Giovanni Michelangeli venne espulso per la sua attività politica dagli Usa

La famiglia Michelangeli con amici fotografata da un infiltrato della polizia politica nelle maglie dell’organizzazione comunista a Parigi. Cpc: b. 3263, f. Giovanni Michelangeli. La stessa fotografia si ritrova in: Aa. Vv., L’Italia in esilio: l’emigrazione italiana in Francia tra le due guerre, Archivio Centrale dello Stato, Cedei, Roma-Paris 1984. Fonte: Emanuela Miniati, Op. cit. infra

A Genova e a Savona intorno al 20 agosto [1922] <201 giunsero Amadeo Bordiga, Antonio Graziadei e Ottavio Pastore, con il compito di chiarire il comportamento del rappresentante comunista nel Comitato segreto. L’inchiesta era stata aperta nei confronti di Arturo Cappa, accusato di “assenteismo” per essersi allontanato da Genova, e di “incoerenza politica”. Cappa fu espulso e la sezione genovese fu sciolta per non aver organizzato nessuna misura difensiva.
Le conseguenze del fallimento dello sciopero di agosto furono drammatiche e costarono a molti militanti l’allontanamento dalle proprie città. Il bando fascista a Savona colpì tra gli altri <202 il segretario della CdL, il comunista Michelangeli <203. Il giorno seguente si recò ugualmente alla Camera del Lavoro distrutta per riprendere il suo lavoro. I fascisti lo assalirono e lo picchiarono duramente, lasciandolo esanime a terra. Nascosto e curato da alcuni operai, Michelangeli partì per Napoli non appena potè. A Sestri Ponente, dove si era scatenata la “caccia al sovversivo”, “l’impiego della pressione terroristica costringe all’esilio oltre 600 operai” <204, la maggior parte dei quali trovò rifugio in Francia tra l’agosto e il settembre.
I fascisti, sempre più padroni del territorio, nell’autunno entrarono trionfanti a Roma, le autorità non dichiararono lo stato d’assedio e la dittatura ebbe la via spianata.
[NOTE]
201 Questore al Prefetto di Genova, 29/8/1922, in ASG, Fondo pref., b. 37, Fasc. “Partito Comunista d’Italia, 1921-24”.
202 Oltre a Giovanni Michelangeli furono banditi da Savona il presidente del Consorzio sbarchi Adenago Chiavacci, il socialista riformista Giuseppe Calandrone, l’avv. Italo Diana Crispi, i comunisti Ugo Alterisio e Lorenzo Moizo. Cfr. Rodolfo Badarello, op. cit., p. 358.
203 Rodolfo Badarello, op. cit., cap. XXIII, nota 15.
204 Gino Bianco, op. cit., p. 203.
Anna Marsilii, La Federazione ligure del Partito Comunista d’Italia, 1921-1922, Academia.edu

Dopo il Congresso di Livorno, a scissione avvenuta, la maggior parte degli attivisti, dei responsabili del movimento operaio savonese, passò nel nuovo partito, il Partito Comunista d’Italia, e due savonesi, Alberto Mussio e Arturo Cappa entrarono nel Comitato Regionale provvisorio. Tra coloro che aderirono al P.C.d’I. vi fu il sindaco Mario Accomasso (per decisione del partito rassegnò le dimissioni il 23 luglio e venne sostituito da Luigi Bertolotto) con la maggioranza dei 32 consiglieri comunali eletti nella lista socialista; solo un piccolo gruppo restò nel PSI, tra cui 6 assessori che rassegnarono le dimissioni il 7 febbraio 1921 e furono sostituiti da altrettanti comunisti, ai quali rimase da quel momento affidata la responsabilità della Amministrazione comunale.
Anche la Camera del Lavoro fu diretta dai comunisti, ma fino ad aprile, quando si ebbero le elezioni della Commissione Esecutiva, la segreteria rimase ad Antonio Gamalero a cui si affiancò come Vice-Segretario, il comunista Giovanni Michelangeli. La sezione della Lega proletaria votò una mozione di sfiducia verso il proprio Comitato centrale e deliberò di staccarsi da esso e di appoggiarsi al Partito Comunista.
Ma il P.C.d’I. a Savona non ebbe solo una larga adesione di dirigenti e attivisti, non solo controllò la più importante delle organizzazioni operaie, la Camera del Lavoro e il Comune, ma ebbe subito, come d’altra parte i fatti del 1920 lasciavano prevedere, un vasto consenso di massa. Lo si vide all’inizio di febbraio durante la preparazione del V Congresso della Confederazione Generale del Lavoro, quando i due partiti operai dovettero precisare la propria posizione nei confronti della concezione del sindacato, dei suoi rapporti con il partito di classe e con l’organizzazione internazionale dei sindacati e gli iscritti alla Camera del Lavoro di Savona si pronunciarono a grande maggioranza per le tesi sindacali comuniste, cui andarono 17.347 voti contro i 4.350 raccolti dalla mozione socialista.
[…] Fu a Savona che si svolse il primo Congresso Regionale Ligure del P.C.d’I., a cui partecipò Antonio Gramsci e in cui si discussero tutti i problemi che il Partito aveva dovuto affrontare nei suoi primi mesi di vita. Il Congresso si aprì il 20 marzo al Casinò di Lettura, presso il Teatro Chiabrera (secondo altre fonti nella sala Consiliare del Comune), alla presenza di circa 60 delegati (per circa 1.500 iscritti) dei rappresentanti della Federazione Giovanile Comunista Ligure e delle redazioni de l’Ordine Nuovo e di Bandiera Rossa.
Il Congresso fu presieduto da Antonio Gramsci che, dopo i tradizionali saluti, svolse il discorso di apertura, puntualizzando le ragioni della scissione e chiedendo il “massimo ardore di disciplina e di spirito di sacrificio” ai comunisti. La massima attenzione fu dedicata al problema dell’organizzazione sindacale, su cui Giovanni Michelangeli svolse la relazione “Movimento Sindacale e Consigli di Fabbrica”. Il Vice-Segretario della Camera del Lavoro di Savona, ricordò l’origine dei consigli di fabbrica, ne esaminò la natura e i compiti, nel quadro della concezione gramsciana di essi, affermò la necessità di una loro direzione centrale intesa ad imprimere un nuovo indirizzo alla Confederazione
Generale del Lavoro.
[…] Michelangeli affrontò anche il problema dei compiti del partito di fronte agli altri organismi sindacali (Unione Sindacale, Federazione dei lavoratori dei porti, Federazione dei lavoratori del mare) e di fronte al problema dello sviluppo dell’organizzazione dei contadini. Qui, essendosi manifestate incertezze e differenze di pareri nel corso della discussione, intervenne Gramsci precisando che i comunisti che appartenevano alle varie organizzazioni sindacali, come quelli che facevano parte della Confederazione, non dovevano uscirne, ma costituire nel loro seno gruppi intesi a stabilire un contatto del partito con le masse per averne l’adesione e conquistare le organizzazioni.
L’indicazione fu approvata in un ordine del giorno e in tal senso (per la costituzione dei gruppi comunisti e dei consigli di fabbrica) il partito si impegnò dopo il Congresso.
[…] Si elesse il Comitato Esecutivo Regionale (Arturo Cappa, Giovanni Michelangeli, Luigi Bertolotto, Leonardo Zino, per Savona; Carlo Costantino, Naldo Arecco, per Genova; Leonardo Dulbecco, per Porto Maurizio; Pavolettoni, per la Spezia; Alfredo De Filippi, per il Circondario di Chiavari; Umberto Priami, per la Valpolcevera; Canavese, per i Giovani Comunisti Liguri); il segretario fu Arturo Cappa, che, nel mese di luglio fu sostituito sia nella segreteria regionale, sia nella direzione di Bandiera Rossa, da Rosario Zinnari.
(a cura di) Giancarlo BerrutiGuido Malandra, Quelli del P.C.I. – Savona 1945-1950, Federazione D.S. Savona, 2003

Unico nel panorama del fuoriuscitismo d’esordio savonese per la levatura del suo incarico politico è il caso di Giovanni Michelangeli, uno dei quadri comunisti locali più in vista negli anni dell’occupazione delle fabbriche. Sindacalista professionale, aveva militato accanto al socialista Mussolini e presenziato a Livorno alla fondazione del partito comunista d’Italia. La sua emigrazione fu gestita fin dal 1922 dal Pcd’I e dal Komintern, che lo condussero in Svizzera, Germania, Spagna, Messico, Stati Uniti e infine a Parigi negli organi dirigenziali del partito <144. In generale infatti i quadri comunisti liguri si impiantarono a Parigi, dove la direzione concentrava gli elementi più sperimentati <145.
La sua storia politica comincia nella regione d’origine, nelle Marche, in un paese in provincia di Ascoli Piceno, dove la sua ricca famiglia di proprietari terrieri lo aveva destinato, in quanto figlio cadetto, alla vita seminariale. Insofferente alla vita clericale, si avvicinò presto al movimento popolare di Don Luigi Sturzo, sensibilizzandosi alla causa dei contadini sfruttati nelle grandi aziende agrarie.
Attratto dal movimento sindacale, finì per simpatizzare con i militanti socialisti, destando scalpore tra gli abitanti del luogo. Frattanto, un amore clandestino lo stava allontanando sempre più da una vita imposta da tradizioni comunitarie vissute come un impedimento alla propria realizzazione personale.
Mentre Giovanni viveva questa presa di consapevolezza, il fratello Leone era già emigrato in America dal 1910, e si era stabilito prima in Pennsylvania e poi in Illinois, dove aveva fatto fortuna come ingegnere minerario e si era liberato da un ambiente retrivo che condannava le sue idee politiche anarchiche, per rifarsi una famiglia altrove.
Fu così che nel 1919 Giovanni si spretò e contrasse matrimonio con l’amata Anna Bizzoni, una scelta che gli costò la damnatio memoriae da parte della famiglia, che lo misconobbe e diseredò <146.
Partì allora alla volta del Nord Italia, in cerca di un lavoro e di uno sbocco alla sua inclinazione militante, non sappiamo se indirizzato dai sindacati o se in base ad una scelta autonoma. Giunto dapprima a Mondovì, dove si impiegò in banca, rimase vedovo quando la moglie morì di parto, e da allora decise di votarsi interamente alla causa politica. Si trasferì a Savona, dove si stava formando un agguerrito movimento operaio che necessitava di quadri disposti a guidare il socialismo emergente, e lì cominciò la sua nuova carriera politica e sindacale.
Nel 1921 aderì alla frazione comunista e si mise in vista tra i più efficaci oratori e propagandisti della zona, entrando in contatto con i maggiori esponenti del movimento antifascista locale, come il primo sindaco comunista della città Mario Accomasso e il suo successore Luigi Bertolotto, l’anarchico Umberto Marzocchi, il presidente dell’“Unione portuali” Pippo Rebagliati, per citarne alcuni, fino a conoscere alla sede dell’Avanti!, a Milano, Benito Mussolini in persona, all’epoca della sua militanza socialista.
A Savona si risposò con Teresa Canepa, una donna dalle origini modeste, di famiglia operaia, lavandaia, i cui fratelli erano operai di inclinazione comunista, che ammiravano particolarmente la figura di quest’uomo venuto da lontano.
Fu nel 1922, quando era divenuto segretario della Camera del Lavoro di Savona, che subì i violenti attacchi squadristi, pestaggi, minacce di morte e la messa al bando. Per un primo tempo il partito lo inviò a Napoli a svolgere lo stesso compito alla locale Cdl, ma anche lì venne scoperto e fu incarcerato a Poggio Reale. Nel ‘23, uscito dal carcere, i compagni di Savona organizzarono allora la sua fuga clandestina, facendogli attraversare in treno, di notte, la frontiera svizzera, paese dove fu ospitato da una famiglia comunista. Il suo fu un tipico caso di quadro medio, implicato nelle amministrazioni o nelle cariche pubbliche di estrema sinistra, perseguitate nel Biennio rosso dai fascisti e costretto alla fuga nei primi anni del fuoriuscitismo. L’anno seguente fu un periodo di estenuanti peregrinazioni, durante il quale fu costretto a spostarsi dapprima a Berlino, dove trascorse l’inverno tra il ‘23 e il ‘24, dopodiché passò in Spagna, a Vigo e a Santander, dove era sostenuto sempre dalla rete del Komintern, per potersi imbarcare oltreoceano. Passando per il Messico e trovando una breve sistemazione transitoria a Buenos Aires, dove fece il manovale, riuscì finalmente a giungere negli Stati Uniti, meta cui lo aveva destinato il Pcd’I nel tentativo di diffondere tra la comunità italiana emigrata il comunismo, che ancora aveva poco attecchito tra le masse tendenzialmente tradizionaliste o piuttosto, tra le frange estremiste, più legate al movimento anarchico.
Nel 1925 si era finalmente stabilito a Philadelphia, dove aveva trovato impiego presso una banca, riprendendo un mestiere già appreso in Italia, mentre alloggiava presso il fratello Leone a Springfield.
I legami politici e familiari si intrecciavano evidentemente anche nell’espatrio organizzato da una struttura rigidamente regolata come il partito comunista.
Nel 1927 Giovanni fu impegnato in prima fila nella propaganda in favore della liberazione di Sacco e Vanzetti, e abitava allora a Saint Louis, facendo la spola tra questa città e la casa del fratello, per depistare le forze dell’ordine che lo seguivano costantemente.
Fu allora che venne espulso per la sua attività politica dagli Usa, e gli fu concesso di imbarcarsi per la Germania, dove giunse nel 1928 <147.
Qui dovette ancora una volta adattarsi ai lavori più faticosi, scaricando vagoni merci alla stazione e poi apprendendo il mestiere di parrucchiere a Berlino, che gli sarebbe risultato particolarmente utile nei difficili anni della crisi a Parigi. In ottobre le autorità tedesche gli intimarono di lasciare il Paese ed il partito decise di inviarlo nella capitale francese, dove i dirigenti politici italiani avevano ormai creato una comunità solida e piuttosto ben inserita nella società e nell’ambiente politico locale.
Proprio a Parigi, dopo un primo, breve soggiorno in Svizzera, il Pcd’I aveva insediato il gruppo dirigente, dal momento che si voleva affiancare al “Centro interno” italiano, esposto alle persecuzioni dirette del regime, un “Centro estero” in grado di organizzare alla luce del sole l’azione antifascista. Togliatti, Grieco, Tasca furono tra i primi ad essere inviati oltralpe a questo scopo, per mettere in atto le direttive dell’Internazionale ma anche per avviare una discussione in seno al gruppo verticistico, gestire l’inserimento e l’educazione dei nuovi militanti giunti in Francia, lavorare per il reclutamento tra le masse, ad esempio attraverso la pubblicazione di un organo specifico, lo “Stato operaio” <148.
Dal 1926 erano stati ricostituiti anche l’“Ufficio Politico” ed il “Comitato Centrale”, e si cominciò ad affermare la tendenza che avrebbe sempre prevalso sulle varie correnti interne, quella centrista di Palmiro Togliatti <149. Tutto ciò accadeva – come vedremo approfonditamente più oltre – mentre l’antifascismo non-comunista si riuniva nella “Concentrazione Antifascista” e incontrava le critiche non soltanto dei comunisti, che tacciavano gli aventiniani di essere attendisti “strateghi da caffè”, ma anche dagli stessi giovani dei partiti concentrazionisti, come De Rosa o Pertini, insofferenti alla mancanza di iniziative concrete nei confronti dell’Italia.
Non esisteva in realtà una sezione ufficiale estera comunista, nonostante operasse una direzione nel Centro Estero. Infatti in Francia, ma anche in Svizzera, i fuorusciti comunisti erano organizzati entro i partiti del Paese d’accoglienza, e nella fattispecie i nuovi giunti come Michelangeli venivano inquadrati nei “Gruppi di lingua italiana” del Pcf, formalmente afferenti e rispondenti alla struttura straniera ma di fatto più o meno autonomi dal punto di vista organizzativo a seconda della contingenza <150. Secondo la documentazione ufficiale della segreteria del Pcd’I, essi erano considerati comitati di “applicazione per l’emigrazione <151”, ovvero organi privi di carattere esecutivo,
se non altro in nome del partito italiano, esistenti per agevolare l’inserimento e la collaborazione fra la colonia immigrata e il paese ospitante <152.
I dirigenti dei “Gruppi” erano tenuti a prendere la tessera del partito francese, e a pagare quindi l’iscrizione a cellule straniere, sebbene molti militanti si astenessero dal tesseramento francese, rimanendo formalmente privi di inquadramento partitico. Secondo Loris Castellani si calcola che prima dell’avvento del “Fronte Popolare” degli anni Trenta, anche per i pericoli di un’attività manifesta in condizioni di clandestinità, senza documenti, ad aderire alle file comuniste francesi siano stati solamente dai tre ai cinquemila immigrati italiani, come ha studiato ad esempio Loris Castellani <153. Garosci sostiene che “La Concentrazione Antifascista”, che riuniva le altre forze politiche in esilio, all’epoca ne contava probabilmente di più <154.
Per quanto concerne invece l’attività in vista dell’Italia, dal “Centro interno” il partito reclutava militanti dalla massa degli aderenti emigrati, e l’operato dei Gruppi dipendeva direttamente dal Pcd’I. I Gruppi esistevano ancor prima che il Comitato Centrale fosse arrestato in Italia nel 1926 e la guida del partito passasse da Gramsci a Togliatti, e nel ‘26 erano diretti da Domenico Gnudi <155. In futuro la carica di segretario sarebbe toccata a Giovanni Michelangeli. Essi erano suddivisi in zone amministrative per dipartimenti e regioni, secondo la partizione regionale francese in Est, Ovest, Mezzogiorno, Sud-Ovest.
L’organizzazione italiana non era benevolmente tollerata dalle autorità francesi, soprattutto per la sua partecipazione alle manifestazioni e alle lotte di classe accanto al proletariato locale, e questo atteggiamento si acuì dopo il 1927, quando ritornò al potere la destra di Poincaré. In Francia i comunisti italiani si trovavano nei confronti del governo e delle altre forze emigrate in una condizione contraddittoria, a metà strada tra il gruppo cospirativo e clandestino e la posizione di partito formalmente democratico. Con la salita al potere della destra nel ’28 e la caduta del “Cartel des gauches”, al governo dal 1924, finì l’epoca della semilegalità del Pcd’I in Francia e cominciarono i sospetti, le denunce e le espulsioni anche arbitrarie <156.
Persino le riviste comuniste italiane che uscivano all’estero, come lo “Stato Operaio”, furono costrette a continui cambiamenti di titolo, perché soppresse di frequente dalla polizia francese. Le redazioni straniere non godevano delle stesse garanzie costituzionali rispetto a quelle locali, così le forze dell’ordine perpetuavano arbitri al minimo cenno di agitazione o di manifestazione politica e sindacale <157.
Michelangeli era scomparso improvvisamente senza lasciare traccia di sé in Germania, evidentemente nell’ambito di un ben progettato espatrio clandestino, tanto che la polizia politica e le autorità diplomatiche non riuscirono a rintracciarlo se non al termine dei suoi spostamenti segreti alla fine del 1928. Egli fu infatti segnalato in un albergo “di infimo ordine” nel quartiere popolare della Villette, tipicamente meta di immigrati, nel IXX arrondissement di Parigi. Fu allora che tornò utile l’avere appreso il mestiere di parrucchiere, perché riuscì a mantenersi i primi tempi trovando impiego in un negozio come apprendista.
Nei primi giorni di permanenza nella nuova città Michelangeli si fece chiamare genericamente Giovanni “Savonese”, per non destare troppi sospetti <158.
Nei documenti degli archivi della Pubblica Sicurezza fascista non si riscontrano notizie riguardo ad un’eventuale attività politica di Michelangeli durante i primi mesi della sua stabilizzazione a Parigi. Garosci ricorda che a quell’epoca il regime stava inviando in Francia, e soprattutto nella capitale, provocatori e informatori <159, dunque è probabile che non fosse così agevole stabilire contatti operativi in tempi brevi per i nuovi arrivati del partito ed affidare loro incarichi specifici.
In questo clima di sospetti, spiega Tombaccini, nell’autunno del 1928 si erano costituite, su sollecitazione del partito francese, le “Squadre di Difesa Proletaria”, come sottogruppo di vigilanza poliziesca interna ai “Comitati Proletari Antifascisti” – nati all’indomani dell’emigrazione antifascista per tutelare i diritti delle vittime del fascismo, in particolare in tema di espulsioni e di lavoro – per selezionare rigidamente i nuovi adepti giunti in Francia clandestinamente <160.
3.3 Dal fronte unico dal basso al socialfascismo
Quando Michelangeli giunse a Parigi, il partito comunista in esilio stava operando una riorganizzazione interna, più formale che ideologica, in nome delle necessità contingenti di trovare adesioni tra la massa e di superare le diffidenze
nei confronti di un sempre più manifesto settarismo. I comunisti avevano infatti condotto nell’anno precedente una violenta campagna verbale contro i rappresentanti della Concentrazione, che raggruppava le forze antifasciste democratiche, tentando di isolarla dalle masse sia dal punto di vista sociale, sia da quello politico. Avevano denunciato l’attendismo passivo di un’istituzione che consideravano mero retaggio aventiniano, e proposto una linea di azione più concreta verso l’Italia, attraverso contatti con l’opposizione clandestina, informazione e formazione dei militanti emigrati, legami diretti con una grande organizzazione internazionale dotata di uomini e mezzi materiali.
Tombaccini spiega che dal canto loro i politici della Concentrazione non vedevano nel programma comunista una prospettiva di rinnovamento praticabile. La mobilitazione su base esclusivamente classista, la strategia rivoluzionaria sembravano riservare ai futuri cittadini democratici di un’eventuale Italia liberata dai comunisti un nuovo trattamento dittatoriale, che avrebbe precluso loro la possibilità di affermare le libertà individuali. L’accordo tra comunisti e sinistre concentrazioniste appariva allora del tutto inattuabile <161.
All’inizio del 1928, tuttavia, alcune personalità di spicco del Pcd’I ottennero risultati notevoli in favore di un’evoluzione più gradualista, per accogliere nei programmi azioni intermedie, valori transitori, battaglie parziali ma concrete. Si iniziò a limitare la propaganda rivoluzionaria e prettamente classista in nome di rivendicazioni pratiche, più rispondenti alle esigenze immediate della popolazione immigrata. Togliatti fu uno dei promotori di questa politica del “fronte unico dal basso”, indispensabile ai suoi occhi per conferire alla mobilitazione una parvenza di legalità e per creare così un terreno di intesa con le altre forze classiste emigrate <162.
La strategia di avvicinamento delle masse adottata dal partito fu quella di sfruttare le esigenze che univano in un’unica volontà la popolazione italiana in Francia, e di incanalarle nelle proprie strutture creando comitati di assistenza satelliti. Ciò avvenne dapprima con le organizzazioni preesistenti, e in seguito con la promozione di comitati e associazioni legati più o meno direttamente alla politica di partito; tutte iniziative che sarebbero state riprese negli anni del Fronte Popolare con l’opera dell’“Unione Popolare Italiana”, la più fortunata associazione di massa dell’esilio <163. Ma allora si era ancora lontani da prese di posizione ufficiali frontiste, ed anzi la linea dirigenziale del Pcd’I si sarebbe presto irrigidita in obbedienza alle direttive sovietiche.
I primi a rispondere con entusiasmo all’idea del “fronte unico” furono i “Comitati Proletari Antifascisti”; aderirono poi i “Patronati Italiani delle Vittime del Fascismo”, sorti come i Cpa nel 1927 per assistere le famiglie delle vittime del regime, sotto la guida di Romano “Adami” Cocchi <164. L’anno seguente, nell’autunno del 1928, furono fondate le “Squadre di difesa proletaria” in seno ai Cpa, costituite dagli stessi membri dei comitati, allo scopo di ostacolare l’attività di propaganda fascista dissuadendo gli immigrati dalle strategie consolari di imbonimento; non solo, ma presto si proposero anche di assumersi, come accennato, incarichi di vigilanza e selezione dei militanti, nel clima crescente di sospetto dovuto alle infiltrazioni di spie e informatori del regime sempre più efficace nella sua opera di sorveglianza e repressione all’estero <165.
La prima avventura parigina di Michelangeli coincise con gli anni di maggiore vitalità e ottimismo dell’antifascismo in esilio. In Italia il regime destava malumori non soltanto tra le classi meno abbienti, ma anche fra la media borghesia, mentre in Spagna era stato cacciato Primo De Rivera e si era instaurata la Repubblica. Nonostante le prime avvisaglie interne al Paese, gli esuli italiani non sospettavano ancora la salita al potere di Hitler, e si affacciava per tutti loro una grande stagione di attivismo e illusioni palingenetiche <166.
Dalla Russia sovietica, dove si era tenuto nel settembre del ‘28 il VI Congresso del Komintern, giungevano frattanto precise direttive rivoluzionarie alle sezioni nazionali, tra cui quelle francese ed italiana. Ci si doveva preparare a un’imminente guerra di aggressione dei Paesi imperialisti, anche se, di fatto, all’epoca i governi occidentali non erano pronti né intendevano affrontare un attacco armato verso la terra dei soviet, e si spingevano i gruppi dirigenti comunisti ad incitare le masse lavoratrici alla rivolta. Cominciava ad affermarsi in seno al Komintern la volontà indiscussa di Stalin, e chi si opponeva alla chiusura classista e alla lotta contro i partiti della II Internazionale rischiava l’espulsione quando non l’eliminazione fisica. Così, mentre a Parigi le forze antifasciste riunite nella Concentrazione interrompevano il dialogo con l’intransigente comunismo, il nucleo in esilio del Pcd’I accoglieva le direttive sovietiche, soccombendo a quella politica che tacciava di “socialfascismo” le forze socialdemocratiche. Finivano le speranze di un “fronte unico dal basso”, almeno per il momento.
Questa “scelta di sopravvivenza politica”, come fu chiamata allora dai protagonisti, racconta Tombaccini, costò al comunismo italiano la ligia subordinazione all’Urss, nell’operato ambiguo di Togliatti – segretario del Pcd’I ininterrottamente dal ‘27 e fino alla trasformazione in Pci -, che manovrava da lontano la direzione del Centro estero, consapevole delle sorti del “socialismo reale”; ma al tempo stesso, spiegano gli storici del partito e la Tombaccini stessa, questo gravoso compromesso concesse al partito di ricostituirsi e sopravvivere rifugiandosi nella Francia repubblicana. Il “Comitato Centrale” del Pcd’I era infatti stato interamente arrestato e processato dal Tribunale Speciale, ed occorreva riorganizzarlo sotto l’egida di strutture più forti, che potessero proliferare in esilio e rifondare una rete in Italia. La “svolta” filosovietica del Pcd’I, che intensificò sproporzionatamente l’impegno militante e propagandistico, costò innumerevoli risorse umane, causando perdite considerevoli tra i quadri e alla base. Arresti, carcere, confino, espulsioni furono il risultato di questo impegno sul campo, che avrebbe colpito più volte lo stesso Michelangeli nella sua travagliata avventura francese <167.
Una volta stabilizzatosi lavorativamente e politicamente, Michelangeli riuscì a mettersi in contatto con una famiglia savonese che aveva conosciuto nei pochi anni trascorsi a Savona, amici intimi della moglie Teresa Canepa, abitanti anch’essi nel quartiere popolare savonese di Villapiana dove stavano i Canepa, con i quali si erano formati quegli indissolubili legami di solidarietà di vicinato tipici dei quartieri operai e delle reti antifasciste rionali.
Si trattava della famiglia Grillo-Viberti, due coniugi con un neonato che si erano stabiliti nella capitale e abitavano a Montmartre, in rue Lepic.
[…] Nell’autunno ‘29 cominciò ad essere registrata una precisa attività politica di Michelangeli. Aveva aperto una bottega di barbiere in città alla Villette, stabilizzando così la propria situazione economica, e gli erano stati affidati i primi compiti di propaganda <170.
L’estate seguente era già presidente del Comitato Proletario Antifascista, probabilmente del quartiere della Villette, un gruppo organizzato attorno al suo luogo di lavoro. Per qualche tempo tenne le riunioni senza rivelare agli operai
convenuti, una trentina circa, il proprio vero nome. Durante le sedute si occupava di esporre agli immigrati i valori e gli obiettivi dell’impegno contro il fascismo, parlando chiaramente in termini di comunismo, e dunque attuando pienamente la tattica di partito di reclutare nuovi aderenti in seno agli organismi associativi apolitici. Le storie individuali dei comunisti sembrano confermare che essi, più degli altri fuoriusciti, manifestassero un’identità specificamente partitica oltre che un comune ideale antifascista, conducendo parallelamente alla propaganda contro il regime la propria campagna ideologica, di classe e anti-imperialista. Un passo di una relazione di Michelangeli è capace di rivelare la sua piena adesione alla mentalità e alle direttive del partito: «Disse che spiegava queste cose per farci intendere come bisognava essere veri comunisti magari a costo di lasciarci la pelle». Michelangeli
sensibilizzava i convenuti alla necessità di diffondere i giornali antifascisti, di trovare nuovi operai da inserire nel comitato, di diffidare dei nuovi elementi. Ed effettivamente i sospetti non erano infondati, dal momento che operavano ormai molte spie al servizio della polizia politica, ed anzi queste dettagliate informazioni riguardo alle riunioni provennero proprio da un infiltrato all’interno del comitato.
Il lavoro di Michelangeli era controllato scrupolosamente e a tale scopo gli investigatori si inserivano nelle relazioni costruite sulla base della comune appartenenza di partito e regionale <171.
L’impegno del Pcd’I al fianco delle associazioni a favore dei diritti degli immigrati, che cominciò con la Lidu e che si sarebbe intensificato con la fondazione dell’“Unione Popolare” negli anni Trenta, mirava anche ad obiettivi più prettamente politici, perché la regolarizzazione ed il possesso di documenti riconosciuti costituivano una condizione indispensabile all’impegno politico alla luce del sole.
Parenti e amici comuni fungevano da tramite per la trasmissione di messaggi in codice tra l’Italia e la Francia, senza che questi fossero in prima persona informati (e dunque messi in pericolo) del contenuto delle informazioni consegnate. Così fu per la Canepa e per Giulio Canepa, uno dei fratelli di Teresa che si recò in Francia a trovare la sorella ed il cognato, nella primavera del ‘31 <172. Di lì a poco la crisi avrebbe coinvolto un militante professionista come Michelangeli e avrebbe disgregato i rapporti familiari, costringendo padre, moglie e figlia a continue peregrinazioni.
[NOTE]

  1. Cpc: b. 3262, ff. Leone Michelangeli, Giovanni Michelangeli; intervista ad Anna Michelangeli cit.
  2. Cpc: b. 478, f. Emilia Belviso; b. 3262, f. Giovanni Michelangeli; b. 2532, f. Pietro Umberto Grillo.
  3. Cpc: b. 3263, ff. Giovanni Michelangeli, Leone Michelangeli; intervista ad Anna Michelangeli cit.
  4. Ibidem.
  5. Tombaccini, Storia dei fuoriusciti cit., p. 77.
  6. Ibidem, p. 87.
  7. Garosci, Storia dei fuorusciti cit., p. 90; cfr. in proposito il Capitolo V.
  8. Fg: APcd’I: Inv. 1: u.a. 513-1-196: lettera della segreteria centrale dei gruppi alla compagna Binda, 6 maggio 1936.
  9. Ivi.
  10. Cfr. Loris Castellani, «Les communistes, 1922-1936», in L’Italie en exil, pp. 286-289; Id., «Un aspect de l’immigration communiste italienne en France: les groupes de langue italienne au sein du Pcf (1921-1928)», in Les Italiens en France de 1914 à 1940 cit., pp. 195-221.
  11. Garosci, Storia dei Fuorusciti cit., pp. 92-93.
  12. Garosci, Storia dei fuorusciti cit., p. 90.
  13. Ibidem, pp. 90-91.
  14. Ibidem, p. 93.
  15. Cpc: b. 3263, f. Giovanni Michelangeli.
  16. Garosci, Storia dei fuorusciti cit., p. 52.
  17. Tombaccini, Storia dei fuoriusciti cit., pp. 80-81.
  18. Cfr. ibidem, pp. 76-79.
  19. Ibidem, pp. 78-79.
  20. Se ne parlerà specificamente nel IV Capitolo.
  21. Ibidem, pp. 79-82.
  22. Ibidem, pp. 80-81.
  23. Ibidem, p. 122.
  24. Cfr. ibidem, pp. 123, 126-133.
  25. Cpc: b. 3263, f. Giovanni Michelangeli.
  26. Cpc: b. 3263, f. Giovanni Michelangeli.
  27. Ivi.
    Emanuela Miniati, La Migrazione Antifascista dalla Liguria alla Francia tra le due guerre. Famiglie e soggettività attraverso le fonti private, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Genova in cotutela con Université Paris X Ouest Nanterre-La Défense, Anno accademico 2014-2015

Dopo lo sciopero dell’agosto 1922, come altri numerosi dirigenti comunisti savonesi, fu colpito dal bando fascista ed iniziò una avventurosa vita da esule condotta tra il Messico, gli USA (dove lavorò per un certo periodo in una banca di Filadelfia), la Germania (a Berlino nel 1923, fu componente del Comitato Centrale del Soccorso operaio internazionale), nuovamente gli Stati Uniti, che lasciò definitivamente nel 1928 per tornare in Europa, tra il Belgio e, soprattutto la Francia. A Parigi lavorava come parrucchiere (successivamente aprì un negozio a Mondeville presso Caen) e fu raggiunto, in circostanze romanzesche, dalla moglie, la savonese Teresa Canepa e dalla figlia Anna, che vive ancora nella nostra città con il marito, il partigiano “Gelo” Miniati, figlio e nipoti […]
Redazione, Giovanni Michelangeli, Trucioli savonesi

Per tornare all’impegno specifico dei liguri nella propaganda e nella guerra di Spagna, all’inizio del 1937 Giovanni Michelangeli fu inviato a Nizza, Cannes e Marsiglia, dove incontrò anche Amedeo, per tenere comizi di propaganda in favore degli arruolamenti volontari nel Battaglione Garibaldi, e per incontrare i primi reduci italiani provenienti dalla Spagna, dopo i sanguinosi combattimenti svoltisi a Madrid. L’impegno di Michelangeli in favore dell’intervento militare italiano in Spagna rappresenta un caso interessante di un dirigente comunista, all’epoca a capo dei Gruppi di lingua delle Bouches-du-Rhône, non prettamente conforme alle direttive del partito. La storiografia ufficiale ha dipinto un quadro complesso in cui Pcd’I e Psi avevano optato per un’azione mediata, fornendo aiuti concreti in termini di cibo, vestiario, medicinali in favore dei repubblicani; ma almeno ufficialmente avevano rifiutato il reclutamento e l’invio di forniture belliche, che avrebbero potuto legittimare un’ingerenza fascista, la quale effettivamente si verificò in maniera massiccia. Da parte sua l’Unione Sovietica non si impegnò che indirettamente, favorendo e stimolando la costituzione delle Brigate internazionali. Secondo il parere di Stalin, una posizione radicale dei comunisti avrebbe potuto favorire la separazione con le forze democratiche e di conseguenza il successo del fascismo in Spagna.
[…] Così, mentre le organizzazioni politiche formalmente si tenevano in disparte, persino alti quadri delle più varie appartenenze politiche come Michelangeli rispondevano alla chiamata ideale della guerra spagnola, ritrovando in quella battaglia l’entusiasmo che la vittoria italiana in Etiopia e l’avvento del nazismo avevano soffocato in quegli anni più difficili. La grande sfida politica degli antifascisti si giocava tutta in territorio spagnolo.
Insieme ad Amedeo, Michelangeli si occupava anche di gestire nelle Bouches du-Rhône il rapporto con le strutture associative ed assistenziali, come il “Comitato pro vittime del fascismo”. Effettivamente l’intento politico che sottostava al loro impegno non doveva apparire così velato agli esponenti delle altre forze antifasciste italiane, che denunciavano infatti l’inclinazione social-comunista del Comitato e rifiutavano per questo di garantire l’appoggio della Lidu. Questa tattica del “fronte unico dal basso” si concretizzava parallelamente anche in altre iniziative per l’emigrazione, come la proposta di istituire un’università popolare, al fine di creare consapevolezza politica e formare le capacità di militanza attiva tra i connazionali.
L’“Università Proletaria” fu inaugurata a Marsiglia nel febbraio 1935, e socialisti e comunisti dimostrarono di saper imporre le proprie decisioni da una posizione dominante sul resto dell’emigrazione politica. Lidu e personalità francesi presenziarono alla cerimonia di apertura, in cui Michelangeli prese direttamente la parola davanti ai convenuti. La Lidu fu coinvolta anche nella creazione della “Casa del Proscritto”, un istituto sociale assistenziale, educativo e ricreativo che vide unirsi in un progetto comune tutte le forze politiche emigrate, tra cui il Soccorso Rosso che a Marsiglia era gestito proprio da Michelangeli. Prendeva parte all’operazione anche Italo Oxilia, che era allora approdato a Marsiglia dopo il fallimento dell’attività di Pera e la dispersione della rete savonese di Tolone. Sempre più legato a Gl a titolo personale e isolato dalle conoscenze di paese, collaborava alla mobilitazione del Fronte popolare in favore della causa spagnola, ritrovando per qualche tempo la solidarietà di un concittadino come Michelangeli.
Il lavoro di propaganda era anche svolto denigrando iniziative del regime, come la guerra di aggressione in Abissinia, contro cui Giovanni Michelangeli e i collaboratori indissero comizi e manifestazioni e diffusero manifesti, assieme alle forze francesi e alle loro organizzazioni di ex combattenti. La campagna disfattista fu infatti una delle prime prerogative non soltanto del Pcd’I ma anche del Pcf nel Fronte popolare, che si fece forza dell’ostilità dimostrata dalla Società delle Nazioni all’intervento italiano in Africa. I fuorusciti speravano poi di poter sfruttare l’eventuale guerra come occasione rivoluzionaria, per fomentare un’opposizione popolare capace di scardinare il regime. […] A partire dal ’37 Michelangeli viaggiò per tutta la zona mediterranea della Francia tenendo riunioni con i responsabili dell’Unione Popolare, che in quelle regioni non aveva ancora attecchito come organizzazione di massa, e l’attività associativa era limitata alla politica degli elementi del Fronte unico. Con l’anno nuovo, in gravi condizioni di salute, Michelangeli dovette arrestare il suo zelo e rientrare a Parigi presso la famiglia, nell’appartamento della Cité Voltaire, nell’XI arrondissement, dove morì senza conoscere l’esito della guerra di Spagna, per cui si era tanto battuto. La figlia Anna aveva intanto trovato impiego grazie alle reti dell’antifascismo presso l’Unione Popolare Italiana, come dattilografa, dopo aver frequentato una scuola di specializzazione, e la madre continuava a svolgere mestieri a domicilio. Con l’avvicinarsi della guerra, tuttavia, senza la tutela di Michelangeli, i compagni del Pcd’I decisero di rimandarle in Italia. Salirono su un treno alla Gare de Lyon nel dicembre 1939, mentre tanti altri antifascisti rientravano in patria ponendo definitivamente fine all’avventura migratoria familiare, seguendo l’ondata di rimpatri favorita dalle politiche della Commissione Ciano.

Emanuela Miniati, Op. cit.

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Pensionato di Bordighera (IM)
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