Le direzioni chiedono ai cronisti di stare in redazione

La centralizzazione operata dalle fonti, la velocizzazione dei processi di costruzione della notizia, la capacità sempre più incisiva di alcuni attori (in primis la politica, ma anche i cittadini) di imporre i propri temi all’attenzione delle redazioni, nonché la presenza di giornalisti meno preparati ad affrontare questi cambiamenti perché instabili e senza competenze specifiche, sono tutti elementi che rischiano di rendere la professione incapace di difendersi dalle insidie che possono nascondere. È possibile, infatti, che – per fretta e/o mancanza di competenze adeguate – si costruisca una notizia facendo riferimento solo ai comunicati ufficiali pubblicati dalle fonti, con il rischio che il loro punto di vista sia l’unico proposto al pubblico.
L’incapacità di avere informazioni che vadano oltre la comunicazione istituzionale e di resistere a prodotti accattivanti sotto il profilo “mediatico” forniti da alcune fonti possono effettivamente portare il cronista a diventare un semplice «portavoce» di istanze altrui. I giornalisti più giovani, con meno anni di servizio alle spalle, sembrano consapevoli di questo rischio, tanto che talvolta sembrano rimpiangere un’epoca diversa, basata su altri meccanismi di cui hanno colto le tracce nelle parole dei colleghi più anziani:
spesso si parla del passato. Adesso la cronaca nera ha dei paletti molto forti. Da quello che mi sembra, dal confronto che faccio con altri rami. Adesso si passa da un Ufficio stampa, generalmente, che ti racconta le cose che succedono. Tu l’hai visto sul campo. Per cui ci si sente, almeno… quando i più anziani raccontano di come era una volta, un po’ di invidia ce l’ho, perché… poi io mi fido ciecamente, però qualcuno può dire “ci dicono quello che ci vogliono dire, ci nascondono quello che per loro è scomodo”. Faccio un esempio, le violenze sessuali. La cosa più o meno strana, non so, si ha l’impressione che non ci vengano dette tutte. Anche semplicemente guardando il rapporto annuale, alla voce “violenza sessuale” ci sono 250 casi all’anno e io ne scrivo 30 all’anno. Le altre dove sono? Non ne so nulla. Quindi, io arrivo in un momento in cui la situazione era già così, quindi, non è che posso fare… chi ha più esperienza di me mi dice “devi emergere, devi fare qualcosa per distinguerti perché è un sistema che tende a mettere tutti sullo stesso piano” cioè a dare in sostanza la pappa pronta. Certo, poi io scrivo per un’agenzia, quindi non è che posso tanto divagare… e allora, cosa faccio? La mia agenzia me lo permette e vado il più spesso possibile sul campo, cioè vado a vedere, perché alla fine il modo migliore per sapere le cose, per raccogliere le notizie è andare sulla strada” [cronista – agenzia di stampa]
In termini pratici, oltre alla difficoltà oggi di instaurare rapporti fiduciari con le proprie fonti, i cronisti evidenziano come le direzioni chiedano loro – perché pochi di numero, o perché i tempi si restringono sempre di più – di stare in redazione.
Ormai la competenza acquisita da tutte le fonti e la loro capacità di raggiungere il giornalista, di offrire loro una notizia già confezionata, può spingere alcune redazioni ad affidarsi esclusivamente ai resoconti ufficiali, che diventano l’unica fonte di notizia per chi non ha il tempo e le competenze per approfondire i fatti e determinare una prospettiva interpretativa diversa rispetto a quella già predefinita dalla fonte:
guarda, c’è in generale un rilassamento sia da parte dei cronisti, che da parte delle redazioni. Ma il rilassamento non è solo cattiva volontà ma – a parte qualcuno, che manda avanti il ragazzino, usa solo il telefono, etc… – dal punto di vista del giornale: ci sono a disposizione tante pagine, poco tempo e pochi cronisti. Il capocronista non ha un gran piacere a svuotare le redazioni per mandarle in giro. Uno va di là, uno a fare interviste, uno a vedere l’incidente stradale, etc… si ritrovano che non c’è un cazzo di nessuno, con dieci pagine da fare, da titolare, con fotografie, da scrivere, da correggere, etc.. e chi cazzo le fa? Quindi tendono ad avere il collaboratore, il fotografo… un giornalista che gira come una trottola, etc… e poi la stragrande maggioranza dei giornalisti deve passare i pezzi, mettere i titoli, etc.. questa è una delle abitudini perverse dei giornali che tendono un po’ a dire “tanto c’è l’agenzia, rimetti a posto l’agenzia ed è fatta”. Incidente stradale. È morto uno in corso di Porta Vittoria, “Ma sì, c’è l’agenzia”. Ma è uno morto in tram, non possiamo solo rimaneggiare l’agenzia. Allora vado lì e dico “guardate che qui la cosa è grossa” […] perché i giornalisti che girano a scoprire le notizie, ne sono rimasti pochini. Un po’ perché i giornali risparmiano, un po’ perché c’è poco tempo. Prima eravamo tanti, i giornali erano ricchi, ti potevi permettere il lusso di avere meno… dopo due giorni torni e hai una bella storia. A noi tutti è capitato di vedere la differenza tra le notizie che tu prendi e scrivi col telefono, con l’agenzia o con i giri [di nera], e le notizie che vai a vedere sul posto. 5 volte su 10 scopri che c’è una differenza abissale tra le cose che tu hai preso per telefono, hai preso dal giro o hai preso da Internet, o dall’agenzia, e quando vai a vedere…” [cronista – quotidiano]
D: vorrei chiudere con la questione della competenza. È possibile che la mancanza di competenze, per la cronaca nera, crei un po’ la necessità di scrivere delle storie molto spesso vicine ad un cliché. L’ho notato per la sicurezza urbana, per cui non mi soffermo sulla specificità del fatto, ma non avendo le competenze, mi fermo agli stereotipi, senza legarmi alla specificità di un quartiere, per esempio. Un numero minore di giornalisti, la possibilità di andare sul campo, la mancanza di competenze – per cui si accomuna due storie simili che però sono molte diverse – hanno influito sul lavoro, come anche la velocità.
R: “guarda, la velocità del lavoro ci porta molto spesso a stare di più in redazione, che uscire. Francamente se io potessi starei fuori sempre, perché io ho fatto questo lavoro principalmente per poter stare fuori, avere un contatto con la gente, e poi tornare in redazione e scrivere. Se vuoi ho un’idea un po’ romantica… per alcuni, che sottolineano la velocità delle notizie, pensano che questa idea sia un po’ anacronistica, ma la mia idea di lavoro è ancora quella. Molto spesso è il mio capo che mi richiede – dipendente molto dall’insicurezza dei capi e dalla gente che hanno a disposizione – di rientrare, di essere lì, di scrivere il pezzo. Tu magari hai la necessità di verificare delle cose. Ti faccio un esempio. Quando c’è stata quella cosa di Malpensa, quel tipo che è entrato con il Suv <119. Io oltre ad essere stata lì, sono andata anche a casa di lui, che abitava in provincia di Milano, verso il Varesotto. Il mio capo mi continuava a telefonare e a dirmi “quando torni?”. E io ero insieme al Corriere, a Repubblica e un’altra agenzia. E questi potevano stare quanto volevano, almeno al Corriere. Tant’è che a un certo punto si è posto il problema di tornare con una macchina… io mi sono resa conto… addirittura il Corriere aveva una persona che era rimasta in aeroporto, mentre io ero da sola, mentre per loro ci sono persone che si possono occupare specificatamente di una cosa, mentre tu devi fare tutto da sola, e cercare di non prendere un buco. Questo che ti continua a chiamare. Non va bene. Tu devi avere la possibilità di stare fuori e di scrivere, invece adesso i tempi di chiusura dei giornali, perché c’è la crisi e più tardi chiudi più spendi, si sono accorciati. Tu ti trovi a rispondere a delle dinamiche, a delle esigenze che ben poco hanno a che fare, anzi vanno a cozzare con quella che è la professione” [cronista – quotidiano]
Come si evince dalle stesse citazioni qui riportate, la situazione è differente da redazione e redazione.
Le testate più autorevoli (e con un numero di giornalisti più ampio), come il «Corriere della Sera» e «la Repubblica», possono ancora permettersi di mandare un cronista direttamente sul posto o di lasciarlo libero di girare la città in cerca di notizie.
È altresì vero che la mancanza di tempo va a discapito della costruzione di relazioni fiduciarie con le fonti, tanto che alcuni giovani giornalisti – in genere quelli che si ritrovano a fare buona parte del lavoro quotidiano – sono costretti ad utilizzare i giorni di corta per rafforzare i propri contatti.
Il rischio, insomma, che la professione giornalistica si trasformi in «propaganda burocratica» (Altheide e Johnson 1980; Altheide e Snow 1991) è sempre dietro l’angolo.
In alcune situazioni, poi, la dipendenza dalla fonte può diventare talmente evidente – specie nei momenti di necessità – che si tende quasi a chiedere ad essa di fare il mestiere di cronista, con risultati grotteschi:
la pigrizia è la cosa peggiore che noi possiamo avere. Perché a volte hai lo spazio ma non hai approfondito la notizia e non riesci a farla risaltare. Devi fare 50 righe su un omicidio e non sei neanche andato sul posto. È fondamentale andare sul posto. Il problema è che non lo si fa più“.
D: ma non lo si fa più perché? Non è incentivato dalla redazione?
R: “non è incentivato, poi sai che per fare cinquanta righe il materiale lo trovo lo stesso, lo posso ricavare al telefono. È vero. A volte vai sul posto e porti a casa meno di quello che porteresti a casa al telefono. Altre volte vai sul posto e porti a casa di più. Il problema è che spesso dici “va beh, non vado, fa niente”, ed è questo l’errore più grande, perché poi ormai ci si abitua. Quando ho iniziato io, che non sono tanti anni fa, si andava sul posto. Omicidio, si va sul posto. […] A volte, poi, quando fai la telefonata fai delle domande standard: chi era la vittima, chi era il responsabile, se era pregiudicato, quanti anni aveva, come è successo. Punto. Poi, però, quando devi fare di più sei fregato, perché non sei andato sul posto. Quindi chiami gli investigatori e gli chiedi delle cose, del tipo “di che colore è il palazzo?”, “ma che contesto è? Quante famiglie ci vivono?” “Cosa hanno detto i vicini?”, che
sono informazioni che agli investigatori non servono o che raccolgono in modo sistematico, ma servono a te giornalista. Quindi, magari tu fai questa cosa alle otto di sera, dall’altra parte del telefono hai un persona che a quelle cose non ha prestato attenzione, che alla fine ti dice: “ma ascolta, te lo devo scrivere io l’articolo?”. Non fai una bella figura
” [cronista – quotidiano]
119 Si riferisce a Ben Abdel Ganouni Sadallah, che il 21 febbraio 2011, in un momento di follia, ha cercato di sfondare le porte di ingresso all’aeroporto di Malpensa con un Suv, sul quale erano presenti sua moglie e i tre figli.
Domingo Scisci, Dai fatti alle parole. Come sta cambiando la cronaca nera milanese, Tesi di dottorato, Università degli Studi Milano-Bicocca, Anno Accademico 2011-2012

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Pensionato di Bordighera (IM)
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