Il senso dell’abitare l’esilio

Amelia Rosselli nacque a Parigi nel 1930. Il padre Carlo, teorico del socialismo liberale, animatore con Pietro Nenni della rivista “Quarto Stato” e fondatore del movimento Giustizia e Libertà, nel 1929 si era rifugiato nella capitale francese dopo il confino a Lipari. Combattente in Spagna con i repubblicani, nel 1937 fu brutalmente assassinato assieme al fratello Nello a Bagnoles-de-l’Orne da sicari fascisti. I Rosselli, oltre che perseguitati per motivi politici, lo furono anche per le origini ebraiche. Dopo la morte del padre, infatti, Amelia, lasciata Parigi, con la nonna paterna, con la madre, con i fratelli e con i cugini si rifugiò prima in Inghilterra, poi negli Stati Uniti. Qui la famiglia si stabilì per breve periodo a New York, accolta da Max Ascoli, e successivamente nel villaggio di Larchmont fino alla fine della guerra, quando poté tornare Italia. <1 Rientrata in patria, si trasferì per breve tempo in Inghilterra, tornò poi a Firenze nel 1948 e, dopo la morte della madre, nel 1949, andò a vivere stabilmente a Roma, dove rimase sino alla morte. A Roma lavorò per un periodo come traduttrice dall’inglese per le Edizioni di Comunità e contemporaneamente si dedicò alla scrittura, in particolare di poesia, accompagnando l’impegno letterario agli studi musicali (di violino, pianoforte, teoria musicale e entomusicologia).
Proprio in seguito alla morte della madre, cominciò a manifestare i primi segni del disagio mentale che l’ha accompagnata lungo tutta la sua vita e di cui lei stessa ha lasciato un documento, tanto assurdo quanto lucido, intitolato Storia di una malattia uscito su “Nuovi Argomenti” nel 1977. Convinta di essere controllata dalla Cia, Amelia, che si era iscritta al partito comunista partecipando all’attività politica nella Sezione del centro storico di Roma, nel 1986 decise di recarsi in Urss per chiedere asilo politico a Gorbaciov. Seguono anni in cui la malattia si fa sempre più acuta, tale da condurre la poetessa al suicidio nel febbraio del 2006.
Una premessa intorno alla vita della scrittrice <2 è utile per ribadire anche il valore di testimonianza di una esistenza che dovette assumersi il carico della tragedia della Storia. Ma sono i testi di Amelia Rosselli, la sua poesia, (3) oggi riconosciuta dalla critica italiana e straniera come una delle testimonianze più intense del secondo novecento italiano e non solo, <4 a recare il segno di eventi che non si possono dimenticare.
Amelia è autrice, come si diceva, conosciuta e studiata anche fuori dall’Italia, e uno degli aspetti che l’ha imposta all’attenzione è lo straniamento del trilinguismo caratteristico della sua produzione poetica. Nata a Parigi, vissuta in Inghilterra, negli Stati Uniti e in Italia, scrive in tre lingue – le prime prove in francese e in inglese – e conquista l’identità di poeta con le raccolte Variazioni belliche (1964), Serie ospedaliera (1969), Documento (1976), che, seppure scritte in italiano, non mancano di intervalli stranianti e in lingua straniera. A ciò si aggiunga una ulteriore marca di eccentricità della sua espressione poetica, sulla quale si è soffermato da subito Pier Paolo Pasolini pubblicando le prime poesie di Amelia sulla rivista “Il Menabò” nel 1963, e cioè a dire l’uso talvolta non proprio, dal punto grammaticale e sintattico, della lingua italiana nella composizione poetica. Pasolini ha assegnato questo “abito” della scrittura rosselliana al lapsus, e contestualmente potremmo discuterne anche come di un’emersione dello “straniero” nella scrittura: come di straniero o esule che conosce tre lingue, ma alle patrie che rappresentano quelle lingue non appartiene.
I critici hanno valorizzato molto il plurilinguismo di Amelia Rosselli, <5 riconducendolo al cosmopolitismo dell’autrice. Questo aspetto appartiene senz’altro alla sua scrittura e alla sua formazione, e ciò emerge attraverso lo studio delle fonti della sua poesia che rinviano sia ad autori della tradizione italiana, da Dante a Campana a Montale, sia ad autori stranieri, dai surrealisti ai simbolisti francesi (Rimbaud, ad esempio), o a poeti e scrittori che appartengono alla tradizione anglosassone (da Shakespeare a Eliot). <6
È però opportuno tenere conto del fatto che la stessa autrice ha sempre considerato con sospetto l’etichetta di cosmopolitismo assegnatale. Una via, allora, di interpretazione per studiare la poesia di Amelia Rosselli e per avvicinarsi allo straniante messaggio che la sua scrittura comunica al lettore può consistere, invece, nel valutare l’incidenza profonda che la condizione dell’esilio, vissuta direttamente e indirettamente, ha prodotto nella sua scrittura, e di considerare anche il valore metaforico e creativo che esso acquista nella sua opera. Di qui è possibile valorizzare anche il peculiare cosmopolitismo della poetessa, autrice che è stata accostata alla neoavanguardia italiana, ma la cui sperimentazione espressiva appare senz’altro più legata all’avanguardia musicale europea, e in particolare alla seconda avanguardia musicale con la quale ebbe direttamente relazione frequentando i corsi estivi della scuola della nuova musica di Darmstadt nei primissimi anni sessanta. L’esperienza di Darmstadt, scuola musicale fondata in Germania dopo la seconda guerra mondiale, che consentì a molti musicisti di origine ebraica costretti all’esilio nel periodo nazista di rientrare in patria, costituisce davvero una delle testimonianze più rilevanti della dimensione europea, e non solo, della poesia di Amelia Rosselli. <7
Prendendo in prestito il titolo di un volume che raccoglie gli scritti italiani di un’altra esule del novecento, Maria Zambrano, si potrebbe dire che la poesia di Amelia sia strutturata proprio «per abitare l’esilio». <8
Zambrano ha definito la condizione dell’esule ponendo in relazione la parola dell’esilio con il silenzio e mostrando come proprio nel varco fra il non appartenere a un luogo fisico e il silenzio della solitudine dell’esule possa nascere la poesia, e in un tempo che è un non tempo. Questa prospettiva si attaglia a illustrare anche il senso della ricerca espressiva di Amelia Rosselli, che appare ardua e aspra proprio perché in qualche modo sempre “straniera”.
Zambrano scrive che la condizione dell’esule è un andare “spogliandosi sempre più […] per rimanere nudi e distaccati; soli e immersi in se stessi, e insieme alle intemperie, come uno che sta nascendo; nascendo e morendo allo stesso tempo, mentre la vita continua. La vita che lasciarono all’esiliato senza che egli ne avesse colpa. Tutta la vita e il mondo, ma senza un luogo in esso, dovendo vivere senza veramente stare, cosa tanto necessaria. Muoversi senza poter quasi agire, ed essere così allo stesso tempo colui che dimora in una caverna, come chi nasce, e nel deserto, come chi muore”. <9
Il dover nascere come “rifiutato dalla morte”, come superstite, è ciò che caratterizza anche la poesia di Amelia, autrice che, come si è detto, ha vissuto nell’infanzia e nell’adolescenza la condizione di esule e che, tra i “salvati”, in età adulta non può appartenere a nessuna patria, pur avendo scelto di vivere in Italia. La condizione dell’esule diventa, quindi, una marca espressiva primaria nella poesia di Amelia Rosselli, e ciò si coglie nelle storpiature grammaticali e sintattiche dell’italiano nel suo dettato, le quali con Pasolini possiamo assegnare al lapsus inconscio per certi versi, ma per altri, superata la fase di formazione dei primi scritti, sembra più opportuno ricondurre a una intenzionale ricerca espressiva, letteralmente e metaforicamente esule dalla lingua italiana. D’altronde la modernità e l’attualità della poetessa risiedono forse proprio nella “esposizione” linguistica e psichica oltre confine dei suoi versi, che con George Steiner potremmo definire «extra-territoriali», cioè appartenenti all’ampio orizzonte nel quale, secondo il critico, si muove il poeta errante del ventesimo secolo: “sembra sensato, quasi fisiologico, che tutti coloro che creano arte in una civiltà semi-barbara, che ha saputo produrre un’enorme massa di sradicati, passando da una lingua all’altra si trasformino in poeti erranti e senza fissa dimora. Individui eccentrici, distaccati, inclini alla nostalgia, deliberatamente inopportuni”. <10
Il senso dell’«abitare l’esilio» nella poesia di Amelia Rosselli consiste, allora, nella denuncia del torto, dell’offesa, ma anche nella ricerca di una via per insediarsi in un orizzonte aperto in cui possono coesistere più di una patria, e in un orizzonte pluri-linguistico dell’espressione e dell’ideologia poetica nel suo complesso.
Così Amelia ha definito la propria identità di esule in una poesia di Variazioni belliche: “nata a Parigi travagliata nell’epopea della nostra generazione fallace. Giaciuta in America fra i ricchi campi dei possidenti e dello Stato statale. Vissuta in Italia, paese barbaro. Scappata in Inghilterra paese di sofisticati. Speranzosa dell’Ovest ove niente per ora cresce”. <11
Accanto alla denuncia, nella poesia di Rosselli compare una via della “resistenza” per la libertà. E questa via è rappresentata proprio dalla lingua della poesia, che esprime una condizione paradossale e parodica, come di controcanto dell’essere pieno e dell’appartenere, anche di controcanto della tragedia: un non essere, un non vivere, disincantati, ironici, come di chi deve continuamente rinascere in una lingua che non appartiene a nessun luogo e che non ha tempo: “si nasce e si resiste, – al servizio della libertà. Si muore e si rinasce, forse al servizio della libertà: si muore e si rinasce in orario”. <12
Come ha scritto Simone Weil, «avere delle radici è forse la necessità più importante e meno riconosciuta dell’essere umano», <13 e dunque perderle significa smarrire la dimensione del tempo cronologico e uscire fuori dallo spazio, anche uscire fuori da se stessi. Il lemma «fuoriuscita» ricorre spesso nella poesia di Amelia a indicare l’uscire fuori dalla dimensione soggettiva della poesia, secondo l’insegnamento del maestro Eliot, e l’uscire fuori dalla prigionia della biografia, così che l’io esprima una situazione autentica e universale dell’esistere: «fuoriuscita | dalla prigionia il vento s’arrovellava placidamente». <14 Anche la persecuzione e la prigionia sono associate alla fuga e all’uscire
fuori in un componimento di Variazioni belliche che in un solo verso dice il nesso poesia-esilio: «cercatemi e fuoriuscite». <15
E ancora, nella dialettica di essere-non essere, appartenere-non appartenere, dell’essere fuori di sé che è un essere prigionieri e liberi insieme, altri versi di Amelia: “perché non spero tornare giammai nella città delle bellezze eccomi di ritorno in me stessa. Perché non spero mai ritrovare me stessa, eccomi di ritorno fra delle mura. Le mura pesanti e ignare rinchiudono il prigioniero”. <16
L’esilio, dunque, come tempo della perdita dell’appartenenza, ma anche come territorio mentale in cui è possibile dire in più lingue e vivere in più luoghi-tempi contemporaneamente – in una «molteplicità dei tempi», <17 come scrive Zambrano.
[NOTE]

  1. Cf. Fiori 1999; Rosselli 2014.
  2. Cf. Fotobiografia di Amelia Rosselli, in Sgavicchia 2003, 40-71 (poi in Cortellessa 2007, pp. XIII-XX); Tandello 2007.
  3. Cf. Barile 2014.
  4. Cf. Verbaro 2008.
  5. Cf. Bisanti 2007; La Penna 2013.
  6. Cf. Baldacci 2012; Carbognin 2008.
  7. Cf. Sgavicchia 2012.
  8. Zambrano 2006, 136.
  9. Zambrano 2006, 136.
  10. Steiner 1971, 80.
  11. Rosselli 2012, 46.
  12. Rosselli 2012, 332.
  13. Weil 1990, 34.
  14. Weil 1990, 144.
  15. Weil 1990, 156.
  16. Weil 1990, 160.
  17. Zambrano 2006, 95.
    Siriana Sgavicchia, La parola dell’esilio nella poesia di Amelia Rosselli in “Già troppe volte esuli. Letteratura di frontiera e di esilio”, a cura di Novella di Nunzio e Francesco Ragni, Tomo I, Culture Territori Linguaggi, CTL 3, Università degli Studi di Perugia, 2014

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