Bilenchi era uno dei rarissimi scrittori che preferiva parlare dei libri degli altri

Nel libro di memorie “Amici”, Romano Bilenchi descrive gli incontri più importanti della sua vita e si sofferma sul passaggio dalla provincia toscana ai caffè letterari fiorentini con l’avvicinamento decisivo alla cerchia ermetica e solariana. <1
Sorprende dunque non trovare in queste pagine un ritratto compiuto di Carlo Bo, suo interlocutore per oltre mezzo secolo e critico autorevole che riservò un’attenzione costante alle sue opere.
Nel pezzo “Rapallo 1941”, incentrato su Ezra Pound, sono infatti evocate soltanto cursoriamente le visite a Bo a Sestri Levante: «Appartenevo a un gruppetto di amici che si spronavano l’un l’altro a leggere seguendo l’esempio di Carlo Bo, nostra guida spirituale, al quale anch’io dovevo moltissimo, che leggeva tutto e di tutti». <2
È del resto proprio Bilenchi, in un’intervista del 1988, a chiarire il motivo dell’assenza di Bo in “Amici” e a sottolineare lo stretto legame che lo univa a lui e a Mario Luzi: «Ho avuto con lui [Luzi] un rapporto troppo quotidiano e nello stesso tempo troppo frammentario, come del resto con Bo: durano entrambi da cinquant’anni. Sono due tra le persone cui voglio più bene». [3]
Sul loro sodalizio intellettuale e letterario offrono dati nuovi le ottantaquattro lettere e cartoline inedite di Bilenchi a Bo, custodite presso l’Archivio Urbinate della Fondazione Carlo e Marise Bo, che coprono un ampio arco temporale, dal 1937 al 1989, con alcuni lunghi periodi di silenzio (1945-1950, 1952-1961, 1972-1980). <4
Il corpus si compone perlopiù di rapidi saluti e brevi messaggi di servizio, ma non mancano lettere che restituiscono informazioni preziose per ricostruire il rapporto tra lo scrittore e il critico e colmare almeno in parte la lacuna di “Amici”.
In questa sede si pubblica dunque una selezione delle venti missive più significative, che permettono di fare luce su vari aspetti dell’amicizia di Bo e Bilenchi attraverso i decenni, dal confronto sui reciproci lavori in fieri alla discussione su diversi libri alle fitte collaborazioni giornalistiche. La critica e la vasta cultura di Bo sostengono e guidano Bilenchi, che nutre per lui una ammirazione immutata negli anni: «Lo stimo molto per la sua bontà, per la sua intensità di lavoro, per la sua profondità di lettura. Lo ritengo un uomo perfetto» (1989). <5
Il carteggio prende avvio nel febbraio 1937, quando Bilenchi ringrazia Bo per l’invio della sua traduzione del S. Tommaso d’Aquino di Jacques Maritain pubblicata l’anno prima. Come ricorda Bo in una testimonianza del 1994, l’incontro tra i due era avvenuto nei primi anni Trenta alla libreria Beltrami di Firenze per il tramite di Luzi, quando le loro posizioni ideologiche e in campo letterario erano estremamente lontane. Nel 1931 Bilenchi fa infatti uscire a puntate il romanzo “Vita di Pisto” sul «Selvaggio», la rivista diretta da Mino Maccari espressione del fascismo rurale, antieuropeo e antimoderno; <6 tra il 1932 e il 1937 collabora poi a testate come «L’Universale» di Berto Ricci, «Il Bargello» di Alessandro Pavolini, e «Critica fascista» di Giuseppe Bottai. <7 Bo è invece legato al «Frontespizio» di Piero Bargellini, <8 nel 1934 si laurea a Firenze in Letteratura francese con una tesi su Huysmans e pubblica di lì a poco i suoi primi volumi su Jacques Rivière (1935) e Sainte-Beuve (1938). Queste le parole di Bo nel 1994, un anno dopo la morte di Bilenchi: “Si partiva da due mondi diversi e contrapposti ma non fu difficile trovare subito un terreno d’intesa: la lettura. Bilenchi era uno dei rarissimi scrittori che preferiva parlare dei libri degli altri e un lettore apertissimo, curioso, soprattutto di cose che, a prima vista, non gli sarebbero potute piacere. Tutto il contrario di quello che esigeva o raccomandava la sua religione strapaesana: i suoi gusti e le sue segrete aspirazioni lo portavano fuori d’Italia, in un dominio che certo non era gradito al partito in cui militava. […] Romano Bilenchi era un fascista atipico, del tutto slegato dai vizi e dagli errori dei suoi compagni, anzi dei suoi “camerati”. […] è importante che per tutta la vita il Bilenchi abbia fatto il giornalista, e che giornalista. Non aveva pregiudizi, apriva la porta alle persone che stimava, di qualunque colore politico fossero, e la sua “terza pagina” resta ancor oggi un esempio di libertà assoluta nell’informazione”. <9
Lo scambio epistolare si fa intenso tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta, quando Bo sottopone a Bilenchi i primi interventi sui suoi libri. Come emerge dalla cartolina del 9 maggio 1938, lo scritto su «Anna e Bruno» e altri racconti (Firenze, Fratelli Parenti Editori, 1938) è accolto subito con entusiasmo da Bilenchi che commenta: «per me contiene alcune verità di cui sono cosciente. La tua sì che è critica». Bo lo giudica «uno scrittore che non viene dalla letteratura» ma che «caso mai ci va e non lo nasconde »; osserva che il suo «lavoro così fedelmente continuato» è volto a una completa «obbedienza al racconto» e caratterizzato da una strenua volontà di risalire dalla «cronaca» al «racconto»: per questo è messo in campo «un narratore che non sa, che non vuole vedere per noi», ma le cui «parole hanno dentro di noi un’eco, lasciano un segno». <10 È una diagnosi senza dubbio gradita a Bilenchi che, quasi cinquant’anni dopo, sembra farla sua nelle celebri considerazioni sulla propria tecnica narrativa e sulle “parole-muro” (1989): “Gli italiani, dal Novellino in poi, hanno scritto per la maggior parte nello stesso modo al quale mi attengo io. […] Mi ha sempre avvinto scrivere come se uno dovesse costruire un muro i cui mattoni fossero le parole: una accanto all’altra, alla distanza più ravvicinata possibile. La mia voce non ha che quello spazio per poter filtrare”. <11
Sempre nel messaggio del 9 maggio 1938, Bilenchi accenna al lavoro lungo e oneroso su un romanzo che non è sicuro di riuscire a portare a termine: si tratta del “Conservatorio di Santa Teresa”, che esce a stampa per Vallecchi nel 1940, con dedica a Carlo Bo. Il critico lo definisce un «vero romanzo», che «non obbedisce a un ricordo proustiano ma si riporta nettamente all’esempio ancora intatto dei “Promessi sposi”, di un libro dove i fatti sussistono chiusi»; di nuovo, coerentemente con quanto già notato per “Anna e Bruno”, sottolinea «la libertà conservata davanti agli oggetti, il modo di disporre le situazioni lontano da qualunque veleno: perché non c’è possibilità di scelta, di definitiva separazione fra realtà e verità». <12
Nelle lettere come in molte interviste, Bilenchi mostra sempre apprezzamento e sintonia verso le valutazioni critiche di Bo, tanto che, nel 1991, dice di considerarlo l’interprete più acuto delle sue opere al fianco di Giuseppe De Robertis: “De Robertis mi definì “uno dei pochi e rari narratori di oggi” e certo è stato uno dei primi a credere in me come scrittore, così come Bo, cui mi legano ormai più di cinquant’anni d’amicizia, che ha ben colto verso quali narratori, soprattutto stranieri, andasse la mia attenzione”. <13
La corrispondenza dell’estate del 1940 rivela un dato ulteriore: il pezzo di Bo sul Conservatorio incoraggiò Bilenchi a tentare ancora la strada del romanzo.
[NOTE]
1 Sui rapporti tra Bilenchi e il gruppo fiorentino si vedano almeno Anna Dolfi, Bilenchi e gli anni Trenta (sulle tracce di un’iscrizione generazionale) e Giorgio Luti, Bilenchi: le riviste e i caffè letterari in Bilenchi per noi, Atti del convegno di studi (Firenze, Palazzo Medici-Ricciardi, 23-24 maggio 1991 – Colle di Val d’Elsa, Teatro dei Varii, 25 maggio 1991), Firenze, Vallecchi, 1992, pp. 15-32 e 33-44.
2 Il pezzo uscì con il titolo Ezra il testardo in «Il Mondo», 17 ottobre 1971, pp. 24-25; fu poi accolto in Romano Bilenchi, Amici. Vittorini, Rosai e altri incontri, Torino, Einaudi, 1976; di qui entra nell’edizione accresciuta Amici, a cura di Sergio Pautasso, prefazione di Gianfranco Contini, Milano, Rizzoli, 1988 e infine in Due ucraini e altri amici, con un’appendice a cura di Fabrizio Bagatti, Milano, Rizzoli, 1990. Si cita da Romano Bilenchi, Opere complete, a cura e con introduzione di Benedetta Centovalli. Cronologia, note ai testi e bibliografia a cura di Benedetta Centovalli, Massimo Depaoli e Cristina Nesi, Milano, Rizzoli (BUR), 2009, p. 752 (già prima con il titolo Opere e con prefazione di Mario Luzi, Milano, Rizzoli, 1997).
3 Grazia Cherchi, Il valore più alto. Incontro con Romano Bilenchi, «Linea d’Ombra», a. VI, n. 29, luglio-agosto 1988, pp. 17-18; poi con il titolo L’amicizia, il valore più alto in Romano Bilenchi, Le parole della memoria. Interviste 1951-1989, a cura di Luca Baranelli, Fiesole (Firenze), Edizioni Cadmo, 1995, pp. 166-169, la citazione a p. 168. Nell’intervista Bilenchi dichiara anche: «L’amicizia è il valore più alto, io sono molto fedele alle amicizie; penso a quella con Luzi o con Bo o con Macrì. O con Rosai che era tutto, insieme, ad esempio, coraggioso e vigliacco» (ivi, p. 167).
4 Cinquantotto lettere e cartoline di Bo a Bilenchi sono conservate al Centro Manoscritti di Autori Moderni e Contemporanei di Pavia; cfr. Catalogo delle lettere a Romano Bilenchi (1927-1987), a cura di Giovanna Balestreri, Beatrice Maisano, Nicoletta Trotta, con una premessa di Massimo Depaoli, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2009, pp. 50-56. Per una panoramica del vasto epistolario pavese, con l’edizione di varie lettere, si veda Benedetta Centovalli, L’epistolario, in Bilenchi per noi, cit., pp. 96-112; Colori di diverse contrade. Lettere di Betocchi, Caproni, Gatto, Gottuso, Luzi, Maccari a Romano Bilenchi, a cura di Paola Mazzucchelli, Lecce, Manni, 1993; Massimo Depaoli, Altri dialoghi. Per una biografia attraverso le lettere a Romano Bilenchi, «Autografo», vol. I, n.s., n. 28-29, ottobre 1994, pp. 37-90; Lettere dal Fondo Manoscritti di Pavia, a cura di Nicoletta Trotta, in Un uomo contro. Romano Bilenchi. Biografia per immagini, a cura di Benedetta Centovalli, Milano, Effigie edizioni, 2009, pp. 38-56.
5 Sergio Palumbo, Quel romanzo distrutto era il migliore, «Gazzetta del Sud», 14 novembre 1989; poi con il titolo L’uomo mi piace quando nasce e si forma in Bilenchi, Le parole della memoria, cit., pp. 234-237, la citazione a p. 235.
6 Per il sodalizio con Maccari e l’infatuazione strapaesana si veda Romano Bilenchi, Mino Maccari, Il gusto della fucileria. Lettere 1927-1982, con un’appendice di testi di Romano Bilenchi e Mino Maccari, a cura di Maria Antonietta Grignani e Nicoletta Trotta, introduzione di Maria Antonietta Grignani, postfazione di Roberto Barzanti, Fiesole (Firenze), Cadmo, 2010.
7 Sugli scritti e sulla posizione ideologica di Bilenchi in questi anni si rinvia a Paolo Buchignani, Il fascismo rivoluzionario di Bilenchi da «Strapaese» a «L’Universale» (1931-1935), in Rileggere Bilenchi, Atti delle giornate di studio di Colle di Val d’Elsa, 28-29 novembre 1999, a cura di Luca Lenzini, Fiesole (Firenze), Cadmo, 2000, pp. 11-62.
8 Sul coinvolgimento di Bo nel «Frontespizio» forniscono informazioni preziose le lettere in Lorenzo Bedeschi, Il tempo de «Il Frontespizio». Carteggio Bargellini-Bo (1930-1943), seconda edizione ampliata, Cinisello Balsamo (Milano), Edizioni San Paolo, 1998.
9 Il ricordo di Bo, sotto forma di lettera indirizzata a Maria Corti, apre la sezione Archivio della memoria del numero monografico di «Autografo» dedicato a Bilenchi, n.s., a. I, n. 28-29, ottobre 1994, pp. 143-145. Rilevante anche la testimonianza di Piero Bigongiari del 6 novembre 1981 sugli anni fiorentini e la frequentazione con Bo: «C’era questa specie di doppia distinzione: da una parte c’erano gli scrittori del “Frontespizio” […] e molti di noi collaboravano attivamente alla rivista, ci scrivevano; dall’altra c’era invece l’altro gruppo di “Solaria” capeggiato da Montale, da Bonsanti, da tutti gli altri, da Landolfi a Vittorini a Gadda a Loria a Franchi, ecc., che vedevamo alle Giubbe Rosse. Costituivamo, direi, una specie di punto di contatto tra gli uni e gli altri: che non avevano rapporti diretti tra loro. Un terzo momento, un terzo elemento di questo rapporto dialettico, era costituito da Romano Bilenchi e da Berto Ricci che dirigevano “L’Universale”, ma Bilenchi era più giovane di Ricci ed era il più disponibile in un certo senso. Noi lo vedevamo a quel tempo soltanto in separata sede poiché non partecipava né al “Frontespizio” né a “Solaria”, né
inizialmente a “Letteratura” […]; ma lo consideravamo già allora un piccolo maestro: la sua narrativa ci scopriva il mistero radicato delle nostre origini» (Giorgio Tabanelli, Carlo Bo. Il tempo dell’ermetismo, Venezia, Marsilio, 2011, pp. 97-124, la citazione a p. 100).
10 Carlo Bo, Intorno a Bilenchi I, in Carlo Bo, Nuovi studi, Firenze, Vallecchi, 1946, pp. 179-183. Diversi scritti di Bo degli anni Trenta e Quaranta sono aggregati in Nuovi studi con il titolo “Nota su”, “Note su”, “Intorno a” accompagnato dal nome dello scrittore. Per gli interventi su Bilenchi di Bo e degli altri critici della terza Generazione (Macrì, Luzi, Bigongiari) si rimanda a Alberto Cadioli, Recensire i contemporanei negli anni dell’ermetismo,
in L’Ermetismo e Firenze, Atti del convegno internazionale di studi, 27-31 ottobre 2014, a cura di Anna Dolfi, Firenze, Firenze University Press, 2016, 2 voll., vol. I, Critici, traduttori, maestri, modelli, pp. 167-182 [https://fupress.com/catalogo/l’ermetismo-e-firenze/3018].
11 Grazia Cherchi, Lampi di biro nella notte, «Panorama», 16 aprile 1989; poi con il titolo Come lavoro, in Bilenchi, Le parole della memoria, cit., pp. 184-188: 185-186. Per un’analisi di queste affermazioni di Bilenchi, spesso citate dai critici, si rinvia a Mario Martelli, La memoria di Bilenchi, nel numero monografico Per Romano Bilenchi, «Il Vieusseux», a. III, n.s., n. 8, maggio-agosto 1990, pp. 25-28; Clelia Martignoni, Modi della narrazione in Bilenchi. «Mio cugino Andrea», «Il processo di Mary Dugan», «Un errore geografico», «Autografo », vol. I, n.s., n. 28-29, ottobre 1994, pp. 5-16.
12 Carlo Bo, Romano Bilenchi: «Conservatorio di Santa Teresa», «Letteratura», vol. 14, a. IV, n. 2, aprile-giugno 1940, pp. 142-144; con il titolo Intorno a Bilenchi II, in Bo, Nuovi studi, cit., pp. 183-191, le citazioni alle pp. 185 e 190. Lo scritto è raccolto anche in Romano Bilenchi da Colle di Val d’Elsa a Firenze. Immagini e documenti, a cura di Vanni Scheiwiller, Milano, Scheiwiller, 1991, pp. 10-12, e in Carlo Bo, Letteratura come vita. Antologia critica, a cura di Sergio Pautasso, prefazione di Jean Starobinski, testimonianza di Giancarlo Vigorelli, Milano, Rizzoli, 1994, pp. 634-638. Per una discussione dell’influenza di Proust sulla narrativa di Bilenchi si veda Alberto Cadioli, Le memorie di Romano Bilenchi, in Non dimenticarsi di Proust. Declinazioni di un mito nella cultura moderna, a cura di Anna Dolfi, Firenze, Firenze University Press, 2013, pp. 293-308 [https://fupress.com/catalogo/non-dimenticarsi-di-proust/2735].
13 Cristina Nesi, Intervista a Romano Bilenchi e Quando l’ispirazione è il lavoro quotidiano, in Romano Bilenchi, «Amici e altri racconti», intervista, introduzione, note e analisi critiche a cura di Cristina Nesi, Milano, Bompiani per la scuola, 1991, pp. VII-X, e in Contributi critici su Romano Bilenchi, a cura di Livia Draghici e Stefano Coppini, con la collaborazione di Fabrizio Massai, Prato, Edizioni del Palazzo, 1989, pp. 168-171; ora in Bilenchi, Le parole della memoria, cit., pp. 210-217, la citazione a p. 216. I primi interventi di Giuseppe De Robertis su Bilenchi risalgono alla fine degli anni Quaranta, a partire dall’articolo «La siccità» di Bilenchi, «Il Tempo», 12-19 marzo 1948. Si veda la Bibliografia a cura di Benedetta Centovalli, in Bilenchi, Opere complete, cit., pp. 1203-1254. Nell’intervista di Bruno Quaranta, Bilenchi, «Tuttolibri – La Stampa», 23 settembre 1989, è ribadita la stima per entrambi gli studiosi e Luzi: «Con De Robertis e Luzi, Bo è fra i rappresentanti di una scuola alta, in via d’estinzione. Il resto è una masnada di bischeri» (poi con il titolo Levo, piallo, districo nodi in Bilenchi, Le parole della memoria, cit., pp. 218-223, la citazione a p. 220).
Francesco Venturi, «Mi ha aiutato a liberarmi dalla “provincia”». Lettere inedite di Romano Bilenchi a Carlo Bo (1937-1972), «Prassi Ecdotiche della Modernità Letteraria» 6 (2021)

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