Lo smantellamento dell’esperienza partigiana fu vissuto con malumore da molti reduci

1945o1

Con la fine delle ostilità, nell’aprile del 1945, una delle principali preoccupazioni delle autorità alleate divenne quella di smantellare, nel più breve tempo possibile, le bande partigiane. Si trattava di un processo che era cominciato nei mesi precedenti, almeno sin dall’estate del 1944 e dalla liberazione di Firenze, quando la resistenza italiana aveva dimostrato una certa efficacia militare. La lenta ma inesorabile risalita dello stivale della Quinta e dell’Ottava armata aveva spinto le autorità alleate a impegnarsi per una rapida “normalizzazione” delle forze partigiane; un processo sicuramente accelerato dalla drammatica evoluzione dello scenario greco. Gli Alleati, con il procedere della liberazione dello stivale, organizzavano imponenti e festose parate durante le quali sfilavano i corpi partigiani e al termine delle quali i combattenti erano invitati a consegnare le proprie armi. <1 Non tutti lo fecero: un giovane Rosario Bentivegna conservò le proprie; «sapevo», avrebbe ricordato, «che avrebbero potuto esserci ancora momenti di repressione violenta nel paese». <2 Anche Giovanni Pesce, ligio militante comunista, aiutò alcuni reduci a nascondere alcuni fucili nei locali dell’ANPI milanese. [3 Il fascismo, avrebbe scritto Vittorio Foa offrendoci il punto di vista di molti reduci, «non era finito con la sconfitta del suo regime politico. Eravamo convinti che ci si dovesse cautelare fisicamente contro il suo ritorno». <4 Per quanto avvenisse in forma ordinata, ha rilevato Dondi, la smobilitazione delle formazioni lasciò «dietro di sé strascichi pericolosi […]. La brusca estromissione delle forze partigiane» determinò «un forte disorientamento nei quadri combattenti che passano dal ruolo di detentori del potere a quello di semplici subordinati». <5   La difficoltà nel “liberarsi” dalle armi è spesso una costante della smobilitazione dei volontari: pochi anni prima le autorità repubblicane spagnole avevano avuto non pochi problemi nel disarmare i membri delle Brigate Internazionali dopo il loro ritiro dal fronte e lo smantellamento delle loro unità. Andando più indietro all’unità d’Italia, le autorità ebbero delle serie difficoltà nel disarmare completamente i reduci garibaldini. <6
Il 15 giugno del 1945, a quasi due mesi dalla conclusione delle ostilità, il Comando generale del Corpo volontari della libertà (CVL) sancì la definitiva smobilitazione delle forze partigiane. Il progetto di trasformare quelle resistenti in unità militari regolari, sotto la bandiera del Comitato di liberazione nazionale (CLN), era definitivamente fallito e l’esperienza del partigianato in armi era ormai giunta al suo epilogo. Qualche giorno dopo, il 20 giugno, venne promulgato un decreto che prevedeva un sussidio di mille lire per chi aveva combattuto almeno tre mesi, ridotto a cinquecento per chi non arrivava ai novanta giorni di attività partigiana. <7
Quei passaggi si stamparono nelle memorie di molti neo-reduci: «ricordo la pagina della smobilitazione», avrebbe scritto Nuto Revelli, «con la stessa angoscia con cui ricordo la mia ritirata di Russia. Dovemmo buttare tutte le nostre armi, proprio come un esercito di vinti […]. Due mesi e diventiamo prigionieri della burocrazia, delreducismo, dei programmi astratti, dei sogni». <8  La situazione di quel collettivo non fu facile: le drammatiche contingenze dei mesi successivi alla fine del conflitto resero difficile, quando non impossibile, una pronta ricollocazione lavorativa. Molti dei reduci erano inoltre dei giovani o giovanissimi che, nei pochi mesi passati alla macchia, avevano maturato grandi aspettative rispetto al futuro, e che dovevano cercare la loro prima occupazione in una congiuntura economica difficilissima. Non furono rari i casi in cui alcuni ex-partigiani si diedero ad attività di criminalità comune. A inizio giugno Walter Audisio, uno degli eroi della Resistenza, chiese a gran voce dalle pagine de L’Unità lavoro per i reduci e che, soprattutto, fossero dati agli ex partigiani i posti degli “epurati”. <9    Questo non avvenne.
In quei mesi s’installò il governo Parri; uno dei primi provvedimenti presi dal nuovo esecutivo fu l’istituzione di un ministero dell’Assistenza post-bellica, inizialmente affidato al sardo Emilio Lussu, un reduce per antonomasia. Il dicastero si sarebbe dovuto occupare anche dell’assistenza dei partigiani. Ma i tempi della politica si rivelarono però infinitamente lenti rispetto a quanto disposti ad aspettare i partigiani appena smobilitati. Lo smantellamento dell’esperienza partigiana fu vissuto con malumore da molti reduci che non riscontravano altrettanta solerzia nel processo di defascistizzazione dello Stato. La sensazione, tra molti reduci dell’antifascismo in armi, fu quella che le cose non fossero cambiate, o almeno non quanto ci si era aspettati. Nel reggiano un giovane reduce e mezzadro decise di tentare la fortuna a Milano piuttosto che tornare nel podere di famiglia: «di nuovo c’era il prete, il maresciallo dei Carabinieri e quei “cancheri” di padroni di sempre». <10
Per mesi, dopo l’aprile 1945, proseguirono azioni e proteste da parte dei partigiani, a volte opera di singoli individui, altre volte perpetrate da gruppi più o meno organizzati. I tentativi di aiutare i partigiani nel processo di smobilitazione e di reinserimento sociale non mancarono, ma si trattò, troppo spesso, di casi isolati. In questa direzione fu molto importante l’attività delle sezioni locali dell’ANPI. Tra le prime attività di quella romana ci fu, ad esempio, l’istituzione di una “Casa del Partigiano”, dove ai reduci smobilitati particolarmente bisognosi veniva offerto vitto e alloggio. <11 Giovanni Pesce, dal febbraio 1946 presidente dell’ANPI di Milano, avrebbe ricordato come il suo principale compito fosse di tipo assistenziale e come il tema del lavoro fosse centrale: «fame e miseria erano i grandi nemici che ci tormentavano». <12
Il 1946 dei reduci si aprì con l’intervento di Mario Argenton, portavoce proprio dell’ANPI, presso la Camera dei Deputati: «Noi non abbiamo fretta di parlare», disse l’ex-partigiano indirizzandosi a De Gasperi durante la seduta del 15 gennaio, «non è nostra abitudine parlare, preferiamo agire; per noi hanno parlato i fatti. E poi il Paese è stanco di tanti discorsi». <30 La tensione stava aumentando. Passarono pochi giorni e il 26 gennaio, a Vicenza, si tenne una partecipata manifestazione di reduci partigiani che protestavano contro l’arbitraria detenzione di alcuni di loro e per le precarie condizioni economiche a cui erano costretti. <13 Lo Stato, nel frattempo, si stava riorganizzando e in quell’inizio anno, si arrivò al definitivo smantellamento di quanto rimaneva delle istituzioni resistenziali: nel febbraio la quasi totalità dei prefetti “politici” nominati dai CLN furono sostituiti da funzionari di carriera, in larga parte formatisi durante il regime fascista. L’insoddisfazione diffusa per il parallelo e inesorabile smantellamento delle polizie ausiliarie partigiane non deve essere letto esclusivamente in chiave politica: molti partigiani furono sicuramente infastiditi per il ritorno in servizio di uomini che avevano già servito sotto il fascismo, ma, al contempo, si preoccupavano per il venir meno di un’entrata sicura in una congiuntura economica difficile.
Nel frattempo, nella primavera di quello stesso anno, anche tra la dirigenza del PCI cominciò a emergere con sempre maggior forza l’insoddisfazione per l’eccessivo protagonismo dei reduci partigiani: «la tarda eliminazione dei residui di partigianesimo in alcune provincie del nord, l’ostentazione del movimento partigiano, come elemento classista, il tono di certe canzoni», riferì Togliatti dinnanzi al Comitato centrale, «sono tutte cose che sembrano piccole ma che, sommate, danno al volto del nostro partito qualche cosa di diverso che non è il volto che noi vorremmo che esso avesse». <14   In quella stessa occasione Mauro Scoccimarro arrivò addirittura ad affermare che in alcune zone la Resistenza era ormai un ostacolo allo sviluppo del PCI.
Il 22 giugno Palmiro Togliatti, in qualità di Guardasigilli, presentò un progetto di amnistia all’Assemblea e il giorno dopo il testo fu pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. I giudici della Corte di Cassazione applicarono questa norma in modo inaspettato per i reduci della lotta di Liberazione: si mostrarono particolarmente teneri con i reati dei fascisti, mentre perseguirono duramente quelli dei partigiani. Il provvedimento fu accolto con ostilità dai partigiani che, come riferì il prefetto di Asti, vedevano rimessi in libertà i responsabili dei loro lutti, mentre loro continuavano a versare in situazioni economiche e sociali precarie. <15 Il clima si fece sempre più incandescente e l’amnistia fu la
scintilla che innescò le proteste. A inizio luglio si tenne a Torino una partecipata manifestazione di partigiani; i manifestanti si radunarono in piazza Castello reclamando lavoro per chi «tanto» ha dato «alla Patria». In tutta la provincia, secondo i rappresentanti del corteo, ci sarebbero stati almeno quattromila partigiani che versavano in precarie condizioni economiche. <16 Nelle settimane successive, in alcune zone del Paese, la situazione s’inasprì ulteriormente.
Nell’astigiano, durante il mese di agosto, si produsse la celebre rivolta di Santa Libera. «Si è creata una situazione allarmante», annotava il 22 agosto Pietro Nenni sul proprio diario, «alla notizia che un ex comandante partigiano locale era stato destituito dal suo incarico; una trentina di reduci riprese le armi e prese la via delle montagne». Nel giro di un paio di giorni l’accampamento improvvisato arrivò ad ospitare quasi trecento uomini. La faccenda si complicò, sempre secondo Nenni, quando la notizia si sparse e molti partigiani di Liguria, Piemonte e Lombardia sembrarono intenzionati a schierarsi dalla parte del gruppo dell’astigiano e a riprendere le armi. <17 Tra le rivendicazioni che mossero gli uomini di Asti c’era anche quella che cessasse quanto prima il disconoscimento dei diritti dei reduci. La situazione si sarebbe risolta grazie anche all’intervento dello stesso Nenni che si fece garante delle richieste dei rivoltosi dinnanzi al Governo; l’episodio testimonia però tanto la disillusione dei partigiani, quanto la loro disponibilità a tornare ad imbracciare le armi. Il 25 agosto, nel momento forse più caldo del confronto, Amedeo Ugolini, antifascista di lungo corso, già membro della Giunta di governo del CLN piemontese e direttore dall’edizione torinese de L’Unità, pubblicò un editoriale che prendeva le parti dei partigiani. «Oggi ancora in molti», scriveva l’Ugolini, «attendono nelle prigioni che sia loro resa giustizia […]. Fango o oblio: ecco come si vorrebbe chiudere una pagina gloriosa della nostra storia». <18 Anche il prefetto di Milano, l’ex partigiano Ettore Troilo, espresse una posizione particolarmente dura: «come partigiano», dichiarò all’ANSA in quei giorni, «penso che il governo si muova troppo lentamente e ritengo giusto impegnarmi con il governo centrale per misure più significative in favore di partigiani e reduci». <19
Il 21 settembre Pietro Nenni intervenne dinnanzi all’assemblea costituente parlando dei problemi connessi al reducismo partigiano. I recenti fatti dell’astigiano furono il pretesto per fare un discorso generale. Rispetto a un clima che vedeva l’accusa del movimento resistenziale, l’allora vicepresidente del Consiglio invitò a non «cercare le responsabilità di un uomo dove si tratta di risalire a cause di ordine sociale e politico». Secondo Nenni gli ex-partigiani stavano vivendo con sentimenti di «insoddisfazione e di irritazione» il loro ritorno alla vita civile e chiedevano «il riconoscimento dei loro gradi, delle loro ferite, con tutti i diritti di ordine sociale, politico ed economico inerenti a tale riconoscimento». In quest’occasione Nenni fece un interessante riferimento ad altri reduci che, decenni prima, avevano avuto delle difficoltà nel processo di reinserimento sociale: i volontari garibaldini che avevano combattuto per l’unità del Paese. <20
[NOTE]
1 Rosario Bentivegna, Senza fare di necessità virtù: memorie di un antifascista, (Torino, 2011), p. 240.
2 Franco Giannantoni and Ibio Paolucci, Giovanni Pesce ‘Visone’, un comunista che ha fatto l’Italia. L’emigrazione, la guerra di Spagna, Ventotene, i Gap, il dopoguerra, (Varese, 2005), p. 175.
3 Vittorio Foa, Il cavallo e la torre, (Torino, 1991), p. 56.
4 Mirco Dondi, La lunga liberazione. Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano, (Roma, 1991), p. 136.
5 Gilles Pécout, ‘Les Sociétés de tir dans l’Italie unifiée de la seconde moitié du XIXe siècle’, Mélanges Ecole Fr. Rome Ital. Méditerranée, 102:2 (1990), pp. 533-676.
6 Raccolta di leggi, norme e disposizioni per i combattenti della guerra partigiana, (Roma, 1971), pp. 66–67.
7 Nuto Revelli, ‘Introduzione’, Guerra Partigiana, (Torino, 1954), p. LIII.
8 “I partigiani nella ricostruzione del Paese” in L’Unità, 6 giugno 1945, prima pagina.
9 Massimo Storchi, “Combattere si può, vincere bisogna.” La scelta della violenza fra resistenza e dopoguerra (Reggio Emilia 1943-1946), (Venezia, 1998), p. 137.
10 Philip E. Cooke, The legacy of the Italian resistance, (Basingstoke, 2011).
11 Giannantoni and Paolucci, Giovanni Pesce ‘Visone’, un comunista che ha fatto l’Italia. L’emigrazione, la guerra di Spagna, Ventotene, i Gap, il dopoguerra, p. 182.
12 Agostino Bistarelli, ‘Reducismo e associazionismo nel dopoguerra’, Studi E Ric. Storia Contemp., 51 (1999), p. 226.
13 Politica e amministrazione nella Vicenza del dopoguerra. Verbali del Comitato di Liberazione Nazionale Provinciale, 7 maggio 1945 – 3 luglio 1946, (Vicenza, 1997), p. 200.
14 Renzo Martinelli and Maria Luisa Righi, La politica del Partito comunista italiano nel periodo costituente. I verbali della direzione tra il V e il VI Congresso 1946 – 1948, (Roma, 1992), p. 145.
15 Mimmo Franzinelli, L’amnistia Togliatti. 22 giugno 1946, colpo di spugna sui crimini fascisti, (Milano, 2006), p. 68.
16 “Le richieste dei partigiani dinanzi al Consiglio dei Ministri” in L’Unità, 28 agosto 1946, prima pagina.
17 Pietro Nenni, Tempo di guerra fredda: diari 1943-1956, (Milano, 1981), p. 266.
18 Partigiani” in L’Unità, 27 agosto 1946, prima pagina.
19 Carlo Troilo, La guerra di Troilo. Novembre 1947: l’occupazione della Prefettura di Milano, ultima trincea della Resistenza, (Soveria Mannelli, 2005), p. 68.
20 Pietro Nenni, Discorsi parlamentari (1946-1979), (Roma, 1983), pp. 8-11.
Rielaborazione del redattore da Aa.Vv., Oltre il 1945. Violenza, conflitto sociale, ordine pubblico nel dopoguerra europeo, Viella, 2017

rcbm

Ettore Troilo (1898-1974), antifascista, fondatore e comandante della formazione partigiana Brigata Maiella, viene nominato nel gennaio 1946 prefetto di Milano in sostituzione di Riccardo Lombardi, chiamato a responsabilità di governo. Nonostante il prestigio della carica e l’importanza cruciale di una città come Milano nel secondo dopoguerra, i lavori storiografici accumulatisi nel corso degli anni non dedicavano il dovuto spazio all’attività di Troilo nel capoluogo lombardo, fermandosi alla sola ricostruzione del periodo partigiano dell’avvocato abruzzese; quando ci si spingeva al periodo 1946-1947 era solo per ricordare l’episodio dell’occupazione della prefettura del novembre 1947. Il volume di Carlo Troilo si presenta come il primo, documentato lavoro, più di taglio giornalistico che storico,  che ricostruisce la vicenda dell’antifascista abruzzese dagli anni della formazione fino alla Resistenza e ai due anni trascorsi a Milano, soffermandosi in particolar modo sulla gravissima crisi della fine del 1947, quando la notizia della sua rimozione da parte di Scelba portò il capoluogo lombardo sull’orlo dello scontro armato, tra chi si opponeva alla sostituzione del prefetto e il governo centrale. Troilo è l’ultimo prefetto, se non di nomina, almeno di ispirazione e gradimento del CLN; per due anni deve gestire una situazione economico-sociale drammatica, una conflittualità sociale acutissima, i rapporti con i partigiani, i reduci, il sindacato, i partiti e tra quest’ultimi il PCI in una delle sue roccaforti politico-organizzative. Affronta alcune gravi crisi come la rivolta del carcere di San Vittore e il trafugamento della salma di Mussolini, percepiti come attacchi da parte del risorgente fascismo al nuovo e fragile assetto dello Stato democratico; cerca di ripristinare l’ordine pubblico, nonostante un corpo di polizia insufficiente e inaffidabile, e di fronteggiare il caro viveri, la penuria di generi alimentari, la mancanza di materie prime e di energia elettrica per le industrie. Il “prefetto della Resistenza” dimostra coraggio, grandi capacità di lavoro e di mediazione nella risoluzione dei conflitti sociali; forte dell’esperienza e dell’autorevolezza acquisite durante la Liberazione, convoca, in occasione della rivolta dei partigiani dell’agosto 1946, i prefetti dell’Alta Italia; per combattere il caro viveri organizza le squadre di vigilanza annonaria, collabora con sindaco e Camera del lavoro, fa la spola con Roma per garantire la soluzione dei gravi problemi dei milanesi. La prefettura di Milano diventa un punto di riferimento essenziale per la popolazione e per le forze politiche e sindacali, seppure tra difficoltà crescenti dovute al radicale mutamento della situazione nazionale e internazionale. L’occupazione della prefettura della fine novembre 1947 rappresenta il drammatico epilogo di uno scontro che trascende la dimensione locale per assumere un significato generale per l’intero paese. Il segno inequivocabile che il dopoguerra, con le sue speranze e le sue illusioni, si era definitivamente concluso.
Piero Di Girolamo, Carlo Troilo, La guerra di Troilo. Novembre 1947: l’occupazione della prefettura di Milano, ultima trincea della Resistenza, Soveria Mannelli (Cz), Rubbettino, pp. 283, SISSCO

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