Il PCI aveva iniziato a guardare con interesse al temperamento ambizioso della Romania

L’epoca post-staliniana concesse spazi di libertà che la Romania seppe mettere a frutto brillantemente per costruirsi una sfera di autonomia da Mosca. Tra il 1956 ed il 1965, il paese satellite acquisì una posizione internazionale importante, riducendo l’allineamento alla politica sovietica alla sola componente ideologica <44. L’allontanamento ambizioso, ma prudente, della Romania catturò l’attenzione del Pci, il quale aveva diminuito progressivamente il proprio fideismo verso Mosca dopo la rivoluzione ungherese, in virtù della formazione di una propria via nazionale al socialismo.
L’intervento sovietico, a repressione della rivolta ungherese, costituì un repentino riallineamento degli stati satellite alla politica sovietica, ponendo già in crisi il comunismo nazionale al quale aveva fatto sperare l’apertura crusceviana del XX Congresso del Pcus. In quest’ottica, venne bloccata sul nascere la costruzione del comunismo nazionale romeno al quale Gheorghiu-Dej guardava con un certo interesse, avviando una cauta collaborazione con la Jugoslavia di Tito. Il leader romeno era turbato in quanto temeva si presentasse una sollevazione in stile ungherese anche in Romania, ma si impegnò ad evitarla, concedendo un aumento dei salari ed una diffusione maggiore di derrate alimentari. Inoltre, sebbene avesse approvato l’operato sovietico a tutela dell’ortodossia ideologica, l’élite romena si intimorì ulteriormente dopo aver notato la semplicità con la quale le truppe sovietiche avevano occupato il territorio di uno Stato alleato. Nonostante le misure preventive, la notizia del massacro si diffuse in tutta la Romania, suscitando una sommossa delle minoranze ungheresi presenti sul suolo romeno. A questo punto, onde evitare una deriva di tale protesta, l’URSS aumentò il numero delle proprie truppe dislocate nella parte orientale della Romania, le quali, a differenza di quelle presenti sulle frontiere jugoslave e ungherese, non si erano spostate in Ungheria durante la rivolta, ma erano rimaste stanziate a difesa delle basi aeree sovietiche situate lì vicino. L’annientamento degli insorti ungheresi, proprio dopo aver lasciato sperare nell’opportunità di costruzione di una via nazionale al socialismo, favorì la nascita della diffidenza romena nei confronti dell’URSS, alimentata anche dalle continue pressioni di Chruščёv per la destalinizzazione. Secondo l’interpretazione del segretario del Pmr, la destalinizzazione non corrispondeva alla critica della concentrazione del potere in una sola persona, bensì consisteva nella denuncia dell’imperialismo sovietico sugli stati satellite e dunque nell’eliminazione degli esponenti di partito contrari alla formazione di una via nazionale al socialismo. Così interpretata, la destalinizzazione romena era già avvenuta nel 1952 con l’epurazione del “deviazionismo di destra”, incarnato dal ministro delle Finanze Vasile Luca, dal ministro degli Interni Teohari Georgescu e dal ministro degli Esteri Ana Pauker, <45 accusati di essere esageratamente fedeli a Mosca e come tali nemici del sistema politico nazionale. Pertanto, di fronte alle pretese di Chruščёv, Gheorghiu-Dej ribadiva di non avere più alcuno scaffale da spolverare in quanto una pulizia profonda era già stata fatta, tra l’altro, ben quattro anni prima che venisse proclamata dal famoso rapporto pubblico. In questo contesto, nacquero e si svilupparono la diffidenza ed il rancore della Romania nei confronti dell’URSS, sentimenti destinati a guidarla nel progressivo allontanamento da quest’ultima. Il brusco riallineamento del 1956 non compromise l’interesse romeno per la via nazionale, anzi, costituì, insieme al ritiro delle truppe sovietiche nel 1958, un pretesto per giustificare l’avvio della desatellizzazione della Romania e la costruzione di una politica di salvaguardia degli interessi nazionali. Per tale ragione, sono due gli eventi che gli storici considerano fondamentali per l’origine della desatellizzazione romena: la rivoluzione magiara (1956) ed il ritiro delle truppe sovietiche stanziate sul territorio romeno (1958). <46 In questa situazione, Gheorghiu-Dej seppe giocare bene le proprie carte, riuscendo a conciliare l’allineamento al nuovo corso crusceviano con la messa in piedi della prudente via nazionale al socialismo. La strategia consistette nell’approvare verbalmente la politica sovietica per poi agire di testa sua quasi come se volesse seguire il suggerimento di un proverbio molto diffuso in Romania, Zi ca ei și fă ca tine!, cioè “Di come loro e poi fai di testa tua!”. Le purghe del 1952 e del 1957, <47 nonché l’astuta abilità di difendere le proprie posizioni, permisero a Gheorghiu-Dej di fortificare la compattezza del suo partito e di qualificarsi come uno dei primi capi di stato dell’Est a capire l’importanza del conflitto cino-sovietico ai fini di ottenere una maggiore libertà di azione sia per la sua persona che per il suo paese. In questi anni, la Romania si impegnò non solo ad alimentare la cooperazione con la Jugoslavia, ma anche a presentare una proposta di denuclearizzazione dei Balcani e a ottenere il ritiro sia delle truppe sovietiche che dei tecnici delle Sovrom. Le Sovrom furono società miste istituite nel 1945 con lo scopo di portare in Romania esperti sovietici che aiutassero il paese nei diversi settori di produzione. <48 Il progetto iniziale prevedeva che tali imprese fossero possedute da entrambi gli stati al 50%, ma in realtà altro non furono che uno strumento dell’URSS per arricchirsi, deviando gran parte della produzione verso di sé e riducendo la Romania al mero ruolo di fornitore. <49 In un simile contesto, il ritiro degli specialisti sovietici fu sia un successo che uno stimolo per la Romania, la quale iniziò a cimentarsi nel raggiungimento dell’indipendenza economica come mezzo per raggiungere, in un secondo momento, quella politica.
[…] In Italia, sebbene il governo avesse guardato a lungo con cautela la possibilità di stabilire rapporti politici, economici e culturali con la Romania, le acque sembrarono essersi calmate dal 1964 in poi. “Il fatto che ambedue gli Stati appoggiassero ora in toto la politica della distensione e della cooperazione internazionale […] fornì un input di primaria importanza ai rapporti Roma e Bucarest”. <60 Diversamente, il Pci, aveva iniziato a guardare con interesse al temperamento ambizioso della Romania già prima del ’64, rimanendo incuriosito dalla tenacia con la quale tale stato povero e militarmente debole si stava facendo spazio con astuzia in una così complicata situazione internazionale. Nelle note riservate dei verbali del Pci venne continuamente ribadita l’originalità del Pmr proprio perché che si mostrava non più disposto ad essere un fornitore di materie prime e prodotti agricoli, sfruttato e arretrato, bensì desiderava concentrarsi sulle esportazioni dalle quali ottenere il ricavo necessario per accrescere l’industrializzazione; anche se tale scelta comportò la messa in ginocchio dei cittadini, i quali si videro tagliare e razionare i consumi, obbligati a fare file infinite per ottenere scarse quantità di alimenti. <61
A conti fatti, dopo la morte di Gheorghiu-Dej, la Romania rimase una democrazia popolare guidata dal proprio partito comunista, <62 ma quest’ultimo si “romenizzò”, affermandosi come potente mezzo del nazionalismo romeno <63 e cessando di essere la “sezione romena dell’Internazionale moscovita”. <64 Ceaușescu si dimostrò molto abile nello spostare l’accento dalla solidarietà verso il blocco sovietico agli interessi nazionali, in maniera impercettibile, agendo sulla propaganda e sull’educazione, arrivando, nel 1968, a ripudiare le stesse pratiche staliniste usate da Gheorghiu-Dej, padre dell’iniziativa di emancipazione. <65 In definitiva, la progressiva desatellizzazione della Romania fu considerata da molti un esempio di azione diplomatica condotta con prudenza e determinazione. In particolare, il Partito comunista italiano trovò conveniente e interessante instaurarvi e mantenervi una collaborazione in politica estera nell’ottica di costruzione di una via nazionale al socialismo. Dal canto suo, il Pcr non mancava di mostrare interesse a stringere accordi commerciali, e non solo, con il Pci, insistendo nel ribadire la comune origine latina dei due Stati <66 – Italia e Romania – anch’egli in un’ottica di allontanamento da Mosca, sia dal punto di vista economico che culturale.
2.2 Le affinità in politica estera
Le prospettive di costruzione di una via nazionale al socialismo accomunarono il Partito comunista italiano ed il Partito comunista romeno, <67 facendo sì che entrambi divenissero partiti “a diverso titolo eretici” <68 rispetto alla politica centrale moscovita. Da un lato, l’abilità dei romeni di crearsi spazi di autonomia nel blocco socialista suscitò l’interesse del Pci, il quale, a seguito dell’intervento armato in Ungheria nel 1956, aveva iniziato un percorso graduale di allontanamento da Mosca e vedeva possibili affinità con il percorso di desatellizzazione romeno. Dall’altro lato, l’élite politica romena mostrò parecchio interesse nei confronti dell’Italia in quanto paese dell’Europa Occidentale, area geografica verso la quale intendeva aprire il commercio. Tale interesse confermò l’intenzione di Ceaușescu di estendere il processo di desatellizzazione dall’ambito economico a quello culturale per poi raggiungere quello politico, che in realtà non è mai stato sfiorato nemmeno lontanamente. <69
Si avviarono in questo modo una serie di incontri periodici tra le delegazioni del Pci e del Pcr, destinate a durare fino al 1983.
[…] La collaborazione in politica estera tra il Partito comunista italiano ed il Partito comunista romeno fu un’esperienza strategica ed importante per l’evoluzione di entrambi i partiti. La comune ambizione di indipendenza fu talmente forte da prevalere sulle immense differenze ideologiche, almeno all’inizio. Le affinità persistettero finché i due non definirono con precisione i confini della propria via nazionale al socialismo. Infatti, dal 1968 in poi, le strade cominciarono a separarsi. Il Pci scelse la via riformistico-democratica al comunismo mentre Ceausescu si chiuse a qualsiasi innovazione deviazionistica e nazionalizzò il regime comunista, connotandolo di elementi di estrema destra. In sostanza, il Pci ed il Pcr unirono le forze in un momento di indebolimento del monolitismo comunista – lacerato dal doppio trauma del 1956 – al fine di acquisire spazi di autonomia d’azione e indipendenza, ma i motivi per i quali desideravano raggiungere tale fine furono diversi. Il Pci desiderava diventare parte attiva della maggioranza parlamentare e costruire una società socialista e democratica in Italia; Ceau?escu, invece, ambiva a trasformare la Romania in una potenza industriale ed economica, della quale voleva mantenere il controllo a tutti i costi, reprimendo i dissensi e censurando l’informazione. Inizialmente, il Pci fu colpito dal coraggio di Ceausescu nel prendere le distanze da Mosca e volle avvinarvisi, convinto che l’attitudine del romeno potesse fargli comodo nella costruzione di una via italiana al socialismo. Ceausescu, dal canto suo, considerò utile alla sua causa la posizione dei comunisti italiani, non solo per via della tanto rivendicata origine latina che li accomunava ma anche per favorire la propria indipendenza economica, ottenendo finanziamenti per l’industrializzazione della Romania. Fintanto che l’unione delle forze arrecò loro benefici, i due si servirono l’uno dell’altro, sfruttando il loro rapporto di convenienza, come spesso avviene in politica.
In quest’ottica, la nascita, l’evoluzione e l’esaurirsi delle affinità tra Pci e Pcr in politica estera costituirono un riflesso a livello micro di ciò che avveniva a livello macro nell’intero organismo comunista. Tutti gli stati ed i partiti comunisti erano uniti in un’unica facciata monolitica per fini ed interessi diversi, esattamente come testimoniano la Rivoluzione Ungherese nel 1956, il conflitto cino-sovietico esploso nel 1963, la Primavera di Praga nel 1968 nonché la rivolta polacca nel 1981. Infatti, si può obiettare che tutti i leader che hanno contribuito alla creazione ed al mantenimento dell’unità monolitica comunista si siano illusi di poter tenere insieme il progetto comunista senza prima preoccuparsi di creare i presupposti per la sua longevità. Hanno sognato di creare un puzzle con pezzi solo apparentemente compatibili, e quando le incongruenze sono diventate evidenti, invece di accettarle e trarne beneficio, si è deciso di forzarne la conciliabilità, costringendo gli stati ed i partiti comunisti a condividere un’unica idea, sebbene i loro interessi di base fossero rivolti verso direzioni diverse. Si può argomentare che, probabilmente, fu proprio questo il difetto del comunismo internazionale, l’incapacità di comprendere quanto fosse importante costruire fondamenta solide prima di erigere il grattacielo comunista. I comunisti si illusero che le basi solide potessero essere costituite dall’uguaglianza, o meglio, dalla convinzione di essere e di dover essere uguali, ma fu una menzogna. Non volendo né riconoscere né accettare le differenze di fondo che caratterizzavano tutti gli stati e i partiti comunisti – ognuno derivante da tradizioni storico-culturali diverse – si è di fatto scelto di vivere nell’inganno e, ancora peggio, di usare tale inganno come fondamento del blocco comunista. Tale errore è stato compiuto non solo al momento della nascita, ma anche durante l’evoluzione dell’ideologia marxista; infatti, ogni volta che un evento internazionale rendeva evidente il problema delle incongruenze, invece di accoglierle e affrontarle seriamente come auspicava la destalinizzazione, i leader sovietici scelsero di reprimerle e sotterrarle. Così facendo, la questione veniva raggirata invece di essere risolta. Per questo motivo, le incompatibilità continuavano a risuscitare, più forti di prima, tanto che nemmeno le buone intenzioni di Gorbacëv riuscirono a cambiare il corso delle cose. Essendo ormai troppo tardi, il crollo del muro di Berlino agì da goccia che fa traboccare il vaso ed il grande organismo comunista implose insieme alla madre patria sovietica.
In definitiva, le responsabilità della dissoluzione dell’organismo comunista è da imputare ai comunisti stessi, tutti i comunisti. Gli estremisti – come Ceausescu – si lasciarono accecare dalla rigidità, non riuscendo a guardare oltre i paraocchi totalitari che indossavano, mentre i riformisti – come gli esponenti del Pci – sbagliarono a non rompere in tempo con la guida sovietica, che si illudevano fosse riformabile. Entrambe le parti commisero lo stesso peccato, non vollero recepire i messaggi che la storia cercava di trasmetter loro, non realizzarono che stesse chiedendo loro di evolvere, di innovarsi seriamente. E ormai si sa, gli storici lo insegnano, la forza della storia punisce chi non è capace di cavalcare il progresso, costringendolo a rimanere fermo, o addirittura indietro, mentre il mondo avanza.
[NOTE]
44 G. CAROLI, La Romania nella politica estera italiana 1919-1965. Luci e ombre di un’amicizia storica, Edizioni Nagard, Milano, 2009, p. 430.
45 S. SANTORO, Partito comunista italiano cit.
46 A. POP, La originile desatelizării, “Sfera politicii”, 2 (1993), n. 3.
47 Come enunciato nel primo capitolo, nel 1957 Gheorghiu-Dej diede vita all’epurazione contro le rivendicazioni ungheresi.
48 CAROLI, op. cit., p. 430.
49 CAROLI, op. cit., p. 438.
60 Ivi, p. 476.
61 P. CÂMPEANU, România: Coada pentru hrană, un mod de viată, 1994.
62 E. DENIZE, Comunismul românesc cit.
63 P. CÂMPEANU, Ceaușescu cit.
64 Virgolettato sul testo, F. FEJTO, op. cit., p. 142.
65 F. FEJTO, op. cit., pp. 136-143.
66 S. SANTORO, Il Partito comunista italiano e la Romania negli anni Sessanta e Settanta, “Studi Storici”, (48) 2007, n. 4.
67 Ibidem.
68 Metafora utilizzata da S. SANTORO per definire il comune desiderio dei due partiti di mettere in atto una via nazionale al comunismo, sebbene per fini diversi. L’autore utilizza l’espressione citata nell’abstract del suo saggio Comunisti italiani e Romania socialista: un rapporto controverso, per la rivista “Storia e Futuro”, (2011), n. 26.
69 Come si vedrà nell’ultimo capitolo dello studio presente, la Romania comunista non ha mai raggiunto l’indipendenza politica da Mosca. Inoltre, alcuni ricercatori sostengono che l’immagine che illustra la Romania come lo stato socialista più indipendente da Mosca sia in realtà un luogo comune storiografico. A sfatare tale mito è il testo G. ALTAROZZI e G. MANDRESCU, Comunismo e comunismi. Il modello romeno, Atti del Convegno di Messina 3-4 maggio 2004, Editura Accent, 2005, Cluj-Napoca, nel quale gli autori raccontano quanto in realtà fossero ristretti gli spazi di autonomia di Ceaușescu se paragonati agli elementi di forte alleanza con l’URSS. Si veda D. POMMIER VINCELLI, Nota di Lettura, Comunismo e comunismi. Il modello rumeno, Annuario dell’Istituto di studi Italo-Romeno nr.1/2004.
Teodora Ioana Vulpe, Le affinità tra il Partito comunista romeno e il Partito comunista italiano: la nascita, l’evoluzione e l’esaurirsi di una collaborazione in politica estera, Tesi di Laurea, LUISS Guido Carli, Anno accademico 2017/2018

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