Il pressoché contemporaneo ingresso, da Paese fondatore, dell’Italia nel Consiglio d’Europa e nel Patto Atlantico costituisce sicuramente un grande successo

Nell’immediato dopoguerra, tuttavia, fu Winston Churchill a prospettare una futura unione delle nazioni europee nel discorso pronunciato dinnanzi agli studenti dell’Università di Zurigo il 19 settembre 1946, che insieme al discorso della cortina di ferro di Fulton, costituiranno l’ossatura della politica estera dell’Europa occidentale. Nel discorso di Churchill a Zurigo, due erano le linee fondamentali: “l’Europa deve coagulare le proprie forze per un’alleanza con gli Stati Uniti in funzione anti-sovietica, l’unione europea deve contribuire a rendere possibile la riconciliazione tra la Francia e la Germania in vista di un totale ricupero tedesco sulla scena continentale” <35. Ovviamente, il discorso dell’ex premier britannico “più che collocarsi in una prospettiva federalistica che né Churchill né l’Inghilterra erano disposti a sottoscrivere, si poneva in quella di una grande alleanza tra un’Europa continentale associata e gli Stati Uniti che ne avrebbero esercitato la leadership” <36. Nella sostanza, Churchill si faceva portavoce dei comuni interessi delle potenze europee occidentali e degli Stati Uniti. Questi ultimi, lo si è detto, erano favorevoli al processo di unificazione europea: “beninteso, non per filantropia, ma perché sperano di poter contare, in prospettiva, su un alleato e su un partner solido, in grado di provvedere alle proprie necessità” <37.
Ma l’apparente furore europeista di Winston Churchill si manifestava ancor più vigoroso quando, dopo aver fondato nel dicembre del 1947 il Movimento per l’Europa Unita, convocava, per il maggio del ’48, il primo Congresso per l’Europa da tenersi all’Aja, aperto alla partecipazione dei delegati dei movimenti europeisti. In realtà, all’Aja, apparvero chiare due cose: l’integrazione europea aveva fatto breccia nella maggior parte delle Cancellerie, vista la presenza, nell’assise, dei rappresentanti di molti Stati europei (da Churchill e Schuman a Monnet, da Blum a Spaak, fino allo stesso De Gasperi); inoltre – in ossequio al funzionalismo <38 – l’integrazione europea doveva partire dal settore economico per poi procedere con l’unione politica. A tal proposito, non può appartenere alla casualità, la coincidenza temporale tra le discussioni sull’integrazione europea e la nascita dell’Organizzazione Europea di Cooperazione Economica (Oece), ossia l’organizzazione preposta al raccordo dei programmi europei di ricostruzione con il Piano Marshall.
Sebbene all’Aja non si arrivasse alla formulazione di proposte concrete ma solo a calorose dichiarazioni d’intenti, la causa europeista andò a raccogliere sempre più adepti. In Italia, il Ministro degli Esteri Carlo Sforza fu “tra i più solleciti a far professione di fede per i principi europeistici sia nel (…) discorso all’Università per Stranieri di Perugia (7 luglio 1948) sia in due articoli apparsi su Il Corriere della Sera (15 e 29 agosto 1948) in cui si sottolinea la necessità di dare una risposta federalista ai problemi dell’Europa Occidentale” <39. Secondo Sforza, “la sola soluzione pratica è quella federativa, lieti come italiani che essa sia maturata anni orsono nello spirito dei pionieri fratelli, nostri, nelle solitudini del confino di Ventotene” <40. Il riferimento al lavoro di Altiero Spinelli, di Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, e al percorso federativo europeo, voleva superare l’empasse del Patto di Bruxelles, con una soluzione in cui tutti gli stati europei, vincitori e vinti, avrebbero lasciato spazio a uno Stato Europeo. Ma a Perugia, nel suo discorso, Carlo Sforza si rivolgeva indirettamente anche alle frange liberal-democratiche di estrazione risorgimentale che sedevano in Parlamento: associando il processo di integrazione europea agli ideali mazziniani e risorgimentali, il Ministro degli Esteri cercò di avvicinare agli ideali europeistici tutti coloro che ancora pretendevano per l’Italia una politica estera indipendente e autonoma.
La conversione all’europeismo del governo italiano si inseriva nei mesi turbolenti in cui l’Italia aveva rifiutato il Patto di Bruxelles attirandosi le ire degli alleati occidentali e scivolando verso un pericoloso isolamento internazionale: infatti, “nei nuovi equilibri europei che si andavano allora formando, l’Italia rischiava d’essere un paese anomalo e marginale, senza amici e protettori, esposto alle minacce dell’Urss e dei suoi fedeli italiani” <41. Se per salire sul treno per la Nato, l’Italia aveva sfruttato la collaborazione interessata dei francesi, ora, d’innanzi al fermento europeista, essa non poteva più permettersi tentennamenti o tergiversazioni. Inoltre, nell’estate del ’48, con le elezioni politiche alle spalle, il governo poteva prendere l’iniziativa, superato, del resto, il pericolo di un trionfo social-comunista alle urne. Ma “se De Gasperi e Sforza si fossero limitati a sostenere, di fronte al parlamento e al paese, la necessità di un’alleanza militare, avrebbero scioccamente generato un fronte dei no composto da comunisti, socialisti, social-democratici, cattolici di sinistra, e da quegli esponenti del vecchio nazionalismo ancora astrattamente convinti che il paese dovesse vendere a caro prezzo il proprio peso determinante” <42.
Di qui il discorso perugino di Sforza, con i suoi riferimenti al Risorgimento, e di qui la declinazione europea che De Gasperi propose ai cattolici di sinistra della Democrazia Cristiana: al Presidente del Consiglio “premeva spiegare che [l’Europa] avrebbe, meglio della dimensione nazionale, evitato la guerra, difeso la libertà, garantito la ricostruzione, alzato una barriera contro la mistica del materialismo rivoluzionario integrale” <43. Fumo negli occhi, insomma, per i cattolici di sinistra, dubbiosi quando non ostili sia nei confronti dell’Alleanza Atlantica, sia nei confronti del Patto di Bruxelles, per le articolazioni militari che riposavano nei due accordi, ma possibilisti nei confronti della formazione di un soggetto federale europeo.
Superati i dubbi presenti in seno alla maggioranza parlamentare, Sforza metteva a punto il memorandum del 24 agosto 1948 in cui proponeva l’estensione dei poteri dell’Oece, aggiungendo competenze di carattere politico a quelle economiche già presenti nel trattato istitutivo dell’organizzazione. Il piano di Sforza verrà presentato al Governo francese e poi esteso agli altri quattordici paesi aderenti al Piano Marshall. In quei mesi, il Governo italiano individuava in Parigi il suo interlocutore principale, sia per il decisivo abboccamento francese a favore dell’Italia nelle trattative sull’Alleanza Atlantica, sia per l’atteggiamento decisamente favorevole alle soluzioni federaliste che la Francia aveva sin lì dimostrato. L’intesa franco-italiana era vista da Palazzo Chigi come indispensabile volano per non rimanere indietro nel percorso europeo: l’intesa dava peraltro i suoi frutti, tra i quali la costituzione dell’unione doganale tra i due paesi siglata a Torino il 20 marzo del 1948.
Le preoccupazioni italiane risiedevano nell’esclusione di Roma dal febbrile lavoro diplomatico in corso nelle cancellerie dei cinque del Patto di Bruxelles: sulla scia della Conferenza dell’Aja, infatti, si svilupparono le trattative per la costituzione di un’Assemblea europea, con le nazioni continentali (Francia e Benelux) favorevoli a una soluzione federalista cui si opponevano gli inglesi. Contrapposizione in seno ai cinque di Bruxelles che portò a “un faticoso negoziato sulle caratteristiche e sui poteri da attribuire al costruendo organismo europeo. Alla fine del ’48, il consiglio consultivo delle cinque potenze aderenti al Patto di Bruxelles decide di nominare un comitato di esperti incaricato di esaminare le misure da prendere in vista di un’unione più stretta tra i popoli europei.” <44
Tuttavia, il lavoro diplomatico del Governo italiano sembrò dare i suoi frutti se il 28 gennaio 1949, al termine della riunione dei Ministri degli Esteri dei cinque, Schuman annunciava la decisione di invitare l’Italia a far parte della futura organizzazione.
Il 7 marzo successivo, la commissione permanente dei Paesi del Patto di Bruxelles invitava ufficialmente i rappresentanti italiani (unitamente a quelli della Danimarca, Norvegia, Svezia e Irlanda) a unirsi ai lavori per la creazione di un Consiglio d’Europa. L’indomani, il Consiglio dei Ministri, presieduto da De Gasperi, approvava la decisione di partecipare ai negoziati; “ed è interessante notare che la decisione viene presa nel corso della stessa riunione in cui viene data via libera all’adesione dell’Italia al Patto Atlantico” <45.
Le trattative sull’ammissione nel Patto Atlantico e quelle sulla nascita di un’organizzazione delle nazioni europee, infatti, corrono di pari passo. Ago della bilancia, apparve presto chiaro, era la Gran Bretagna, la quale, se da una parte osteggiava l’immediato ingresso italiano nella futura Nato, in tema di Europa si mostrava molto più aperta nei confronti di Roma. Questa disponibilità, unitamente alla contemporanea trattativa tra Roma e Londra sui temi coloniali, induceva “il Governo De Gasperi ad una maggiore cautela verso le istanze federalistiche, non gradite agli orecchi britannici” <46.
Comunque, le divergenze tra le nazioni europee partoriranno un’organizzazione, il Consiglio d’Europa, privo di sostanziali poteri politici, militari ed economici, che in definitiva si mostrava lontano dai desideri dei federalisti europei. Naturalmente, “il Governo britannico di Attlee gioca un ruolo decisivo per scoraggiare qualsiasi tentativo di integrazione politica inter-europea. E il contrasto affiora chiaramente quando l’Assemblea consultiva [dell’organizzazione] approva, a maggioranza, una raccomandazione favorevole ai progetti federalistici, ma incappa nel veto del Regno Unito e dei Paesi scandinavi”47. Il Consiglio d’Europa, in effetti, verrà svuotato dal desiderio inglese di mantenere il rapporto preferenziale che Londra ha con Washington, messo in discussione dal sorgere di un nuovo soggetto federale europeo.
Il pressoché contemporaneo ingresso, da Paese fondatore, dell’Italia nel Consiglio d’Europa e nel Patto Atlantico costituisce sicuramente un grande successo per una nazione che solo pochi anni prima era considerata un paese sconfitto e trattata, in sede diplomatica, con una chiara volontà punitiva. Il recente passato apparve seppellito nel momento in cui l’Italia si rendeva protagonista nella successiva tappa di integrazione europea, ossia la nascita della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (Ceca).
Già nella primavera del 1950, infatti, apparve chiaro che il neonato Consiglio d’Europa fosse nato con evidenti tare: la posizione britannica, con la sua ostilità per ogni tipo di soluzione federale per l’Europa, pose una pesante battuta nel processo di integrazione; in più, a dispetto delle pressione di Washington, i francesi si opponevano all’associazione della Germania federale nello schieramento occidentale. Fu durante questo stallo che prese forma un iniziativa destinata a mutare profondamente la struttura del continente europeo: il piano Schuman.
Elaborato dallo stesso Ministro degli Esteri francese e da uno dei padri dell’europeismo, Jean Monnet, il piano creava un ente sovranazionale per la produzione del carbone e dell’acciaio. Sullo sfondo vi erano sicuramente le teorie funzionalistiche, tese a rafforzare gradualmente i vincoli tra le nazioni europee, ma soprattutto vi era la Germania. Imbrigliando due delle maggiori risorse dell’economia tedesca, il congegno ideato da Schuman e Monnet avrebbe disinnescato il tradizionale contrasto tra la Germania e la Francia. La proposta di Schuman venne prontamente accolta dal Governo tedesco, mentre Londra declinò l’offerta, lasciando intendere che i successivi passi per l’integrazione europea sarebbero stati fatti senza la partecipazione della Gran Bretagna.
Il Piano Schuman fu comunque accettato anche dal Governo di De Gasperi: a differenza degli altri passi di politica estera, però, questa volta l’Esecutivo dovette fronteggiare non una fronda politica, ma l’opposizione degli industriali. Le ragioni di tale scontro risiedevano nell’arretratezza in cui versava, in quegli anni, l’industria siderurgica italiana: i timori che la liberalizzazione di quel mercato potesse far sprofondare il fragile comparto siderurgico italiano pose gli industriali privati in contrasto con le intenzioni del Governo e con il Piano Schuman.
Le perplessità degli industriali erano certamente fondate, e proprio alla luce di ciò, nel giugno del 1950, i rappresentanti italiani, con in testa il Sottosegretario agli Esteri Paolo Emilio Taviani, partivano alla volta di Parigi con il chiaro obiettivo di rinviare la liberalizzazione del mercato siderurgico italiano senza porre in discussione l’entrata dell’Italia nella costituenda organizzazione europea. Essenzialmente, la posizione italiana, in seguito efficacemente raggiunta dopo lunghi negoziati, si traduceva nell’ottenimento di un periodo transitorio di cinque anni in cui l’industria siderurgica italiana si sarebbe potuta adeguare alle esigenze del nuovo mercato comune: tale programma verrà attuato “in modo magistrale e superiore a qualsiasi previsione attraverso il famoso piano Sinigaglia, che trasforma una industria antiquata e poco redditizia in un apparato efficiente, […] grazie alla specializzazione produttiva dei vari stabilimenti, all’incremento della produzione a ciclo integrale e al maggior equilibrio fra le materie prime che producono l’acciaio” <48.
Ovviamente, le trattative fra i sei si protrassero per molti mesi e solamente il 18 aprile del 1951, nel Salone dell’Orologio del Quai d’Orsay, fu firmato il Trattato istitutivo della Ceca.
L’Europa, dunque, aveva intrapreso il cammino dell’integrazione: cammino che, tra alti e bassi, avrebbe portato alla creazione della Cee, fino all’Unione Europea. Di questo cammino l’Italia fu senz’altro protagonista: attraverso l’europeismo e la prospettiva europea, la nazione seppe tornare a essere parte integrante della comunità internazionale dell’Occidente. Un processo, quello di inserimento a pieno titolo dell’Italia nel fronte occidentale, che risultava, e continuò a esserlo per lungo tempo, difficoltoso per via delle già citate ritrosie da parte dei nuovi alleati: infatti, “il sospetto e la diffidenza verso l’Italia […] non si dissiparono” <49, tanto che, ancora il 5 maggio 1950, l’allora Ambasciatore statunitense in Italia segnalava la contrarietà degli ambienti diplomatici italiani per il fatto che l’Italia, a Londra e a Parigi, venga vista “con qualche sospetto e trattata come un socio giovane e infido” <50. Tali sospetti, erano legati, questa volta, al notevole ritardo con cui il Parlamento italiano procedette con la ratifica del Trattato di Parigi. C’è da aggiungere, infatti, che la ratifica italiana “giunse per ultima, nel giugno del 1952. […] I motivi che la ritardarono, oltre l’opposizione comunista e socialista, furono le resistenze degli ambienti industriali […] e il tentativo di legare la ratifica alla soluzione del problema di Trieste per il quale la Francia aveva voce in capitolo” <51. Soppesare quanto fossero concreti tali ostacoli è impossibile, ma è certo “che il ritardo nella ratifica e il contenuto delle discussioni parlamentari non produssero un’impressione positiva oltre confine” <52.
Con l’entrata in funzione della Ceca, con il dispiegamento dell’ombrello atlantico della Nato, il problema della sicurezza esterna e dell’isolamento internazionale erano stati efficacemente superati. L’Italia, oramai, era stata assorbita dall’Occidente nelle sue più importanti articolazioni: militare, con l’Alleanza Atlantica, ed economica, con la costituzione della Ceca. Ma accanto a queste due direttrici della politica estera italiana se ne può scorgere una terza: il Mediterraneo […]
[NOTE]
35 P. Cacace, Venti anni di politica estera italiana (1943-1963), Bonacci, Roma, 1986.
36 G. Mammarella, Storia d’Europa dal 1945 ad oggi, Laterza, Bari, 1980.
37 P. Cacace, op. cit.
38 Secondo il funzionalismo, l’integrazione europea deve attuarsi attraverso il graduale trasferimento di compiti e funzioni in settori ben determinati a istituzioni indipendenti dagli Stati, capaci di gestire in modo autonomo le risorse comuni.
39 Ibidem.
40 C. Sforza, op. cit.
41 S. Romano, op. cit.
42 Ibidem.
43 Ibidem.
44 P. Cacace, op. cit.
45 Ibidem.
46 Ibidem.
47 Ibidem.
48 Ibidem.
49 P. Pastorelli, La politica europeistica dell’Italia negli anni cinquanta, in Storia Contemporanea, 1984, vol 15, i 4,
50 Telegr. Dunn, 5 maggio 1950, in Foreign Relations of the United States, 1950, III: Western Europe, cit. in P. Pastorelli, ibidem.
51 P. Pastorelli, op. cit.
52 Ibidem.
Luca Di Giandomenico, All’ombra dell’aquila: l’Italia democristiana tra atlantismo, neutralismo e neoatlantismo (1943-1963), Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno accademico 2013/2014

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