I consultori non erano degli ambulatori

Bergamaschi era convinto che soltanto attraverso una riduzione dei compiti dell’Opera [nd.r.: l’OMNI] si sarebbero potuti ottenere risultati migliori. Tutti gli sforzi dell’ente, dunque, dovevano essere diretti a favore della lotta contro la mortalità della donna durante la gestazione, il parto e il puerperio, che nel corso degli anni non aveva subito alcun cambiamento, e la mortalità dei bambini, che seppur lievemente diminuita aveva raggiunto risultati tutt’altro che rassicuranti. Perciò divenne necessario: “che l’Opera abbandoni gli altri compiti e concentri la sua attività solo nella lotta alla mortalità”, esaurendo la protezione della maternità e dell’infanzia solo fino a sei anni <597.
Vessata di continuamente di nuovi incarichi, il triennio prebellico, invece, caratterizzò l’ente per una contrazione delle sue funzioni, imposto certamente più dalle difficili condizioni economiche in cui versava il paese che dall’indirizzo proposto da Bergamaschi. Quindi ridurre al minimo i compiti dell’ente significava focalizzare l’attenzione esclusivamente sull’assistenza alle madri e ai bambini. Anche le sempre presenti difficoltà di bilancio dell’Opera avvalorarono tale decisione. Stette di fatto che, ad esempio, nel febbraio del 1939 l’Opera eliminò dalle voci di spesa del suo bilancio i fondi da destinare ai minori fermati per motivi di Pubblica Sicurezza, che da quel momento non rientrarono più nelle competenze dell’Opera <598, come pure la spesa per i minori sani ricoverati in istituti di educazione venne ugualmente ridotta all’indispensabile <599.
In ottobre, invece, fu stabilito che, dai bilanci dell’Opera, sarebbero gradualmente stati defalcate anche le spese relative alla somministrazione di refezione calda distribuita attraverso le mense degli asili infantili <600. Ma le proteste degli amministratori degli asili furono tali da imporre un contrordine che sospese il provvedimento in questione ed anzi, come meglio si vedrà, durante la guerra questa forma di assistenza fu notevolmente potenziata <601.
Anche la necessità di rafforzare il funzionamento degli organi locali, dovette misurarsi con un parsimonioso utilizzo dei fondi assistenziali ad essi assegnati. Alle Federazioni fu perciò chiesto di tener presenti esclusivamente le “più urgenti necessità assistenziali”, mentre i Comitati di Patronato furono invitati a concentrare la loro azione essenzialmente sul funzionamento dei consultori e delle mense materne. La circolare del 19 luglio 1939 rese esecutive queste disposizioni e ancora una volta veniva chiesto di dedicare particolare attenzione ai consultori ostetrici e pediatrici, indispensabili organi funzionanti presso ogni Comitato di patronato. Non si potevano, però, sacrificare i requisiti specifici per quanto concerneva i servizi (struttura delle sedi), il personale (specialisti per le istituzioni facenti parte delle Case della Madre e del Bambino e medici condotti per quelli che non vi facevano parte), il funzionamento (tenendo presente che i consultori non erano degli ambulatori e che i sanitari dovevano svolgere qui la funzione non di clinici ma di puericultori, ricordando, inoltre, l’accurata selezione dei casi che avrebbero potuto avere titolo all’assistenza, per cui, oltre al parere sanitario, c’era bisogno anche del nulla osta del Comitato di patronato). Ugualmente doveva essere valorizzato il ruolo dei refettori materni. Essi, oltre ad essere autonomi e inconfondibili, dovevano consentire l’accesso alle gestanti mentre le nutrici potevano esservi ammesse soltanto dopo un adeguato parere tecnico sanitario del dirigente del consultorio e dopo le prescritte indagini del Comitato di patronato <602.
Il commissario riuscì a raggiungere, però, un obiettivo che, come visto, gli stava particolarmente a cuore. A partire dall’esercizio del 1940 all’Opera veniva affidato il compito dell’istituzione di Colonie Infantili diurne, per i bambini al di sotto dei sei anni di età. Attività complementare a quella gestita dal Partito, a mezzo della Gioventù Italiana del Littorio, che si occupava dell’istituzione delle colonie per i bambini dai 6 ai 12 anni. Le colonie diurne dell’Opera dovevano essere organizzate presso le Case della Madre e del Bambino, funzionare tutto l’anno ed accogliere durante il giorni i bambini dai 3 ai 5 anni gracili con bisogno di sana vittilazione e particolare assistenza <603. Non fu questo un modo per sottrarre questa competenza al partito, ma di certo un tentativo di continuare nell’opera di fascistizzazione delle masse rafforzando uno tra i metodi propagandistici più efficaci, proprio quando anche su questa forma assistenziale cominciavano ad essere espressi commenti non felici ed in particolare si chiedeva che dei fanciulli, specialmente dal punto di vista alimentare, ci si prendesse cura sempre e non soltanto per venti giorni all’anno <604. L’Opera doveva essere lasciata libera di muoversi in modo da risolvere questioni urgenti in talune province o regioni dove mancavano gli elementi essenziali e fondamentali dell’assistenza alla maternità e all’infanzia. Oltre a ciò le doveva essere consentita una maggiore unità d’azione, concentrando in essa anche taluni servizi d’assistenza che venivano eseguiti da altri enti, soprattutto sarebbe dovuto esserle affidato il servizio integrale dell’assistenza agli esposti.
Solo in questo modo nell’Opera tutti i servizi inerenti la maternità e l’infanzia sino a sei anni, secondo Bergamaschi, l’ente avrebbe assunto una fisionomia più demarcata, funzioni più specifiche e più aderenti ai bisogni, responsabilità più precise e rispondenza più esatta alla sua stessa “nomenclatura”. La realtà andò, però, in tutt’altra direzione e la nascita della Demorazza e dell’Unione italiana delle famiglie numerose, con cui l’Onmi si trovò a cogestire rispettivamente la materia demografica e la disciplina delle famiglie prolifiche, ne furono un chiaro esempio.
Nel contempo il potere decisionale dell’ente fu ridimensionato in maniera notevole: la Sede centrale non aveva più competenze di direzione tecnica e controllo su tutte le istituzioni che si occupavano dell’assistenza della maternità ed infanzia; le Federazioni provinciali erano ridotte a far fronte solo “alle più urgenti attività assistenziali” e i Comitati comunali avevano come unico fine quello di garantire, alla meglio, il funzionamento dei consultori materni ed infantile e dei refettori, a cui, però, gli utenti erano ammessi solo dopo aversuperato un attento e arbitrario esame dei requisiti di accessibilità, basato su di un doppio controllo sociale: di regime e di classe <605.
L’ordinaria amministrazione fu il tratto distintivo del triennio di commissariamento di Bergamaschi. Questa affermazione trova conferma anche in un documento della Polizia politica del 1940, in cui era affermato: “L’ONMI attualmente va avanti con un generale deleterio rilassamento, è ovunque al centro e alla periferia una ordinaria amministrazione” <606. Anche nel caso dell’Onmi l’Iperstatolatria del fascismo, o meglio del Duce, la crescente smania accentratrice e intollerante, preclusero al regime stesso la possibilità di dispiegare al meglio i suoi istituti: “di saggiare appieno sul banco di prova della realtà il loro vigore, la loro efficienza, la loro capacità di dare concreta attuazione alle loro finalità intrinseche” <607.
Lo scoppio del secondo conflitto mondiale non fece altro che esasperare questo andamento, ma a fare i conti con la nuova realtà fu chiamato alla guida dell’Opera il Presidente Alessandro Frontoni, che aveva alle spalle una già discussa presidenza della Federazione dell’Urbe.
[NOTE]
597 C. Bergamaschi, L’Opera Nazionale per la protezione della Maternità e Infanzia: Motivi e proposte di riforma, Roma 1937, cit., p. 17.
598 Circolare n. 156 del 23 febbraio 1939, in Atti Ufficiali dell’Onmi, n. 1, 1939. con una successiva circolare dell’agosto del 1939 Bergamaschi fu costretto ad evitare che le Federazioni continuassero a segnalare al Ministero di Grazia e Giustizia, perché se ne facesse carico, in virtù dell’art. 2 del R. d. l. 15 novembre 1938 n. 1802, tutti i minori considerati traviati, includendo in tale definizione anche i ragazzi abbandonati che manifestano temperamenti vivaci, caratteri violenti, ecc. Spia, anche questa che segnalava il desiderio anche delle strutture periferiche di alleggerire il loro numero degli assistiti. Circolare n. 163 del 12 agosto 1939, in Atti Ufficiali dell’Onmi, n. 4 del 1939.
599 Circolare n. 159 del 6 maggio 1939, in Arri Ufficiali dell’Onmi, n. 3 , 1939.
600 Gli Asili Infantili furono posti dalla Carta della Scuola del 1939, sotto la direzione del Ministero dell’Educazione nazionale, divenendo Scuole Materne e quindi il loro funzionamento dipendeva ora da altri enti, il Ministero dell’educazione Nazionale, la G.I.L., l’E.C.A. In Circolare n. 166 del 20 ottobre 1939, in Atti Ufficiali dell’ONMI, n. 5-6 del 1939.
601 Cfr., S. Onger, L’assistenza alla maternità e all’infanzia nel bresciano durante il secondo conflitto mondiale, in Sanità, scienza e storia, n. 1, 1990, p. 242. Circolare n. 213 del 14 novembre 1940, in Atti Ufficiali, n. 5-6 del 1941. Nell’allegato alla circolare venne testualmente affermato: “Sono stati ripristinati gli articoli relativi al ricovero di bambini sani minori di 3 anni e all’assistenza di minori ammessi negli Asili nido non gestiti dall’Opera”.
602 Circolare n. 161 del 12 luglio 1939 in Atti Ufficiali dell’ONMI, n. 4 del 1930.
603 Circolare n. 166 del 20 ottobre 1939, in Atti Ufficiali dell’ONMI n. 5-6 del 1939.
604 Cfr. S. Colarizi, L’Opinione degli italiani, cit.
605 La Saraceno esprime tale giudizio in relazione al fatto che a valutare lo stato di bisogno delle donne erano le patronesse visitatrici e cioé donne borghesi iscritte al fascio locale, in C. Saraceno, Le donne nella famiglia: una complessa costruzione giuridica, 1750-1942, in M. Barbagli, e D. I. Kertzer, Storia della famiglia italiana, cit., p. 125.
606 Acs, PP., p. 112, f. 68, Bergamaschi Carlo.
607 A. Aquarone, L’organizzazione dello stato totalitario, cit., p. 220.
Domenica La Banca, “La creatura tipica del regime”. Storia dell’Opera Nazionale per la protezione della Maternità e dell’Infanzia durante il ventennio fascista (1925-43), Tesi di dottorato, Università degli studi di Napoli “Federico II”, Anno accademico 2004-2005

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