Il muro di Berlino sancì, inoltre, il prolungarsi sine die della presenza americana in Europa

La sequenza di eventi, accaduti nella decade precedente il mandato di Kennedy consente di delineare i principi cardine e il ‘protocollo’ della risposta flessibile. L’esplosione di un ordigno nucleare sovietico, nell’agosto del 1949, volle dire che gli Stati Uniti non detenevano più il monopolio sul potenziale della deterrenza. Questa svolta influenzò l’approccio alla sicurezza nazionale dell’esecutivo Truman, come testimoniato dall’adozione del programma NSC 68, col quale si riconosceva l’esigenza di incrementare le spese militari per stare al passo con l’Unione Sovietica. Di conseguenza gli Stati Uniti furono costretti ad elevare il tenore di entrambe le forze (nucleari e convenzionali) al fine di preservare una preponderanza di potere, rispondendo all’aggressione sovietica su una varietà di livelli. NSC 68 venne concepito non solo secondo la containment doctrine ma mutuando la ratio della teoria economica keynesiana, “which held that the United States could afford increased expenditures without long-term budget deficits on higher taxes”. “La politica industriale degli Usa si è basata per quarant’anni sul ‘sistema del Pentagono’ che sovvenzionava costantemente il settore ad alta tecnologia e gli garantiva un mercato, ovviando alle eventuali carenze di gestione. Quando, poi, era necessario il sostegno del governo, si ‘creava’ facilmente una minaccia alla nostra esistenza: la guerra coreana nel 1950, l’ ‘inferiorità missilistica’ nei confronti dell’URSS negli anni di Kennedy, l’imminente conquista del mondo da parte di Mosca e la ‘finestra di vulnerabilità’ tra gli ultimi anni di Carter e i primi dell’amministrazione Reagan. La malafede era evidente in ciascuna di queste occasioni, ma la potenza e il dispotismo sovietico erano sufficientemente reali, e questo bastava. Il massiccio intervento dello Stato nell’economia diede così agli USA un grande vantaggio rispetto all’URSS nei settori tecnologicamente avanzati. Il pericolo sovietico serviva ‘come un pilastro importante dell’economia’, ammettono ora ideologi e dirigenti lamentando la fine di quella minaccia, che si poteva sempre invocare per continuare a intercettare gli aiuti governativi. All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, furono le spese militari a consentire l’uscita dalla recessione -afferma un’economista della Boston Federal Reserve Bank- e «non c’è mai stato un momento come quello attuale in cui un aumento della spesa militare avrebbe potuto significare di più per l’economia del Paese»…” <29.
Kennedy rifiutò di ratificare formalmente alcuni degli innumerevoli documenti sulla politica di sicurezza nazionale che circolavano nel suo entourage. In ossequio a un decision making ‘day-to-day’, si interessò più a concrete questioni che ad astratte enunciazioni, sostenendo di voler mantenere aperto il ‘ventaglio di scelte’ per azioni mirate in specifici casi. Diversamente da Eisenhower non fu proclive ad allestire una serie concentrata di attività pianificate in grado codificare delle strategie. Il processo decisionale sotteso alla flexible response è assimilabile a ciò che Lindeblom chiama ‘dis-jointed incrementalism’, in cui “various aspects of any one problem or problem area are analyzed at various points, with no apparent coordination and without the articulation of parts that ideally characterizes subdivision of topic in synoptic problem solving”. Sul versante del socialismo -a ‘trazione sovietica ridotta’- la tesi della ‘coesistenza pacifica’ non costituì un espediente tattico o propagandistico, ma l’espressione di una scelta consapevole effettuata dal Cremlino per porre termine allo stallo della Guerra Fredda. Gli strepitosi successi conseguiti dall’URSS in campo aereo-spaziale resero il governo di Washington più proclive a considerare le nuove ‘avances’ dei sovietici, complice la scomparsa (1959) del ‘falco’ Foster Dulles, fanatico paladino della ‘crociata anti-comunista’. […] La Crisi di Berlino costituì uno stress test fondamentale per Kennedy e, sebbene all’epoca -in pieno status emergenziale- vanificò il sogno (e i piani) di una riunificazione di grande impatto simbolico, nondimeno, secondo la maggioranza degli storici, accrebbe il prestigio del nuovo indirizzo politico americano. Il laissez faire con cui venne gestita la vicenda e il ‘sacrificio’ della ‘Brandeburgo orientale’ attestarono l’esigenza di preservare un equilibrio di sistema di cui la città era divenuta una sorta di sineddoche/metonimia; se “tutto il mondo è teatro”, non è esagerato affermare che diebus illis “tutto il mondo era Berlino”. Il summit di Vienna (2-4 giugno 1960) si risolse, sostanzialmente, in una mutua incomprensione, satura di cupa inquietudine <30. Kennedy sostenne la linea di non ingerenza nelle ‘faccende’ sovietiche, incluse le relazioni di Mosca con la DDR. Non accennò alla questione di Berlino est, focalizzandosi sul suo settore ovest e sulla determinazione a tutelare le prerogative giuridiche dei cittadini: “Ho chiaramente detto…che la sicurezza dell’Europa occidentale e, pertanto, la nostra stessa sicurezza, sono profondamente legate alla nostra presenza e ai nostri diritti di accesso a Berlino: che tali diritti sono basati sulla legalità e non sulla sopportazione e che siamo decisi a mantenere tali diritti a costo di ogni rischio, mantenendo i nostri impegni nei confronti della popolazione locale e il suo diritto di scegliere il proprio futuro”. Krushev, d’altra parte, rilanciò l’ultimatum per la firma del trattato di pace rammentando: a) l’esistenza di quattro accordi che garantivano alle potenze occupanti il free access a Berlino; b) la loro entrata in vigore, allo scadere dei termini, il 31 dicembre 1961. Gli Europei giudicarono tale mossa come un’inaccettabile iniziativa unilaterale, preludio ad una loro completa estromissione dalla città. Kennedy, reduce dal fallimento dell’ ‘operazione Mongoose’ (aprile 1960), reagì con un discorso alla nazione (25 luglio 1960), annunciando l’incremento di budget per le armi convenzionali e un potenziamento dell’apparato nucleare in virtù dei quali gli Stati Uniti avrebbero tutelato i propri interessi a Berlino Ovest. Il Cremlino, allora, decise di assecondare l’hard posture di Ulbricht, innescando una catena di eventi che culminò con l’edificazione di un muro e la chiusura dei settori di confine. L’atto, paradossalmente, pose fine alla tensione che si era accumulata in Europa, spianando la strada alla ricerca di un equilibrio nel rapporto fra le due Germanie <31. Aumentava, inoltre, il margine per i negoziati e la stipula di trattati tra le superpotenze, soprattutto riguardo l’insidioso argomento dei test nucleari. Esso venne ‘categorizzato’ da entrambi i ‘duellanti’ come un successo o, a debiliori, come il ‘male minore’, un compromesso. L’assenza di pressioni per rimuovere la ‘pietra dello scandalo’ dimostrava il grado di sicurezza che la dirigenza sovietica nutriva circa l’impossibilità di un imminente conflitto o di una qualsiasi rappresaglia da parte occidentale. Stando ad un report stilato da Robert L. Gilpatric (Deputy Secretary of Defense) la risposta concreta degli Stati Uniti all’esercizio di un’arbitraria e ‘interposta’ ‘sovranità’ su Berlino fu il “reinforcing of garrisons, the calling up of 150.000 reservists”. “Gli Stati Uniti fanno sapere a Krushev di non voler impedire con la forza le misure unilaterali che i sovietici e la Ddr applicheranno per bloccare i profughi. Kennedy non intende provocare la caduta del ‘riformatore’ Krushev, né vede di buon occhio la transumanza verso la Germania occidentale, che rischia di sconvolgere lo status quo, e riproporre l’attualità dell’unificazione tedesca. Fatto sta che Washington non muoverà un dito per bloccare l’opera ossidionaria” <32. Il muro non era una recrudescenza della ‘guerra fredda’ ma l’accettazione di uno status quo inalterabile hac tempestate; sancì, inoltre, il prolungarsi sine die della presenza americana in Europa e la definitiva rinuncia alla nuclearizzazione della Germania. La costruzione del ‘vallo’ venne conteggiata come una vittoria di Kennedy, che aveva dato prova di fermezza e determinazione, precisando che avrebbe potuto “mettere in moto l’Alleanza se Krushev avesse intrapreso un’azione contro Berlino Ovest ma non se avesse combinato qualcosa a Berlino Est”; con atteggiamento molto pragmatico, poi, commentò: “Non è certo una soluzione soddisfacente, ma un muro è sempre meglio di una guerra”. Berlino aveva riportato, in scala ridotta, le caratteristiche dello status quo che allignava ormai in Europa; in realtà non ne era stata la causa ma un sintomo. “Fu un caso fortuito per l’Occidente che Krusciov avesse puntato troppo in alto, perché l’Alleanza era arrivata pericolosamente vicina alla rottura. La posizione statunitense durante le amministrazioni Eisenhower e Kennedy era basata sulla massima tradizionale che l’America si opponeva al cambiamento mediante l’uso della forza, non al cambiamento in quanto tale. Come dichiarazione accademica nulla da eccepire, a condizione però che esistesse un accordo generale per cui l’esito della crisi berlinese sarebbe stato valutato nella sostanza, non nel metodo. In termini essenziali le varie soluzioni prese in esame dalle amministrazioni Eisenhower e Kennedy erano estremamente rischiose; tutte presentavano lo svantaggio di modificare le situazioni esistenti nel senso voluto dai sovietici; non poteva essere altrimenti perché l’URSS non aveva iniziato la crisi per peggiorare la propria posizione. Qualsiasi proposta avrebbe costretto i sovietici a scambiare una minaccia che non avrebbero mai dovuto fare con qualche mutamento oggettivo nello statuto del satellite tedesco e con la modifica delle procedure di accesso. Il duplice incubo di Adenauer – che i comunisti della Repubblica Democratica Tedesca acquisissero i mezzi per sfruttare la vulnerabilità di Berlino e che si verificasse una discrepanza fra gli impegni di Bonn verso l’Alleanza e le sue aspirazioni all’unità nazionale- era insito in ogni progetto di trattativa. Dean Acheson…l’aveva previsto chiaramente e in una lettera a Truman del 21 settembre 1961 aveva visto un’umiliante sconfitta occidentale su Berlino «camuffata da arte di governo del nuovo ordine»; in quel caso il futuro dell’alleanza occidentale sarebbe dipeso da chi si fosse assunto la responsabilità della disfatta” <33.
[NOTE]
29 N. Chomsky, Il keynesismo militare, in Anno 501, la conquista continua. L’epopea dell’imperialismo dal genocidio coloniale ai nostri giorni, Gamberetti editrice, pp. 130-131 passim
30 “Durante l’incontro al vertice tra i due uomini di Stato, Krushev trattò «Kennedy con disprezzo», come riferì James Reston, al quale il Presidente si era confidato. Kennedy «sentì di dover agire». Più tardi confidò a Reston: «Adesso è il momento di dimostrare durezza, e il luogo dove ciò deve accadere è il Vietnam!»; «Io (Reston) rimasi senza parole» (il Vietnam era in quel tempo ancora ben lontano dall’essere il focolaio di un conflitto di prima importanza). Ma, soprattutto, Kennedy fece chiaramente intendere al suo interlocutore sovietico che era pronto per una guerra atomica -con la quale settanta milioni di persone sarebbero morte nel giro di dieci minuti; un conto, questo, che lui gli presentò” E. Krippendorff, La politica estera e la morale, in Critica della politica estera, Fazi Editore s.r.l., Roma, 2005, pag. 75
31 “Sollecitato dai dirigenti tedesco-orientali, Krushev gioca nel novembre 1958 l’ultima carta. Minacciando sanzioni in caso di risposta negativa, il Cremlino pretende dalle tre potenze occidentali (Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti) di abbandonare Berlino, da trasformare in ‘città libera e smilitarizzata’. L’obiettivo è identico a quello cercato e fallito, dieci anni prima, da Stalin, col ‘blocco’ della città. Inizia un faticoso negoziato Est-Ovest, che si conclude un anno dopo con la rinuncia sovietica alla smilitarizzazione di Berlino in cambio di qualche concessione di facciata. Gli americani non hanno alcuna intenzione di tirare la corda, di rischiare una guerra nucleare. Il Segretario di Stato Dulles lo chiarisce in un colloquio col borgomastro socialdemocratico di Berlino Ovest; Willy Brandt, il 9 febbraio 1959: «I russi e noi possiamo litigare su mille cose. Ma su un punto siamo d’accordo: non permetteremo che una Germania riunificata, armata, si aggiri nella terra di nessuno fra Est ed Ovest». Le due superpotenze, insomma, non vogliono rimettere in discussione lo status quo prodotto dalla Guerra Fredda”. L. Caracciolo, Atto secondo (1953-1961), in E arrivò il grande freddo, in Storia illustrata, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, 1989, pag. 18
32 Idem, op. cit. pag. 19
33 H. Kissinger , L’arte della diplomazia, pag. 459
Giulia Altimari, Quale risposta flessibile? La dottrina strategica americana nell’era Kennedy, Tesi di laurea, Università LUISS “Guido Carli”, Anno accademico 2015-2016

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Pensionato di Bordighera (IM)
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