Il pensiero di Baccini si apre gradualmente all’emancipazione femminile

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Quando Ida Baccini (1850-1911) subentra come direttrice, ha già pubblicato più di una ventina di volumi, tra testi scolastici e non <124. Fino a quel momento ha pubblicato su Cordelia 19 articoli: il primo, del 20 novembre 1881, viene firmato L’autrice delle Memorie d’un pulcino. È un chiaro segno della fortuna di un libro la cui prima edizione esce nel 1875 e cui fanno seguito altre 76 edizioni, facendo del libro d’esordio <125 di Baccini un long-seller dell’editoria per l’infanzia e un classico per i ragazzi (Cecconi 2013: 101). È proprio così, come l’autrice delle Memorie d’un pulcino e come la direttrice di Cordelia, che sarà ricordata per tutto il Novecento. Negli ultimi dieci anni, però, la ricerca ha rivolto sempre più attenzione anche ad altri aspetti dell’attività di questa scrittrice “polimorfa”, come la definisce Franco Cambi (2013a: 57). Come si è visto dai vari studi dedicati a Baccini, la sua attività pubblicistica abbraccia 40 anni e conta più di 110 titoli, senza contare le collaborazioni a oltre 35 periodici e la fondazione e direzione per circa dieci anni del Giornale dei bambini (1895–1906).
Nel momento del passaggio di direzione De Gubernatis si rivolge a Ida Baccini per due motivi principali: nelle opere di Baccini il fondatore vede “più diletto” e “minore pedanteria”. Quella di Baccini è una pedagogia che non sfida la società borghese ma che mira a “stabilire tra le classi [sociali] stesse uno status di pax sociale attraverso la collaborazione e l’osservanza dei doveri” (Bacchetti 2013: 74). È anche una pedagogia libera, appunto, da “pedanteria” e da precetti moraleggianti, risultato del rinnovamento della pedagogia e della narrativa per l’infanzia verificatosi proprio a Firenze tra il 1875 e il 1886 (Bacchetti 2013: 73). Ida Baccini è, quindi, apprezzata scrittrice per l’infanzia, prolifica autrice di testi scolastici, ma è anche, e forse soprattutto, fiorentina. È lei che, scrive De Gubernatis nella presentazione della nuova direttrice, “per essere nata in Firenze scrive meglio dell’altre”. Nata e cresciuta in quel particolare “humus culturale e sociale” fiorentino, i suoi testi “s’identificano con un efficace strumento di formazione proteso a debellare l’analfabetismo e, conseguentemente, a unificare progressivamente linguisticamente la popolazione soprattutto negli anni in cui il baricentro dell’editoria giovanile si sposta dalla Lombardia alla Toscana” (Bacchetti 2013: 69). Non solo, dunque, dal punto di vista educativo Ida Baccini è ideale, ma lo è anche dal punto di vista linguistico. Infatti, al fine di combattere l’analfabetismo e di raggiungere l’unità linguistica, oltre a quella politica, diventa compito della scuola imporre una lingua nazionale a tutta la penisola. Il modello da seguire, proposto da una commissione di studiosi nominata dal ministro della Pubblica Istruzione Broglio nel 1867 e presieduta da Alessandro Manzoni, è quello manzoniano del fiorentino parlato colto (Boero e De Luca 1995: 19).
De Gubernatis stesso si era dimostrato sensibile alla questione della lingua, affidando la rubrica Scene della vita toscana ed esercizi di lingua parlata (la rubrica compare tre volte nel primo anno di vita della rivista) esclusivamente a scrittori di origine toscana, come Carlo Collodi e, appunto, Ida Baccini. Infatti, nel suo Dizionario biografico degli scrittori contemporanei la definisce autrice di testi scritti “in lingua eccellente” e di “una bellezza non comune” (1879: 82).
Già nell’ultimo numero della terza annata, con un tono decisamente più umoristico e colloquiale di quanto non fosse quello di De Gubernatis, Ida Baccini si presenta alle lettrici, fingendosi indignata per l’annuncio del cambio di direzione da parte degli editori e comunicando lo scopo del suo incarico intrapreso:
“E prima di tutto, lasciate, mie care figliuole, ch’io sfoghi un po’ con voi la mia indignazione contro i signori Editori-Proprietari della Cordelia i quali, nell’ultimo numero, calunniarono così atrocemente le mie intenzioni. […] «La signora Ida Baccini presenterà alle lettrici della Cordelia il suo attraente programma.» Capite…? Suppormi capace d’un programma, d’un programma meditato a sangue freddo e scaraventato senza compassione sotto i vostri begli occhi [c.n.]! Potevano inventare una più nera cosa? I programmi dei giornali, mie care amiche, somigliano ai cartelli di certe bottegucce di campagna dove si vende di tutto, fuorchè i generi annunziati! […] Dunque io m’asterrò dai grandi paroloni e dalle pompose promesse. Le mamme, le care mamme che ci vogliono tanto bene e provvedono a tutti i nostri bisogni, hanno forse fatto un programma il giorno della nostra nascita? Lasciate ch’io sia una mamma per voi [c.n.]. Vi contentate?” (“Alle lettrici della Cordelia”, n. 12, 20 ottobre 1884).
La nuova direttrice, a differenza del fondatore, si rivolge direttamente alle lettrici della rivista instaurando con esse un rapporto di confidenza, rapporto che poi sarà costante per tutto il periodo della sua direzione. Anziché fare da bambinaia, Baccini vuole un legame più continuativo e intimo con le proprie lettrici, proponendo loro di essere “una mamma”. Come madre delle sue “care figliuole” Baccini non ha bisogno della dottrina di un programma e di “grandi paroloni e […] pompose promesse”, mettendo in risalto il suo genere, si fida piuttosto della propria ‘intuizione femminile’.
Il fine educativo con cui De Gubernatis aveva fondato la rivista non sfugge tuttavia a Baccini, che manifesta gli ideali che vuole perseguire in nome di Cordelia:
“Quando io m’imbatto in una fanciulla, non penso punto alla sua coltura letteraria o scientifica: poco mi preme che ella sappia a mente qualche stupido verso di Iacopone da Todi o cinguetti eruditamente sopra la falange d’un dito di scimmia. Quello ch’io le chiedo è la bontà, la gentilezza, la grazia, il gusto finamente educato nella contemplazione del bello. Ciò ch’io le chiedo, ciò che imploro da lei, è di essere, di rimaner donna. Né per donna intendo quel solito essere fiacco, nervoso, frivolo, che da qualche tempo siede trionfante sulle scene del teatro italiano, folleggia tra le paginette rosee dei canzonieri da dozzina ed invade il bozzetto, il romanzo, il quadro. Dio me ne liberi: Vi voglio donne buone, gentili, graziose ed educate nelle discipline del bello; questo sì: ma vi voglio in pari tempo coraggiose e forti, ed utili [c.n.]. […] Noi abbiamo oggi delle graziose donnine che scrivono elegantemente, che dipingono con arte, che vi parlano di critica, di filologia e magari d’araldica. Tutto questo è bellissimo: ma è utile? […] Ora quale idea, qual concetto hanno della vita pratica, della vita di tutti i giorni, le nostre fanciulle? Come e quando s’insegna loro ad esser figliuole buone, spose dabbene, mamme amorose? Sanno esse come si governi una casa, come si tenga conto del tempo, come si educhi nei figliuoli l’amore al lavoro, la sobrietà e il coraggio [c.n.]? Si è fatto loro mai capire che i giorni neri sono più frequenti di quelli bianchi, che nella vita sono inevitabili le malattie, le delusioni, gli stenti, i crudeli abbandoni? E che la donna, la donna vera, la donna buona, la donna pratica, quale io la intendo, quali tutti dovrebbero intenderla, ha ben altro da fare che pensare alle guerre della Vandea, alle odi d’Anacreonte e a’ metodi oggettivi e soggettivi? E poiché a tutto questo non si bada o non si vuol badare, ci penseremo un po’ noi, col nostro giornaletto, il quale, se non varrà a far mutar faccia alla luna o a riformare il mondo, avrà almeno dalla sua il pubblico delle mamme savie e dei babbi serii. Il che è qualche cosa” (“Alle lettrici della Cordelia”, n. 12, 20 ottobre 1884).
Dal programma di Baccini emergono anche le differenze rispetto al programma proposto da De Gubernatis. Mentre il fondatore sembrò concentrare il suo programma intorno all’età della figlia e alle letture adatte alle ragazze dai dodici ai diciassette anni, Baccini sembra avere una visione più a lungo termine della rivista, mirando a un impegno più lungo con le proprie lettrici. Parla, infatti, della sua immagine della donna ideale e quindi delle donne che diventeranno le lettrici. La donna cui Baccini fa appello è pratica e utile e sa affrontare la vita di tutti i giorni. Rispetto al programma di De Gubernatis, l’ambizione si abbassa e il tono si fa più concreto e realistico. Come afferma Stival, sotto la direzione di Baccini “[l]e giovinette sarebbero ritornate a contemplare i pacati e rassicuranti orizzonti domestici, attentamente ridimensionati e pianificati, senza accentuazioni culturali, senza faticose esercitazioni mentali, senza inopportune espansioni di interessi” (2000: 57). È un programma moderato, basato sulla realtà, che sembra mirare più all’educazione morale che all’istruzione intellettuale. Il moderatismo di Baccini, fa notare Cambi, si rispecchia nella politica, nella cultura e nella pedagogia della società fiorentina contemporanea (2013a: 61). Un moderatismo, dunque, “[d]isposto tra casa e famiglia, legato a ruoli sociali difformi ma armonici” (Cambi 2013a: 62), ma è anche un moderatismo che si evolve con i cambiamenti della società. Come è stato ribadito più volte (Stival 2000, Salviati 2002, Cambi 2013a) – e testimoniato innanzitutto da Baccini stessa che nell’autobiografia si dichiara “femminista convinta” (1904: 223)126 – il pensiero di Baccini si apre gradualmente all’emancipazione femminile senza occupare posizioni estreme, ma assumendo “toni temperati di un leale riconoscimento delle risorse femminili” (Stival 2000: 77).
Ida Baccini esordisce come direttrice di Cordelia nel primo numero della quarta annata e spetta a lei il compito di soffiare nuova vita nella rivista. Vent’anni più tardi, nella sua autobiografia, commenterà le vicende che avrebbero portato alla crisi del giornale e la sua scelta del giusto mezzo:
“Il De Gubernatis aveva inspirato tutto il suo nobile lavoro di tre anni a un ideale di serietà e di dottrina che lusingava pochissimo (e tanto meno allora) l’ideale delle nostre ragazze, abbastanza fatue, leggere e ciarliere. […] Quindi si trattava di trasformare radicalmente la Cordelia; di farne una rivista che non fosse né troppo dotta, né troppo grave, né troppo libera, né troppo rigida, né troppo fatua, né troppo seria” (1904: 188)127.
Come è stato osservato da Lorenzo Cantatore, le parole nell’autobiografia rivelano l’intuito giornalistico di Baccini, la quale “ebbe l’intelligenza d’individuare e di saper accontentare il ‘suo’ pubblico, ne comprese le aspet-tative, […] intuì il valore economico della massificazione” (2004: 22). Neanche sotto la direzione di Baccini, però, Cordelia è immune dalle crisi. Nel 1891 si decide di aumentare il numero di pagine di testo a dodici ma a causa di un rapido calo di abbonamenti – così lo descrive Baccini nell’autobiografia – gli editori proprietari Ademollo non sono più in grado di sostenere il giornale (divenuta società Ademollo Carlo successori nel 1896, fallisce un paio di anni dopo, nel 1898) e chiedono a Baccini di trovare una persona interessata all’acquisto:
“Io non avevo il denaro necessario per riscattarne la proprietà, né, se lo avessi avuto, avrei fatta una buona speculazione comprando il giornale; giacché non è detto che un buon letterato possa essere, nel tempo stesso, un buon ammini-stratore” (Baccini 1904: 198).
La soluzione si trova nella casa editrice romagnola Cappelli, fondata nel 1851 da Federigo Cappelli ed ereditata alla sua morte dal figlio Licinio Cappelli (1864–1952). La Cappelli, come molte altre case editrici, era nata come tipografia e l’attività editoriale, sotto la direzione di Licinio Cappelli, aveva preso forma solo intorno al decennio 1880–1890. Cappelli stesso, ricordando il suo primo lavoro editoriale, attribuì l’inizio della sua attività di editore all’edizione della strenna Fra sorelle, appendice del giornale Mamma. Giornalino educativo per i nostri ragazzi, nel 1883 <128. Se questo fu davvero il primo lavoro editoriale vero e proprio di Cappelli rimane ancora da stabilire <129.
[NOTE]
124 Per una bibliografia delle opere di Ida Baccini e una ricostruzione della sua vita e dell’attività letteraria, cfr. Salviati (2002) e Cambi (2013b).
125 Il libro viene di solito indicato come l’esordio di Baccini, anche dall’autrice stessa, ma è bene notare che già nel 1870 fece pubblicare Ispirazioni e nel 1871 Frutti fuori stagione (con il cognome Baccini Cerri) (Salviati 2002: 53).
126 Ricordando Cordelia scrive: “La Cordelia ha avuto un indirizzo pedagogico ed artistico sempre fisso, e lo ha conservato per anni ed anni con rigidità scrupolosa, non prestandosi mai a capricci troppo… evolutivi in vista del beato interesse, conservando intatto il suo programma, fino a che lo sviluppo e la modificazione delle idee, e specialmente delle idee morali non mi ha indotto a trasformarla gradualmente e lentamente” (Baccini 1904: 184-185).
127 L’autobiografia di Baccini esce nel 1904 presso la Società ed. Dante Alighieri di Albrighi, Segati & C. A cento anni dalla prima edizione, Lorenzo Cantatore cura una nuova edizione, da cui sono prese tutte le citazioni in questo lavoro.
128 “Si era nell’82 o nell’83 (non ricordo con precisione) quando un giorno fui chiamato a Bologna per combinare la stampa di una strenna intitolata: Fra sorelle” (Cappelli 1930: 13-14). Cappelli ricorda la sua attività più volte. Nel volume, curato da Guglielmo Bonuzzi (1953), dedicato alla memoria dell’editore sono incluse le sue memorie, scritte probabilmente in un tempo successivo. In questo volume attribuisce l’inizio della sua attività editoriale al 1883 (cfr. Bonuzzi 1953: 39).
129 Favero nota che la rivista Mamma fu fondata da Gualberta Alaide Beccari soltanto nel 1886 e che Cappelli si era occupato soltanto del lavoro tipografico (1985: VII). L’editore si sarebbe, quindi, sbagliato sull’anno della pubblicazione. Secondo Frau, invece, la collaborazione con Beccari non riguardava la strenna ma la raccolta di novelle Pei nostri ragazzi di Flaviana Flaviani (pseudonimo di Beccari), uscita nell’anno 1883 (2011a: 123).
Karin Bloom, Cordelia, 1881-1942. Profilo storico di una rivista per ragazze, Stockholms universitet 2015, Printed in Sweden by Holmbergs, Malmö 2015

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F. Cambi (a cura di), Ida Baccini. Cento anni dopo, Roma, Anicia, 2013.
È opinione condivisa e diffusa che la produzione letteraria per i giovani lettori, in Italia, tra Ottocento e Novecento sia viziata da moralismo, da un persistente richiamo all’ordine sociale e da messaggi caratterizzati dall’invito alla rassegnazione, all’obbedienza ed al rispetto dell’autorità. Tuttavia, non possiamo negare che non sono mancate, pur nell’ambito di questo orientamento (che solo pochi – il nome di De Amicis basti per tutti – seppero infrangere), figure di particolare rilievo, o per meriti letterari straordinari o per le tematiche trattate o per l’instancabile attività di organizzazione della produzione e della diffusione della lettura in mezzo al popolo ed ai ragazzi.
Tra queste figure di rilievo va senz’altro collocata Ida Baccini, che esordì sulla scena letteraria con Le memorie di un pulcino (testo che ancora nei tardi anni Cinquanta del Novecento aveva posto nelle biblioteche di classe e tra le letture consigliate per gli scolaretti) e fu instancabile sia come scrittrice sia come giornalista: tra le sue numerose collaborazioni, che la videro anche intessere relazioni con i letterati del suo tempo, tra cui la Serao e De Amicis, non si può non ricordare il suo lavoro presso “Il giornale dei bambini” e, soprattutto, “Cordelia” cui la Baccini legò il suo nome in maniera particolare.
Se non possiamo negare che la sua scrittura e i suoi orientamenti ideologici la riconducono nell’alveo dell’ideologia conservatrice del secondo ottocento, non possiamo del pari negare che in lei operano alcuni aspetti emblematici della vita intellettuale femminile del suo tempo. Anzi, ciò è tanto più significativo quanto più si ricordi che la Baccini è ben lontana dal fuoco femminista di alcune sue contemporanee. Maestra elementare, trova nella scrittura specie per i ragazzi non solo il modo per difendere una sua visione dell’insegnamento (allineata con le istanze dell’educazione nuova, centrata sul fanciullo, aperta al gioco di contro alle pratiche mnemoniche tradizionali e interessata ai bisogni dell’infanzia), ma anche la via per emanciparsi da un matrimonio fallimentare e da un’esistenza all’ombra degli uomini. E ciò secondo un percorso che accomuna la Baccini ad altre scrittrici: un modo per riconoscere, ancora una volta se mai ce ne fosse bisogno, che il romanzo, nato come genere letterario destinato alle donne, si rivelò, alla lunga, come un interessante ed efficace strumento per la crescita della loro consapevolezza e per la loro emancipazione sociale ed intellettuale.
Per tutti questi motivi non si può non salutare con soddisfazione il volume collaborativo, curato da Franco Cambi, che, a cento anni dalla morte della scrittrice (avvenuta nel 1911), traccia un bilancio della sua attività, dei suoi interessi e della sua visione del mondo. E lo fa ripercorrendo, con il contributo di storici dell’educazione da tempo impegnati nella ricostruzione delle vicende dell’editoria ottocentesca (come, ad esempio, la Salvati o la Betti) o nell’approfondimento dell’opera della Baccini (come Cantatore o Cini, che le ha recentemente dedicato la sua tesi di dottorato) o nella ricerca intorno alla letteratura per l’infanzia ed al contesto intellettuale e culturale della Toscana ottocentesca (come Bacchetti e Cambi).
“I contributi – come ricorda il curatore del saggio -… si tendono tra il generale e il particolare, e lo fanno proprio per dar corpo a una lettura non di superficie dell’opera della scrittrice fiorentina, toccandone i nessi più profondi e complessi, per contestualizzarne la figura e far emergere gli aspetti più propri (e più nuovi, anche) del suo impegno letterario. Ma, al tempo stesso, si affrontano anche temi più specifici e settoriali ma centrali proprio per comprendere in pieno il ruolo stesso svolto dalla scrittrice e l’orma che ha lasciato nell’Italia letteraria (per ragazzi e non solo)” (p. 8).
I fuochi del volume, si distribuiscono, dunque, su tre direttrici: da un lato, si va a ricostruire l’intellettuale Baccini all’interno del contesto culturale toscano, della sua attività di giornalista e di scrittrice (con quattro interventi, rispettivamente di Carla Ida Salvati, Roberta Turchi, Franco Cambi e Flavia Bacchetti); dall’altro lato, si leggono, da un punto di vista pedagogico le sue opere, e in primis le sue fortunate Memorie di un pulcino, con particolare riguardo ai messaggi destinati alle “giovinette”, affidando questo squarcio ricostruttivo a Carmen Betti, Aldo Cecconi, Lorenzo Cantatore, Teresa Cini, Karin Bloom, Piero Pacini e Walter Scancarello; infine, si affrontano temi più propriamente biografici che trattano sia della vita personale dell’autrice (Maria Enrica Carbognin e Lia Madorsky parlano della sua maternità fuori del matrimonio) sia, come emerge nell’appendice curata da Teresa Cini, delle sue relazioni intellettuali, in particolare con Giovanni Marradi, che possiamo conoscere attraverso il carteggio qui pubblicato.
[…] Se ne può concludere – e lo faccio con le parole di alcuni degli autori del saggio – che, grazie alla Baccini, l’infanzia viene “liberata dagli orpelli precettistici, dal pedagogismo idealistico denso di messaggi didascalici” (Bacchetti, p. 75) e che con lei si avverte chiara l’idea della scrittura come “esercizio spirituale” e come strumento per il controllo di sé tanto che il diario assume, nella sua prospettiva, il valore e la funzione di “un metodo di educazione” (Bloom, p. 152).
Tuttavia, questi rilievi sono solo una parte dell’interesse che la Baccini può ancora suscitare. Non si tratta soltanto di dedicarsi ad approfondire aspetti della sua produzione, fin qui, rimasti ingiustamente in ombra: è il caso, a mio avviso, molto significativo della manualistica scolastica, su cui, giustamente, Carmen Betti richiama l’attenzione. Si tratta di leggere la Baccini, in qualche modo, come testimonianza esemplare dell’epoca in cui visse ed operò, collocata a cavallo tra due momenti clou della vita nazionale: il periodo immediatamente post-unitario, con tutto il suo carico di problemi irrisolti e con l’involuzione illiberale culminata con Crispi e la carica di Bava Beccaris, da un lato; l’età giolittiana, dall’altro, con le sue spinti innovatrici e liberal-progressiste ed il suo interesse per l’emancipazione popolare in vista di una più ampia partecipazione alla vita politica.
A cavallo tra questi due periodi, la Baccini ne vive e ne soffre tutte le contraddizioni e i dissidi. Tutti i contributi di questo volume non tralasciano di sottolineare come la cifra più significativa degli scritti e dell’azione di questa donna impegnata a farsi strada nella vita, senza, tuttavia, negare i compiti ed i doveri principali della donna (ossia la maternità e la famiglia), sia, in qualche modo l’ambiguità. Ad ogni livello, a partire cioè dalle sue scelte di vita personale. Passiamo, dunque, in rassegna, una per una tali ambiguità, anche se, ovviamente, esse sono tutte radicate in un approccio unitario all’esistenza, che sta a monte di tutte le scelte dell’autrice.
La Baccini, che difende il primato del matrimonio e della famiglia, ciò nonostante, si separa ben presto dal marito legittimo, concepisce un figlio, l’adorato Manfredo, con un giovane di dubbia moralità che sposerà solo nei suoi ultimi anni e da cui vivrà sempre separata, visto che egli ha un’altra donna e un altro figlio, al solo scopo di dare un cognome al figlio che fino a quel momento non ha avuto, all’anagrafe, riconoscimento né di paternità né di maternità; nelle sua autobiografia, uscita però dopo la morte del primo marito, cercherà di attribuire a quest’ultimo, in virtù di un incontro fortuito avvenuto dopo la separazione, la paternità di Manfredo per rientrare nei canoni della convenzione sociale.
A livello pubblico, nella sua professione di “letterata” le ambiguità e le contraddizioni emergono ancora di più. Amica dei letterati del suo tempo, con cui intrattiene rapporti epistolari stretti, sarà però ostracizzata dalla cultura “alta” a lei contemporanea – come, in Francia, accade peraltro anche ad uno scrittore del calibro di Verne -, proprio perché ha scelto un campo d’azione paraletterario, quello del romanzo per i bambini e per il popolo, guardato da sempre con sufficienza dalla cultura accademica. Inoltre, mentre si ritaglia con tenacia ed applicazione una carriera da intellettuale, raccomanda alle sue lettrici giovanette di essere buone madri e buone mogli e di evitare di farsi letterate, dottoresse e saputelle.
Vive nel mondo del giornalismo e dell’editoria con piglio ed atteggiamento moderno, che fiuta le piste più opportune, che inventa perfino strategie che oggi definiremmo di marketing. Si rivela, insomma, anche acuta ed attenta imprenditrice; eppure finisce povera, o quasi. Colpa solo della sua generosità, che raccomanda, praticandola essa stessa con coerenza e costanza? Forse, ma in parte. In parte, le sue condizioni economiche dipendono dal fatto che gli editori non la ricompensano come dovrebbero e guardano solo al loro tornaconto. Tocca alla Baccini la stessa sorte che tocca alla Invernizio: galline dalle uova d’oro per gli editori, le due scrittrici (tutte e due autrici di best e long-sellers, nonché molto prolifiche) vissero una vita di poco sopra la soglia di una dignitosa povertà.
Sul piano letterario, la Baccini scrive bene, con leggerezza e brio, ma scrive decisamente troppo, come riconosce lei stessa in maniera onesta: non ama il labor limae, come ricorda la Salvati; ama le convenzioni e le liete conclusioni delle storie, ma non esita a difendere un sano realismo per i contenuti da offrire ai lettori. E realista è certo, quando, con molta severità e senza mezzi termini, invita le aspiranti scrittrici (che inviano racconti a “Cordelia” nella speranza di vederli pubblicati) a cambiare mestiere ed a studiare la grammatica o quando critica i libri di lettura in voga nelle scuole elementari.
E ancora: la Baccini è profondamente toscana, anzi è figlia di quella Toscanina “paternalistica, equilibrata e conservatrice”, in cui nasce e si forma; ne ama la cultura rurale, ma al tempo stesso, come sottolinea Flavia Bacchetti, si proietta (e proietta i messaggi dei suoi scritti) verso una coscienza nazionale, che oltrepassi i confini regionali. Di qui la sua adesione al mondo piccolo borghese dell’Italietta post-unitaria: esso le appare approdo sicuro e modello ideale per una vita senza sobbalzi, dominata dai buoni sentimenti, dal calore degli affetti familiari, da un ordine sociale senza timori di sovvertimenti. Non a caso nel saggio che stiamo esaminando, si evoca il nome di Gozzano per le piccole cose “di pessimo gusto”, di cui la Baccini ama circondarsi e per ambienti permeati da perbenismo e da conformismo piccolo-borghese.
E in questo si annida la ambiguità più forte e notevole della Baccini: moderata, convenzionale, ma anche trasgressiva. Lo dimostra il suo femminismo all’acqua di rose, di cui, però, si fa portavoce in maniera continua e costante. All’inizio, forte delle sue idee con una autostima altissima (che la fa sentire in assoluto la migliore scrittrice del suo tempo), essa nega qualunque emancipazione dal ruolo di moglie e di madre. Con il tempo, mentre ridimensiona (anche se cum grano salis) l’opinione che ha di se stessa, comincia ad aprirsi alle istanze dell’emancipazione della donna. Sempre però con cautela e senza il fuoco della passione, che si troveranno in Italia, ad esempio, in Amalia Guglielminetti o in Sibilla Aleramo, tanto per restare al mondo letterario e senza bisogno di scomodare Anna Maria Mozzoni. Si tratta di un femminismo “adelante, con juicio”, che cerca di coniugare la tradizione con il futuro che batte alle porte e che, certo, non si può arrestare.
La fanciulla massaia, che deve leggere poco, avere un’istruzione generale senza troppi approfondimenti, ma, in compenso, deve essere piena di buoni sentimenti, deve conoscere lo slancio del sacrificio e donarsi alla famiglia, tuttavia, non è mai superata: resta sullo sfondo a ricordare sempre che, per quanto colta, indipendente economicamente e capace di lavorare a fianco degli uomini, la donna è e resta una creatura naturalmente destinata a “servire”, a donare affetto e sicurezza. In una parola ad essere madre. Ma in questo moderatismo, la Baccini non è sola: le educatrici, le maestre e le insegnanti di quegli anni, con poche e note eccezioni, danno le stesse raccomandazioni. Basterebbe pensare a Bice Miraglia che, nel suo Le pedagogiste italiane, nel 1894, esprime sentimenti ed opinioni assonanti con quelle della Baccini ed è in buona e numerosa compagnia, come si evince dai vari “galatei” destinati alle fanciulle ed alle giovinette, in quello stesso periodo e tutti allineati su queste posizioni, per così dire cerchiobottiste.
Con questo non possiamo però chiudere il discorso sulla Baccini o cancellarla dall’orizzonte dell’interesse degli storici dell’educazione e della letteratura per l’infanzia. Resta, infatti, il suo lavoro di scrittrice e di educatrice, volta alla ricerca di un linguaggio e di attività gioiose per i bambini; resta un suo richiamo ad un “socialismo cristiano”, che difende in molte sue pagine; resta la sua attività editoriale, quale spazio per dare alla donna una identità anche al di fuori della casa.
Tutto ciò – per finire con le parole di Cambi – la rende figura esemplare di un mutamento letterario e di una metamorfosi educativa. Il che non è affatto poco” (p. 65). Forse, potremmo aggiungere, la strada del mutamento fu additata talora implicitamente o addirittura in intenzionalmente; ma fu, tuttavia, un’indicazione destinata a dare i suoi frutti, anche se con il tempo e dopo molte vicissitudini politiche e sociali per il nostro Paese.
Come non essere d’accordo, dunque, a riaprire un discorso su Ida Baccini, ad approfondire zone del suo lavoro finora meno studiate ed a tenerne viva la memoria?
Luciana Bellatalla, Ida Baccini. Cento anni dopo, Firenze University Press 2013

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Un nuovo strumento di comunicazione letteraria per le donne: l’autobiografia
Qualcuno ha detto che nella storia dell’umanità e, in particolare, delle arti, i grandi segnali di rinnovamento spesso passano attraverso figure e fatti minori, apparentemente piccoli e secondari. La scrittrice fiorentina Ida Baccini (1850-1911) si presenta oggi alla nostra attenzione di storici della letteratura per l’infanzia con la paradigmatica forza di un campione da laboratorio, utile alla verifica e dimostrazione di questo teorema storiografico. È apparentemente arduo cercare i motivi dell’emblematicità innovativa di questa donna. Infatti nei suoi tanti scritti (romanzi, racconti, novelle, bozzetti, raccolte di letture scolastiche, galatei per fanciulle, un’autobiografia, qualche poesia, saggi pedagogici, pezzi giornalistici) il primo tratto stilistico-morale che ci colpisce è quella lezione di medietà prudente e sottotono, dove non sono ammessi strappi violenti alle regole sedimentate della convivenza civile, dove l’ubbidienza, il buon senso, l’amore per il patimento come strumento di riscatto sono al centro di un’attenzione sempre desta sui fatti della vita e della crescita/formazione degli individui.
Dov’è, dunque, che possiamo andare a cercare indubbi segnali di rinnovamento? Occorrerà guardare alla vita stessa dell’autrice, alla sua biografia. Per far ciò possiamo disporre di uno strumento/documento, storico e storiografico nello stesso tempo, già di per sé rivoluzionario: un’autobiografia scritta nel 1902, a cinquantadue anni, e pubblicata dalla stessa Baccini nel 1904, La mia vita <1. Già il fatto che una donna della sua generazione compia un gesto autobiografico conclamato, rappresenta una novità da non sottovalutare. Quello che noi usualmente consideriamo come il capostipite dell’autobiografismo femminile italiano contemporaneo, Una donna di Sibilla Aleramo, è di due anni successivo, 1906. Prima di questa data, durante il lungo Ottocento, i tentativi delle donne in questo genere letterario sono sporadici e frammentari, molto raramente mostrano e rivendicano l’urgenza di comunicare a tutti e l’orgoglio identitario impliciti nella consegna del testo ai torchi di un editore. Del resto, il proto-autobiografismo femminile è prevalentemente affidato alle scritture private (lettere, diari, quaderni di ricordi, memorie di famiglia), forti e dirompenti in molti casi, ma pur sempre destinate alla conservazione fra le mura domestiche <2.
Ida Baccini è una delle prime donne italiane che sceglie programmaticamente di scrivere la propria vita pensando di darla in pasto al suo pubblico. Vuole essere letta e giudicata perché sa che in quella serie di avvenimenti c’è qualcosa di nuovo o, quanto meno, di diverso, che merita argomentazioni e che, probabilmente, può tornare utile a qualcuno o, meglio, a qualcun’altra. Non basta. Ida sa anche che, come per le altre sue pubblicazioni, anche dall’uscita di quel suo libro potrà trarre qualche vantaggio economico. Autobiografia, dunque, non solo come ricerca e affermazione di sé di fronte al mondo, ma anche come oggetto/prodotto di lavoro e quindi strumento di guadagno. Si tratta della scelta di un codice letterario di grande rottura, per cui la donna, anche trasgressiva, non è più al centro di fiction narrative scritte da donne e rivolte prevalentemente al pubblico femminile, ma è la protagonista assoluta di storie di vita vissuta, vere e tangibili, che agiscono con maggior forza probante sul rinnovamento del codice culturale e antropologico, sull’incremento-aggiornamento del repertorio di valori e obbiettivi esistenziali sui quali orientare l’immaginario collettivo, auspicabilmente non solo femminile. La donna non può più essere esclusivamente una donna-personaggio, c’è la donna-persona che finalmente reclama una sua narrabilità, utilizzando con sempre maggior disinvoltura le tecniche della biografia e dell’autobiografia. Lo ha ben sintetizzato la storica Michela De Giorgio:
“Nel 1909 Paola Lombroso, figlia di Cesare, dà alle stampe Caratteri della femminilità. Nel saggio indica tre romanzi come lo specchio più autentico dei modelli culturali e dei comportamenti sociali femminili del nuovo secolo. È il romanzo, anzi, l’autobiografia – non più la tipizzazione sociologica – a costituire la trama narrativa del modello di identità femminile. Insieme alla biografia di Malwida Von Maysenberg, due biografie italiane – Una donna di Sibilla Aleramo e Le memorie di Linda Murri a cura di Luigi di San Giusto (pseudonimo di Luisa Macina Gervasio). Esistenze femminili di rottura, con gli ingredienti forti delle storie di vita ribelli. L’identificazione dei caratteri della femminilità fa ricorso a modelli reali, a italiane passionalmente eversive, vittime delle convenzioni morali del loro tempo” (De Giorgio, 1992: 17-18).
L’azione autobiografica di Baccini si pone dunque al crocevia di un cambiamento di sistema, dove la donna-scrittrice diventa essa stessa il motore di una trama narrativa vera, non più solamente verosimile. Il romanzo, da solo, non basta più a fornire ai lettori i dati che occorrono per redigere bilanci e indicare prospettive sociali che vadano oltre una visione della donna come figlia, moglie e madre. La vita di una donna può diventare esemplare in quanto tale, come quella di una persona che anche, ma non esclusivamente, nel rispetto di alcuni modelli e stereotipi, ha saputo dar fiato ad una forza culturale e morale che li supera o, quanto meno, li fiancheggia indipendentemente, in altri ambiti, a cominciare dal lavoro svolto fuori casa.
Oltre alla donna è proprio la sua presenza nel mondo del lavoro della donna che acquisisce nel giro di pochi decenni una dignità e una dicibilità fino ad allora inedite. E per chi si affaccia su territori professionali del tutto nuovi (il giornalismo, l’insegnamento pubblico, la letteratura tout court e la letteratura per l’infanzia in particolare) o da sempre appannaggio degli uomini, la tensione fra lavoro e vita privata diviene uno dei nodi centrali del racconto autobiografico.
[NOTE]
1 Baccini (2004). Le citazioni di seguito sono tratte dall’edizione da me curata nel 2004.
2 Cfr. Caffiero, Venzo (2007). Diversi spunti anche in Betri, Maldini Chiarito (2002). Sul significato pedagogico dell’autobiografia femminile cfr.: Ulivieri, Biemmi (2011) e Cagnolati (2012).
Lorenzo Cantatore, Un’identità femminile moderna. L’autobiografia di Ida Baccini, Espacio, Tiempo y Educación, v. 1, n.1, enero-junio 2014, ISSN: 2340-7263

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Sembra di riconoscere nel passaggio seguente l’ideale della buona scrittura quale materializzazione verbale dei sentimenti e della sensibilità verso la natura espresso altresì da Ida Baccini in un libro di lettura per la quarta elementare <29:
Fino dal primo giorno di scuola, ella [= la maestra] aveva avuto cure speciali perché le sue bambine imparassero a parlare e a scriver bene.
Accorgendosi poi che la Rosetta e parecchie altre avevano una difficoltà speciale quando si trattava di metter fuori qualche idea con forma propria, cercò con mezzi anche più efficaci e raccomandazioni anche più frequenti, di farle molto osservare, perché trovassero nella natura e nei loro sentimenti materia sufficiente per i loro modesti esercizi di composizione (FV: 172).
Con una delle scolare, Rosetta Villanti, una dei piccoli protagonisti della cornice narrativa del libro, avente particolari difficoltà nell’apprendimento e nel «metter fuori qualche idea con forma propria» <30, la maestra intrattiene un semplice dialogo tendente a sollecitare un’attenzione verso l’ambiente circostante che, facendosi via via meno superficiale e più analitica, possa condurre la bambina all’elaborazione di conoscenze e idee e quindi di periodi mediante i quali metterle per iscritto.
Villanti, sei stata contenta di veder la neve?
– Molto, signora, – rispose la bambina alzandosi. – Mi piace vederla cadere.
– Ti piace anche uscire con la neve?
– Non tanto, perché ho i geloni….
– Capisco: ti dà noia l’umidità. Ma quando la neve è caduta da un po’ di tempo, non è più bella.
– Oh no, è tanta sudicia!
– Guardala invece sugli alberi del giardino, come si posa con garbo e disegna i contorni di tutti i ramoscelli, sí che pare un ricamo di cristallo…. Senti, senti…. che cosa passa in questo momento per la via?
– Credo che sia un carro; ma si ode appena.
– E le campane, che rumor sordo fanno, come se fossero ovattate!
– Perché c’è la neve.
– Già: come attutisce i suoni la neve! […]. –
Cosí la maestra faceva osservare alle sue allieve cose che già esse avevan vedute e udite cento volte, ma alle quali tuttavia non avevan mai posto mente; e come la gente cammina per via quando nevica, e l’aspetto delle loro vesti, e le figure degli spalatori coi grossi guanti di lana, e i fantocci mostruosi che fanno con la neve i ragazzi….
A poco a poco le condusse anche a osservare i fiocchi di neve […]. (FV: 173).
Il dialoghetto si apre con un paio di domande sulle impressioni che la neve suscita in Rosetta e prosegue con due esplicite richieste di attenzione visiva e uditiva (Guardala invece sugli alberi […]; Senti, senti…. che cosa passa in questo momento per la via?) e con ulteriori riferimenti a «cose che già esse [= le allieve] avevan vedute e udite cento volte, ma alle quali tuttavia non avevan mai posto mente»: siamo di fronte all’applicazione del principio didattico positivista dell’osservazione attenta e consapevole della realtà quale punto di avvio di un apprendimento tanto più efficace quanto più saldamente ancorato all’esperienza concreta. Sul piano pragmatico, si noti che il tono da “chiacchierata” con cui la lezione è avviata consente di evitare un attacco “cattedratico”, anche se il fatto cinesicamente significativo che Rosetta si alzi in piedi per rispondere alle domande dell’insegnante evidenzia che l’adozione di una modalità conversevole non esclude l’espressione formale del rispetto verso l’autorità dell’interlocutrice, con la quale la scolara non intrattiene un rapporto istituzionalmente paritario. La lezione prosegue con spunti di riflessione riguardanti l’utilità e la bellezza della neve e altresì i pericoli e i disagi che essa arreca, fino a un invito finale di tono prevedibilmente patetico-moraleggiante: «Bambine, se siete al riparo, quando vedete scender la neve, pensate ai poveri e particolarmente ai poveri vecchi; sarete più buone se vi avvezzerete ad avere un pensiero di pietà per coloro che soffrono» <31. L’efficacia di una lezione così condotta in termini di sollecitazione della creatività dell’apprendente nell’esercizio della scrittura è dimostrata dalla conclusione dell’episodio, scandita dall’anafora di e che la neve e di e che:
Quando la maestra aveva fatto una lezione come questa, anche alla Rosetta non mancavano le idee per i suoi periodini! Prima non avrebbe trovato altro da dire se non che: – Nevica; – ora aveva in mente tant’altre cose: e che la neve sugli alberi disegna come un ricamo di cristallo, e che la neve preserva le pianticelle, e che la neve attutisce i suoni, e che gli spalatori hanno i grossi guanti di lana, e che bisogna pensare ai poveri vecchi, ed esser pietosi e gentili con coloro che soffrono (FV: 175-176).
La valorizzazione nei nostri testi di un approccio didattico osservativo-esperienziale dimostra che le autrici furono profondamente condizionate dalla cultura pedagogica positivista <32.
[NOTE]
29 Nei suggerimenti su come «scrivere con affetto e con garbo» offerti a fanciulle di quarta elementare in uno dei suoi libri di lettura, Ida sostiene appunto che il segreto per scrivere bene consiste nel sentire e nell’osservare, cioè nel coltivare affetti nobili (il culto della bellezza, l’amore per la patria e la famiglia, la pietà, l’ammirazione dei gesti generosi) che ispirino pagine capaci di parlare al cuore, e nell’osservare con sensibilità la vita intorno a sé, in particolare la natura (Baccini, 1894: 21-23).
30 FV: 172.
31 FV: 175.
32 Riguardo all’articolata influenza del Positivismo su metodi e strumenti della didattica nella scuola elementare italiana cfr. almeno Cambi, 2000; D’Amico, 2010: 110-111.
B. G. Russo, L’evento comunicativo “lezione scolastica” in alcuni libri di lettura per le classi elementari (1882-1913): analisi pragmatica di una modalità espositiva, Italiano LinguaDue, n. 1. 2020

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