Anche il clero friulano rivestì un importante compito nel coinvolgere le masse alla causa patriottica

La chiesa dei Santi Giovanni Battista e Lucia di Porzûs ad Attimis (UD) – Fonte: Wikipedia

Sempre nel settembre-ottobre 1943, nelle Prealpi Giulie (dintorni di Attimis), sorse una formazione giellista aderente al Partito d’Azione. Alcuni giovani appartenenti a questo partito, dopo aver recuperato armi e munizioni (sottraendole all’esercito), salirono sui monti circostanti; la banda che formarono prese il nome di “battaglione Rosselli” <58 (in realtà un distaccamento) e si segnalò per l’efficienza dei suoi sabotatori. Con l’offensiva tedesca di novembre il reparto si sciolse e i superstiti contribuirono, confluendovi insieme ad altre forze politiche e partigiane, ad organizzare la Osoppo. Il Partito d’Azione non ebbe più, da quel momento, reparti propri in Friuli.
Simile a quella del distaccamento giellista è la storia della “banda di Attimis” (il cui comandante era il capitano Manlio Cencig, “Mario”), l’unico distaccamento apartitico riconosciuto come reparto partigiano combattente nel 1943. Composto di 50 uomini ben armati (avendo recuperato le armi nella caserma alpina Val Natisone), aveva collegamenti con altri 100 rimasti a casa propria. Entrò in contatto con le formazioni G.L. e Garibaldi ma se ne tenne rigorosamente distinta. Anche questa banda, dopo i rastrellamenti autunnali, si sciolse e partecipò attivamente alla formazione della prima brigata Osoppo, vedendo diventare il suo “Mario” vice comandante.
Per la Chiesa il passo in direzione dell’antifascismo comportò una revisione totale delle precedenti posizioni. Infatti i papi Ratti e Pacelli (insieme alla massa dei fedeli) erano stati per venti anni sostanzialmente favorevoli al fascismo, utile in funzione di antagonista del nemico numero uno per i cattolici: il comunismo.
In seguito gli eventi storici spinsero progressivamente la Chiesa su altre posizioni: con l’entrata in vigore delle leggi razziali e con l’affermarsi di un fascismo sempre più totalitario e allineato alle vedute estremiste della Germania nazista, ci fu un lento ma progressivo distacco dal regime. L’andamento della guerra (la difesa di Stalingrado, opera dell’Armata Rossa sovietica, divenne nel mondo il simbolo della lotta per la difesa della civiltà europea!), il malcontento popolare e le vittorie alleate, fecero in modo che il Vaticano cambiasse rotta. Sintomatico fu il discorso natalizio del Papa, nel 1942, che ridiede fiato ai cattolici antifascisti, fino ad allora tenuti rigorosamente in disparte <59. Nel corso del 1943, con la guerra che investiva anche il nostro paese e con la caduta del fascismo, si determinò un forte vuoto di potere e di valori: i cattolici si resero subito conto del ruolo da protagonisti che avrebbero potuto assumere.
Riuscire a stare al di sopra delle parti e contemporaneamente schierarsi, fu la contraddizione fondamentale vissuta dai cattolici; si sentì il bisogno di mediare tra la religione intesa come fatto istituzionale, amministrata dalla gerarchia, e la religione percepita come fatto di coscienza.
Le direttive generali della Segreteria di Stato furono quelle di mantenere “attitudine di superiore imparzialità di fronte al conflitto armato”, evitando “manifestazioni che potessero apparire come pronunciamento puramente politico o come preferenze verso una delle parti belligeranti”. I sacerdoti avevano il dovere di “inculcare la calma, la tranquillità, l’ordine per fare in modo che azioni inconsulte non producano gravi rappresaglie a danno di tanti innocenti o dell’intera popolazione” <60.
La neonata Repubblica Sociale puntò ad un rapido riconoscimento da parte della Santa Sede e, viceversa, ci fu grand’attenzione da parte del Vaticano verso il rispetto dei Patti Lateranensi, nel timore che i privilegi del Concordato (tanto faticosamente ottenuti) potessero essere intaccati. Comunque, date queste premesse, la Santa Sede non legittimò mai “de iure” la Repubblica di Salò (che non riconosceva come governo legittimo) ed avviò solo dei contatti privati con essa. Questo atteggiamento colpì non poco i fascisti; si sarebbero aspettati, dato il loro strenuo impegno contro i nemici secolari della Chiesa, un appoggio forte da parte del clero e dei cattolici: reagirono non concedendo il rispetto dei Patti del ’29.
Probabilmente fu anche a causa di questa improvvisa presa di posizione della Chiesa che una minoranza di ecclesiasti assunse una posizione di aperto appoggio per la R.S.I..
Nello sfascio nazionale, nonostante tutto, la Chiesa fu l’unica organizzazione sociale che rimase intatta: anche se si era compromessa e per un periodo si era anche identificata col fascismo, continuava ad esercitare un tale peso sull’opinione pubblica da porsi come guida spirituale per la rinascita del paese <61. Si propose un passaggio dalla dittatura alla democrazia senza traumi, senza sconvolgere l’assetto sociale, senza particolari spunti rivoluzionari: insurrezione e turbamento dell’ordine pubblico, infatti, erano per la Chiesa pericolosamente vicini a quel turbamento degli animi che il magistero ha sempre posto fra i suoi doveri di evitare <62.
A dispetto di queste premesse anche il clero friulano rivestì un importante compito nel coinvolgere le masse alla causa patriottica e a tal riguardo fu soprattutto decisiva l’opera del basso clero.
Dopo l’8 settembre i preti continuarono a compiere con slancio i propri doveri istituzionali, quali il conforto religioso e l’assistenza materiale, ma alcuni di loro (chiamati, in seguito, preti patrioti) si prodigarono anche diversamente e, rompendo gli indugi e oltrepassando la posizione prudente e neutrale del Vescovo di Udine <63, crearono collegamenti con ex-ufficiali e appartenenti ai partiti non comunisti, istituendo centri di resistenza “passiva” in città e in campagna. Capofila dei preti patrioti combattenti fu don Aldo Moretti (nome di battaglia “Lino”). Don Moretti è un esemplare simbolo dell’obbedienza-disobbedienza alle autorità ecclesiastiche: fu medaglia d’oro in Africa, divenendo in seguito uno dei maggiori organizzatori della Osoppo-Friuli. Moretti (era la linea di molti preti di allora) riconobbe l’illegittimità del governo tedesco ma gli attribuì il “diritto di governare limitatamente a ciò che si riferisce all’ordine pubblico”. La dichiarazione di guerra alla Germania da parte del Governo italiano del sud, giunse a sanare questo nodo ingarbugliato di natura morale e giuridica, contribuendo a dissipare ogni dubbio sulla legittimità, per gli italiani, di prendere le armi per combattere (ed anche uccidere) i nemici <64.
L’azione di questi preti patrioti, in seguito, fu tollerata dalla Curia solo perché, inserita in un moto rivoluzionario, contribuì a contenerne le spinte più avanzate in campo economico e sociale.
Anche l’autorizzazione concessa da Pio XII (nell’ottobre 1944) all’assistenza religiosa ai partigiani e alle varie forme di presenza dei cappellani nelle formazioni resistenziali rispose, oltre che ad una esigenza religiosa, ad una presenza politico-ideologica atta a contrastare l’influenza di dottrine pericolose per la Chiesa. L’assistenza fu la funzione di supplenza istituzionale che lasciò le tracce più evidenti nel consenso sociale conquistato dalla classe dirigente cattolica, ponendosi anch’essa in quell’area di confine fra attività religiosa e progetto politico. <65
Il clero quindi si adoperò, da questo punto di vista, in previsione di una soluzione moderata della crisi apertasi il 25 luglio.
[NOTE]
58 Nome che si rifà ai fratelli Rosselli, fondatori del movimento Giustizia e Libertà.
59 A. C. JEMOLO, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi 100 anni, Torino, 1949, p. 610 e 690.
60 C. PAVONE, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 1991.
61 G. GALLO, cit., pp. 47-48.
62 C. PAVONE, cit.
63 Per G. A. COLONNELLO (cit., p. 332) mons. Giuseppe Nogara da Bellano, esercitò un anticomunismo programmatico. I suoi sentimenti filo-fascisti erano arcinoti, come quelli del suo predecessore, mons. Rossi (fautore della cacciata dei preti slavi del santuario di Castelmonte a favore dei frati Cappuccini). E’ da sottolineare, però, che l’arcivescovo Rossi fu sostituito nel 1928, proprio perché gli si rimproverava scarso appoggio al partito popolare e simpatie fasciste.
64 La Conferenza episcopale triveneta dell’aprile 1944 a Venezia aveva rinnovato il divieto per gli ecclesiasti d’Italia di iscriversi e di militare in qualsiasi partito e rivolse una volta di più l’ammonizione che “uccidere un altro uomo è brutale assassinio e non c’è motivo che giustifichi l’atto, tranne la legittima difesa”, G. GALLO, cit., p. 49
65 C. PAVONE, cit.
Alessio Di Dio, Il Manzanese nella guerra di Liberazione. Partigiani, tedeschi, popolazione, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2002-2003

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Pensionato di Bordighera (IM)
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