In Val Trompia da qualche mese non c’erano formazioni partigiane

Lumezzane (BS) – vecchia foto – Fonte: Wikipedia

Attilio Perrone Capano è un giovane diplomatico di appena 28 anni quando, nel giugno del 1943, arriva a Budapest, presso la Legazione italiana, per assumere, nella complicata terminologia del protocollo, l’incarico di Secondo terzo segretario. Di famiglia napoletana borghese colta e agiata, come tante altre urtata dalla cadute di stile e dagli “eccessi” del regime ma ad esso non ostile, arriva dalla Ginevra aperta e cosmopolita della Società delle nazioni, dove ha già incominciato a riflettere criticamente sulla politica estera dell’Italia e a interrogarsi sul suo futuro. La sua nuova destinazione è, per l’Italia fascista che rappresenta, una capitale amica. L’Ungheria di Horthy ha sviluppato con l’Italia di Mussolini rapporti intensi sia sul piano politico (in nome del comune “revisionismo” contro i trattati di pace di Parigi del 1919) che su quello culturale e commerciale. La capitale magiara, con il suo fascino cosmopolita, è meta ambìta dei viaggiatori italiani benestanti e sfondo non inconsueto dei film d’evasione che seducono l’immaginario popolare, quelli dei “telefoni bianchi”. In realtà l’Ungheria si presenta – come ha scritto Enrico Deaglio rievocando un’altra più nota vicenda che vi si svolse in quegli anni e che ebbe protagonista Giorgio Perlasca – “come un assurdo tradotto in realtà”. È un Paese che vive nel mito di una grandezza perduta e nel drammatico ricordo di un breve periodo rivoluzionario che – nel 1919 – l’ha sconvolto dalle fondamenta: ancora governato da una burocrazia efficiente, ereditata dall’impero asburgico, ma caratterizzato da diseguaglianze sociali profonde; retto da un regime politico autoritario, nazionalista e tendenzialmente antisemita, ma incapace di fare a meno delle risorse e delle abilità degli ebrei nella gestione dell’economia e del commercio, tanto che di una “legge per la difesa della razza” varata nel 1941, che equiparava l’ebraismo alla tubercolosi (!), l’entrata in vigore era stata rinviata di due anni.
Qui giunge, carico di entusiasmo ma certamente non inconsapevole dei problemi che dovrà affrontare, il giovane Attilio Perrone Capano.
Dopo neppure un mese dal suo arrivo la situazione precipita rapidamente, prima con la caduta del fascismo il 25 luglio, poi con l’armistizio l’8 settembre e infine con la fuga di Mussolini in Germania il 13. L’ambasciatore italiano Filippo Anfuso, appena avutane notizia, parte anche lui per Berlino. Nei tormentati quarantacinque giorni badogliani Budapest si trova così ad ospitare due Legazioni italiane, una fascista riconosciuta anche dalla Germania, alleata dell’Ungheria, e una che si dichiara invece l’unica rappresentante di un governo italiano legittimo, quello del re e di Badoglio. Una parte importante del personale d’ambasciata, che ha il suo punto di riferimento e la sua guida morale nel Primo segretario Carlo de Ferrariis Salzano, sceglie questa seconda strada. È la spia degli umori di un corpo diplomatico italiano che nelle sue fibre profonde, non diversamente da settori importanti delle Forze armate, è rimasto sempre più leale alla “Patria”, e per essa alla monarchia, che non al fascismo: anche a prezzo di sottovalutare ingenuamente l’intreccio d’interessi fra i due e la sostanziale subalternità della prima al secondo.
Attilio Perrone Capano non ha esitazioni nel fare la sua scelta, e con i suoi colleghi paga un prezzo molto alto: prima la prigione in Ungheria nella primavera del 1944 poi, in Italia, l’internamento e il domicilio coatto in Val Trompia e nei pressi di Milano […] Aldo Agosti (professore emerito di Storia contemporanea all’Università di Torino), Introduzione a Op. cit. infra
[…] In Val Trompia da qualche mese non c’erano formazioni partigiane, duramente respinte da quel luogo di importanza strategica chiuso su tre lati, perciò i fascisti avevano sbrigativamente scelto Lumezzane per confinare i prigionieri, ma la paura c’era sempre e di notte alla ventina di militi della polizia, addetti alla guardia, era stato dato ordine di sparare al minimo rumore e noi avevamo divieto assoluto anche di aprire le finestre nelle ore di buio.
Dopo il tramonto c’era un coprifuoco rigidissimo, la minima infrazione poteva costare la vita.
L’albergo al principio era stato utilizzato per isolare alcuni elementi estremisti del partito fascista, sfuggiti agli ordini e al controllo dei gerarchi della RSI e solo in una seconda fase aveva accolto persone come noi, di varia provenienza geografica e incerta destinazione.
Apprendevamo tutto come se aprissimo un libro nuovo di scuola, entravamo in un’altra dimensione, più domestica ma con scenari inquietanti e che pareva una realtà senza futuro, votata a una lotta e a una distruzione senza senso e senza scrupoli.
A Lumezzane, a due passi dal Garda, toccammo con mano una guerra nella guerra, dopo il primo momento in cui mi ero tutto rianimato, i giorni di Lumezzane furono duri, furono un esame di coscienza e il riemergere di un senso di responsabilità accantonata, di appuntamenti mancati, di superficiali attese.
Lì ci confrontammo con l’estremismo fascista, con l’evolversi di una ideologia che avremmo dovuto radicalmente rifiutare molto prima.
Mi misi in discussione intellettualmente e moralmente, per aver valutato fino in fondo una dittatura solo quando ci ero stato tirato dentro per i capelli e chiamato a pagarne una parte del prezzo.
A Lumezzane sentii che gli eventi mi avevano recluso in una valle e mi davano anche un tempo sufficiente per interrogarmi, per capire di più.
Niente mi distraeva dall’essenziale, i discorsi con gli altri erano ormai schiumati dell’inutile e la vita spartana spalancava spazi di riflessione a cui non si poteva sfuggire come a Budapest, né i locali né la musica potevano più offrirci qualche pausa.
Molti silenzi, l’orecchio teso di notte per cogliere qualche rumore sospetto e atteso e, anche se i partigiani parevano essersi del tutto ritirati dalla valle, il nervosismo a fior di pelle delle sentinelle le spingeva a sparare al minimo stormir di foglie.
Altro che il nostro salotto di Ginevra, dove accoglievamo con molta discrezione gli antifascisti riparati in Svizzera e con Carla discutevamo animatamente fino a notte alta.
[…]
Lumezzane, 8 giugno 1944
Roma è stata liberata, la notizia è arrivata come un fulmine e subito la convivenza della eterogenea comunità dell’albergo è diventata più difficile.
La freddezza è diventata malcelata ostilità, i diplomatici arrivati dopo di noi da Atene raccontano troppe cose di prima mano sulla Grecia, le reazioni alla liberazione di Roma sono state agli antipodi, se la situazione non diventa esplosiva è solo perché tutti sanno che non conviene a nessuno cercare altri guai, ma l’insofferenza reciproca è palpabile in ogni istante.
Attilio Perrone Capano (apocrifo)
Eva Framarino dei Malatesta, Una gita in blu. Attilio Perrone Capano da Budapest alla Linea Gotica. 1943 – 1945, Introduzione di Aldo Agosti e nota di Filippo Tuena, Trauben, 2013

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Pensionato di Bordighera (IM)
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