Fin dal dicembre 1940 i britannici cercarono volontari tra gli internati italiani

Winston Churchill, diventato Primo Ministro nel maggio 1940, approvò il 16 luglio l’istituzione dello Special Operations Executive “to co-ordinate all action by way of subversion and sabotage against the enemy overseas” <100, e mise a capo di quest’agenzia il Minister of Economic Warfare, Hugh Dalton. L’agenzia era un aggregato di diverse agenzie autonome. Dalton divise il SOE in due rami: SO1, che aveva rilevato l’elemento di propaganda segreta di EH, con Reginald Wildig Allen Leeper al comando, e SO2 come responsabile del sabotaggio: quest’ultima sezione assorbiva la Sezione D, un apparato nato con il compito di arruolare e addestrare agenti sotto copertura da inviare nei Paesi occupati dalla Germania nazista <101. La BBC continuava ad avere uno statuto indipendente, poiché il controllo di questa veniva lasciato temporaneamente al Minister of Information.
Quando, a novembre, Dalton cercò di riprendere le sue prerogative anche sulla BBC, trovò l’opposizione di Cooper: era l’inizio di una guerra che si sarebbe protratta per mesi senza conclusione di sorta. Il termine dello scontro avvenne nell’agosto 1941 con la creazione del Political Warfare Executive (PWE), proposto l’8 agosto e firmato da Churchill il 19 dello stesso mese. Era un organismo nato sotto la tutela di un triumvirato di uomini appartenenti a tre corpi, Bruce Lockhart per il Foreign Office, Reginald Alexander Dallas Brooks per il Ministry of Information e Leeper del Ministry of Economic Warfare, il quale assorbiva i compiti dello SO1 e del Ministry of Information.
Entrambe le agenzie giocarono un ruolo di un certo peso, direttamente o indirettamente, sul destino dei prigionieri italiani. Lo SOE cercò di reclutare agenti italiani innanzitutto in Gran Bretagna. Il 19 dicembre 1940 veniva stabilito uno schema per il reclutamento degli uomini, attuando una ripartizione in tre fasce dei possibili agenti: i primi, agenti nel senso proprio del termine, capaci di creare delle strutture sovversive appena giunti in Italia; la seconda di agenti di grado inferiore, sottoposti ai primi; la terza categoria, di “desperados” che avrebbero lavorato indipendentemente <102.
Per arruolare agenti vennero creati dei Pioneer Corps, unità dell’esercito che ospitavano gli italiani filo-britannici, puntando a selezionare i possibili candidati. Più tardi questi corpi pionieri si sarebbero aperti anche ai prigionieri <103. Si cercò inoltre di prendere contatto con gli antifascisti espatriati.
Fin dal dicembre comunque i britannici cercarono volontari tra gli internati, e nel campo di Ilfracombe nel Devon si arrivò a nove candidati, ma i profili erano in larga parte poco soddisfacenti, era necessario cercare ancora. I risultati tardarono ad arrivare e nell’ottobre 1941 non c’era nessun italiano in addestramento e così sarebbe stato anche l’ottobre dell’anno dopo. Risultati simili si ebbero anche nello SOE di New York (SONY) e in Canada, dove nessuno desiderava tornare in Italia. A realizzare le interviste per il reclutamento degli uomini c’era George Martelli, già giornalista presso «The Times», autore di un volume sulla recente guerra italo-etiopica <104. Nel corso della guerra fu prima arruolato come Lieutenant-Commander della Royal Navy <105, ma sembra abbia ricoperto sempre ruoli d’intelligence. Ebbe un ruolo importante all’interno della burocrazia londinese dello SOE106 e divenne in seguito membro della “Psycological Warfare Section of Allied Forces HQ in North Africa” <107, un apparato del PWE. Martelli venne impegnato nella campagna di pressione psicologica per permettere la caduta di Pantelleria ed ebbe funzioni simili nel corso della compagnia in Sicilia. <108
[NOTE]
100 Charles Cruickshank, The fourth arm. Psychological warfare 1938-1945, London, Davis-Poynter, 1977, p. 17.
101 La Sezione D era nata al momento dell’annessione dell’Austria da parte tedesca, cfr. Mireno Berrettini, La Gran Bretagna e l’antifascismo italiano. Diplomazia clandestina, intelligence, operazioni speciali (1940-1943), Firenze, Le lettere, 2010, pp. 11-3.
102Ivi, p. 33.
103 Ivi, pp. 33-4.
104 George Martelli, Italy against the world. The first complete and impartial account of Italy’s repudiation of the League and her conquest of Abyssinia by an English author writing with an intimate knowledge of the facts, London, Chatto and Windus, 1937.
105 Bob Moore – Kent Fedorowich, British Empire, cit., p. 107.
106 Ibidem.
107 Ivi, p. 258.
108 David Garnetti, The Secret History, pp. 284-5 e 295.
Salvatore Lombardo, Politiche di propaganda britanniche e storie di prigionia italiana tra Egitto e India, Tesi di dottorato, Università di Pisa, Anno accademico 2011-2012

Confidando nell’eventualità che, con un aiuto opportuno, il regime fascista potesse essere rovesciato, il governo inglese discusse una serie di iniziative, per lo più suggerite dai servizi segreti (lo Special Operations Executive, SOE): dalla creazione di una “legione Garibaldi”, cioè di un esercito volontario reclutato tra i prigionieri italiani caduti in Africa in mano inglese, alla istituzione di una libera colonia italiana in Cirenaica, con lo stesso trattamento delle colonie francesi, al progetto di far sbarcare clandestinamente in Sicilia e in Sardegna degli antifascisti militanti che avrebbero dovuto preparare il terreno per uno sbarco alleato e costituire i “nuclei di una libera Italia”, fino all’idea di indurre alcuni comandanti della Marina a consegnare le navi, per denaro o per ideali antifascisti, in cambio di un impegno a far uscire dall’Italia le loro famiglie.
Nei primi mesi del 1941 agenti inglesi compirono vari atti di sabotaggio nell’Italia meridionale.
Churchill, che da poco aveva assunto la guida del governo inglese, fu tra i più vivaci sostenitori dell’idea di cercare di separare l’Italia dalla Germania.
In questo contesto il discorso del dicembre 1940, nel quale il primo ministro inglese dichiarava che Mussolini era l’unico responsabile della decisione di entrare in guerra, non ebbe un significato soltanto propagandistico, ma era invece parte di un piano per spingere gli italiani a dissociarsi dal regime. In particolare egli appoggiò entusiasticamente la proposta di una legione Garibaldi, che continuò a venire discussa per tutta la primavera del 1941.
Con il cambiamento della situazione militare dovuta alla controffensiva di Rommel nella primavera del 1941, svanì la speranza di un’uscita dell’Italia dalla guerra. Poco dopo, l’attacco tedesco all’URSS del giugno 1941 chiuse il periodo drammatico dell’isolamento militare della Gran Bretagna, che da quel momento divenne sempre meno disponibile a fare concessioni all’Italia in cambio di un suo ritiro dal conflitto.
All’interno del governo inglese si vennero chiarendo due posizioni contrastanti sulla politica verso l’Italia. La possibilità di una pace separata venne sempre meno presa in considerazione dal Foreign Office e dal Gabinetto di guerra, mentre continuò ad essere sostenuta soltanto da Churchill e da vecchi fautori dell”‘appeasement”, ormai emarginati, come l’ex ministro degli esteri Samuel Hoare, divenuto nel frattempo ambasciatore a Madrid, e l’ex ambasciatore a Roma, Percy Loraine. La posizione del Foreign Office e di Anthony Eden prese il sopravvento e venne adottata una “linea dura”, centrata essenzialmente su un’idea: gli italiani dovevano rendersi conto che l’alternativa offerta era “di affondare o di sopravvivere”. Qualunque promessa sul futuro del paese veniva , dunque, esclusa.
[…] A volte le informazioni su queste iniziative provengono solo dagli archivi inglesi, e non trovano corrispondenza nelle fonti italiane. Così, secondo i servizi segreti inglesi, Badoglio cercò di stabilire dei contatti con loro fin dal maggio 1942, ma non vi sono conferme da parte di Badoglio o da altre fonti italiane, anche se egli era indicato in Italia come il più probabile successore di Mussolini in seguito ad un colpo militare. Altri nomi ricorrenti nelle relazioni inglesi sono quelli del duca Aimone d’Aosta, del generale Enrico Caviglia, e di altri personaggi minori. Un caso a parte è quello della principessa Maria Josè, che si rivolse a Salazar come mediatore, ottenendo che questi perorasse direttamente la causa italiana con gli inglesi proprio alla vigilia della riunione del Gran Consiglio.
Elena Aga Rossi, L’inganno reciproco. L’armistizio tra l’Italia e gli angloamericani del settembre 1943, Ministero per i beni culturali e ambientali, Ufficio centrale per i beni archivistici, 1993

In prossimità degli eventi che segnarono la fine della guerra, in cui l’Italia aveva fronteggiato gli eserciti alleati, furono installati altoparlanti in tutti i campi britannici. Essi rappresentarono la forma più palese ed intrusiva di informazione fatta calare letteralmente dall’alto: avrebbero diffuso le trasmissioni della BBC e di Radio Roma, sulla base di un progetto di propaganda politica antifascista già intrapreso attraverso l’introduzione di quotidiani britannici e testate in lingua italiana promosse dal SOE, lo Special Operations Executive. Tale organismo fu responsabile del particolare esperimento condotto nei campi indiani già nel 1941, scelti per la loro alta concentrazione di uomini e la relativa stabilità almeno fino alla metà del 1943: fu qui intensificata l’attività dell’Intelligence Service per discriminare i reclusi con l’obiettivo, di fatto non conseguito, di organizzare gruppi antifascisti ben prima dell’armistizio (cf. Moore, Fedorowich 2002, 92-147). L’unica attestazione della circolazione di uno di questi periodici ci viene da Antonino Caserta, maestro in pensione nato nel 1921, che terminati gli scontri in Africa settentrionale nel dicembre del ’42, venne rinchiuso in un campo locale acquistando la mansione di furiere. Nella sua autobiografia dedicata in buona parte alla guerra e alla Calabria negli anni a seguire, annota di quando:
“Un mattino col sacco della posta arrivò nel mio ufficio un grosso plico di giornali. Apertolo trovammo centinaia di copie del periodico in lingua italiana “Fronte unito” stampato in Egitto per i prigionieri italiani in Medio Oriente. La testata era in rosso, così pure molti titoli. Continuò ad arrivare e continuammo a distribuirlo. Più lo si leggeva, più ci diveniva evidente la novità del linguaggio e delle tematiche. L’editoriale era firmato “Ercole Ercoli”, non poteva che essere un nome convenzionale. Tutta l’impostazione risultava estranea alla cultura italiana e non tanto, così ci appariva, perché eravamo cresciuti nell’ era fascista, quanto perché era veramente insolito quell’argomentare. Dopo il terzo-quarto numero la matrice divenne chiara, anche se non esattamente individuata per nomi e sigle di parte. Senza accorgerci di nulla, eravamo divenuti oggetto di particolare attenzione e propaganda politica”. (Caserta MP/97, 132-3)
Gli anni di prigionia trascorsero in tutti i campi in detenzione britannica in una dimensione di assoluto straniamento, in cui il tentativo di procurarsi informazioni autonome, al fine di compensare la tendenziosità attribuita ai propri nemici, era inevitabilmente soggetto a manipolazioni accidentali o volontarie. Questo fenomeno diffuse una generale diffidenza verso tutte le notizie, in special modo quelle più eclatanti.
Erika Lorenzon, Lo sguardo lontano. L’Italia della Seconda guerra mondiale nella memoria dei prigionieri di guerra, Edizioni Ca’ Foscari, 2018

Lo SOE ebbe dei contatti diretti con elementi delle forze armate italiane già dal maggio 1942, ma restarono congelati fino ad agosto. Il dottor Rusca, uno dei contatti dello SOE, vicino al Maresciallo Pietro Badoglio, indicò nel generale Annibale Bergonzoli, all’epoca prigioniero in India, una possibile guida di una Free Italy Unit composta di prigionieri di guerra antifascisti. Come vedremo nelle pagine a venire, le cose sarebbero state, in realtà, assai complicate per gli uomini dello SOE, e già da si indicò nel generale Gustavo Pesenti un possibile sostituto come leader della formazione. Anche in questo caso, tuttavia, non si conseguì alcun risultato <109.
Lo SOE ebbe sul suolo indiano un insuccesso ancora più clamoroso: la Mazzini Mission. La missione nasceva dalla necessità di compiere un lavoro di propaganda nei campi e come propagandisti si pensò di scegliere qualche elemento di qualche corpo patriottico riconosciuto. Londra, che aveva seri problemi nel trovare un movimento antifascista di riferimento sul suolo patrio, pensò di utilizzare a metà febbraio italo-americani per attività clandestine. In tutto furono trovati 12 uomini disponibili per questo compito: essi erano 5 cittadini italiani e 7 americani.
Gli uomini venivano dalla Mazzini Society, una associazione antifascista presente negli Stati Uniti, che conteneva al suo interno intellettuali di spicco come Gaetano Salvemini, gli incarichi politici di maggior peso erano svolti da Alberto Tarchiani e Alberto Cianca. Il leader del gruppo destinato ai prigionieri italiani era Lucio Tarchiani, figlio di Alberto. Il gruppo inoltre era dilaniato da conflitti e tensioni tra singoli membri. A settembre si effettuò il trasferimento in India. In una sosta nel viaggio di trasferimento in Sudafrica la missione fu scoperta dalla stampa e fu pubblicata la natura del viaggio sul «Natal Daily News» <110.
Appena giunti al campo di Bhopal, Giuseppe Macaluso, un componente del gruppo, fu subito notato da alcuni prigionieri che lo avevano conosciuto ad Addis Abeba prima della guerra. Ad appena quattro settimane dal loro arrivo si poteva dire che la loro presenza in India si era rivelata del tutto fallimentare e infruttuosa. La missione finì in fallimento velocemente e terminò in via ufficiale nel dicembre del 1941.
L’entrata in scena del PWE nel teatro indiano avvenne sotto l’ala del Colonnello Cudbert John Massie Thornhill <111, già ufficiale di collegamento dello SO1 in Egitto <112. In India si riuscì, dopo sforzi immani, a creare l’unità antifascista, che comunque non ebbe mai nessun battesimo del fuoco e dopo l’8 settembre sarebbe stata usata per scopi civili. Gli antifascisti, ufficiali e soldati, furono inseriti nel campo di Jaipur, aperto dal 1° gennaio 1943 e poterono godere, pur ancora formalmente prigionieri di guerra, di maggiori privilegi rispetto ai loro simili sparsi altrove. Il 24 maggio i componenti formarono l’unità battezzata ufficialmente “Italia Redenta” e dal 1° giugno il campo fu trasformato in “Depot Pioneer Corps Italia Redenta” con l’arruolamento collettivo di questi nel medesimo giorno nell’esercito britannico <113. Il numero, al termine del reclutamento, alla fine del 1943, pare non sia stato superiore ai 900 uomini “poiché per gli avvenimenti in Italia, i Superiori Comandi Inglesi non credettero opportuno incrementare il detto reparto” <114.
Nel luglio 1943 i dirigenti del PWE furono richiamati per altre missioni; elementi dell’organizzazione sarebbero rimasti anche dopo e il ruolo della struttura avrebbe avuto una certa importanza per la storia dei pows anche dopo. Il Political Warfare Executive non ebbe invece altrettanto potere in Gran Bretagna, quando nei primi mesi del 1943, in conseguenza dell’enorme afflusso di questi sull’isola, si pensava potessero essere utilizzati in nuclei di lavoro (“labour detachments”) che sarebbero potuti sfociare in future unità di combattimento antifascista, ma il potente Ministero dell’Agricoltura bloccò queste speranze, poiché i prigionieri avevano già un ruolo importante, ma non per la propaganda, bensì per la loro utilità lavorativa <115.
Il PWE tornò a farsi sentire all’indomani dell’Armistizio, quando si cominciarono a elaborare le linee guida della cooperazione, contestando che uno stato cobelligerante avesse i propri militari ancora nello status di prigionieri di guerra, così non si sarebbero conquistati alla causa alleata i pows <116. Ancora nei mesi successivi l’apparato avrebbe mantenuto una posizione critica sulla materia, tuttavia risultando, allo stato, sempre perdente.
[NOTE]
109 Cfr. ivi, pp. 84-98 e dello stesso Berrettini, Set Italy ablaze! Lo Special operations executive e l’Italia 1940-1943, in «Italia contemporanea», 2008, n. 252-3, pp. 428-30
110 Per l’intera vicenda il riferimento indispensabile è all’articolo dedicato di Kent Fedorowich, ‘”Toughs and Thugs”: The Mazzini Society and Political Warfare amongst Italian POWs in India, 1941-43’, in «Intelligence and National Security», 2005, vol. 20, n. 1, pp. 147-72, una descrizione interessante si trova anche in Mireno Berrettini, La Gran Bretragna, cit., pp. 49-54.
111 Si conosce il nome completo solo dall’articolo COLONEL C.J.M. THORNHILL, in «The Times» del 13 agosto 1952, articolo di commemorazione per l’ufficiale, morto il giorno prima. Nelle monografie e nei documenti d’archivio sono riportate solo le iniziali.
112 L’S.O.1 era una branca dello Special Operations Executive (SOE), agenzia d’intelligence nata nel 1940. La specialità dell’S.O.1 era la propaganda. La lettura per introdursi alla storia del SOE non può non essere: M.R.D. Foot, SOE. The Special Operations Executive 1940-46, Pimlico, 1999 [ed. or. 1984].
113 Cfr. il libretto Italia Redenta. Cerimonie Inaugurali Inaugural Cerimonies [il testo è in italiano e in inglese], in NA, FO 898/323.
114 Cfr. la testimonianza del maggiore degli Alpini Carlo Calcia in Italia Redenta, in «Il Corriere», n. 194. A. IV, 8 giugno 1946. L’intero articolo è pubblicato per intero anche in De Gasperi e i traditori, in «La Voce del Prigioniero», n. 10, I, 27 agosto 1946.
115 Bob Moore – Kent Fedorowich, The British Empire, cit., p. 43.
116 Ivi, p. 141.
Salvatore Lombardo, Op. cit.

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