Eppure all’interno di Miss Italia confluiscono le aspirazioni e le miserie di un Paese

[…] Nel 1947 gli uomini di casa Bosè erano gli esempi più eclatanti della mentalità carica di pregiudizi verso le gare di bellezza. La giovanissima Lucia aveva posato per scherzo per il fotografo Cuppini non immaginando che le foto sarebbero state spedite a sua insaputa a «Tempo».
Tutte le ragazze desideravano vedere la propria foto pubblicata sui giornali, ma ben poche osavano inviarla per pudore o nel timore delle reazioni dei familiari e conoscenti che le avrebbero tacciate di essere poco serie.
Quando i genitori di Lucia Bosé trovarono l’immagine della ragazza stampata sul giornale, reagirono con urla e botte, accusandola di aver gettato l’onta del disonore sull’intera famiglia.
Poi Lucia aveva faticosamente ottenuto il consenso dal padre e si era presentata a Stresa con un occhio ancora pesto per i pugni ricevuti dal fratello. Dopo la vittoria, di fronte alle incalzanti domande dei giornalisti se intendesse cambiare vita, lei aveva continuato a rispondere: «Parlate con mio fratello» [351.
Il padre le aveva dato il permesso di sostenere un provino cinematografico per il film “Riso amaro” nella convinzione che non lo avrebbe superato e si sarebbe definitivamente rassegnata. Invece De Santis la sceglieva come protagonista. Le scene dei baci sollevarono tuttavia un putiferio: la madre di Lucia le vietò e qualche schiaffone del fratello aveva portato la ragazza fuori dal set e la rinuncia al contratto. Un anno e mezzo dopo si era ripresentata alla Lux per essere riesaminata ed era stata scelta per il ruolo di protagonista del film “Non c’è pace tra gli ulivi” <352 al posto di Silvana Mangano, all’epoca in dolce attesa [353.
[…] Nell’edizione del 1953, a un certo punto della serata finale, era trapelata la notizia dell’avvenuta elezione di Miss Italia, che sarebbe dovuta restare segreta fino alla mezzanotte «onde evitare tra le concorrenti le inevitabili scene di isterismo e, da parte delle madri, di quelle esibizioni di “gracchismo” che costituiscono il piatto forte caro ai critici del costume» [355. Nell’indescrivibile tramestio di commenti si racconta che si era levata stentorea la voce indignata di un padre, un maturo commerciante del meridione, con una frase ben degna di essere riportata: «Io vi avevo portato un vaso d’oro e voi avete preferito una goccia di stagno!» [356.
La febbre dei concorsi aveva contagiato ormai pure i papà. Se ne trovavano alcuni che non si davano pace e non si capacitavano della mancata vittoria delle figlie come racconta questo curioso articolo:
“Il sonno è stato meno benigno con i parenti accompagnatori, madri e padri pressoché alla pari nella stessa ansia. Essi vedono nelle loro creature il massimo di ogni perfezione augurabile mentre il diavolo li stuzzica con il dubbio che le pupille dei giudici non siano dello stesso parere, e con la certezza che in tal caso ciò deriverebbe esclusivamente da malignità o partito preso. Sinora chi ha fatto più parlare di sé, ma non sotto questo punto di vista, è stato il padre di una Miss Sicilia ramo cinematografo. Sua figlia è risultata prima alla selezione regionale, ed egli non dubita minimamente che le spetti di diritto l’entrata nella finalissima. Invece non è così perché è indispensabile prima il parere della relativa commissione. Forte della sua sicurezza egli parte con la piccola stella e altri due parenti da Trapani in automobile fino a Palermo, di lì in mare fino a Napoli, da Napoli a Roma in aereo e quindi in treno fino a Rimini, col cuore agitato dal timore di non arrivare in tempo, spesa totale 85 mila lire. Egli arriva in tempo, ma sul posto trova un’altra Miss Cinema Sicilia, regolarmente invitata, mentre nessun registro reca tracce della sua. Donde strepiti da non finire con l’assicurazione ultima che egli, attraverso i suoi amici parlamentari “ne farà oggetto di una interpellanza alla Camera”. Per colmo di disgrazia poi, la piccola stella nella fretta di correre verso la gloria aveva dimenticato di prendere i suoi documenti personali. Così non è stato possibile fare nulla per lei”. [357.
Le presumibili cause della conversione dei padri alla moda dei concorsi, prima tanto osteggiata, sono probabilmente da imputare primariamente a fattori economici: i ricchi premi in palio e l’acquisita consapevolezza che la bellezza fosse un bene da capitalizzare. Anche la più conservatrice morale piccolo borghese, di fronte alla prospettiva del successo e dei soldi, sembrava farsi più duttile.
“I genitori lo sanno ormai e non ci si rammarica più se l’erede non è maschio, i concorsi di bellezza possono fare miracoli. Seguendo l’esempio delle madri, abituate da anni a scortare le proprie figliole quando è tempo di miss, anche i padri partono oggigiorno con valigette e abito scuro alla volta di Rimini: ci sono avvocati, medici, colonnelli in pensione. Alcuni di essi sono diventati addirittura professionisti dell’accompagnamento, compaiono immancabilmente a tutte le selezioni, vengono a Rimini a proprie spese se la figlia non è eletta ammettiamo nelle selezioni regionali, pur di mostrarla alla giuria, pur di intrufolarla in una sequenza del cinegiornale”. [358.
Non è difficile credere che quanti avevano alle spalle storie di sofferenza, povertà e sacrifici percepissero il concorso come una valida opportunità su cui investire, l’occasione per la figliola di condurre una vita più agiata dalla quale essi stessi avrebbero potuto ottenere dei benefici.
È quello che dovette credere il padre di Eugenia Bonino, impiegato presso l’intendenza di Finanza nell’Ufficio Atti Giudiziari, che aveva accompagnato nel 1954 la figlia alla finalissima a Rimini. Nell’attesa trepidante dell’elezione aveva confidato ai giornalisti in sala: «Io sono padre di quattro figli e mai come oggi ho avuto l’ansia di attendere cosa verrà fuori: se sarà maschio o una femmina, insomma se sarà bianco o nero, se mia figlia voglio dire si piazzerà bene o no» [359. Poi, pazzo di gioia per il successo della figliola, si era dimesso dal lavoro e si era fatto stampare biglietti da visita con la qualifica professionale di “padre di miss Italia”.
Molti avevano dato fondo ai risparmi puntando tutto sull’avvenenza della prole e non avevano esitato a corrompere i giudici tentando di ottenerne il favore:
“Il padre-accompagnatore di una ragazza con la faccia cerea e gli occhi, profondi, ha detto al produttore Mambretti: “Commendatore, mi aiuti lei, ho investito tutti i miei risparmi per portar qui mia figlia. Ho svuotato il libretto di banca. Mia figlia deve vincere”. Poi sua figlia non ha vinto. Le hanno dato una consolazione consistente in una boccetta di profumo, una matita di rossetto, un paio di calze di nylon e un costume da bagno”. [360.
Stupisce tuttavia trovare tra i più tenaci sostenitori di queste aspiranti dive anche uomini ricchi e colti:
“Non sempre le ragazze approdano al concorso dopo aver vinto a fatica le riluttanze di una modesta famiglia che, in una oscura città di provincia, alla fine considera quello del concorso come uno spiraglio aperto sulla via della fortuna. Spesso la Miss nasce da una famiglia facoltosa: il primo ad impazzire d’orgoglio per lei è il padre, e in verità i padri entusiasti sono più numerosi delle madri fanatiche”. [361.
I familiari delle miss a fine decennio Cinquanta sembravano aver acquisito una visione imprenditoriale della bellezza in un’Italia pienamente entrata nella società del mercato dove un bel corpo non è un disvalore, ma un mezzo per ottenere una felice sistemazione.
Indicativa in merito la lapidaria risposta che il padre di Layla Ragazzi, vincitrice nel 1960, forniva a un giornalista che insinuava nella ragazza il timore di essere marchiata a vita per la partecipazione al concorso: «Non crede che possa portare un’aria sbagliata in tutta la sua vita? La ragazza non risponde ma per lei il padre con estrema chiarezza: “si tratta di trovare una sistemazione, anche la bellezza è un prodotto commerciale, assai utile nella vita moderna» [362.
L’universo familiare annoverava nella componente maschile oltre ai padri anche i fratelli che parevano colti alla sprovvista da tanta intraprendenza. Allo sforzo titanico di Eva contro Adamo rispondevano talora atteggiamenti di rassegnazione o di goliardia che rivelano in definitiva l’incapacità del maschio di accettare l’emancipazione femminile, come il gesto di un gruppo di fratelli delle aspiranti Miss Italia che a Viareggio nel 1950 si divertirono a mettere in ridicolo le sorelle esibendosi in pubblico sul trampolino con addosso austeri costumi da bagno, come nelle famose comiche del cinema muto [363.
La posizione più antipatica restava però quella dei fidanzati: difficile tollerare i sogni di gloria delle ragazze e molto di più accettare che il proprio “oggetto d’amore” fosse ammirato da altri sguardi maschili senza poter avanzare pretese di possesso e rivendicazioni di alcun genere. Molti vietavano alla compagna la partecipazione ai concorsi di bellezza pena l’immediata separazione tanto che Giorgio Bocca così ironizzava nel 1949: «per la cronaca è da registrare che tra le molte concorrenti cinque soltanto sono fidanzate, o ad essere più chiari, lo sono ancora; per molte di esse, infatti, l’avventura di Stresa si è iniziata con una brusca lettera di commiato scritta da un giovanotto insofferente» [364. Altri meno orgogliosi subivano la scelta della fidanzata, o della suocera, a rischio di diventare oggetto di scherno per amici e conoscenti. Emblematica l’ingenua dichiarazione di Miss Emilia 1955 che, alla domanda dei giudici su come mai il fidanzato le avesse permesso di partecipare, aveva confessato: «Lui non voleva, ma la mamma ha insistito tanto e allora, per amor di pace…» [365.
La rassegnazione non era sufficiente a conservare la fidanzata. Per alcune la partecipazione ad un mondo “altro”, più stimolante, investiva anche le consuete relazioni affettive: quando nel 1952 vinse il concorso di Miss Italia Lyla Rocco, lasciò il fidanzato preferendogli il cinema: fu un modo come un altro per sganciarsi dalla tradizione sentimentale borghese e affrontare con coraggio le incognite affettive nel mondo della celluloide [366. […] Eppure all’interno di Miss Italia confluiscono le aspirazioni e le miserie di un Paese, i vari provincialismi, i passi mossi verso un benessere, desiderato prima ancora di essere percepito, il sogno che i film americani spalancavano davanti agli occhi. La ricerca ha inteso offrire uno spaccato intimo della società italiana, non attraverso l’ottica pur indispensabile dei saggi politici e culturali, ma quasi entrando dalla ‘porta di servizio’ per mostrare un fenomeno che ha acquistato un grande rilievo convogliando aspetti importanti e mettendo in discussione anche l’identità del Paese in un momento storico tanto delicato come quello seguito alla fine della seconda guerra mondiale.
Il concorso si sviluppa durante una fase di ricostruzione economica e sociale, ma anche culturale per l’Italia, che certo risente di una tensione fondamentale, e cioè quella ideologica e partitica della guerra fredda (Dc-Pci, marxismo-cattolicesimo), ma che ha all’interno due altre grandi faglie, forse a volte non troppo scandagliate, che in realtà rappresentano la vera grande novità del secondo dopoguerra (in fondo quella ideologica aveva attraversato sotterraneamente tutto il fascismo che aveva tentato di sintetizzarle). La prima è che per la prima volta l’Italia in campo culturale si trova realmente a dover fare i conti con l’internazionalizzazione e la globalizzazione, in termini massicci capillari: ampliamento del mercato, accesso di nuovi ceti all’area del consumo, riduzione degli scarti di classe e condivisione di un immaginario che confonde aspirazioni, simboli, ruoli. E questo crea una tensione tra apertura e ricerca di una nuova via nazionale che, ad esempio, nel cinema trova una sintesi nel neorealismo. Questa dialettica si ripropone nel concorso: apertura ai modelli internazionali e ricerca di un’interpretazione nazionale di questi. È in fondo una tensione che attraversa tutta la cultura italiana e sfocia nel confronto con i nuovi media. Gli italiani sono infatti alla ricerca di una cultura e ancor prima di un’identità dopo che lo specchio amplificante e alla fine rassicurante del fascismo si era rotto in mille pezzi.
La seconda faglia è tra culture, masse e mass media. Certo il fascismo aveva assunto le sembianze modernizzatrici, ma solo nelle forme (rotocalchi, radio, cinema), impedendo un pieno dispiegamento delle potenzialità innovatrici dei nuovi mezzi: da un lato aveva circoscritto la diffusione dei prodotti limitandola a ceti urbani (quando larga parte d’Italia era rurale e provinciale) e piccolo-medio borghesi (quando larga parte della popolazione era analfabeta e ai margini dei consumi); dall’altro lato aveva irreggimentato i linguaggi, sottoponendoli al rigido controllo dei contenuti. La cultura restava sostanzialmente filosofica e letteraria e proprio per questo confinata ai borghesi. Nel secondo dopoguerra nasce invece realmente una dialettica diversa, progressivamente di massa che poi si sarebbe riversata nella spinta desiderante di consumo innescata dal boom economico e dalla televisione, come i saggi di Umberto Eco, a non dire d’altri, hanno colto in diretta.
Il concorso partecipa al sistema dell’industria culturale e dello spettacolo popolare italiano negli anni che seguono la chiusura delle ostilità mettendo in scena e sollecitando una continua negoziazione fra tradizione e modernità, aiutando a comporre la tensione tra istanze di ammodernamento e trasformazione e il bisogno di radicamento nel passato. Funge da spia dei cambiamenti socio-economici, politici e ideologici del Paese, ma è esso stesso attivo trasformatore del costume mobilitando aspirazioni personali e familiari. E non è un caso che proprio sulla mutazione apportata all’immagine della donna e alla sua iscrizione nel contesto della famiglia, ben oltre i desiderata dei promotori, che si sarebbero concentrati gli attacchi più veementi.
In ogni parte della trattazione emergono continue dicotomie che riflettono i contrasti politici ed economici del Paese: destra e sinistra, conservatorismo ed emancipazione, provincialismo ed internazionalizzazione. La stessa vicenda piscologica e sociale delle concorrenti diventa metafora di questo contrasto: esse vivono la difficile transizione del dopoguerra e la spinta della modernizzazione, sono messe di fronte a condizioni favorevoli e sottoposte a nuove forme di repressione, affascinate dal moderno e dalle inedite opportunità di vita che la gara, in connubio col cinema e le immagini provenienti dall’America, ventila. Dalla storia del concorso emergono dei dati incontrovertibili: le miss sono sì uno strumento di guadagno per chi coordina la manifestazione e per chi la sponsorizza, ma grazie ad essa imparano a gestire se stesse, acquistano una certa capacità imprenditoriale sfruttando la propria avvenenza in prospettiva di una carriera nel mondo dello spettacolo e di un ricco matrimonio. In entrambi i casi Miss Italia è un’ottima vetrina. Le partecipanti si rivelano meno ingenue e manipolabili di quanto potessero sembrare e di come venivano descritte dalla stampa.
A prendere corpo sulle spiagge prese d’assalto dai fotografi, i quali per immortalare le ragazze rischiano l’aggressione dei gelosi fidanzati, è quella che, sulla scia di Georges Vigarello, possiamo definire “promozione dell’io”. Le miss, scegliendo di partecipare alla gara, risentono delle tensioni che percorrono la società italiana, ma mostrano una grande intraprendenza, sfidano pregiudizi familiari e comunitari, si sottraggono a un modello culturale e guadagnano una espansione dell’io che difficilmente potrà rientrare. Anche per quelle che si ritirano, volontariamente o meno, dalle scene pubbliche, la partecipazione non è stata vana, ma ha contribuito a scardinare ruoli secolari e rigidi. Il fidanzato della miss deve accettare una donna più matura che in quella fascia da reginetta di bellezza ha visto riconosciuto un barlume, per quanto contraddittorio, di emancipazione. Ecco quindi che la dibattuta questione tra emancipazione e donna-oggetto sembra sciogliersi in una terza via corrispondente alla conquista dell’ego, ovvero di un’autonomia che parte dall’immagine. Per la prima volta le ragazze si presentano su un palcoscenico e sono riconosciute per quel che sono, senza essere indicate come la fidanzata, la moglie o la figlia di qualcuno. Il concorso diventa allora uno spazio d’identificazione importante appartenente solo alle donne che lì conquistano la possibilità di un affrancamento dall’autorità maschile attraverso il proprio corpo. Questo, talvolta esibito come rivendicazione liberante, più spesso sfruttato da un’industria pubblicitaria che ne scopre le potenzialità promozionali, diventa comunque protagonista, ed espresso sulla passerella suscita gli allarmismi dei cattolici più intransigenti e dei politici più conservatori, nonché i moniti dei vescovi che insistono sul senso del peccato e l’umiliazione delle carni.
Eppure la tesi cerca di mettere in luce la differenza tra la nomea assunta dal concorso, tenuto sott’occhio e considerato un luogo di scandalo, di facili costumi e di “messa a nudo” di giovani indifese, e le radici perfino “moralistiche” con cui esso è invece nato, sulle quali agisce il controllo sia del patron sia dei genitori che accompagnano le figlie alla gara. L’organizzazione della manifestazione e la stampa rimarcano la scelta di partecipare all’olimpiade della bellezza come funzionale alla domesticità. Le miss puntano alla dote, che è il premio destinato alla vincitrice. Solo in questa prospettiva la bellezza risulta morale: se utile a rafforzare la famiglia. Nonostante queste forme di tutela, il concorso diventa bersaglio di attacchi da destra e sinistra.
La sinistra non ne chiede l’abolizione, ma piuttosto, volendosi presentare in una veste moderna, offre una sua alternativa con una serie di concorsi che si rivelano in definitiva fallimentari e del tutto autoreferenziali: nessuna delle vincitrici ha avuto poi successo nel mondo dello spettacolo. La vicenda dei concorsi è anzi paradigmatica della politica culturale intrinsecamente ambigua della sinistra, che in quegli anni cerca un’ardita negoziazione fra impegno ed evasione.
[NOTE]
351 G. Resada, Miss Italia 1947 è una milanesina, «Il Giornale – Napoli», 5 ottobre 1947.
352 Non c’è pace tra gli ulivi, Italia 1952, regia di Giuseppe De Santis, con Lucia Bosé e Raf Vallone.
355 L. Rizzi, Questa è Miss Italia, «La Notte», 28-29 dicembre 1953, p. 2.
356 Ibid.
357 A. Antonucci, Sfilano le più belle d’ogni regione per i titoli di miss “Italia” e “Cinema”, «La Nuova Stampa», 6 settembre 1955, p. 5.
358 P. Boselli, Sfilano in motoretta le quaranta bellezze, «La Notte», 5 settembre 1955, p. 9.
359 E. Perrone, Eletta Miss Italia 1954 la catanese Eugenia Bonino, «La Sicilia», 8 settembre 1954, p. 1.
360 L. Giliberto, Una studentessa attrice di prosa eletta Miss Cinema a Salsomaggiore, «Il Gazzettino-Venezia», 26 settembre 1961.
361 O. Vergani, Il tribunale della bellezza a Rimini, «Corriere d’Informazione», 3 settembre 1955, p. 3.
362 S. De Falco, Miss Italia dopo il consiglio di famiglia, «Tempo», 24 settembre 1960, pp. 16-17.
363 A. Borselli, A Cervia è mancata la fuoriclasse. Cerchiamo Miss Italia al mare, «Settimo giorno», agosto 1950 [A.D.V. – Milano].
364 G. Bocca, Mariella Giampieri proclamata la più bella fra le belle, «Gazzetta della Sera», 26 settembre 1949, p. 3.
365 A. Antonucci, Giungono sfinite al traguardo le trentotto candidate “Miss Italia”, «Stampa Sera», 6-7 settembre 1955, p. 4.
366 Toscana di Roma la nuova Miss Italia, «Settimo giorno», 1 ottobre 1952, p. 8.
Marzia Leprini, Le olimpiadi della bellezza. Storia del concorso di Miss Italia 1946-1964, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, Anno Accademico 2017-2018

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Pensionato di Bordighera (IM)
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