Nel 1947 Società divenne prima bimestrale, poi trimestrale

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Gli anni fra il 1945 e il 1948 furono di grandi aspettative per la realizzazione di tutti quegli ideali, nati nel contesto della Resistenza, che l’iniziale elezione come presidente del Consiglio di Ferruccio Parri, membro del partito d’Azione e capo della Resistenza, fece ritenere attuabili. In realtà questo triennio vide delinearsi, sotto la superficie di un apparente accordo, gli schieramenti che si sarebbero fronteggiati per gli anni a venire: da un lato la Democrazia Cristiana, gli Stati Uniti e il mondo imprenditoriale; dall’altro i Comunisti, l’Unione Sovietica e la classe operaia; e fra loro i partiti di medio e piccolo calibro, primo fra tutti il Partito Socialista nelle sue varie conformazioni, che avrebbero finito per fare da ago della bilancia nella perenne instabilità delle maggioranze di governo italiane <1. Tali fronti però, in questi primi anni, presentavano a livello ideologico e strutturale ancora una certa elasticità interna che si sarebbe andata sclerotizzando negli anni seguenti.
La politica culturale del Pci fu centrale, per quanti si riconoscevano in tale area ideologica, nel delineare l’atteggiamento di intellettuali e artisti nei confronti delle diverse tendenze interne come internazionali. L’intenzione era quella di creare un ponte tra le classi popolari e la piccola e media borghesia formando un sostrato culturale comune, di cui sarebbe stata fautrice la nuova intellighenzia di sinistra. Questo, almeno idealmente, nell’ambito di un’ampia libertà di dibattito di quanti si riconoscevano nell’area politica del partito.
Di questo pluralismo iniziale del Pci fu testimonianza la rivista “La Rinascita”, nelle cui pagine venne dato ampio spazio, fin dal primo numero del giugno 1944 <2, al dibattito sulla ricostruzione materiale e morale del paese nei suoi aspetti politici e culturali. Era questa la piattaforma comune che, almeno fino alle elezioni del 1948, mantenne apparentemente disteso il clima politico: la necessità di veder rinascere dei valori condivisi sulle ceneri di una guerra che aveva messo in luce gli aspetti più brutali della natura umana, di favorire quelle istanze di progresso e libertà necessarie alla nuova società. Altra rivista che nacque all’interno di questa linea fu il ben noto “Il Politecnico”, di Elio Vittorini, che però avrebbe in breve testato i limiti della tolleranza interna al partito. Nel programma inserito nel primo numero di “Rinascita” leggiamo infatti: “Non separiamo e non possiamo separare le idee dai fatti, […] la cultura dalla politica, i singoli dalla società, l’arte dalla vita reale. In questa concezione unitaria e realistica del mondo intiero è la nostra forza, la forza della dottrina marxista.” (3)
Concezione tanto più importante quanto più si rifletta sulla misura in cui essa venne fatta propria dagli intellettuali di sinistra, divenendo però la base di scelte profondamente diverse. La querelle che iniziò con “Il Politecnico”, accusato di intellettualismo e di eccessive tendenze cosmopolite, dice molto del modo in cui venisse inteso tale programma d’intenti dagli organi dirigenziali del partito e della stessa rivista <4. In tale disputa, assunse particolare rilievo la pubblicazione da parte di Vittorini, nel settembre 1946, della traduzione dell’articolo di Roger Garaudy, esponente del Partito Comunista Francese e teorico del marxismo, intitolata “Non esiste un’estetica del partito comunista” <5. In tale intervento l’intellettuale francese affermava il valore assoluto dell’indipendenza estetica dell’artista, perché “il marxismo non è una prigione; è uno strumento per capire il mondo. […] si può essere milioni a capirlo allo stesso modo e ad esprimerlo differentemente” <6. Nella nota che accompagnava l’articolo Vittorini, dichiarando Garaudy portatore dell’opinione non di un singolo, bensì, a suo dire, della maggioranza dei politici del Partito Comunista Francese, affermò che “dimenticati gli avvertimenti in proposito del nostro grande Antonio Gramsci, accade ancora oggi che qualche compagno pretenda di spingere ad instaurare in seno al Partito Comunista Italiano un utopistico regime culturale” <7. In contrasto coi vertici del Pci Vittorini affermò senza alcuna ambiguità che imporre un certo stile a un pittore o ad uno scrittore “non fa parte di nessun compito rivoluzionario” <8.
Intanto l’alleanza antifascista cominciava a mostrare con sempre maggior evidenza i segni del cedimento. Nel maggio 1947 De Gasperi formò, dopo le dimissioni seguite ai fatti siciliani <9 e l’impossibilità di Nitti di formare una maggioranza parlamentare, un nuovo governo senza le sinistre, teoricamente spostato al centro, in realtà inevitabilmente compromesso con i partiti di destra e quindi indirizzato verso un maggiore conservatorismo e autoritarismo <10.
In seguito all’evoluzione politica nazionale e internazionale, e mentre la polemica con Vittorini era ancora in corso <11, si affermò anche in seno al Partito Comunista, tra il 1947 e il 1948, uno sviluppo in senso accentratore e restrittivo nella produzione culturale. Nel settembre 1947 infatti nacque il Kominform, struttura internazionale di coordinamento, ma anche di controllo, dei partiti comunisti nazionali, di cui respinse qualsiasi forma di autonomia rispetto al modello sovietico <12. Era la nascita del cosiddetto zdanovismo <13, linea a cui aderì completamente Emilio Sereni, responsabile del settore culturale del Pci, come esplicitò nel suo discorso Per la cultura italiana all’assemblea costitutiva dell’Alleanza della cultura <14 a Roma il 19 febbraio 1948 <15. Ma già il mese prima lo stesso Togliatti, nel Discorso inaugurale del VI Congresso nazionale del Pci, aveva evidenziato quale fosse la sua posizione nei confronti di quelle che definiva “le forme degenerate della cultura borghese”, che impedivano ad alcuni intellettuali del Partito di esprimersi con modalità che fossero facilmente accessibili alle masse <16.
In ambito pittorico tale concetto fu espresso, in forme assai meno diplomatiche, sempre da Togliatti nel famoso articolo in cui, sotto lo pseudonimo di Roderigo di Castiglia, commentava le opere presenti alla prima “Mostra nazionale di arte contemporanea” promossa dall’Alleanza della cultura a Bologna dal 17 ottobre al 5 novembre del 1948 <17.
Il risultato delle elezioni del 1948, su cui influirono negativamente per le sinistre il colpo di stato comunista a Praga e l’appoggio della Chiesa cattolica alla Dc, e il nuovo quadro politico internazionale, ormai schierato sugli opposti fronti della guerra fredda, portarono al progressivo isolamento del Pci nell’ambito politico italiano.
Se in politica si ruppe la grande alleanza delle forze antifasciste, si mantenne comunque una strategia di basso profilo del Partito che non intendeva arrivare allo scontro diretto, bensì condurre il paese gradatamente verso la rivoluzione socialista. Questo rese ancor più necessario uno stretto controllo sulla produzione culturale, che doveva farsi portavoce di una visione del mondo e di un’impostazione morale ben definita, che contrastasse il rafforzamento delle correnti anticomuniste: l’arte diventava un vero e proprio strumento di propaganda e il criterio di giudizio estetico dovette assoggettarsi alle necessità politiche. Era proprio questo il nodo della questione, il problema non fu mai il coinvolgimento politico degli artisti, dato di fondo della loro produzione, bensì la sottomissione del giudizio estetico e delle scelte stilistiche ad un programma ideologico preordinato. Se tale scelta veniva difesa nel nome dell’educazione e della comprensibilità del messaggio alle masse proletarie, era in realtà frutto di un pregiudizio di avanguardia e di una cultura del sospetto di natura molto più borghese di quanto i suoi assertori avrebbero mai potuto ammettere.
All’inizio degli anni Cinquanta la situazione si estremizzò in posizioni sempre più rigide e sempre più determinate dalle contrapposte politiche culturali. Fu solo con la morte di Stalin, nel 1953, che si cominciò a intravedere una nuova possibilità di apertura al dialogo, favorito anche dal netto miglioramento percentuale del Pci alle elezioni politiche di quello stesso anno.
Il 1956 fu un anno cruciale, che segnò un mutamento di atteggiamento da parte di molti artisti ed intellettuali italiani inseriti tra le file comuniste. Nel febbraio di quell’anno al XX Congresso del Pcus a Mosca, nella parte pubblica, vi fu un’importante apertura nei confronti delle vie nazionali al socialismo, ma ancor più determinante fu il rapporto segreto in cui Nikita Sergeevič Chruščëv descrisse e denunciò per la prima volta i crimini dell’epoca staliniana: le purghe e la creazione del mito della personalità. Il rapporto giunse ben presto alla stampa occidentale creando la base per un duro attacco al movimento comunista internazionale. In Italia la risposta di Togliatti fu un capolavoro di strategia politica, che non evitò però la forte crisi d’identità del Partito. Questo perché nello stesso anno si aggiunsero anche i noti fatti della Polonia e dell’Ungheria, a cui il Pci questa volta reagì allineandosi con Mosca e scatenando all’interno del Partito, in particolare tra gli intellettuali, un acceso dibattito sulle cause della tragedia ungherese.
In dicembre, all’VIII congresso del Pci, in cui emerse tutto lo sconcerto della base, si giunse al culmine delle tensioni di quest’anno tragico. Antonio Giolitti, alla testa dei dissidenti prese la parola per chiedere un’effettiva libertà d’opinione all’interno del Partito e che questo riconoscesse l’importanza delle libertà democratiche e la sua autonomia nei confronti degli altri partiti comunisti <18. Tale richiesta si risolse con un nulla di fatto, la dirigenza ebbe la meglio nello scontro, ma la crisi ideologica non potè essere bloccata.
Il mutato atteggiamento del Pci nei confronti della libertà degli intellettuali, pur in una permanente rigidezza di fondo, venne evidenziato dalle affermazioni di Togliatti nella recensione ad un testo sui fatti d’Ungheria uscito presso gli editori Laterza <19 pubblicata su “Rinascita”:
“Compito specifico del partito è di stimolare e indirizzare la produzione artistica, operando per trasformare, e riuscendo a trasformare, con la sua complessa azione economica, politica e ideale, la realtà della vita sociale e quindi la esistenza e la coscienza degli uomini. [È necessario] non porre freni all’indagine e alla creazione artistica, perché un determinato indirizzo di ricerca formale, per esempio, anche se per il momento si presenta sterile e negativo, e come tale può essere denunciato e criticato, potrà apparire domani come una tappa che è stato necessario attraversare, per giungere a nuove e più profonde forme di espressione e quindi ad un progresso di tutta la creazione artistica.” <20
Dopo le elezioni politiche del 1958, che confermarono la Dc come partito di maggioranza e i comunisti come il principale partito d’opposizione, il Partito si impegnò a concretizzare la “via italiana al socialismo” nella sua azione politica, ricercando con ostinazione un’apertura a sinistra del governo che desse al partito un peso e un ruolo significativi al suo interno. Obiettivo che non venne raggiunto, ma che condusse il Pci, ormai lontano dalle utopie di una dittatura del proletariato, ad integrarsi nella vita politica del paese dando vita a importanti movimenti di massa.
Nel gennaio 1959 si aprì l’ennesima crisi che portò alla caduta del governo Fanfani; l’anno successivo il presidente della Repubblica Gronchi pose alla guida del nuovo governo il democristiano Fernando Tambroni che accettò l’appoggio del Msi alla formazione di una maggioranza. Venne così a profilarsi un governo nettamente spostato verso destra che scatenò le polemiche, fomentate dalla concessione al Msi della città di Genova, roccaforte dell’antifascismo, per lo svolgimento del Congresso Nazionale del partito. Si giunse naturalmente a violenti scontri e Tambroni ordinò la repressione delle proteste nella città ligure e di quelle che seguirono a tale decisione. Si aprì una nuova crisi e fu richiamato Fanfani a formare un nuovo governo che segnò il progressivo avvicinamento di democristiani e socialisti, grazie anche all’insediamento di Kennedy alla Casa Bianca nel 1961 e quindi all’allentarsi delle peggiori tensioni della guerra fredda <21.
Tra la seconda metà degli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Sessanta si assistette, nel contesto del favorevole momento economico, alla trasformazione dell’Italia da paese prevalentemente agricolo ad una delle nazioni più industrializzate dell’Occidente e ad un profondo cambiamento del paesaggio così come della società italiana. Pur negli squilibri sociali e regionali, aumentarono alfabetizzazione e reddito pro capite, sulle forme di vita tradizionali si innestarono i nuovi miti del consumismo capitalistico, che trovarono nella televisione il veicolo ideale di trasmissione e unificazione culturale del paese. Tale modello accentuava una caratteristica tipica del modello italiano, ovvero la preminenza del ruolo dell’individuo, o comunque del nucleo familiare, rispetto alla collettività. Elemento che veniva enfatizzato dalla propaganda democristiana e dalle posizioni della Chiesa cattolica e che non poteva non porre in allarme quanti auspicavano per l’Italia un futuro di sviluppo sociale e intellettuale, preoccupazione che fu naturalmente raccolta dagli intellettuali di Sinistra, del Pci in particolare, che si riconoscevano nello smarrimento di fronte a questo mutamento di stili di vita, che non sembrava portare con sé anche le necessarie forme di giustizia sociale e progresso che avrebbero dovuto sostituire le usuali reti di aiuto delle società tradizionali. <22
In realtà, il timore nei confronti di uno sviluppo della società troppo indirizzato sui valori del consumismo e del libero mercato avvicinava paradossalmente le posizioni dei comunisti, che mantennero forte la loro presa sul mondo intellettuale nonostante un progressivo declino del movimento, a quelle della Chiesa cattolica che, a sua volta, con l’ascesa al soglio pontificio di Giovanni XXIII, modificò il suo atteggiamento di intervento diretto nella politica italiana in favore di un maggiore impegno sul fronte assistenziale.
L’incapacità di comprendere le dinamiche della comunicazione di massa e di sfruttarle era un elemento che traspariva in tutta la pubblicistica di sinistra: se ne coglieva il fattore alienante e straniante, la scomparsa dell’immagine dell’uomo, l’elemento di decadenza dei costumi morali, ma, ironicamente, considerando i presupposti teorici del comunismo, non se ne vedevano le enormi possibilità di diffusione culturale che offriva. Umberto Eco lo definì “vizio umanistico” <23, eredità di una cultura meditativa di stampo elitario che non si riconosceva in una fruizione di larga scala quale quella del mondo moderno che portava a stigmatizzare elementi della contemporaneità senza averli compresi. Si trattava di un atteggiamento conseguente ad un’altra caratteristica tipica delle masse: l’attaccamento alle tradizioni, fossero anche proletarie, e la refrattarietà al cambiamento percepito indistintamente come pericoloso.
Nel dicembre 1963, dopo la fase transitoria del governo guidato da Giovanni Leone, si raggiunse finalmente l’accordo fra Dc e Psi che portò alla costituzione del primo governo della storia repubblicana italiana con la tanto attesa partecipazione dei socialisti, guidato dal democristiano Aldo Moro.
[NOTE]
1 P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Torino, Einaudi, 1989, pp. 92.
2 Ribattezzato semplicemente “Rinascita” da gennaio dell’anno successivo.
3 Si vuole far notare come questa dichiarazione si rispecchierà, con ben altri presupposti, nei proclami degli artisti neofigurativi dei primi anni Sessanta. Programma, “Rinascita”, n.1, Roma, giugno 1944, disponibile all’indirizzo http://www.kosmosdoc.org/default.asp?IdG_tCatPe=30832, riferimento del 20 febbraio 2012.
4 Direttore di “Rinascita”, fu lo stesso Palmiro Togliatti dalla fondazione alla sua morte avvenuta nel 1964.
5 Pubblicato col titolo Artistes sans uniform in “Arts de France”, n. 9 (1946) fu origine di un’intensa polemica anche in Francia, in particolare col poeta Louis Aragon. In Italia la questione si sviluppa in una serie di articoli: E. Vittorini, Politica e cultura, “Il Politecnico”, 1946, nn. 31-32; M. Alicata, La corrente Politecnico, “Rinascita”, 1946, 4; P. Togliatti, Lettera a Vittorini, “Rinascita”, 1946, n. 10; P. Togliatti, Politica e cultura. Una lettera di Palmiro Togliatti, “Il Politecnico”, 1946, nn. 33-34; E. Vittorini, Politica e cultura. Lettera a Togliatti, “Il Politecnico”, 1947, n. 35; F. Onofri, Politica e cultura, “Il Politecnico”, 1947, n. 36; Politica e cultura. Intervista a E. Vittorini, “Le lettres Françaises”, 1947, 27 giugno; F. Platone, La politica comunista e i problemi della cultura, “Rinascita”, 1947, 7.
6 J. Nigro Covre, I. Mitrano, Arte contemporanea: tra astrattismo e realismo. 1918-1956, Roma, Carocci editore, 2011, p. 119.
7 Ibidem.
8 L. Caramel, Il dopoguerra. La premessa e l’eredità di Corrente , i realismi a Milano e Roma, il Fronte Nuovo delle Arti, in L. Caramel (cur.), Arte in Italia. 1945-1960, Milano, Vita e Pensieri Editore, 1994, pp.19-21.
9 Nota come la strage di Portella della Ginestra, zona situata tra i comuni di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, in provincia di Palermo, ebbe luogo in occasione della festa del primo maggio 1947, in cui veniva celebrata anche la vittoria dei partiti di sinistra raccolti nel Blocco del Popolo alle prime elezioni regionali svoltesi il 20 aprile: venne aperto il fuoco sulle migliaia di partecipanti causando la morte di 11 persone.
10 P. Ginsborg, Storia d’talia dal dopoguerra a oggi, cit., pp. 145-148.
11 Sebbene “Il Politecnico” cessasse la pubblicazione già nel dicembre del 1947, la polemica si sarebbe conclusa solo nel 1951 con la pubblicazione su “Rinascita” dell’articolo di Roderigo di Castiglia (Togliatti), Vittoriani se n’è ghiuto, e soli ci ha lasciato, a sua volta risposta all’articolo di Vittoriani pubblicato sulla “Stampa” dal titolo Le vie degli ex comunisti.
12 Alla riunione di fondazione del Kominform vennero mosse critiche in particolare ai partiti italiano e francese per essersi dimostrati troppo collaborativi coi governi borghesi.
13 Dal nome del dirigente sovietico che fu arbitro della linea culturale e fra i promotori del Kominform, Andrej Aleksandrovič Ždanov. La raccolta italiana dei suoi scritti fu pubblicata nel 1949, a un anno dalla sua morte, dalla casa editrice del Pci col titolo Politica e ideologia.
14 Ente che a sua volta nasceva con l’esplicito scopo di orientare la produzione culturale secondo le direttive del Partito.
15 J. Nigro Covre, I. Mitrano, Arte contemporanea: tra astrattismo e realismo. 1918-1956, cit., p.119.
16 P. Togliatti, Discorso inaugurale del VI congresso nazionale del PCI,”l’ Unità”, 6 gennaio 1948.
17 R. Di Castiglia, Segnalazioni. Prima Mostra nazionale di arte contemporanea – Alleanza della cultura (Bologna 17 ottobre-5 novembre 1948), “Rinascita”, V, II (1948), p.424.
18 P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., pp. 275-282.
19 Gli editori Laterza nel 1957 si inserirono nel dibattito pubblicando un volume, curato da Vittorio Pagano, che raccoglie il contenuto dell’ultimo numero della rivista letteraria ungherese “Irodalmi Ujság” uscito il 2 novembre 1956, due giorni prima dell’intervento decisivo dell’Armata Rossa: Irodalmi Ujság: la gazzetta letteraria ungherese del due novembre, Bari, Laterza, 1957.
20 Citato in N. Corradini, L’arte, la società, l’impegno: la critica figurativa sulle pagine di “Rinascita” (1962-1966), Milano-Roma, Franco Angeli Edizioni, 1989, pp. 55-56.
21 P. Ginsborg, Storia d’talia dal dopoguerra a oggi, cit., pp. 286-290.
22 Ibidem.
23 N. Corradini, L’arte, la società, l’impegno, cit., pp. 58-60.
Silvia Pinna, La responsabilità del reale. Eredi del realismo sociale tra informale e pop art: l’esperienza neofigurativa in Italia e Messico, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Udine, Anno accademico 2012/2013

nmvir1L’iniziale diffidenza del comunismo nei confronti degli intellettuali, considerati classe piccolo-borghese, parassitaria e tendenzialmente reazionaria, aveva subìto un processo di revisione e parziale superamento a partire dagli anni trenta <172. In Italia, Gramsci aveva distinto nei Quaderni intellettuale ‘tradizionale’ e intellettuale ‘organico’. Questo «nuovo intellettuale» avrebbe dovuto essere quello studioso che, abbandonando l’«eloquenza, motrice esteriore e momentanea degli affetti e delle passioni», avrebbe dovuto mescolarsi «attivamente alla vita pratica», ponendosi al servizio della classe operaia «come costruttore, organizzatore, ‘persuasore permanentemente’» in grazia del suo carattere di oratore «non puro» . Il problema fu articolato nuovamente <173 nel periodo post-Salerno, in un dibattito che occupò per un decennio la terza pagina de l’Unità, Rinascita e le principali riviste di ambito culturale del partito <174. Tra queste vi era innanzitutto la rivista Risorgimento, uscita tra il 1945 e il 1946, edita da Einaudi e diretta da Carlo Salinari. Sempre di casa Einaudi vi era poi la ben più fortunata Società, nata nel luglio 1945, sotto la direzione di Ranuccio Bianchi Bandinelli, e coinvolta, da programma, nella lotta al dannunzianesimo e all’idealismo. Nel 1947 Società divenne prima bimestrale, poi trimestrale, e più esplicitamente legata al partito a cominciare dall’ingresso nel comitato di redazione di Ambrogio Donini, Emilio Sereni e Giuseppe Berti. Non mancarono comunque le frizioni con la dirigenza, che criticava la tendenza alla chiusura e all’eccessiva specializzazione, e nel 1950 fu deciso il trasferimento della redazione a Roma presso la Fondazione Antonio Gramsci e l’affidamento a Gastone Manacorda e a un comitato di redazione scelto <175.
La casa editrice torinese dette i natali nel settembre 1945 anche alla rivista di Elio Vittorini, Il Politecnico, dapprincipio settimanale poi, dal 1946, mensile. Già dal suo secondo anno, tuttavia, la rivista fu oggetto di aspre polemiche dalla dirigenza per il linguaggio ‘troppo astratto’, sganciato dalle masse, e il marcato ‘intellettualismo’, tanto da chiudere le pubblicazioni già nel dicembre 1947. Diretta da Raffaele De Grada, poi, uscì Realismo, una rivista nata a Milano nel giugno 1952 e chiusa nel maggio del 1956. Infine, a partire dal marzo 1954 fu stampato Il Contemporaneo sotto la direzione di Carlo Salinari e Antonello Trombadori, rivista di carattere più eclettico che spaziava dalle notizie di ambito culturale al commento politico e che era concentrata nel lavoro di definizione dell’arte neorealista <176.
[…] Così come la musica, il teatro in crisi, veniva detto, proprio per «la rottura del legame fra arte drammatica e popolo», avrebbe dovuto colmare questo iato: «il fossato tra artisti e popolo», spiegava Paolo Spriano, poteva essere risolto se «i primi» fossero andati «al secondo», parlando «un linguaggio semplice e diretto» e «interpretando opere che hanno senso comico, morale, sociale, vicinissimo alla vita reale» <195.
Il discorso sul cinema non procedeva diversamente <196.
[NOTE]
172 Nicoletta Misler, La via italiana al realismo. La politica culturale del PCI dal 1944 al 1956 (Milano: Mazzotta, 1976). Già Lenin, tuttavia, aveva dimostrato un atteggiamento più complesso. Alla sentenza lapidaria di Maksim Gor’kij sul ruolo degli intellettuali contenuta nella lettera del 7 febbraio 1908 («Il ruolo degli intellettuali è in diminuzione nel nostro partito: da tutte le parti ci viene annunciato che disertano il partito. Che il buon vento se li porti, queste carogne. Il partito si libera dei rifiuti piccoloborghesi »), Lenin aveva replicato il 13, scrivendo: «Penso che alcune questioni da voi sollevate a proposito delle nostre divergenze siano soltanto un malinteso. Infatti non penso certo di ‘cacciare gli intellettuali’, come fanno certi stupidi sindacalisti, o negare che siano necessari al movimento operaio», Louis Althusser, Lenin e la filosofia (Milano: Jaca book, 1969), p. 50.
173 Q. 12, § 3, Gramsci, Quaderni del carcere, vol. 3, p. 1551.
174 Sulla politica culturale del partito e sul rapporto tra PCI e intellettuali si vedano: Aldo Agosti, “Le stecche del busto: Togliatti, il PCI e gli intellettuali (1944-1947)”, Laboratoire Italien, 12 (2012): pp. 17-32; Nello Ajello, Intellettuali e PCI (1944-1958) (Roma; Bari: Laterza, 1979); Id., Il lungo addio. Intellettuali e PCI dal 1958 al 1991 (Roma; Bari: Laterza, 1997); Paolo Alatri, “Intellettuali e società di massa in Italia: l’area comunista 1945-1975”, Le occasioni della storia, ed. Paolo Alatri (Roma: Bulzoni, 1990), pp. 539-618; Adrian Duran, Painting, Politics, and the New Front of Cold War Italy (Farnham; Burlington: Ashgate Publishing Company, 2014); Joseph Francese, “Carlo Salinari e gli intellettuali del PCI”, Cultura e politica negli anni Cinquanta: Salinari, Pasolini, Calvino, ed. Joseph Francese (Roma: Lithos, 2000); Stephen Gundle, I comunisti italiani tra Hollywood e Mosca. La sfida della cultura di massa 1943-1991 (Firenze: Giunti, 1995); Id., “Il PCI e la campagna contro Hollywood (1948-1958)”, Hollywood in Europa. Industria, politica, pubblico del cinema 1945-1960, eds. David W. Ellwood & Gian Piero Brunetta (Firenze: Casa Usher, 1991); Id, “he Communist Party and the Politics of Cultural Change in Postwar Italy”, the Culture of Reconstruction. European Literature, hought, and Film, 1945-50, ed. Nicholas Hewitt (New York: St. Martin’s Press, 1989); Chiara Meta, “I comunisti e gli intellettuali: gli anni di ‘Società’”, Historia Magistra, 13 (2013): pp. 76-89; Nicoletta Misler, La via italiana al realismo. La politica culturale del PCI dal 1944 al 1956 (Milano: Mazzotta, 1976); Albertina Vittoria, Intellettuali e politica alla fine degli anni ’30. Antonio Amendola e la formazione del gruppo comunista romano (Milano: Franco Angeli, 1985); Id., Togliatti e gli intellettuali.
175 Una delle riviste legate al partito che è stata più analizzata. Si vedano Michele Ciliberto, “Filosofia e storiografia nella genesi di ‘Società’”, Filosofia e politica nel Novecento italiano. Da Labriola a ‘Società’, ed. Michele Ciliberto (Bari: De Donato, 1982); Cesare Luporini, “Da ‘Società’ alla polemica sullo storicismo”, Critica marxista, 6 (1993): pp. 5-35; Gastone Manacorda, “Così eravamo. L’esperienza di ‘Società’”, Il movimento reale e la coscienza inquieta. L’Italia liberale e il socialismo e altri scritti tra storia e memoria, eds. Gastone Manacorda et al. (Milano: Angeli, 1992); Luisa Mangoni, “‘Società’: storia e storiografia nel secondo dopoguerra”, Italia contemporanea, 145 (1981): pp. 39-58; Chiara Meta, “I comunisti e gli intellettuali: gli anni di ‘Società’”, Historia Magistra, 13 (2013): pp. 76-89.
176 Sulla storia delle riviste si vedano in particolare Ajello, Intellettuali e PCI e Vittoria, Togliatti e gli intellettuali.
195 Paolo Spriano, “È nato il teatro per il popolo”, l’Unità, Edizione piemontese, XXIV, 90 (17 aprile 1947).
196 Si vedano: Gian Piero Brunetta, Il cinema neorealista in Italia (Roma; Bari: Laterza, 2010); Carlo Lizzani, “I film per il ‘partito nuovo’”, Il 1948 in Italia. La storia e i film, ed. Nicola Tranfaglia (Firenze: La Nuova Italia, 1991), pp. 97-104; Claudio Natoli, “Il PCI tra modello sovietico e radicamento nella società italiana”, Il 1948 in Italia. La storia e i film, pp. 105-114. Più in generale Gundle, I comunisti italiani tra Hollywood e Mosca e “Il PCI e la campagna contro Hollywood”.
Giulia Bassi, Parole che mobilitano. Il concetto di ‘popolo’ tra storia politica e semantica storica nel partito comunista italiano, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2015/2016

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