Il Comitato Militare del Piemonte gettò le basi, tra il gennaio e il marzo del 1944, del Corpo dei Volontari della Libertà piemontese

Il Monviso visto dal Colle dell’Intersile, Valle Maira. Fonte: Wikipedia

Il caso piemontese presenta dei tratti che in qualche modo ricalcano le situazioni che tutti i militari vivono nelle giornate dell’8 settembre. Le truppe dislocate nelle caserme in territorio piemontese, in parte come presidio del territorio, in parte raccolte nei centri di addestramento, sono numerose anche se difficili da quantificare. A queste truppe però si aggiunge la massa rilevante delle 7 divisioni che fanno parte della 4^ Armata e che vengono sorprese dall’armistizio mentre si stanno trasferendo dalla Francia in Italia: una parte consistente viene catturata dai tedeschi sia in territorio francese, sia in territorio italiano (circa 50 mila), un numero minore (circa 20 mila) riesce a sottrarsi alla cattura. Tra questi molti meridionali, che in parte seguono alcuni dei loro ufficiali nelle prime precarie forme di difesa e di resistenza, in parte si disperdono nelle campagne piemontesi. Di questi una parte significativa entrerà nelle formazioni partigiane, una parte infine risponderà per scelta o per necessità ai bandi della Repubblica Sociale Italiana, il nuovo stato fascista che prende vita, per volontà di Hitler e sotto la guida politica di un Mussolini poco motivato, verso la fine di settembre.
Va infine segnalato un ulteriore elemento, ossia la presenza nel movimento di resistenza di una quota importante di immigrati meridionali e di figli di immigrati meridionali arrivati durante il fascismo nelle province piemontesi con le famiglie in cerca di lavoro, attirate soprattutto dalla domanda di manodopera delle industrie, in particolare della grande industria dell’area torinese.
(a cura di) Claudio Dellavalle, Meridionali e Resistenza. Il contributo del Sud alla lotta di Liberazione in Piemonte 1943-1945, Consiglio regionale del Piemonte, 2013

Nella provincia di Cuneo, nell’autunno del ’43, distinguiamo cinque principali aree operative partigiane. Partendo da nord ovest, nella zona tra la città di Cavour e il monte Bracco si costituisce il gruppo che fa capo a Pompeo Colajanni “Barbato”, <116 tenente dei cavalleggeri, a Gustavo “Pietro” Comollo <117 e a Ludovico Geymonat, formato da ex militari della caserma di Cavour e da membri del partito comunista.
Altri gruppi comunisti si formano nel cuneese occidentale sotto la guida di Giovanni Barale “Menego”, <118 mentre in val Varaita, sempre nel settembre ’43, sono presenti gruppi sparsi da cui nascerà la brigata garibaldina “Manlio Morbiducci”. <119
Tra la val Maira e la val Stura, sempre nella parte occidentale della provincia, c’è “Italia libera”, <120 nucleo originario delle divisioni alpine GL, formato essenzialmente da membri del partito d’azione come Tancredi Galimberti, da «intellettuali esenti da obblighi militari» <121 e da ex militari, come Ezio Aceto, ufficiale in SPE. <122
Tra i gruppi a prevalenza militare ci sono la banda di Boves, <123 che si costituisce il 9 settembre, composta da ex soldati della IV armata <124 guidati da Ignazio Vian, <125 che prendono posizione in località San Giacomo, <126 e altre bande collocate in val Pesio, Ellero, Maudagna e Casotto. <127
Qui ufficiali e soldati dell’ex IV armata costituiscono i gruppi più numerosi della provincia, guidati tra gli altri dal maggiore degli alpini Enrico Martini “Sergio Mauri” e dal capitano Piero Cosa.
Si tratta, in questi come in altri casi, di iniziative spontanee, che hanno come primo scopo quello di non farsi prendere dai tedeschi e di trovare, insieme a persone fidate, un luogo sicuro dove potersi nascondere e organizzare.
Mario Giovana sottolineava in un suo articolo sui rapporti tra partigianato e popolazione civile che «il processo di formazione delle bande partigiane cuneesi si inizia con spontanea immediatezza, negli stessi giorni successivi all’armistizio e allo sbandamento caotico dell’esercito». <128
Questo sbandamento, che si consuma nella metà di settembre in territorio cuneese, <129 pone il Comitato di Torino di fronte alla necessità di agire per impedire che uomini e mezzi dell’armata finiscano in mano tedesca, ma soprattutto per arruolare quei soldati in un nuovo esercito di liberazione.<130
Notiamo come, mentre a livello centrale si avviano trattative con gli ufficiali della IV armata con l’iniziale tentativo di ricostituire un nuovo esercito per la liberazione del territorio piemontese, nelle periferie si creano spontaneamente gruppi isolati di locali e di militari i quali, seppur non coordinati tra loro né con il centro, organizzano una resistenza al nemico contando solo sulle proprie forze.
Nella parte orientale della provincia di Cuneo, vengono a costituirsi bande di partigiani che, sotto la guida di ex militari della zona, raccolgono uomini e occupano ristrette porzioni di territorio. Tra le prime bande che si formano nella zona, precisamente in valle Belbo, ai piedi delle Langhe, c’è quella dei Balbo, <131 Giovanni, “Pinin”, <132 e suo figlio Piero, “Poli”, <133 futuro comandante della II divisione autonoma Langhe.
Sempre in valle Belbo vi è poi la banda di Giovanni Rocca “Primo”, che a metà settembre costituisce con pochi uomini una banda nella zona di Canelli. <134
Dal novembre poi, “Barbato” decide di inviare un suo uomo, “Zucca”, <135 nelle Langhe, dove alcuni gruppi si stanno organizzando in modo autonomo e indipendente dai comandi centrali. <136
Il “darsi alla macchia” comporta conseguenze non solo a livello politico ed esistenziale (e s’intende con ciò l’essere considerati “ribelli”, stare lontani da casa, con persone che spesso non si conoscono), ma impone il confronto con un tipo di guerra del tutto nuovo.
Di fronte a questa problematica i primi organizzatori delle bande rispondono in modo diverso. Infatti, a seconda del loro grado di esperienza bellica, possiamo individuare due principali categorie di combattenti, a loro volta suddivisibili in diverse sottocategorie.
Molto genericamente, da una parte si collocano coloro che hanno esperienza militare e dall’altra coloro che ne sono privi. Se questa seconda categoria è pressoché uniforme, almeno dal punto di vista delle conoscenze e dell’esperienza belliche, per la prima bisogna fare alcune differenziazioni.
All’8 settembre abbiamo militari sbandati, antifascisti con una o più esperienze militari e una parte di popolazione maschile che ha fatto la leva e/o ha combattuto in una delle guerre fasciste degli anni Trenta e/o in una campagna della II guerra mondiale. I primi mantengono in diversi casi il proprio armamento, mentre gli altri, se decidono di andare alla macchia, devono procurarselo. Questa prima discriminante implica uno sviluppo diverso tra: le bande militari, che hanno come primaria esigenza quella di rifugiarsi in luogo sicuro, e le altre bande, che a questa esigenza sommano quella di trovare le armi per difendersi. È il caso dei gruppi GL in valle Stura e di quelli di Balbo e di Rocca nel
Belbo e a Canelli, che hanno inizialmente poche armi a disposizione. Un’altra importante discriminante è quella relativa alle esperienze che i singoli membri dei gruppi hanno avuto in campo militare e alle disposizioni che le diverse bande ricevono dai propri comandi e ispiratori a partire da fine autunno ’43. Per i gruppi composti prevalentemente da ex militari la concezione del tipo di guerra che si va delineando non è chiara, se non per coloro che avendo partecipato alle campagne in Jugoslavia hanno potuto sperimentare gli effetti della guerriglia condotta dai partigiani titini. <137 Per i militanti antifascisti il discorso è in parte diverso. Tra coloro che hanno combattuto in Spagna, come Italo Nicoletto “Andreis”, futuro commissario della VI divisione Langhe, o come Davide Lajolo, che diventerà comandante partigiano nell’astigiano dopo aver combattuto nella penisola iberica con il contingente italiano in appoggio a Franco, molti entrano a far parte delle Brigate Garibaldi. <138
Il contributo di conoscenze politiche e militari di militanti con tali esperienze è uno dei fattori principali che portano allo sviluppo di un certo tipo di organizzazione per bande nelle formazioni comuniste. <139 Nei primi mesi, i fattori più importanti nello sviluppo della guerriglia, e quindi delle bande, <140 sono l’esperienza maturata nell’arte della guerriglia e in secondo luogo il territorio, <141 inteso in tutte le sue parti, dalla morfologia al grado di accoglienza offerta dalla popolazione.
[NOTE]
116 Pompeo Colajanni, “Nicola Barbato”, tenente del regio esercito, siciliano, «uno degli organizzatori della Resistenza antifascista nell’esercito già prima del 25 luglio. Dalla cittadina di Cavour lo seguono sul Bracco (12 settembre) un’ottantina di ex militari quasi tutti d’origine meridionale», in R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, cit., p. 138. Futuro comandante della I divisione Garibaldi “Piemonte” e, dal 15.2.45, vicecomandante del Comitato militare di Torino (http://intranet.istoreto.it/partigianato/dettaglio.asp?id=25154). Sulla figura di P. Colajanni si vedano Maurizio Rizza (a cura di), Pompeo Colajanni. “Le cospirazioni parallele”, cit., dove è indicato che i soldati che seguono Colajanni sono in realtà scelti da lui stesso e non superano la quindicina; S. Modica, Dalla Sicilia al Piemonte. Storia di un comandante partigiano, Franco Angeli, Milano, 2002; G. Fossati, C. Spironelli, L Dalmasso, Garibaldini, Pompeo Colajanni (“Barbato”) e Giovanni Barale, Cuneo 1997. Per il contributo dei meridionali alla Resistenza in Piemonte si veda A, Monti, “Il movimento della Resistenza e il Mezzogiorno d’Italia”, in Rinascita, 1952, n. 4. In A. Bartolini, A. Terrone, I militari nella guerra partigiana, cit., p. 196 viene riferito che Pompeo Colajanni, «ufficiale di complemento dei Cavalleggeri “Monferrato”, si fa promotore di un gruppo di partigiani presso Borgo San Dalmazzo». Molto probabilmente quest’ultimo testo si riferisce a un periodo successivo al settembre ’43.
117 Operaio torinese, comunista, fece parte dei gruppi di difesa dell’Ordine Nuovo. Condannato dal Tribunale Speciale a quattro anni di reclusione nel 1928, Comollo venne in seguito confinato per otto anni tra Ponza e Ventotene. Nelle Garibaldi diventerà commissario politico della II divisione “Piemonte” e della V zona Cuneo, in F. Giannantoni, I. Paolucci, Giovanni Pesce “Visone”, un comunista che ha fatto l’Italia: l’emigrazione, la guerra di Spagna, Ventotene, i Gap, il dopoguerra (Togliatti, Terracini, Feltrinelli), Arterigere-EsseZeta, Varese, 2005, p. 87
118 Nei giorni seguenti l’8 settembre, cerca di creare contatti con gli sbandati della IV armata nella zona di Borgo San Dalmazzo. Barale è tra i primi fautori di uno sviluppo armato della resistenza comunista ai tedeschi in provincia di Cuneo, insieme a Carlo Bava, Giuseppe Biancani, Fernanda Serafini, Ugo Traversa e al figlio Spartaco. In seguito si trasferirà in val Vermenagna, dove entra nella XI divisione Garibaldi Cuneo. Catturato dai tedeschi insieme al figlio, verranno entrambi fucilati dai tedeschi il 1.1.44 (http://intranet.istoreto.it/partigianato/dettaglio.asp?id=5612); si vedano R. Belmondo et alii, “L’8 settembre e lo sfacelo della 4ª armata: riflessi nel Cuneese” in ISRCP, 8 settembre. Lo sfacelo della quarta armata, cit., p. 202 e ss. e R. Battaglia, Storia della Resistenza, cit., pp. 137 e 205
119 Aspetti della Resistenza in Piemonte, Quaderni dell’INSMLI, n. 1, 1950, p. 82
120 G. De Luna, P. Camilla, D. Cappelli, S. Vitali (a cura di), Le formazioni GL nella Resistenza. Documenti settembre 1943 – aprile 1945, INSMLI – Federazione italiana delle associazioni partigiane, Franco Angeli, Milano, 1985, p. 398
121 “Il battesimo di fuoco della banda Italia libera del Cuneese”, [gennaio 1944] in G. De Luna et alii (a
cura di), Le formazioni GL nella Resistenza, cit., doc. 16, p. 69
122 Il gruppo può contare inoltre su Ettore Rosa, Aldo Quaranta e Dante Livio Bianco, che hanno avuto esperienza nell’esercito e che nella vita civile sono professionisti.
123 Aspetti della Resistenza in Piemonte, cit., p. 78
124 M. Giovana, “Popolazioni alpine nella guerra partigiana del Cuneese”, cit., p. 78 e ss. sulla formazione delle prime bande nel Cuneese. Si veda anche A. Bartolini, A. Terrone, I militari nella guerra partigiana in Italia, cit., p. 192
125 Ignazio Vian, nato a Venezia, ex tenente della guardia alla frontiera. Catturato nel maggio ’44 e torturato per tre mesi, Vian non fece mai i nomi dei suoi compagni. In un tentativo di suicido si svenò in carcere; ma i fascisti lo sottoposero a trasfusioni di sangue per poterlo impiccare pubblicamente nel luglio, in A. Bartolini, A. Terrone, I militari nella guerra partigiana in Italia, cit., p. 209
126 Composta da 200 militari di ogni grado, in A. Bartolini, A. Terrone, I militari nella guerra partigiana in Italia, cit., p. 192
127 In seguito alla caduta di Boves, lo stesso Vian si unirà a queste bande.
128 M. Giovana, “Popolazioni alpine nella guerra partigiana del Cuneese”, cit., p. 78 e seguenti sulla
formazione delle prime bande nel cuneese
129 Aspetti della Resistenza in Piemonte, cit., p. 79, vedi nota 2
130 M. Giovana, La Resistenza in Piemonte, cit., p. 25
131 M. Giovana, Guerriglia, pp. 42 e s. «Piero Balbo, ufficiale di complemento nella XII Flottiglia MAS in Egeo. L’11 settembre era a Pola e, sottrattosi alla cattura, aveva raggiunto l’Astigiano, dove operava anche Davide Lajolo, comandante delle formazioni Garibaldi, ufficiale dell’esercito, con esperienze acquisite soprattutto nella guerra di Spagna», in A. Bartolini, A. Terrone, I militari nella guerra partigiana in Italia, cit., p. 200
132 Antifascista e partigiano, originario di Santo Stefano Belbo.
133 Conosciuto anche con il nome di battaglia di Nord, dopo questa esperienza in valle Belbo e lo scontro con il “gruppo Davide”, entrato nelle SS italiane, Balbo, prima di unirsi definitivamente ai gruppi maurini, coopererà attivamente con la 16ª brigata Garibaldi. Vedi L. Boccalatte (a cura di), “Il primo gruppo di divisioni alpine in Piemonte” in G. Perona (a cura di), Formazioni autonome nella Resistenza, cit., p.318
134 “Relazione di Andreis sulla 78ª”, 12.10.44 in AISRP, B 28 fasc. c; si vedano inoltre su “Primo” Rocca e su Piero Balbo di P. Maioglio, A. Gamba, Il movimento partigiano nella provincia di Asti, Asti, 1985 e di P. Rocca, Un esercito di straccioni al servizio della libertà, Art pro Arte, Canelli, 1984
135 Il nome di questo combattente è presente anche in altre relazioni, come in G. Nisticò (a cura di), Le Brigate Garibaldi, Vol. II, INSMLI – Istituto Gramsci, Feltrinelli, Milano, 1979, p. 66, doc. 165. Tra coloro che portano come cognome Zucca nell’anagrafe partigiana dell’Istituto Storico della Resistenza di Torino, Rinaldo Zucca “Toro”, di professione muratore, ex militare della Guardia alla Frontiera, commissario di un distaccamento della 78ª brigata Garibaldi e poi effettivo della IX divisione Garibaldi, è certamente il partigiano più simile al profilo dello «Zucca di “Barbato”», poiché ex militare come tutti i componenti del nucleo originario di Barge e in secondo luogo perché opera nella stessa area in cui “Barbato” invia il “suo” Zucca, http://intranet.istoreto.it/partigianato/dettaglio.asp?id=91693, consultato il 19.7.2013. Un partigiano con lo stesso nome compare nel Notiziario del 31.3.44 della GNR di Cuneo, in M. Calandri (a cura di), Fascismo 1943-1945. I notiziari della G.N.R. da Cuneo a Mussolini, L’Arciere, Cuneo, 1979, p. 49
136 M. Diena, Guerriglia e autogoverno, cit., p. 82
137 La guerriglia in Italia. Documenti della resistenza militare italiana, Feltrinelli, Milano, 1969, p. 36; si veda anche, per una teoria generale della guerra di guerriglia, T. Argiolas, La guerriglia: storia e dottrina, Sansoni Editore, Firenze, 1967
138 «Il contributo maggiore e decisivo [allo sviluppo di un’organizzazione partigiana] venne dall’esempio, dall’azione dei partigiani di quei paesi che ci avevano preceduti nella lotta, in alcuni dei quali come in Spagna e in Francia i garibaldini e gli antifascisti italiani avevano partecipato in prima linea e fatto le loro prime esperienze» in P. P. Poggio, B. Micheletti (a cura di), La guerra partigiana in Italia e in Europa, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia, 2001 (dal convegno omonimo, Brescia, 22-24 marzo 1995), cit., p. 11. Italo Nicoletto potrà partecipare attivamente alla lotta di liberazione nelle Langhe solo a partire dall’agosto ’44.
139 Un rapporto sull’attività delle brigate Garibaldi del giugno ’44, ricordando i primi mesi di lotta, mette in luce quegli aspetti che caratterizzarono la guerriglia garibaldina fin dall’autunno e come il loro modus operandi non fosse condiviso da parte del movimento partigiano. A proposito dei timori per le rappresaglie tedesche, il rapporto del CG scrive: «Bisognava colpire il nemico nei suoi punti più sensibili, non temere di suscitare le sue rappresaglie. Coloro che suggerivano di scegliere obiettivi che non “obbligassero” i tedeschi a reagire, dimenticavano semplicemente che i tedeschi reagiscono quando ricevono colpi duri, che possono disturbare la loro azione di guerra. E che rinunciare a colpirli così voleva dire rinunciare a fare la guerra davvero […]»; mentre ricorda in cosa consisteva la piccola guerriglia condotta da poche forze partigiane: «Colpire i presidi nemici, attaccare le pattuglie e le piccole colonne […]», in Le Brigate Garibaldi, Vol. II, cit., pp. 46-48, doc.159
140 Da considerare inoltre che il senso ultimo della costituzione di banda una partigiana sta nella sua capacità di compiere azioni di guerriglia.
141 M. Giovana, La Resistenza in Piemonte, cit., p. 64
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

I primi rastrellamenti in grande stile evidenziarono la debolezza del movimento partigiano piemontese, basate su forme elementari di resistenza delle bande, abbarbicate sulle posizioni di montagna e incapaci di manovra. Pareva impossibile dare vita a un esercito partigiano, ritenendo necessario limitarsi a un’opera organizzativa dei suoi quadri futuri e sciogliendo momentaneamente le formazioni e privilegiando la guerriglia con piccole squadre di sabotatori.
Questa tesi venne esposta nel convegno di Valle Pesio, alla fine di gennaio:
Là un ufficiale che era stato fra i più brillanti esponenti della banda di Boves sosteneva che, visti i risultati del primo esperimento, bisognava abbandonare l’idea di costruire o mantenere delle formazioni numerose, composte in prevalenza da «uomini»: secondo lui la miglior cosa sarebbe stata formare dei piccoli nuclei di sabotatori e di terroristi, composti esclusivamente di ufficiali, con al massimo qualche uomo per i bassi servizi. Questa idea (condivisa del resto da molti anche altrove, specie fra i «militari») trovò largo seguito fra i presenti al convegno, ma i politici la contrastarono decisamente: la guerra partigiana doveva essere la guerra del popolo italiano; per quanto possibile essa doveva essere impostata e mantenuta su basi e in termini tali da interessare e coinvolgere il maggior numero di persone.
I primi difficoltosi passi nella guerra di liberazione evidenziano una prima differenziazione nel fronte dei «ribelli»: da una parte vi sono gli ufficiali effettivi che pur avendo intrapreso la guerriglia continuavano ad essere legati a una concezione legalitaria della guerra, convinti che occorresse affrontare la problematica della preparazione delle «reclute» nella convinzione che ogni azione, se poteva ottenere risultati bellici irrisori, rischiava soprattutto di mettere a repentaglio la sicurezza delle popolazioni. Dall’altra parte invece vi era l’ala politica dei sostenitori della «guerra per bande», dei ribelli il cui nome «corrisponde alla realtà di fatto, indica la funzione ancora polemica o di eversione violenta di ogni struttura tradizionale che i primi partigiani si sono assunta» .
La primavera del 1944 portò con sé anche una nuova consapevolezza da parte nemica: la ribellione andava stroncata sul nascere con un’offensiva a vasto raggio, caratterizzata dal contemporaneo sfondamento frontale e dall’aggiramento sulle ali, al fine di non lasciare scampo all’avversario. Al 7 marzo l’operazione investì le valli di Lanzo, al 13 si spostò in Val Casotto, successivamente in Val Varaita. Nella Val Casotto, dove era stata adottata la tattica della difesa rigida frontale, i volontari subirono un rovescio senza precedenti, perdendo i due terzi degli uomini, e solo una esigua schiera di superstiti al comando del capitano Enrico Martini “Mauri” riuscì a rompere l’accerchiamento e a riparare nelle Langhe. In Val Varaita e in Val di Lanzo le perdite furono minori, ma le bande uscirono dagli scontri disarticolate e scosse.
Nonostante la «batosta» primaverile, l’attività di organizzazione andava via via migliorando, le formazioni e le bande andavano adottando strutture di comando più vicine a quella profilata dal Comitato, pur mantenendo alcuni caratteri originali. Il Comitato Militare gettò le basi, tra il gennaio e il marzo del 1944, del Corpo dei Volontari della Libertà piemontese, nonostante si profilasse all’orizzonte una ulteriore battuta di arresto per l’attività cospirativa: la mattina del 1 aprile il comitato doveva riunirsi nella sacrestia del Duomo di Torino, ma forze imponenti di polizia e di agenti circondarono i dintorni e i cospiratori furono fermati uno ad uno. A seguito di un processo la cui sentenza era evidentemente già scritta la mattina del 5 aprile otto membri del Comitato vennero fucilati, e con la loro morte segnarono la dispersione di un patrimonio di contatti e piani intessuti in quei mesi.
Tuttavia il movimento partigiano si riprese prontamente, il comitato fu ricostituito, anche se ritoccato sulla base della rappresentanza delle varie correnti politiche, ereditando dal comitato del generale Perotti una situazione di maggiore concordia e unità d’intenti.
Lodovico Como, Dall’Italia all’Europa. Biografia politica di Edoardo Martino (1910-1999), Tesi di Dottorato, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Anno Accademico 2009/2010

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