno antifascista “eritreo” nel suo complesso. È un movimento che nasce all‟indomani di una conquista bellica, che si sviluppa in un ambiente, la società coloniale, tutt‟altro che democratico. Tale ambiente appariva di contro rigidamente diviso al suo interno, elitario, tendenzialmente razzista, immune, nei decenni precedenti, dall‟influenza del fuoriuscitismo <160, e viceversa intriso di principi di conquista, dominio, e in definitiva anche di un certo grado di opportunismo, una qualità essenziale per sfruttare le relativamente poche occasioni offerte dai poveri possedimenti oltremare italiani.
Ciò detto, è parimenti documentato che una qualche forma di “dissidenza”, pur in assenza di uno studio completo sull‟antifascismo in Eritrea tra anni Venti e Trenta, fosse stata registrata anche durante gli anni precedenti la venuta dei britannici, successivamente alla conquista dell‟Etiopia. Come evidenziato dal citato Teobaldo Filesi, infatti,
“è evidente che in mezzo a centinaia di migliaia di Italiani presenti fra il 1936 e il 1941 in quella parte dell‟Africa non dovessero essere rari i dissidenti o addirittura i simpatizzanti o i militanti comunisti. Per quanto durante e dopo la conquista fossero state emanate precise norme ed adottate rigide misure per impedire il trasferimento in Colonia di persone sospette o schedate dalla Polizia, è da ritenere che più d‟un sovversivo riuscì a passare tra le maglie, a raggiungere l‟Africa orientale e spesso a stabilirvisi” <161.
Filesi continua precisando che molto probabilmente si trattò di una dissidenza celata e circospetta, lontana da atti eclatanti, consona, per così dire, al contesto in cui si inseriva, controllato dagli apparati del regime, e pronta a manifestarsi apertamente nel caso di una positiva evoluzione della situazione, come avvenuto con la vittoria britannica in Africa Orientale. A sostegno della sua tesi, egli riporta, a titolo di possibile modello, uno stralcio di un rapporto del Governo dell‟Eritrea che descrive il caso di un connazionale che “non prende mai parte a manifestazioni di carattere patriottico e di simpatia verso il Fascismo. Dimostrasi ora disinteressato in politica, per quanto debba ritenersi che tale atteggiamento sia da attribuire a motivi di opportunità e che, presentandosi occasione favorevole, egli non esiterebbe ad operare pel trionfo del socialismo” <162. Due nominativi in particolare paiono corrispondere al profilo di “antifascisti silenziosi” delineato da Filesi: Camillo Belli e Umberto Redi.
Camillo Belli, bresciano, radiato dall‟esercito perché militante del Partito comunista ed acceso propagandista, dopo essere stato trovato in possesso di materiale a stampa a carattere antifascista, era stato “ammonito” nel 1926163. Non senza difficoltà <164, in ragione del suo passato di oppositore al regime, aveva ottenuto il nulla osta per recarsi in Africa Orientale nel 1937, per coronare l‟attività di collaborazione con vari istituti deputati allo studio della coltivazione del baco da seta. Presente in AOI nel 1939165, nell‟estate del 1940, risultava prestare servizio presso l‟ufficio agrario del Governo dello Scioa quale esperto dell‟Ente nazionale serico, segnalandosi, al contempo, per non aver “dato luogo a rilievi con la sua condotta politica e morale”166. Sotto occupazione britannica troviamo Belli, questa volta socialista, esponente di spicco del movimento antifascista asmarino e redattore responsabile del settimanale di riferimento dell‟UNA, “Il Carroccio”. Nell‟ottobre 1944 egli ebbe modo di tenere una conferenza nella quale manifestò la sua più ferma opposizione al fascismo dando anche conto, in certa misura, della sua opera di tecnico di regime. Dal puntuale riassunto dell‟avvenimento a cura del foglio del governo d‟occupazione, apprendiamo che Belli esordì contestando la prassi tipicamente fascista di costringere i tecnici “a conclusioni in contrasto con i risultati delle loro esperienze o con le nozioni già acquisite dalla tecnica”167. Nel caso delle fibre tessili, campo a lui più congeniale, il regime, contro il parere dei tecnici, aveva in particolare autorizzato “delle vere e proprie frodi in commercio pur di aiutare l‟industria delle fibre tessili artificiali che più delle altre ha approfittato dell‟incompetenza e della disonestà dei gerarchi del fascismo” <168. Questa politica, unita ad altre scellerate azioni, aveva minato nel profondo l‟economia italiana, costretta a perdere “milioni e milioni” prima di subire un colpo mortale ad opera della guerra mondiale che proprio il regime aveva voluto. Per riprendersi dalle ferite della guerra, Belli indicava negli stessi tecnici la risorsa fondamentale per modificare in positivo la realtà, augurandosi che potessero assumere una fattiva ed indipendente funzione tra gli uomini: “I tecnici dovranno essere […] i creatori e il sostegno del mondo democratico di domani: i tecnici di tutto il mondo, fra loro cooperanti, sapranno impostare la ricostruzione in modo che l‟umanità di domani sia di gran lunga migliore e consenta a quanti lavorano, il giusto compenso delle loro fatiche” <169.
Sostanzialmente simile al suo caso fu quello di Redi. Fiorentino, diffidato nel 1926 perché professante idee repubblicane <170, era giunto in Eritrea nel 1937; impiegato ad Asmara della Società T.A.M. <171, essendosi dimostrato “di sentimenti favorevoli al Regime” <172, alla fine del 1940 era stato radiato dal novero dei sovversivi <173. Sotto occupazione britannica, come vedremo meglio in seguito, egli assunse la guida del locale gruppo Repubblicano (di cui fu anche direttore del periodico di riferimento) e del Comitato di Liberazione Nazionale “eritreo”.
Se Belli e Redi avevano assunto una qualche “organicità” al regime, Carlo Spinelli, in Eritrea dall‟estate 1937 come procuratore della ditta SANCAI (Società Anonima Nazionale Carboni Africa Italiana), si era distinto al contrario per non aver smesso di manifestare “sentimenti socialisti”174, senza però aver dato luogo a particolari “rimarchi in linea politica”175. Domiciliato nella zona di Ghezzabanda, affiliato a Italia Libera, leader dell‟UNA dalla fine del 1942176 al principio del 1944, era padre di otto figli, tra cui spiccavano Veniero, fuoruscito in Francia, Cerilo, schedato perché comunista, e il ben più famoso Altiero, relegato a Ponza177. Un altro socialista, Carlo Ignesti, impresario, in colonia dal 1914, si era invece messo in evidenza per una qualche “opposizione” all‟amministrazione coloniale italiana convivendo, “illegalmente”, “con una meticcia riconosciuta”178.
Di certo la venuta inglese rappresentò per molti antifascisti inoperosi il momento in cui uscire dall‟ombra e rivelare un‟opposizione a lungo repressa. Il caso più eclatante in tal senso fu probabilmente quello che vide per protagonista certo Florindo Boero di Torino, il quale, dinnanzi a truppe d‟occupazione, “dopo aver gettato a terra il ritratto del Duce”, lo calpestò “proferendo insulti”179. Proprio per insulti contro Mussolini era stato in precedenza arrestato Rosario Dato, detto “il gobbo”, per il quale l‟arrivo delle truppe britanniche significò al contrario l‟uscita dal carcere <180.
L‟analisi di un elenco181 (sia pure parziale e stilato dal regime) di aderenti al movimento antifascista Italia Libera/UNA rivela – a fine 1942 – la presenza di militanti appartenenti perlopiù a classi sociali medio alte: farmacisti, industriali, ingegneri, affaristi, commendatori, esercenti. Colpisce al contempo la presenza di personalità stabilmente inserite negli apparati del regime che non esitarono a passare dalla parte del “nemico”: certo Valle, seniore della Milizia, fu dirigente fondatore di Italia Libera, al pari del ragionier Fusco, “funzionario della Migrazione e Colonizzazione”, poi trasformatosi in inventore del “saluto col pugno a braccio teso”182; seguivano l‟ex vice federale di Reggio Calabria, Sulfaro, “acerrimo nemico del Regime e del Duce” e “auspicante vittoria inglese” <183, l‟avv. Imbellone ed il ragionier Mario Rota, rispettivamente gerarca e squadrista; quindi Angelo Barbieri, “vicesegretario di Asmara” fino all‟ottobre 1940 e fondatore di Italia Libera (dato il luogo di nascita, Spoleto, egli parrebbe l‟omonimo componente della redazione del quotidiano del governo d‟occupazione)184. Antifascisti erano anche il maresciallo del Genio Leone, che “al forte Baldissera faceva mettere nel pozzo i prigionieri italiani che salutavano male” <185, il generale della riserva Guglielmo Cossio, topografo186, tra i fondatori di Italia Libera187, ed il ragioniere Emanuele Visicale, impiegato di governo <188. Sia pure non legati direttamente al movimento antifascista, ma in precedenza ugualmente inquadrati nel regime e nelle forze armate, ed ora viceversa “collaboratori” degli inglesi, erano altresì l‟avv. Ungaro, già federale amministrativo, che svolgeva insieme alla consorte le funzioni di interprete per i britannici, e l‟ex maggiore dei bersaglieri Comina, già comandante di battaglione coloniale, additato come una “spia” al soldo del nemico <189.
[NOTE]
150 Questo si verificò anche in Etiopia e Somalia, cfr. A. DEL BOCA, Gli italiani in Africa Orientale. La caduta dell‟impero, Roma – Bari, Laterza, 1982, pp. 547 – 548.
151 ASMAI, ASG, b. 269, f. 242, Esteri a Comando supremo, telespresso n. 23756, 28 ottobre 1941, p. 20 della relazione allegata, e F. GUAZZINI, De – fascistizzare l‟Eritrea e il vissuto dei vinti. 1941 – 1945, in B. M. Carcangiu, Tekeste Negash (a cura di), L‟Africa Orientale Italiana nel dibattito storico contemporaneo, Roma, Carocci, 2007, pp. 69 – 70.
152 L‟interesse britannico circa la costituzione di un Free Italy Movement in Eritrea trova conferma in un documento del marzo 1941, ove si indicava, tra le condizioni favorevoli per l‟impianto di una colonia di “Liberi Italiani”, il fatto che il territorio eritreo fosse al riparo dalle azioni dei bombardieri tedeschi, cfr. TNA, Cabinet 120/591, The Formation of a Free Italian Movement in the Italian Colonies, 3 marzo 1941.
153 Cfr. ASMAI, DGAP, Elenco III, cart. 65, f. 97, s.f. Situazione in Eritrea 1944 – 1945, Stralcio da “L‟Italia del popolo” del 25 maggio 1944.
154 ASMAI, Ministero, pos. 180/46, f.166, Unione Nazionale Antifascista. Statuto.
155 Ivi, Come nacque l‟Associazione “Figli d‟Italia”, dattiloscritto senza data.
156 G. PUGLISI, L‟Impero clandestino. Per quattro anni la legge italiana tenne in iscacco gli inglesi, “Candido”, 19 agosto 1956.
157 T. FILESI, Comunismo e Nazionalismo in Africa, Roma, Istituto Italiano per l‟Africa, 1958, p. 171.
158 LORD RENNELL OF RODD, op. cit., p. 142.
159 A. DEL BOCA, Gli italiani in Africa Orientale. La caduta…, cit., p. 547.
160 L. GOGLIA, Introduzione, in ID., F. GRASSI, Il colonialismo italiano da Adua all‟Impero, Roma – Bari, Laterza, 1993, pp. 223 – 224. Goglia ricorda i problemi di strategia e di organizzazione politica che dovette affrontare il movimento antifascista “nazionale”, segnalando come fosse per il movimento impossibile “agire nei territori coloniali”. Richiamando il fatto che tra le fila dell‟antifascismo la questione coloniale fosse alquanto minoritaria e pressoché sconosciuta, l‟autore ricorda tuttavia che in taluni frangenti il fronte antifascista riservò una certa attenzione al tema, come ad esempio in occasione della morte di Omar el Mukthar, allorché sull‟“Avanti” di Parigi comparve un articolo sulla vicenda. Al contempo Goglia rammenta l‟azione di propaganda svolta dai comunisti italiani tra la comunità di connazionali in Egitto e la missione in Etiopia di Ilio Barontini, “l‟azione più concreta mai tentata dagli anticolonialisti italiani”, per prendere contatto con la resistenza abissina.
161 T. FILESI, op. cit., p. 170. Tra il 1935 e il 1941 transitarono in Africa Orientale complessivamente 500.000 italiani, cfr. G. C. STELLA, Dizionario biografico degli italiani d‟Africa (Eritrea – Etiopia – Libia – Somalia – Sudan). 1271 – 1990. Parte I a: civili, Fusignano, Biblioteca – Archivio “Africana”, 1998, p. 10, n. 17.
162 T. FILESI, op. cit., p. 170. Il documento in questione, datato 1 settembre 1928, è conservato in ASMAI, Africa Orientale Italiana, pos. 181/56, f. 264, e si riferisce a Pietro Moreno, muratore, in Eritrea dal 1922.
163 Cfr. ACS, Casellario politico centrale (d‟ora in poi CPC), b. 452, f. 75880, Belli Camillo, Solmi, Prefetto di Brescia, a Ministero dell‟Interno, 5 aprile 1932.
164 Cfr. Ivi, le lettere inviate da Camillo Belli e da suo padre, Adriano, a Mussolini, rispettivamente il 15 e 19 gennaio 1937.
166 Ivi, Maraffa a Ministero dell‟Interno, 26 agosto 1940.
167 Un tecnico e il fascismo, “Il Quotidiano eritreo”, 5 ottobre 1944.
168 Ibidem.
169 Ibidem.
170 ACS, CPC, b. 4262, f. 17874, Redi Umberto, Dino Perrone Compagni, Prefetto di Reggio Emilia, a Ministero dell‟Interno, 20 luglio 1928. Redi risiedeva all‟epoca nella città emiliana.
171 Ivi, cfr. Prefettura di Reggio Emilia a Ministero dell‟Interno, 8 novembre 1940.
172 Ibidem.
173 Ivi, Prefettura di Reggio Emilia a Ministero dell‟Interno, 3 dicembre 1940.
165 Cfr. Ivi, Salerno ad Africa Italiana, 19 gennaio 1939.
174 Cfr. ACS, CPC, b. 4914, f. 26752, Spinelli Carlo, Largajolli a Interno, 12 ottobre 1939.
175 Ivi, Largajolli a Interno, 15 ottobre 1940.
176 Cfr. Ivi, Comando Supremo S.I.M. a Interno, 18 febbraio 1943.
177 Cfr. Ivi, la lettera inviata da Spinelli al figlio Altiero il 27 marzo 1938.
178 Cfr. ACS, CPC, b. 2627, f. 57297, Ignesti Carlo, Governo dell‟Eritrea a Interno, 9 marzo 1934.
179 ASMAI, Ministero, pos. 180/46, f. 163, Elenco di italiani esponenti e aderenti all‟Unione Nazionale Antifascista.
180 Cfr. ASMAI, Africa IV, Fondo Francesco Saverio Caroselli (d‟ora in poi FC), p. 82, Nave Duilio (II viaggio). Relazione del R. Commissario al Capo Missione sul II viaggio effettuato dal 21/10/1942 al 16.1.1943 (Genova – Trieste), p. 73.
181 Ivi, pp. 71 – 74.
182 Ivi, p. 71.
183 Ibidem.
184 Ivi, p. 72.
185 Ivi, p. 77.
186 G. PUGLISI, Chi è…, cit., pp. 92 – 93.
187 ASMAI, Africa IV, FC, p. 82, Nave Duilio (II viaggio). Relazione del R. Commissario al Capo Missione sul II viaggio effettuato dal 21/10/1942 al 16.1.1943 (Genova – Trieste), p. 72.
188 Ivi, p. 71.
189 I due casi sono ricordati in ASMAI, ASG, b. 269, f. 242, Esteri a Comando Supremo, telespresso n. 23756, 28 ottobre 1941, p. 13 della relazione allegata.
Nicholas Lucchetti, Gli italiani nell’Eritrea del secondo dopoguerra. 1941-1952, Tesi di Dottorato, Università di Pisa, Anno accademico 2010-2011

Informazioni su adrianomaini

Pensionato di Bordighera (IM)
Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...