La crisi del 1929 colpì duramente anche le imprese elettriche e i loro finanziatori

La storia dell’industria elettrica italiana ha radici profonde, a cavallo fra Otto e Novecento. Inizialmente protagonisti furono i privati, organizzati in imprese specializzate nella generazione di corrente elettrica, o in aziende il cui settore di competenza era altro ma che, abbisognando di elettricità, arrivarono esse stesse ad autoprodurla. La fonte energetica maggiormente utilizzata ad inizio secolo scorso era quella idrica, grazie alla particolare conformazione orografica del Paese.
Il primo grande impianto idroelettrico fu realizzato dall’Edison già nel 1898 a Paderno d’Adda (per quanto già prima fossero presenti piccole centrali idrauliche a Terni e a Treviso) <1, collegato, tramite una linea di 32 km, a Milano <2. Già precedentemente, tuttavia, la Città usufruiva di un impianto termoelettrico da 2.200 kW, che in seguito divenne sussidiario della centrale di Paderno. Anche un altro grande centro, Genova, poteva contare fin dal 1896 di un discretamente potente impianto termoelettrico da 3.300 kW [3.
I casi di Genova e Milano sono abbastanza isolati: l’utilizzo di fonti termiche quali il carbone non era molto redditizio per il semplice fatto che l’Italia ne era sprovvista. L’energia termoelettrica era per lo più usata per implementare l’energia idroelettrica o era prodotta in regioni, quali le due isole maggiori, in cui vi era scarsità di acqua, destinata ad altri scopi <4.
In questa prima fase a partecipare dal punto di vista tecnologico all’edificazione di nuove centrali erano industrie straniere, per lo più tedesche, come la Siemens, che fondò, insieme all’Halske, un ufficio tecnico per l’Italia nel 1894.Tuttavia fu solo nel 1898 che la ditta tedesca iniziò ad impegnarsi seriamente nella Penisola, con la creazione della Società Italiana Siemens per Impianti Elettrici con sede a Milano, una vera e propria piccola società per azioni <5. Una parte di rilievo la ebbe pure la svizzera leader nella produzione di materiale elettrico a livello europeo. Nel 1898 acquistò una concessione idraulica nei pressi di Benevento, fondando l’anno successivo la Società Elettrica di Benevento, che iniziò a fornire energia elettrica per illuminazione e forza motrice alla Città già nel 1900 <6.
Le imprese italiane erano limitate nella costruzione di piccoli impianti. Fra queste vi erano la Tecnomasio Cabella, Officine di Savigliano, le Officine Morelli, la Franco e Bonamico, la Guzzi ed altre. Altre industrie italiane erano maggiormente attive nella produzione di materiale elettrotecnico e attrezzature, fra cui macchinari idraulici e cavi, nella cui fabbricazione era specializzata la Pirelli che già nel 1896 contava 1500 dipendenti ed era attiva in tutto il mondo <7. Va ricordato infine il ruolo di Giuseppe Colombo, ingegnere e professore che intrattenne rapporti con Thomas Edison e che fu pure Presidente della Camera nel biennio 1899-1900. Colombo può essere considerato il vero fondatore dell’industria elettrica italiana. <8
La bontà dello sviluppo energetico italiano fu testimoniata dalla rivista americana Electrical World, la quale indicava l’Italia al quarto posto assoluto e al primo in Europa tra i Paesi dotati di impianti di trasmissione superiori a 70 kV9. Alla fine del 1898 l’Italia aveva una potenza elettrica totale di circa 86.500 kW10.
Vista la sempre maggiore importanza che l’elettricità andò acquisendo fino al primo conflitto mondiale, si accese presto in seno al governo italiano il dibattito sulla necessità o meno di nazionalizzare tale fonte energetica. Si era nell’epoca del liberismo e le proposte, anche le più prudenti, come quella del futuro Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti <11, si scontrarono con lo scetticismo di quanti ritenevano lo Stato incapace di garantire uno sviluppo impetuoso dell’industria, soprattutto a causa dell’onere che un tale compito avrebbe avuto sulle finanze pubbliche.
Si creò quindi alla vigilia della Prima Guerra Mondiale un oligopolio industriale e finanziario che ruotava intorno all’industria elettrica. La sinergia fra quest’ultima ed il settore bancario portò ad una crescita notevole di quest’ultimo. In particolar modo, i maggiori istituti di credito italiani investirono in ciò che sembrava la chiave di volta per una rapida industrializzazione del Paese. Fra questi vi erano la Banca Commerciale Italiana, il Credito Italiano, la Banca Italiana di Sconto e il Banco di Roma. Per questa ragione, oltre che per quelle già elencate in precedenza, la pubblicizzazione dell’industria elettrica non trovò ampie sponde nel mondo politico, proprio perché il connubio industria-finanza appariva come una formula di successo.
Tale idillio terminò proprio in concomitanza con lo scoppio della Grande Guerra. Come in altri Paesi coinvolti nel conflitto, anche l’Italia sviluppò un’embrionale economia di guerra ed ovviamente il settore energetico non poteva rimanere escluso da un controllo più attivo. Si fissò una canonizzazione delle acque per cui i privati erano obbligati a versare una quota esigua allo Stato. Lontano dalla nazionalizzazione, il cosiddetto decreto Bonomi era comunque lo spettro di un possibile controllo indiretto dell’energia idroelettrica da parte dello Stato <12. I maggiori gruppi attivi nel settore energetico, fra cui l’Edison, non opposero particolare resistenza poiché la durata della concessione, pari a cinquant’anni, sembrava rappresentare un margine abbastanza largo di azione. Questo decreto apparve invece ai grandi autoproduttori di energia elettrica un chiaro attacco contro di loro, poiché sembrarono favoriti i potenti gruppi elettrofinanziari, i quali potevano sottrarre loro una cospicua fetta del settore.
Terminata la Prima Guerra Mondiale e prima dell’avvento di Benito Mussolini al potere, Bonomi, di nuovo come Ministro dei Lavori Pubblici, tentò, nel 1919, dopo il parziale successo nell’intervento statale sulla produzione di energia, di porre qualche controllo sulla gestione delle tariffe, eccessivamente variegate a livello nazionale, con partecipazioni azionarie nelle singole società. I tempi erano tuttavia troppo prematuri e i gruppi elettrofinanziari trovarono vari modi per aggirare le disposizioni ministeriali.
Pure il d.d.l. 1 dicembre 1921, emanato ancora da Bonomi in qualità di Presidente del Consiglio dei Ministri e teso ad aumentare i poteri dello Stato in tema di reti elettriche fu un discreto fallimento.
L’idea di uniformare in un’unica linea elettrica nazionale gli elettrodotti delle singole regioni non ebbe successo, sia per l’opposizione delle società elettriche che a causa della profonda varietà di tensioni (intese come Volt) presenti da località a località. Infatti la lunghezza di una certa linea è direttamente proporzionale al voltaggio, il quale a sua volta può avere valori alti solo se la pure la potenza (intesa come Watt) è elevata. I centri italiani, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, non avevano consumi elevati e di conseguenza le più diffuse erano le reti a medio o basso voltaggio, con assenza totale di elettrodotti con tensioni nell’ordine di 200-250 kV, i quali avrebbero coperto un’estensione fino a 400 km. Infine ad opporsi alla costruzione di elettrodotti furono pure i proprietari terrieri che vedevano a rischio i loro possedimenti. In sostanza la rete elettrica italiana appariva estesa ma poco integrata ed a tratti obsoleta. Tale fenomeno ebbe notevoli ripercussioni sull’elettrificazione dell’Italia, lasciandola ancora in completo affidamento ai grandi gruppi elettrocommerciali, i quali gestivano le rispettive sfere di influenza con proprie tariffe e unità di misura.
I brevi governi del Primo dopoguerra, poi, cercarono di attuare una politica volta a modernizzare, tramite le fonti idroelettriche, il Mezzogiorno. Tale idea, su cui credevano fortemente sia Francesco Saverio Nitti, Presidente del Consiglio fra il giugno 1919 ed il maggio 1920, che Ivanoe Bonomi si basava, inoltre, sull’assunto che nel Meridione vi fossero ancora notevoli fonti idriche da poter sfruttare, cosa che non era possibile nell’Appennino settentrionale a causa di difficoltà di natura geologica. In più, si pensava che, disarticolando il sistema agrario meridionale, basato sul bracciantato a favore della creazione di piccole aziende diretto-coltivatrici, sarebbero venuti meno alcuni fenomeni come il brigantaggio e la mafia. I governi liberali non riuscirono, tuttavia, ad attuare tali riforme e nemmeno l’avvento del Fascismo, che in linea di massima era favorevole a questo progetto, riuscì a scardinare il blocco agrario che si oppose ad ogni tentativo di cambiamento dello status quo <13. Gli impianti idroelettrici, quindi, non arrivarono ad avere un peso determinante per una possibile industrializzazione del Mezzogiorno.
Per quanto riguarda proposte di nazionalizzazione, queste non furono più presenti ed il Paese entrò poco dopo nel ventennio fascista. Il settore dell’energia elettrica rappresentava un forte veicolo di ammodernamento dell’Italia e ciò produsse un continuo alternarsi di alleanze fra alcune industrie energetiche ed il Regime, tanto più che tra il 1923 ed il 1927 si ebbe una spaccatura interna allo stesso fronte dell’Associazione Esercenti Imprese Elettriche (AEIE), presieduta dalla Società Idroelettrica Piemontese (SIP) e sostenuta dalla Banca Commerciale, con la fondazione dell’Associazione Nazionale Industrie Elettriche (ANIE), voluta dall’Edison <14.
Sta di fatto che la produzione di energia elettrica segnò un incremento notevole, favorita pure da un rafforzarsi della cooperazione fra capitani d’industria ed istituti di credito, cosa già presente prima dello scoppio della Grande Guerra. Fra 1921 e 1930 la produzione di energia elettrica, ottenuta in particolar modo grazie alla forza idrica, crebbe notevolmente. Si giunse all’elevata cifra di 10.320 milioni di kWh <15.
L’influenza dei gruppi elettrofinanziari sul governo si mostrò in occasione dell’applicazione della cosiddetta “quota novanta”, quando, oltre a lanciare il rafforzamento della lira verso la sterlina, era stato approvato un decreto ministeriale volto alla riduzione delle tariffe dei servizi pubblici. Non solo nel settore elettrico tali tariffe non diminuirono, ma subirono addirittura un rialzo.
Tuttavia, la crisi del ’29 colpì duramente anche le imprese elettriche e i loro finanziatori, in particolar modo gli istituti di credito. Grandi produttori come la SIP piemontese o potenti banche come la COMIT, uscirono duramente provate dalla situazione economica e fu solo grazie all’intervento dello Stato, che si concretizzò con la creazione dell’IRI nel 1932, che l’industria elettrica ed italiana in generale non subì un decisivo tracollo. Ciò che non si era riusciti a realizzare prima della Grande Guerra, si realizzò invece in modo involontario con la crisi economica, cioè la nazionalizzazione di numerose imprese elettriche. Tuttavia, tale pubblicizzazione rappresentò una chimera, poiché la dirigenza dell’IRI, rappresentata da Alberto Beneduce, ricollocò presto le aziende in mani private ad eccezione della SIP. Non tutti poi i gruppi elettrici vedevano di buon occhio un’eccessiva invadenza dell’Istituto per la Ricostruzione: manifestazione ne è la politica mantenuta da Giuseppe Cenzato, presidente della Società Meridionale di Elettricità, il quale utilizzò ogni possibile espediente per evitare che l’IRI risultasse essere una presenza troppo ingombrante all’interno della sua Azienda <16. Prova della rinata forza delle potenti industrie elettrofinanziarie era costituita dal fatto che negli anni immediatamente successivi alla depressione, la percentuale di concentrazione <17 del mercato elettrico raggiunse quota 0,51 nel 1938 su una scala da 0 ad 1. Ciò stava a significare come la produzione ed il commercio di elettricità fossero divenuti un affare oligopolistico, a seguito anche delle battaglie vinte dai grandi gruppi contro autoproduttori e consorzi. Al 1929 tale valore era di 0,40, mentre per trovare un indice analogo bisogna tornare al 1917, in piena Grande Guerra, dove esso era di 0,50. A dimostrare che tale forza era più economica che di impianti stava il fatto che nel 1938 le prime otto società elettrocommerciali detenevano il 54,4% del capitale totale, mentre un risicato 17,3% della potenza installata. Più che industrie produttrici esse erano delle holding finanziarie che controllavano il mercato, gestendo ed inglobando numerose imprese satelliti <18. Ciò aveva come conseguenza il fatto che spesso le centrali, costruite durante la Grande Guerra, non furono ammodernate, con costi assai onerosi, a volte addirittura esse erano solo nominalmente mantenute in esercizio per aumentare il valore contabile totale; o ancora, succedeva che esse fossero vendute a prezzi gonfiati. Il tutto per trarre il maggior numero di profitti, ponendo sovente in secondo piano il problema dello sviluppo del Paese.
Nonostante ciò, è indubbio che l’Italia fascista conobbe un’evoluzione industriale imputabile ad un uso maggiore dell’energia elettrica. Se nel 1940 il consumo di elettricità nel totale di consumi energetici deteneva ancora una quota assai bassa (appena l’8,8%), è pure vero che questa conobbe una crescente destinazione per usi industriali, favorendo il potenziamento di settori come l’elettrosiderurgia e l’elettrochimica, a scapito di altri più tradizionali e basati sull’uso della forza motrice. I primi furono i veri artefici dell’uscita dell’Italia dalla crisi economica, mentre subirono una battuta d’arresto negli anni dell’autarchia <19.
Superata la sfavorevole congiuntura finanziaria mondiale e nonostante gli interessi finanziari che sottostavano alle meccaniche industriali del Paese, la produzione di energia elettrica ricominciò a crescere, sebbene con ritmi meno impressionanti del primo decennio fascista. Per favorire la ripresa economica, che transitava necessariamente per la lastricata strada dell’energia, alcuni gruppi elettrofinanziari tesero a rendere più flessibili le tariffe, specie per quanto riguardava i consumi domestici. Fra questi vi furono la SIP, la Società Meridionale di Elettricità (SME) e la Unione Esercizi Elettrici (UNES). La Edison, invece, si oppose strenuamente a tale politica, attraverso il suo presidente Giacinto Motta. La situazione fu infine risolta nel 1936 quando, con l’adozione di un nuovo blocco tariffario, ciascuna impresa fu lasciata libera di stipulare contratti ad hoc con i singoli utenti, portando a situazioni alquanto bizzarre e differenziate: a contratti particolarmente esosi si affiancavano tariffe più modeste.
Tuttavia, fu proprio in questo periodo che si ricominciò a parlare di una rete unica elettrica nazionale. Gli scopi erano però cambiati da un decennio prima. I gruppi elettrici del Nord invece che voler sfruttare le cospicue risorse, specie idrauliche, del Sud, erano ora intenzionati a rivendere gli eccessi di produzione. La polemica, sorta nel 1934, vedeva contrapposti i particolare Beneduce e Motta. Alla fine a prevalere fu il primo, fautore di uno status quo. Alla fine di una rete nazionale non se ne fece nulla e si tornò a parlare di tale faccenda solo in seguito al conflitto.
Va infine detto che dalla fine degli anni Venti si era assommata pure la produzione di energia geotermica e la politica autarchica del regime condusse, dalla metà degli anni Trenta, ad uno sfruttamento sempre più intensivo delle fonti nazionali. Ciò condusse ad un alto livello di specializzazione dei tecnici italiani che si sarebbe rivelata assai utile nei decenni successivi sia in ambito nazionale che internazionale.
[NOTE]
1 Mortara, La nascita di un gigante, p.434.
2 Fontana, Il nuovo paesaggio, p.116.
3 Mortara, Ivi, p.438.
4 Bottiglieri, L’industria elettrica dalla guerra agli anni del “miracolo economico”, p. 61.
5 Hertner, Il capitale tedesco nell’industria elettrica italiana, pp. 217,218.
6 Segreto, Capitali, tecnologie e imprenditori svizzeri, p.183.
7 Giannetti, La conquista della forza, p.76, 77.
8 Angelini, Cento anni d’industria elettrica in Italia, pp.80-82.
9 Giannetti, Ivi, p. 82.
10 Marin, Nascita ed evoluzione dell’industria elettrica, p.4.
11 La proposta di Francesco Saverio Nitti era che l’industria elettrica dovesse essere gestita da privati ma come concessione statale, dietro il pagamento di un canone molto basso per un periodo sufficientemente lungo da permettere di ammortare le spese: il controllo sarebbe rimasto pubblico mentre il management era affidato ai privati, garantendo il decollo dell’economia italiana.
12 Il decreto Bonomi fu una misura varata dall’allora ministro dei lavori pubblici Ivanoe Bonomi nel settembre 1916. Vi era una maggiore facilità nella concessione per l’uso di fonti idrauliche a privati i quali, tuttavia, a distanza di sessant’anni avrebbero dovuto cedere tutte le opere, infrastrutture e diritto d’utilizzo della concessione allo Stato. Nel decreto era previsto pure un trattamento favorevole alle imprese che si sarebbero accollate i costi per l’edificazione di generatori ed impianti. In: Harold, Capitalismo familiare, p. 207.
13 Barone, Mezzogiorno e modernizzazione, pp. 86, 99.
14 Giannetti, Ivi, pp. 94,95
15 Bottiglieri, Ivi, p. 64.
16 Scalfari, Storia segreta dell’industria elettrica, pp.82, 83.
17 Per concentrazione industriale si intende un fenomeno economico caratterizzato dall’ampliamento delle unità produttive e dal raggruppamento di esse, in funzione della diminuzione dei costi di produzione e dell’aumento del profitto.
18 Giannetti, Ivi, pp. 36-38.
19 Giannetti, Elettricità e industrializzazione, p.598.
Davide Bernardi, Acqua, luce e gas. ENEL ed AMAG: aziende pubbliche e municipalizzate, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno accademico 2014/2015

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Pensionato di Bordighera (IM)
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