Non mancano poi le città inventate

Illustrazione di Ed. Renard: Vista generale di un falansterio o villaggio organizzato secondo la teoria di Fourier (riduzione di una litografia di Arnoult), Derveaux Editeur, 1883 – Fonte: Daniele Porretta, Op. cit. infra

Una delle caratteristiche che accomunano molte delle utopie spaziali, presenti nella letteratura della fine del XIX e gli inizi del XX secolo, è il loro luogo di realizzazione.
L’America è il luogo in cui avviene la fondazione della maggior parte delle città utopiche, sia che si tratti di opere letterarie che di nuove comunità reali.
Robert Owen progettò la creazione di una federazione di comunità socialiste basate sulla fondazione di villaggi autosufficienti.
Il primo di questi villaggi si sarebbe dovuto costruire nel 1825 nell’Indiana, negli Stati Uniti. Si trattava di New Harmony.
La costruzione del falansterio di Fourier venne invece tentata più volte in Francia, in Algeria e in America.
Anche Etienne Cabet scelse l’America. Nel 1847 annunciò in un manifesto intitolato Allons en Icarie l’acquisto di alcuni terreni in Texas e la futura costruzione di una nuova città ideale, Icarie <19.
Ciò che influenzava la letteratura, nella scelta del luogo della costruzione dell’utopia, era la carica simbolica che possedeva la creazione di una nuova struttura sociale nei territori oltreoceano.
Chi vi si trasferiva, lo faceva sedotto non solo dai vantaggi pratici, come il prezzo dei terreni. America era il nuovo mondo. Costruirvi una città significava farlo in un territorio vergine, senza il peso del passato, senza alcuna necessità di confronto. Rappresentava la libertà più pura.
Gli Stati Uniti finirono per diventare il topos per eccellenza della fondazione della città utopica.
Edward Bellamy ambienterà nella Boston del 2000 la sua utopia industriale Looking Backward (2000-1887) e Jules Verne sceglierà Parigi per ambientare un’opera futuristica, ma gli Stati Uniti per edificare la propria città utopica, la Franceville de Les cinq cents millions de la Begum.
È interessante notare come le città in cui comunemente vengono ambientati questo tipo di racconti sono generalmente le grandi metropoli del mondo occidentale, Londra, Parigi, NewYork.
Quando vengono utilizzate città meno emblematiche, come l’Amiens de Une ville ideale (1876) <20 di Verne, o la Boston di Bellamy, ciò avviene per sottolineare il carattere di critica del presente che contengono queste utopie.
Non mancano poi le città inventate, come Centropolis, in cui trascorre Au XXIXe siècle: La Journée d’un journaliste américain en 2890 (1891) <21, racconto attribuito a Verne, ma con tutta probabilità rielaborazione del figlio Michel Verne, oppure Milliard City, città de L’Ile à hélice (1895) <22, opera anche questa di Verne.
Se la città degli Stati Uniti diverrà comunemente il luogo di fondazione della comunità utopica, Parigi e Londra sono destinate ad assumere altri valori simbolici in questo genere di letteratura.
Parigi, a seguito anche del successo delle Esposizioni Universali, diverrà la città del futuro che maggiormente inciderà sulle fantasie “consumistiche” della borghesia.
La vita della capitale francese viene descritta mediante una rappresentazione ipertecnologica della mondanità: la visita al teatro in aeroplano, lo shopping di massa, sistemi di comunicazione futuristici.
Londra invece, che era stata per molto tempo il centro politico della vecchia Europa, rifletterà nella letteratura le conseguenze del declino dell’impero Britannico.
Verso la fine del XIX secolo una gran quantità di romanzi avranno come oggetto la distruzione della capitale inglese.
Londra cesserà di esistere affogata nell’inquinamento in The Doom of the Great City (1881) <23 diWilliam D. Hay, o ancora vittima del collasso ecologico in After London (1885) <24 di Richard Jefferies, o distrutta da un attacco degli alieni, come in TheWar of theWorlds (1897) <25 di H.G.Wells.
Se New York era destinata ad incarnare il topos della città utopica, Londra lo sarà di quella distopica, in un arco di tempo che va dal 1885 fino ad almeno il 1940. La sua distruzione rappresenterà la fine dell’epoca dell’influenza britannica come simbolo della fine della civiltà nella letteratura apocalittica dell’epoca tardo-vittoriana, e l’ascesa di un nuovo totalitarismo in coincidenza con la II Guerra Mondiale.

[NOTE]

  1. É. Cabet, Voyage en Icarie, op. cit.
  2. Jules Verne, “Une ville idéal”, in: Sur terre et sur mer, journal illustré de voyages et d’aventures 1876, M. Dreyfous, Paris, 1876 (tr. sp. Una ciudad ideal, Hacer, Barcelona, 1983).
  3. Jules Verne, Au XXIXe siècle: La Journée d’un journaliste américain en 2890, Hetzel, Paris, 1910 (tr. it. La giornata di un giornalista americano del 2890, Ibis, Pavia, 2004).
  4. Jules Verne, L’Ile à helice, illustrazioni di León Benet (Benett), ed. J.Hetzel, Paris, 1895 (tr. it. J.Verne, L’isola a elica, Mursia, 2000).
  5. W. Delisle Hay, The Doom of the Great City, Newman & Co., London, 1880.
  6. Richard Jefferies, After London; Or, Wild England, Cassell & Company, London, 1885.
  7. Herbert George Wells, The Time Machine, an invention, W. Heinemann, London, 1895 (tr. it. La macchina del tempo, Mursia, Milano, 2007).


Daniele Porretta, L’immagine della città del futuro nella letteratura distopica della prima metà del ‘900, Tesi di dottorato, Universidad Politécnica de Cataluña, Escuela Técnica Superior de Arquitectura de Barcelona, Barcelona, 2014

ecvi

Seconda edizione (1842) del Voyage en Icarie di Étienne Cabet, conservata nella biblioteca della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli - Fonte: Fondazione Feltrinelli

Desideriamo ancora affermare che, benché non esista una necessaria continuità tra le varie realizzazioni oggi definite utopiche e che ne troviamo qui un’infinità di casi differenti, l’esercizio intellettuale di far coincidere problemi specifici di queste opere letterarie e delle elaborazioni utopiste del mondo sociopolitico può contribuire alla comprensione di aspetti molto interessanti del pensiero sociale, particolarmente degni di riflessione e studio. La riflessione a cui desideriamo dedicarci ora verte sul problema specifico dell’uguaglianza e, più specificamente, di come viene trattata da Cabet, facendo ricorso all’intertestualità con altre opere utopiche. È opportuno anche affermare chiaramente che ci soffermeremo fondamentalmente sulla costruzione letteraria realizzata da Cabet nel suo romanzo Voyage en Icárie, e non tanto sui successivi tentativi di questo autore e attivista politico volti a realizzare un’esperienza socialista comunitaria, sebbene in qualche occasione, in questo articolo, potremo menzionarle <29. L’oggetto della nostra analisi sarà infatti l’Icarie immaginata da Cabet – che, così come molte costruzioni utopiche, vive in una realtà parallela, «sovrapposta alla nostra» <30 – e non l’esperienza icariana che successivamente catalizzò le attenzioni di Étienne Cabet con la fondazione di una colonia negli Stati Uniti d’America.
[…] Questi due modelli – repubblica platonica e democrazia liberale – si sviluppano all’interno di limiti egualitari. Ma l’ambito entro cui si sviluppano diverse delle utopie ottocentesche – tra le quali la società creata letterariamente da Cabet – si riferisce all’egualitarismo. C’è una sottile distinzione – sarà opportuno sottolinearlo sin d’ora – tra egualitario ed egualitarista. Se osserviamo bene, esiste un superlativo sufficientemente significativo che si sviluppa nel passaggio da una parola all’altra. L’egualitarismo propone la pienezza dell’uguaglianza nei due termini dell’equazione: «Uguaglianza per tutti in tutto (o quasi tutto)»: soggetto e oggetto del processo di equalizzazione vengono estesi tanto quanto è possibile. Ad uno degli estremi, il soggetto dell’uguaglianza tende all’unità assoluta e spariscono le classi sociali; all’altro, l’oggetto dell’uguaglianza si estende a tutte le condizioni di vita e, sintomaticamente, può scomparire la proprietà privata. Non è necessario che vengano raggiunti questi limiti perché già si possa parlare di egualitarismo, ma in qualche maniera dovremo rimanere più vicini proprio a questi poli.
[…] Anche l’industriale Robert Owen (1771-1858), un uomo di azione che contribuì significativamente alla storia dei progetti utopisti, tentò a d’istituire una società riformata, investendo le sue risorse in colonie cooperative nelle quali la proprietà privata sarebbe stata eliminata. Egli già aveva ottenuto qualche successo nella sua attività industriale organizzando le sue fabbriche in modo sorprendentemente umano e con grande giustizia sociale, senza che questo pregiudicasse lo sviluppo capitalista delle imprese. Tuttavia, i tentativi di concretizzazione del suo progetto realmente egualitarista naufragarono, in parte a causa delle molte resistenze da parte dell’aristocrazia inglese del periodo <35.
[…] Fu qui che ebbe inizio la carriera letteraria di Cabet. Influenzato dalla figura di Robert Owen, industriale utopico di cui abbiamo detto in precedenza, Cabet trasse ispirazione da lui per scrivere nel 1840 un’opera di grande successo: un’utopia letteraria intitolata Voyage en Icarie. In essa, Lord William Carisdall, il personaggio centrale della storia, visita un paese fantastico chiamato Icaria. Questa società ha raggiunto un’organizzazione in cui le disuguaglianze sono scomparse attraverso diversi processi – sempre assicurati da uno Stato rafforzato – come l’abolizione dell’eredità, un’alimentazione per tutti commisurata alle proprie necessità, la proprietà comune dei mezzi di produzione, un’organizzazione del lavoro dinamica all’interno di fabbriche nazionali e un efficiente sistema di pubblica istruzione. Icaria presenta anche elementi già riscontrati in altre utopie rette da uomini saggi, come la supervisione familiare e il controllo eugenico dei matrimoni. Una simile società perfetta dal punto di vista egualitarista sarebbe stata fondata da Icaro, dittatore benigno che, nei primordi della storia di questo paese immaginario situato in qualche luogo dell’Atlantico, avrebbe instaurato e governato il paese con saggezza <40. In questo caso, possiamo dire che il modello utopico commisurato ad un’unità direttiva di saggi si riduceva, all’atto iniziale, a un unico uomo. Successivamente, si era stabilita una giunta , ossia un’interconnessione di comitati composti dagli individui in grado di deliberare nelle differenti aree delle necessità umane.
Il romanzo produsse un tale impatto sulla società francese, che un grande gruppo di ammiratori di Cabet manifestò il desiderio di realizzare, nella pratica, l’“icarianesimo”. In un manifesto intitolato Allons en Icarie, Cabet lanciò l’appello perché un’“Icaria” venisse creata in Texas, negli Stati Uniti, una suggerimento di Owen. Nel marzo del 1848, i primi icariani francesi raggiunsero l’America, per prendere possesso di una terra che era molto lontana da quella che immaginavano quando avevano firmato un accordo con una compagnia americana. Del milione di acri di terra promessi alla firma del contratto, essi ne ebbero a disposizione solamente diecimila che allora non erano promettenti quelli promessi. Anche così Cabet portò avanti il suo piano per realizzare la sua utopia socialista, agricola e artigianale nello Stato dell’Illinois. Abbiamo detto in precedenza che avremmo parlato di un tentativo effettivo di trasformare un’immaginazione utopica in atto pratico o di trasporre il modello di un’utopia letteraria in una comunità reale. Così non fu per più di un motivo. Il principale di questi è che Icaria – la società immaginaria creata dalla finzione letteraria di Cabet – era uno Stato dall’estensione insulare considerevole, diviso in cento province di dimensioni simili, ciascuna di esse divisa in cento comuni con la propria capitale situata geometricamente al centro della regione. Diversamente da questo imponente paese immaginario, strutturato su di una spazialità quasi matematica, l’Icaria reale (o il tentativo di reificarla in una piccola regione di coloni negli Stati Uniti d’America) non sarebbe stato nulla più che un piccolo ammasso di capanne perso nella prateria statunitense, distante dai centri urbani e abitato da pionieri comunisti mossi dall’immagine letteraria di Cabet e innamorati del suo progetto sociale e politico. Concentriamoci, comunque, sull’Icaria immaginaria di Cabet. Il focus dello studio, in questo caso, non sarà sull’esperienza utopista di Cabet come fondatore di una colonia socialista, ma sulla sua inventiva letteraria nel produrre un’opera di impatto facente parte del “genere utopico”.
[NOTE]
29 Gli sforzi concreti di Cabet per fondare e sviluppare una comunità icariana – che risultò ben diversa dalla grande città da lui idealizzata nella sua costruzione letteraria Voyage en Icarie – sono stati studiati da diversi autori diversi: SHAW, Albert, Icaria: A Chapter in the History of Communism, London, Kessinger Publishing, 2010 [ed. orig., New York-London, G.P. Putnam’s Sons, 1884]; SUTTON, Robert P., Les Icariens: The Utopian Dream in Europe and America, Urbana, University of Illinois Press, 1994; LARSEN, Dale R (ed.), Soldiers of Humanity: a History and Census of the Icarian Communities, Nauvoo (Il), The National Icarian Heritage Society, 1998; WIEGENSTEIN, Steve, «The Icarians ant their Neighbors», in International Journal of Historical Archaeology, 10, 3/2006, pp. 289-295. Le fonti per questo studio possono essere trovate nella documentazione pubblicata dallo stesso Étienne Cabet: CABET, Étienne. Colonie Icarienne aux États-Unis D’Amérique: sa constitution, ses lois, as situation matérielle et morale après le premier semestre 1855, New York, Lenox Hill Pub.& Dist. Co., 1856.
30 «Gli abitanti delle Città Felici non vivono neppure una storia parallela alla nostra; abbiamo già detto in precedenza che si trovano in un tempo che si sovrappone al nostro». BACZKO, Bronislaw, «Utopia», cit., pp. 356-357.
35 Le idee di Owen vennero raccolte in una collettanea di saggi, pubblicata nel 1820. OWEN, Robert, A new view of society and other essays, London, Penguin Books, 1991.
40 Il personaggio fondatore, Icaro, sarebbe una sorta di Napoleone idealizzato e perfetto. Lewis Mumford, che commenta la Icarie di Étienne Cabet nella sua opera The Story of Utopias, sottolinea questo aspetto: «Cabet visse i suoi anni più sensibili nel fulgore delle campagne napoleoniche e alla luce crepuscolare della tradizione napoleonica che prevalse anche dopo che le conquiste del generale erano sparite dall’orizzonte». MUMFORD, Lewis, História das Utopias, Lisboa, Antígona, 2007, p. 127.
José D’Assunção Barros, «La Icaria di Étienne Cabet: un’utopia letteraria del XIX secolo», Diacronie, N° 29, 1 – 2017

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