Calvario di Borzonasca

Borzonasca (GE) – Fonte: Wikipedia

Introdotto da Carnelutti nel tentativo di rintuzzare l’inattesa testimonianza di Parri, il tema sarebbe riemerso più volte durante il primo processo. Graziani ricordò in due occasioni il bombardamento del piccolo borgo di Borzonasca (GE), nell’entroterra di Chiavari, avvenuto il 1° settembre 1944. L’incursione era stata citata anche nel corso del processo contro Mario Carloni, addebitandone la colpa ai partigiani e suscitando una recisa smentita da parte del comandante della VI zona operativa <13.
Gli ordigni, sganciati in tre incursioni successive tra le 12 e le 17, fecero 43 vittime <14. Il paese era stato citato dal testimone Giovanni Trombetta come luogo dell’esecuzione sommaria di tre renitenti alla leva, prelevati a Caregli e fucilati appunto a Borzonasca il 6 agosto 1944 ad opera di bersaglieri. Trombetta sottolineò che il giorno prima di quel fatto Graziani aveva visitato il paese, tenendo un discorso incendiario alle truppe della Monterosa <15.
Secondo Graziani, la responsabilità del bombardamento andava ascritta ai partigiani, che avrebbero indicato agli anglo-statunitensi l’obiettivo da colpire, e Carlo Silvestri avrebbe sostenuto la medesima tesi <16.
Graziani vedeva un rapporto di causa-effetto tra il proprio discorso del 5 agosto e il bombardamento del 1° settembre, che sarebbe stato una (sproporzionata) punizione per il plauso che la popolazione aveva tributato al maresciallo. Nella saggistica sul bombardamento si ricorda invece un episodio del 21 maggio 1944, che avrebbe anch’esso avallato l’ipotesi del bombardamento come forma di rappresaglia nei confronti di una popolazione simpatizzante con i fascisti.
Si trattava della fucilazione sulla pubblica piazza del partigiano Severino, catturato dopo il fallito attacco alla caserma dei carabinieri. L’uccisione di Severino avrebbe suscitato l’applauso di alcuni astanti, stando a quanto riferito dal giornale clandestino «Il partigiano» <17.
Un’altra testimonianza sembra indicare che la reazione fosse stata non di approvazione ma di costernazione: «Celebrate le esequie, ben poche persone seguirono la bara; nemmeno le campane poterono essere suonate e tale barbaro trattamento gettò il paese nella più grande costernazione» <18. Questa testimonianza, volendo smentire quella del foglio clandestino, è finalizzata a evidenziare la mancata adesione della essa avrebbe dovuto subire <19.
La vicende del piccolo borgo ligure nel corso del 1944 sono narrate da Rosaria Arena in Calvario di Borzonasca: il raro volumetto si presenta come un profilo biografico di don Angelo Zambarbieri, parroco del paese (e futuro vescovo di Guastalla). Il libro è un’apologia dell’opera assistenziale svolta da don Zambarbieri negli anni della guerra civile, e presenta giudizi ambigui sulla Resistenza. I riferimenti ai responsabili dei bombardamenti hanno forma ellittica: «C’era chi sosteneva che bisognava dare una lezione a Borzonasca» <20. Altrettanto criptica l’allusione nel diario di Zambarbieri ai «responsabili, vicini e lontani, di così delittuoso massacro» <21. Assai più diretta l’accusa di Giampietro Rolandelli, che asserisce una responsabilità diretta dei partigiani nel fomentare l’attacco. Nonostante abbia le caratteristiche di una testimonianza oculare, occorre contestualizzarla ricordando che è stata messa per iscritto a settant’anni di distanza dai fatti: l’autore (all’epoca ventenne) era stato tenuto ostaggio (assieme al padre medico) da un distaccamento partigiano sul monte Aiona, proprio tra luglio e agosto 1944, e non nasconde l’acredine verso i suoi carcerieri <22. Anche senza ipotizzare una falsificazione deliberata, non si può escludere che le sue memorie siano state rielaborate sotto l’influsso delle dicerie diffuse a posteriori.
C’era qualcosa di vero in tutto ciò?
C’erano state in effetti richieste di bombardamento del paese, reiterate diverse volte: inizialmente provenivano dagli ufficiali della missione dell’OSS che era stata paracadutata in zona il 12 agosto 1944 <23. Si trattava della missione Walla Walla, che oltre a organizzare lanci di equipaggiamento, vestiario e armi per i partigiani della zona, aveva un sistema di informatori e di comunicazioni radio con il comando OSS di Siena <24. Il paese di Borzonasca, assieme a Montoggio, Casella, Torriglia e Montebruno era stato individuato come luogo di concentramento di truppe. La prima richiesta di colpire il paese era partita il 18 agosto, per essere ribadita due giorni dopo, quindi prima del duro rastrellamento dell’ultima settimana di agosto. Un’altra missione (Apple-Meriden, formata da operatori radio italiani) ripeté poi la richiesta il 29 agosto: nei radiomessaggi inviati da radio Walla Walla al comando di Siena, oltre alla volontà di individuare con precisione l’obiettivo, sembra trasparire un disinteresse per la popolazione («Population Borzonasca all fascist»), poi contraddetto dall’indicazione che i civili sarebbero stati avvertiti («will warn others») <25.
La pubblicistica e i difensori di Graziani e Carloni individuavano il motivo dell’attacco aereo nella volontà di punire una cittadinanza rea di aver simpatizzato con i fascisti, classificandolo come atto di guerra ai civili; in parallelo, esso veniva visto come una rappresaglia per le fucilazioni del 21 maggio e del 6 agosto <26: tuttavia la ragione di esso va ricercata nella presenza del presidio dell’esercito di Graziani <27.
È infatti certo che Borzonasca fosse una base logistica del gruppo esplorante della divisione Monterosa, una delle quattro divisioni del nuovo esercito della RSI, addestrata in Germania e rientrata in Italia alla fine del luglio 1944. Comandato dal maggiore Girolamo Cadelo (poi ucciso in un’imboscata il 27 settembre 1944) il presidio era percepito dai partigiani come una minaccia grave, che si era concretata con il durissimo rastrellamento svoltosi tra il 24 e il 30 agosto <28.
I partigiani erano stati informati dell’incursione? Avevano messo in conto la possibilità di una strage di civili? È difficile rispondere a queste domande, per le quali si possono soltanto abbozzare alcune ipotesi. Le brigate della zona erano reduci da dure azioni di controguerriglia durate una settimana: la manovra accerchiante le aveva costrette a combattimenti e a rapidi spostamenti, ed esse erano in una fase di riorganizzazione. In quei giorni convulsi, gli operatori di radio Meriden continuavano le proprie attività in condizioni difficili <29; è perciò verosimile che il bombardamento fosse stato deciso dal comando OSS sulla base di notizie ormai non aggiornate: Borzonasca fu colpita in quanto considerata un obiettivo militarmente rilevante, ma le truppe della Monterosa avevano abbandonato il paese <30.
Giorgio Pisanò, pur stigmatizzando la condotta criminosa dei bombardamenti nell’entroterra ligure, e pur considerandoli come una rappresaglia in risposta ai rastrellamenti di fine agosto, non fa cenno ad eventuali responsabilità di informatori italiani: evidenzia solo «l’incapacità degli aviatori alleati nel centrare gli obiettivi squisitamente militari» <31.
Borzonasca è l’unico caso di presunto bombardamento eterodiretto che venga citato nella pubblicistica revisionista anche in anni recenti: esso si presta a strumentalizzazioni, essendo logico pensare che lo sconosciuto borgo, privo di qualsiasi infrastruttura militare o industriale, avesse potuto diventare un obiettivo soltanto in seguito alle indicazioni di informatori <32.
Nella stessa zona (tra Liguria e piacentino) e nello stesso periodo viene segnalata l’attività di Manfredo Bertini («Maber», futura medaglia d’oro della Resistenza), l’operatore della radio Balilla <133. Un rapporto del capitano dell’OSS William Wheeler sosteneva che Bertini, durante il rastrellamento operato dalle cosiddette truppe mongole e iniziato il 23 novembre 1944, aveva inviato reiterate richieste di bombardamento su centri abitati; lasciava intendere che egli, sotto l’effetto della morfina per attenuare i dolori di una grave ferita ricevuta poche settimane prima, non fosse completamente lucido <34. Bertini si sarebbe suicidato il 13 dicembre 1944.
Queste accuse si inseriscono in appendice a una polemica suscitata da un libro sulle missioni OSS in Liguria, pubblicato nel 1993 a cura del capitano dell’OSS Albert R. Materazzi: Angelo Del Boca aveva messo in dubbio l’attendibilità delle fonti da lui usate, pur senza entrare nel merito delle responsabilità di Bertini ma rettificando il giudizio dato sul capo giellista Fausto Cossu e sul comportamento della divisione da lui comandata nei giorni della durissima offensiva di fine novembre <35.
Nello stesso articolo, dopo aver stigmatizzato le «accuse gravissime, infamanti», nonché «totalmente false, senza un minimo di fondamento» contenute nei documenti della missione OSS, Del Boca rievocava il «gesto disperato» di Manfredo Bertini, a suo dire motivato dal silenzio degli alleati rispetto alle sue reiterate richieste di rinforzi <36.
Lo stesso Materazzi avrebbe più tardi ammesso di essersi sbagliato nel giudizio su Fausto Cossu. Rimangono, inquietanti, le accuse mosse da William Wheeler a Bertini, riguardo alle quali sono auspicabili ricerche ulteriori: la polemica è una testimonianza dei rapporti difficili e a volte conflittuali tra OSS e movimento resistenziale.
[NOTE]
13 C. Cornia, Monterosa. Storia della Divisione alpina Monterosa della R.S.I., Del Bianco, Udine 1971, p. 98.
14 PG II, pp. 523, 786-787. Negli atti il toponimo è a volte erroneamente trascritto come «Bordonasca» o «Bordonasco». Vedi anche M. Tosi, La repubblica di Bobbio, Archivi storici bobiensi, Bobbio 1977, p. 72. L’elenco delle vittime in R. Arena, Calvario di Borzonasca. 1944 – settembre – 1984, Don Orione, Tortona 1984, pp. 48-49. Un numero inferiore (36 vittime) si trova in G. Guderzo, L’altra guerra. Neofascisti, tedeschi, partigiani, popolo in una provincia padana. Pavia, 1943-1945, il Mulino, Bologna 2002, pp. 444 e 445 nota 113.
15 PG II, pp. 777-778; «Il Partigiano – volontario della libertà. Organo della III divisione garibaldina “Cichero”», n. 3, 19/8/1944, p. 3; Schiacciante serie di prove contro il traditore Graziani, in «L’Unità», 9/3/1950; R. Arena, Calvario di Borzonasca, cit., p. 39.
16 C. Silvestri, Mussolini, Graziani e l’antifascismo, Longanesi, Milano 1949, p. 173; M. Viana, La monarchia e il fascismo, L’Arnia, Roma 1951, p. 640.
17 Severino, in «Il Partigiano – volontario della libertà. Organo della III divisione garibaldina “Cichero”», n. 1, 1/8/1944, p. 1.
18 R. Arena, Calvario di Borzonasca, cit., p. 38.
19 Sorprende che una motivazione assai simile sia stata addotta anche per il bombardamento di Piazza al Serchio del 29 giugno 1944: secondo don Palmiro Pinagli si sarebbe trattato di una rappresaglia contro la popolazione «poiché alcune persone avevano denunciato un partigiano poi fucilato»: O. Guidi, Dal fascismo alla Resistenza. La Garfagnana tra le due guerre mondiali, Comunità montana della Garfagnana, Castelnuovo Garfagnana 2004, p. 159 nota 27.
20 R. Arena, Calvario di Borzonasca, cit., p. 41.
21 Ivi, pp. 8, 42.
22 G. Rolandelli, Classe 1923. Che… giovinezza!!! Ricordi – cronaca – auspici, KC, Genova 2013, pp. 106-109. L’autore racconta di se stesso in terza persona.
23 Americani dell’OSS e partigiani nella sesta zona operativa ligure, a c. di A. R. Materazzi, Bastogi, Roma 1993, p. 49.
24 Ibid.
25 G. Guderzo, L’altra guerra, cit., pp. 444-445 e nota 113.
26 Ibid.: riprende l’ipotesi di M. Tosi, La repubblica di Bobbio, cit., p. 72.
27 C. Nasini, Una guerra di spie. Intelligence anglo-americana, Resistenza e badogliani nella Sesta Zona Operativa Ligure Partigiana (1943-1945), Tangram, Trento 2012, p. 140; Rolandelli fa riferimento anche a un deposito di munizioni ubicato nei pressi del cimitero: G. Rolandelli, Classe 1923, cit., p. 177.
28 G.B. Lazagna, Ponte Rotto. La lotta al fascismo, dalla cospirazione all’insurrezione armata, Sapere, Milano 1972, pp. 36-37: «Borzonasca fu per quasi tutta la guerra partigiana un punto nero della nostra vita; ogni volta che si parla di Borzonasca i vecchi di Cichero ricordano i preparativi affrettati, le marce notturne col peso delle armi e dei viveri sulle spalle, l’arrivo dei fascisti predoni ed assassini»; G. Gimelli, La Resistenza in Liguria. Cronache militari e documenti, Carocci, Roma 2005, p. 330; C. Cornia, Monterosa, cit., p. 76.
29 P. Tompkins, L’altra Resistenza, il Saggiatore, Milano 2005, p. 266.
30 S. Piovesan, Gli alpini della divisione «Monterosa» e la lotta di liberazione sull’Appennino ligure-piacentino, in «Studi piacentini», n. 17, 1995, p. 15; G. Rolandelli, Classe 1923, cit., p. 178.
31 G. Pisanò, Storia della guerra civile in Italia (1943-1945), v. II, FPE, Milano 1966, p. 1052.
32 F. Boschieri, Il paese raso al suolo per vendetta, in Il sangue e… le memorie. 1943-1947 guerra civile. Giornali, testimonianze, immagini DVD, a c. di Marco Pirina, Centro studi e ricerche storiche Silentes loquimur, Pordenone
2006, p. 216; A. Brignole, 1 settembre 1944: operazione White Horse, in «Il Secolo d’Italia», 6/9/2016, p. 8.
33 Su Bertini, vedi L. Guccione, Missioni Rosa-Balilla. Resistenza e alleati, Vangelista, Milano 1987, pp. 134-140.
34 A. R. Materazzi, Le relazioni tra la missione OSS Walla Walla e la divisione GL di Fausto nei messaggi conservati presso gli archivi americani (ottobre-dicembre 1944), in «Quaderno di storia contemporanea», n. 27, 2000, pp. 125-135.
35 A. Del Boca, Di un modo scorretto del fare storia, in «Studi Piacentini», n. 14, 1993, pp. 227-238.
36 Ivi, p. 232.
Idalgo Cantelli, I bombardamenti alleati e il nemico interno tra fascismo e Repubblica (1944-1954), Borzonasca, 1° settembre 1944 in Quale Storia, Anno XLVII, N.ro 2, Dicembre 2019, Istituto Regionale per la Storia della Resistenza e dell’Età Contempranea nel Friuli Venezia Giulia

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