1991, anno in cui cadde il magistrato Antonio Scopelliti

Figura 5: Mappa delle ‘ndrine operanti nella città di Reggio Calabria. Fonte: Maria Assunta Ciardullo, op. cit. infra

L’assetto interno della ‘ndrangheta si è mantenuto immacolato nel corso degli anni, sebbene abbia subito diverse scalfitture nel corso delle cruente guerre di ‘ndrangheta.
La storia contemporanea ne ricorda due, la prima avvenuta tra il 1974 e il 1977 e la seconda registratasi a cavallo tra anni Ottanta e Novanta.
La prima guerra di ‘ndrangheta aveva come sfondo la nascita e l’irrobustimento di diverse attività di lucro; si pensi che il contrabbando di sigarette – e la loro conseguente vendita a prezzi minori rispetto a quelli imposti dal Monopolio – e la nascita delle imprese edilizie mafiose producevano a quel tempo un fatturato vertiginoso. A questa visione statica della ‘ndrangheta era legato il nome di Antonio Macrì, potente boss ritenuto da Gratteri e Nicaso 2009: 51 “[…] l’ultimo patriarca della ‘ndrangheta agropastorale”. Alla posizione di Macrì si opponeva quella di don Mommo Piromalli, altro rinomato capo di Gioia Tauro (RC), il quale auspicava un rinnovo degli interessi dell’organizzazione criminale, facendoli chiaramente coincidere con quelli del narcotraffico. Piromalli fu appoggiato da diverse famiglie, tra cui i De Stefano di Reggio Calabria. L’esponente di spicco della ‘ndrina dei De Stefano, Giovanni, venne ucciso il 24 novembre 1974 mentre il 20 gennaio 1975 Antonio Macrì fu freddato all’esterno di una bocciofila di Siderno su mandato della famiglia precedentemente offesa, secondo la testimonianza resa dal collaboratore di giustizia Giacomo Lauro (Gratteri e Nicaso 2009: 54). La prima guerra di ‘ndrangheta ebbe ufficialmente inizio a seguito degli omicidi perpetrati nei confronti delle personalità più in vista delle due ‘ndrine di visione opposta. Solamente nel 1975 si contano più di novanta morti ed oltre vittime nell’anno successivo. Il sanguinoso dissapore subì una flebile tregua a seguito dell’uccisione del boss Domenico Tripodo, avvenuta il 26 agosto 1976 nel carcere di Poggioreale (NA). Il conflitto s’estinse definitivamente nel 1977 quando venne ucciso Giorgio De Stefano, fratello del caduto Giovanni. La decisione di quest’ultimo fu presa dalle cosche operanti su San Luca (RC) e Gioia Tauro (RC) al fine d’evitare un’egemonia esclusiva dei De Stefano che, grazie agli omicidi chiave compiuti, si erano assicurati una certa supremazia.
La seconda guerra di ‘ndrangheta ebbe luogo a quasi un decennio di distanza dall’epilogo del primo conflitto. La scintilla che accese gli scontri a fuoco fu il tentato omicidio di Antonino Imerti, ex braccio destro di Paolo De Stefano, avvenuto l’11 ottobre 1985. Sopravvissuto, Imerti decise di uccidere De Stefano, innescando così una reazione omicida a catena che non ebbe altri precedenti. Difatti, scrivono Gratteri e Nicaso 2009: 62:
“per le vie di Reggio Calabria i sicari si inseguivano l’uno con l’altro. I commando omicidi si tenevano in contatto per mezzo di radio ricetrasmittenti. L’odore pungente della polvere da sparo ammorbava l’aria scacciando il profumo di bergamotto e di zagare. Lo Stato, che aveva sempre sottovalutato la ‘ndrangheta, contava i morti”.
Il conflitto a fuoco perseverò fino all’agosto 1991, anno in cui cadde il magistrato Antonio Scopelliti. Scopelliti, che era sostituto procuratore presso la Procura generale della Corte di cassazione, era stato nomimato per rappresentare l’accusa nel maxiprocesso che il pool antimafia di Palermo intentò contro Cosa Nostra; il suo omicidio sublimò con – triste – efficacia la collaborazione tra criminalità calabrese e mafia siciliana. La seconda guerra di ‘ndrangheta costò la vita a più di settecento vittime e costituì l’avvio di una pace, almeno apparente, tra le ‘ndrine più potenti all’interno della criminalità ‘ndranghetista.
Sebbene negli ultimi trent’anni ogni singola provincia calabrese abbia assistito a scontri, più o meno intestini, tra le famiglie reggenti nei diversi territori, gli intrecci familiari ed affaristici tra le diverse ‘ndrine godono attualmente di un relativo benessere.
Maria Assunta Ciardullo, La calabrese vuole essere parlata: analisi della dominanza conversazionale nel parlato intercettato delle donne di ‘ndrangheta, Tesi di dottorato, Università degli Studi della Calabria, 2018

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