Le nuove generazioni italo-americane identificavano nella figura di Joe Di Maggio la propria aspirazione di adattamento all’American way of life

Il fascismo pensava la comunità italiana all’estero come un organismo compatto e unito a carattere nazionale, che doveva fondere le piccole associazioni etniche, espressione dei localismi tipici dell’emigrazione italiana di massa.
La Casa d’Italia, cioè l’edificio pensato per il ritrovo degli italiani in cui avevano talvolta sede alcune associazioni di immigrati, doveva rappresentare il riferimento della comunità, dal momento che in essa «è sempre presente un tricolore, e accanto al Crocifisso sono sempre in onore le effigi del Re e del Duce». Grande importanza aveva anche il dopolavoro che, organizzato sulla base delle caratteristiche locali, doveva organizzare il tempo libero dell’immigrato, coinvolgendolo fascisticamente in attività sportivo ricreative e di apprendimento della lingua italiana.
La propaganda fascista rivendicava la propria capacità di aver favorito l’unione degli italiani all’estero, anche se in realtà spesso il regime provocò spaccature nelle comunità fra sostenitori e oppositori di Mussolini.
Negli Stati Uniti, dove l’associazionismo era fortemente caratterizzato a livello locale, la stampa etnica filo-fascista promosse a modello la coesione fra il duce e il popolo italiano; questo, però, non impedì accesi scontri come a Detroit, dove le attività del console Giacomo Ungarelli per fascistizzare la Little Italy provocarono un’aspra reazione degli antifascisti locali.
[…] Nel ventennio in cui Mussolini rimase al potere la comunità italo-americana modificò molto la propria fisionomia. All’inizio degli anni venti i figli degli immigrati italiani di prima generazione risultavano già più numerosi dei loro genitori e la maggior parte di essi giunse alla piena maturità nei primi anni quaranta. Si trattava di una generazione dall’identità ibrida, intrisa dei valori «italiani» dei genitori e di quelli «americani» propri del contesto in cui crescevano e dell’istruzione scolastica che veniva loro impartita. Non pienamente accettati dalla società americana Wasp per la loro condizione di “dagoes”, gli italo-americani di seconda generazione vissero anni di ambivalenza e marginalità sociale, costretti fra le tradizioni contadine dei genitori, che enfatizzavano il ruolo del nucleo familiare, e i modelli consumistici americani che spingevano, invece, verso l’emancipazione dalla famiglia. Se da un lato la famiglia patriarcale italiana imponeva il controllo dei comportamenti economici e sessuali dei figli, dall’altro le seconde generazioni italo-americane si orientavano verso la progressiva assimilazione nella società statunitense, vestendo all’americana, facendo sport, ascoltando musica e guardando i film di Hollywood.
Tale situazione provocò il disappunto della prima generazione che si rifugiò in un’immagine mitizzata della vecchia Southern Italy, «a place without history» in cui si conservavano valori ormai persi oltre oceano a causa del «demone» americano, che induceva i giovani al libertinaggio e al vizio.
Contemporaneamente le nuove generazioni italo-americane identificavano nella figura di Joe Di Maggio la propria aspirazione di adattamento all’American way of life. Figlio di immigrati italiani, Di Maggio divenne un eroe del baseball statunitense salendo anche agli onori delle cronache per una relazione sentimentale con la nota attrice Marylin Monroe. Nell’immaginario popolare egli rappresentò il “dago” che, superando i tradizionali pregiudizi anti-italiani, era riuscito ad affermarsi nella società statunitense ottenendone il rispetto e l’ammirazione.
Matteo Pretelli, Cultura e lingua italiana come strumenti di propaganda fascista e affermazione d’italianità fra gli immigrati italiani e i loro figli negli Stati Uniti d’America, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Trieste, 2005

A tentare di trasformare lo sport in un fenomeno sociale di massa in Italia, come strumento di controllo, era stato il regime di Mussolini, proponendolo, allo stesso tempo come vetrina internazionale della superiorità della razza italiana e dell’ideologia fascista (De Grazia 1992; Dogliani 2000; Martin 2006; Giuntini 2009; Landoni 2016).
Il modello di sport in camicia nera attirò, sul momento, l’interesse e l’ammirazione, anche degli Usa e della comunità degli italo americani, in occasione delle Olimpiadi di Los Angeles del 1932.
L’attenzione per lo sport italiano, dopo il 1929, considerato maturo e d’avanguardia, da parte di una componente della cultura americana, indirettamente, rimandava ad un interesse ben più sostanziale, per il sistema delle corporazioni, come possibile soluzione per la crisi economica, poi individuata nel New Deal (Palla 1992).
Declinò, così, anche la curiosità per lo sport fascista negli Stati Uniti, nel breve volgere di pochi anni. All’interno della comunità degli italo americani, quindi, lo sport divenne sì un fenomeno rilevante, ma di integrazione culturale nella società statunitense.
Il tema dell’eroismo associato all’impresa sportiva, enfatizzato dal regime fascista a fini politici, e sviluppato anche in America in modo originale, finì per coinvolgere i primi atleti italo americani.
All’interno della comunità degli italo americani, quindi, lo sport divenne sì un fenomeno rilevante, ma di integrazione culturale nella società statunitense. Il tema dell’eroismo associato all’impresa sportiva, enfatizzato dal regime fascista a fini politici, e sviluppato anche in America in modo originale, finì per coinvolgere i primi atleti italo americani.
Esemplare il caso e la figura di J. Di Maggio. Di origine siciliana, divenne una icona dello sport nazionale a stelle e strisce come il baseball (Rader 1993). In Di Maggio la categoria del campione e dell’eroe trovarono una compiuta realizzazione, fino al suo matrimonio con l’icona della bellezza del tempo, M. Monroe, richiamante, per certi versi, i protagonisti del romanzo di Roth Pastorale americana.
Legata proprio al football, lo sport di Pastorale americana, emerse un altro storico esempio di italo americano di successo, come Vince Lombardi, a cui non fu affidato il ruolo di atleta eroico, ma di guida, in qualità di coach, capace di portare la sua squadra, i Green Bay Packers, ben cinque volte al titolo negli anni sessanta, fino al punto di vedersi intitolare il trofeo più ambito, nella sfida del Superbowl (Piasio 1999; Marannis 1999).
Di Maggio, come Lombardi, erano americani, non italiani, ormai completamente osmotici al modello a stelle e strisce, praticanti i più americani degli sport (Cramer 2000).
Per certi versi il mito Di Maggio era servito per mostrare alla società statunitense il grado di affidabilità degli italiani come buoni americani, aprendo la strada a generazioni di campioni italo americani nelle varie discipline e uomini di successo nel mondo della politica, della cultura e dell’economia.
Altri eroi sportivi italo americani contribuirono, in tal senso, al compiuto inserimento nella società d’oltre oceano della comunità italiana ivi emigrata.
In alcuni casi, tuttavia, i tratti tipici dell’italianità emersero in modo riconoscibile e distintivo, assumendo grazie allo sport un certo grado di consacrazione. Non perché si trattasse di sport “italiani” ma, piuttosto per il modo di interpretare tali discipline sportive all’italiana.
Emblematico fu il caso del pugilato, in cui la caparbietà, lo spirito di sofferenza e di sacrificio degli italiani vennero issati a modello vincente nella società Usa. I pugili italo americani, erano prima di tutto americani, ma si distinguevano per il loro tratto sportivo italiano, basato su valori quali la forza di volontà, la determinazione, la capacità di sopportare le sofferenze e sacrificarsi.
Esempi ne furono Rocky Marciano e Jack La Motta, talmente eroici per le loro gesta, al punto da divenire soggetto di due celebri film come Lassù qualcuno mi ama con P. Newman e Toro scatenato con R. De Niro, fino a ispirare una saga “epica” come Rocky Balboa, di S. Stallone, non casualmente altro italo americano.
Se paragonata alla storia di Primo Carnera, evidente appare la differenza: in questo caso un pugile italiano e le sue gesta vennero usati come elemento di propaganda estera dal regime fascista, finendo per scomparire, una volta iniziato il suo declino sportivo (Marchesini 2009); i pugili italo americani, invece, elevarono il loro tratto italiano al servizio della nazione ospitante, per entrarne a far parte stabilmente, contribuendo a spianare la strada ad intere generazioni future di italo americani di seconda e terza generazione, non solo e non tanto come sportivi, ma finalmente semplicemente come americani.
Saverio Battente, Eroismo sportivo. Emigrazione ed immigrazione tra cultura nazionale e società multietnica nella storia d’Italia: esperienze a confronto in (a cura di) Raymond Siebetcheu, Dinamiche sociolinguistiche e didattica delle lingue nei contesti sportivi, Edizioni Università per Stranieri di Siena, 2020

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Pensionato di Bordighera (IM)
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