1.100 franchi per figlio agli emigranti in Francia

L’Italia veniva riconosciuta dalla Francia “nazione più favorita”: i suoi emigranti avrebbero ricevuto un trattamento migliore rispetto a quelli di paesi terzi e una serie di facilitazioni amministrative e assistenziali. Questa scelta faceva parte di una più complessa teoria elaborata in Francia a partire dalla fine della guerra che potremmo definire “preferenza italiana”. Il governo francese fece propria questa impostazione, secondo la quale gli italiani – meglio se settentrionali – rappresentavano il gruppo nazionale più idoneo all’immigrazione in Francia, perché meglio assimilabile e meno portatore di conflitti rispetto ad altri immigrati, come ad esempio quelli provenienti dall’Europa dell’est o dagli altri paesi mediterranei <7. Si trattava, secondo gli ambienti politici e intellettuali che avevano elaborato la teoria, di pianificare attentamente i flussi in entrata e fare in modo che la Francia potesse selezionare direttamente gli immigrati e non “subire” il fenomeno, per usare le parole degli ideatori della “preferenza italiana <8.
La firma del 21 marzo 1947 venne salutata in Italia con un certo entusiasmo. “Il Messaggero” riportò la notizia dei duecentomila emigranti in partenza e si soffermò sulle condizioni di ingaggio, interpellando direttamente Croizat <9.
Furono soprattutto le forze di sinistra a mettere in luce quelli che a loro avviso rappresentavano i punti di forza dell’accordo, che d’altronde era stato firmato per parte francese da un ministro comunista, Ambroise Croizat. Anche “l’Unità” intervistò il ministro in occasione del suo passaggio a Roma, evidenziando le forniture di carbone promesse dalla Francia in cambio della manodopera italiana e cogliendo allo stesso tempo l’occasione per chiarire le modalità di applicazione dell’accordo, che avevano suscitato alcune perplessità in Italia già prima della firma del 21 marzo.
“Si è rimproverato alla Francia, abbiamo osservato, di voler reclutare mano d’opera soltanto nelle regioni del Nord Italia”. “Posso chiarire, risponde subito Croizat, che il reclutamento sarà effettuato in tutta Italia, proporzionalmente al numero di disoccupati registrati in ogni regione”. (…) “Riguardo alle notizie riportate da alcuni giornali, quale sarà il trattamento che riceveranno in Francia i nostri lavoratori?”. “Occorre mettere in guardia i lavoratori italiani contro certe informazioni tendenziose. Essi hanno la assicurazione sin da ora di ottenere gli stessi salari e di essere protetti dalle stesse leggi sociali di cui godono i lavoratori francesi” <10.
Le dichiarazioni di Croizat avevano l’obiettivo di rassicurare l’opinione pubblica sulla correttezza delle procedure pensate per favorire l’emigrazione e naturalmente volevano essere anche uno spot a favore dell’arruolamento, tanto che il ministro si soffermò a lungo sulle rimesse, sul salario e sul potere d’acquisto, sulla formazione professionale. L’avvenuta firma dell’accordo venne salutata, il giorno seguente, da un nuovo articolo sulla prima pagina de “l’Unità”: “1.100 franchi per figlio agli emigranti in Francia”.
“Croizat ha tenuto a sottolineare innanzitutto come gli accordi firmati garantiscano agli emigranti italiani condizioni di lavoro migliori di quelle di tutti gli altri lavoratori stranieri che si trovano in Francia. I lavoratori dovranno da parte loro provvedersi di tutti i documenti necessari da cui risulti con esattezza quale è il loro stato di famiglia, ai fini della concessione degli assegni familiari” <11.
Se a sinistra l’emigrazione in Francia veniva abbondantemente pubblicizzata e rivendicata come un fatto politico importante e innovativo, non dello stesso parere erano i membri dell’assemblea costituente di altra parte politica. Paolo Bonomi, democristiano, il 27 marzo 1947 presentò al ministro degli esteri una interrogazione urgente per capire quali fossero le ragioni che impedivano di mettere in pratica gli accordi tra Italia e Argentina, con riferimento esplicito all’accordo appena firmato con la Francia, “e facciano preferire, accordandole precedenza, l’emigrazione in paesi che non possano offrire le condizioni e i vantaggi dell’emigrazione in Argentina” <12. L’emigrazione in Francia veniva vista da alcuni settori democristiani con diffidenza e sospetto, a causa del notevole coinvolgimento – politico e sindacale – della sinistra nella sua organizzazione e realizzazione. Un coinvolgimento che invece era meno marcato nelle trattative con l’Argentina. Bonomi per la sua interrogazione si attirò le ire dei comunisti, che risposero con un corsivo sull’”Unità”:
“Con astuta manovra combinata Sforza – Di Vittorio – Croizat, i comunisti starebbero quindi organizzando un travaso di forze nella Repubblica italiana a quella francese. Qualcosa di simile al principio dei vasi comunicanti. (…) I comunisti francesi non hanno molto bisogno di una immigrazione “politica”; fanno benissimo da soli. La Francia ha bisogno di braccia; l’Italia ne ha in eccesso; l’Italia e la Francia hanno concluso un accordo soddisfacente per entrambe e soddisfacente per i lavoratori che emigreranno: ecco tutto. Ma forse l’on. Bonomi e il “Quotidiano” preferirebbero l’Argentina. E va bene: perché non ci vanno” <13?
L’euforia iniziale svanì piuttosto rapidamente. L’accordo infatti si rivelò un fallimento: dei duecentomila italiani previsti, in Francia ne arrivarono a malapena un quarto, circa cinquantamila. Si ripeteva quanto era accaduto un anno prima, quando i francesi si aspettavano con l’accordo del 22 febbraio 1946 di reclutare ventimila minatori e ne ingaggiarono invece non più di tremila.
L’andamento mensile delle partenze per la Francia dopo la firma dell’accordo si mantenne costantemente al di sotto dei 17.000 espatri previsti
[…] Il giudizio sull’esito fallimentare dell’accordo del 1947 è stato condiviso tra gli studiosi, che hanno messo in luce lo scarto clamoroso tra le aspettative e i risultati concreti <14. Ma quali furono le cause di un simile fallimento, destinato a incidere notevolmente sulle successive politiche migratorie dei due paesi? Sandro Rinauro ha sottolineato al riguardo il peso crescente e determinante dell’emigrazione clandestina. Poiché le procedure di reclutamento e di avviamento degli emigranti erano eccessivamente lunghe e macchinose, conveniva partire come clandestini, tanto più che le autorità francesi sembravano incoraggiare una simile scelta. Le condizioni di accoglienza inoltre, secondo Rinauro, erano ben lontane da quelle promesse nell’accordo e condizionarono negativamente la sua applicazione. Il governo francese era consapevole di questa situazione, tanto che Pierre Guillen ha ricordato come nella corrispondenza tra gli stessi ministeri francesi interessati circolasse la notizia che gli italiani avevano messo in atto molto rapidamente un passa-parola con le zone di partenza. Questo passa-parola tendeva a dissuadere le possibili migrazioni verso la Francia, a causa proprio delle pessime condizioni di accoglienza <15.
Ma cerchiamo di addentrarci più nello specifico dei limiti dell’accordo e del suo scarso funzionamento.
[…] Un altro limite dell’accordo fu nel cattivo funzionamento dei centri italiani in cui sarebbero dovuti transitare gli emigranti. I centri di raccolta francesi erano situati a Nancy, Lione, Dreux, Momélian, Bordeaux, Soisson (per i bieticoltori) e Tolosa, mentre Mentone e Modane sarebbero stati i centri di transito. In Italia i centri da cui dovevano transitare preventivamente gli emigranti erano Roma e Torino, ma come sappiamo la riorganizzazione complessiva delle strutture interne dedicate all’assistenza agli emigranti venne disposta soltanto nel 1948, con il d.l. n. 381 del 15 aprile, a più di un anno quindi dalla firma dell’accordo italo-francese. A Roma un centro di assistenza agli emigranti funzionò in maniera organizzata soltanto a partire dal 1952, presso il binario 12 della stazione Termini <18, mentre il centro di Torino, in funzione quando venne firmato l’accordo, chiuse i battenti dopo pochi mesi, nel novembre 1947, assorbito da quello di Milano. La chiusura del centro di Torino, che funzionò in realtà solo per dieci mesi, rappresentò un problema notevole per l’applicazione dell’accordo di emigrazione. Il centro di Torino – che aveva sede nei locali della Camera del lavoro e venne chiuso perché privo dei requisiti strutturali fondamentali – era particolarmente indicato per l’assistenza a coloro che partivano per la Francia, poiché si trovava vicino al confine e poteva lavorare di concerto con il posto di frontiera. Secondo Francesco Palazzi Trivelli, rappresentante della Camera di commercio di Torino al congresso nazionale per l’emigrazione di Bologna del 1949, la chiusura del centro di Torino aveva provocato danni talmente gravi da contribuire all’insuccesso dell’accordo italo-francese. Tra l’altro, da Torino continuarono comunque a transitare emigranti diretti in Francia, accolti in maniera estremamente precaria:
“I lavoratori emigranti provenienti dal centro di Milano e diretti verso la Francia giungevano a Torino alle 21,05 senza poter ripartire prima delle 5,05, per mancata coincidenza. Torino dovette ugualmente ed improvvisamente accollarsi la responsabilità di assicurare il pernottamento e di fornire almeno un pasto agli espatriandi; la situazione di emergenza venne affrontata con buona volontà, ma il trattamento che si riuscì a fornire fu assai infelice: basti dire
che i giacigli disponibili (nei locali della stazione centrale) superavano di poco la decina e non erano sufficienti neppure alle sole donne o ai bambini dei lavoratori” <19.
Le proteste per la chiusura del centro di emigrazione di Torino ottennero soltanto la riapertura del posto di frontiera di Bardonecchia, che era stato temporaneamente soppresso. Tornando al centro di Milano, è bene gettare uno sguardo alle statistiche. Confrontando i dati dell’emigrazione in Francia con i dati forniti dal centro di Milano sui propri assistiti, emerge con evidenza quanti “buchi” ci fossero nella macchina di assistenza per la Francia: tra il 1946 e il 1950 dei 192.039 lavoratori partiti per la Francia, soltanto 78.820 erano passati per il centro <20. Certo, le cifre non contemplano quanti vennero assistiti a Torino nel periodo gennaio-novembre 1947, ma comunque rivelano una notevole difficoltà da parte delle istituzioni italiane a “intercettare” l’emigrazione in Francia, che mantenne come detto un’alta percentuale di espatri svincolati dagli accordi ufficiali e inevitabilmente vittima delle procedure irregolari di reclutamento.
I centri di emigrazione – come detto – non erano soltanto luoghi in cui prestare assistenza e ricovero ma erano anche i luoghi in cui avveniva la selezione medica e professionale dei candidati all’espatrio. Proprio sulla selezione degli emigranti, secondo alcuni osservatori dell’epoca, difettò l’applicazione dell’accordo italo-francese.
[…] Irregolarità nei contratti, difficoltà nell’invio delle rimesse, problemi nell’assistenza ai lavoratori, rigidità nelle selezioni: l’accordo conteneva fin dalla sua formulazione un insieme di norme ambigue e contraddittorie, che ne pregiudicarono l’applicazione e spinsero nelle reti dell’emigrazione clandestina quanti decidevano di partire ugualmente per la Francia, senza seguire la procedura ufficiale <23. Il percorso così articolato – previsto dalla procedura di avviamento all’emigrazione concordata dai due stati – andava a scontrarsi con una realtà che appariva ben diversa dall’ordinata sequenza di selezione e accoglienza prevista negli articoli dell’accordo.
[…] Ridimensionati i progetti ad ampio raggio di pianificazione dell’emigrazione collettiva, il 3 febbraio 1948 Italia e Francia modificarono parzialmente l’accordo firmato l’anno precedente <26. Rispetto al reclutamento, le nuove disposizioni stabilivano due percorsi: il contratto nominativo, effettuato su richiesta di un datore di lavoro francese e gestito dall’Oni, e il reclutamento cosiddetto “anonimo”, effettuato direttamente dall’Oni presso gli uffici provinciali del lavoro. La quantità annuale di espatri in Francia si mantenne comunque su cifre più basse rispetto al 1947 (vedi appendice statistica), mentre l’emigrazione clandestina restò ancora a lungo un fenomeno rilevante. L’emigrazione collettiva diminuì costantemente, anzi in alcune zone si esaurì del tutto, come segnalò ad esempio il console generale di Marsiglia nella sua relazione sul 1949 <27. Le relazioni redatte ogni tre mesi dall’ambasciata italiana a Parigi sul fabbisogno di manodopera, la disoccupazione e le possibilità migratorie sono caratterizzate, a partire dal 1949, da una generale sfiducia sulle reali opportunità di collocamento di lavoratori italiani. Tali opportunità sembravano presenti soltanto sul piano teorico, perché all’atto pratico la possibilità di coprire le carenze di manodopera con l’arrivo di immigrati italiani si scontrava con una serie di problemi: l’opposizione sindacale della Cgt, la riluttanza degli imprenditori, che nonostante tutte le modifiche apportate di anno in anno consideravano ancora troppo lunghi i tempi di reclutamento (ridotti nel 1952 a due mesi complessivi), le conflittualità interne allo stesso governo francese <28. Il 9 febbraio 1951 un comunicato dell’ambasciata italiana a Parigi chiariva – in modo un po’ affrettato – quali fossero in Francia i termini del dibattito:
Il problema dell’immigrazione in Francia ha un duplice aspetto, a seconda cioè se esso è preso in esame da esperti in questioni demografiche oppure da esponenti sindacali del lavoro. I primi si preoccupano essenzialmente di rinsanguare una popolazione, invecchiata precocemente per la scarsità delle nascite. Gli altri, i quali hanno soprattutto di mira il fenomeno della disoccupazione e temono le sue immediate conseguenze sociali, vogliono che agli organizzati di classe venga assicurato il diritto di poter lavorare. E’ per ciò che in tale stampa si legge, da un lato, che la politica immigratoria francese nel dopoguerra è fallita, e, dall’altro, che i sindacati si ritengono soddisfatti della politica da essi seguita, di avere cioè permesso l’introduzione nel paese di lavoratori stranieri limitatamente alle necessità immediate della manodopera <29.
Gli sforzi italiani si rivolsero anche al contesto internazionale, ponendo la questione del potenziamento dell’emigrazione italiana in Francia sia in occasione delle riunioni dell’Emico, sia durante le trattative per l’accordo della Ceca (in particolare sull’articolo 69), sia nell’ambito della preparazione dell’Unione doganale italo-francese <30. Gli sforzi, però, servirono a poco.
[NOTE]
7 A. Bechelloni, Il riferimento agli italiani nell’elaborazione di una politica francese dell’immigrazione (1944-46), in G. Perona (a cura di), Gli italiani in Francia, 1938-1946, in “Mezzosecolo. Materiali di ricerca storica”, 9, 1994, pp. 46-57. Sulle origini e le trasformazioni delle politiche migratorie nel dopoguerra dei due paesi si veda A. Spire, Un régime dérogatorie pour une immigration convoitée. Le politiques françaises et italiennes d’immigration/émigration après 1945, in “Studi emigrazione”, 146, 2002, pp. 309-23.
8 Si veda A. Bechelloni, Il riferimento cit., pp. 50-1.
9 200mila lavoratori emigreranno in Francia. Un’intervista col ministro francese del lavoro Croizat, in “Il Messaggero”, 21 marzo 1947, p. 1.
10 Il trattamento della Francia agli operai italiani che emigreranno, in “l’Unità”, 21 marzo 1947, p. 1. Molto spazio veniva riservato alla possibilità, prevista dall’accordo, che gli emigranti ricevessero assegni familiari. Per una documentazione dettagliata sulle procedure di richiesta e di assegnazione di tali contributi si veda: Acs-Minlav, Dgcm, Divisione VIII, b. 379, fasc. “Assegni familiari per i lavoratori emigrati in Francia, 1946-50”.
11 1.100 franchi per figlio agli emigranti in Francia, in “L’Unità”, 22 marzo 1947, p. 1.
12 Assemblea costituente, Atti della assemblea costituente, Discussioni dal 4 marzo 1947 al 15 aprile 1947, vol. III, seduta del 27 marzo 1947, Tipografia della Camera dei Deputati, Roma, p. 2541.
13 Emigri pure, in “L’Unità”, 29 marzo 1947, p. 1. Italia e Argentina firmarono un accordo di emigrazione nel febbraio 1947, accordo che venne aggiornato nel gennaio dell’anno successivo. Le trattative tra i due paesi vennero a tratti criticate dalla sinistra italiana, che accusava gli imprenditori argentini di eccessive pretese sulla manodopera emigrante. Non mancò anche un piccolo incidente diplomatico, quando Di Vittorio definì “negrieri e schiavisti” i datori di lavoro stranieri, provocando le proteste della delegazione argentina che si trovava in Italia proprio per concludere l’accordo. Su questa vicenda e più in generale sulla nascita e l’applicazione dell’accordo di emigrazione italo-argentino si veda L. Capuzzi, La frontiera immaginata. Profilo politico e sociale dell’immigrazione italiana in Argentina nel secondo dopoguerra, Angeli, Milano 2006, pp. 54-61. Sulla posizione della Cgil nel corso delle trattative con l’Argentina si veda P. Zanetti Polzi, Lavoro straniero cit., pp. 15-16.
14 L. Rapone, L’emigrazione come problema cit., p. 181, S. Rinauro, Percorsi cit., p. 13, E. Serra, La normativa sull’emigrazione italiana dal fascismo al 1948 con particolare riguardo alla Francia, in G. Perona (a cura di), Gli italiani cit., pp. 3- 18. Y. Moulier parlò, a metà degli anni settanta, di “sconfitta della programmazione capitalista della manodopera immigrata”: Id., Un paese d’immigrazione: la Francia, in A. Serafini (a cura di), L’operaio multinazionale cit., pp. 35-75.
15 P. Guillen, I rapporti franco-italiani dall’armistizio alla firma del patto atlantico, in G. Quazza ed altri, L’Italia dalla liberazione alla repubblica, atti del convegno internazionale organizzato a Firenze il 26-28 marzo 197 con il concorso della Regione Toscana, Feltrinelli, Milano, p. 179.
18 Nasce il posto-sosta emigranti alla stazione Termini di Roma, in “Bollettino della Giunta cattolica per l’emigrazione”, nn. 9-10, 1952, p. 162.
19 F. Palazzi Trivelli, L’esperienza torinese in fatto di centri emigranti, in Camera di commercio industria e agricoltura di Bologna, Congresso nazionale per l’emigrazione cit., pp. 232.
20 I dati sono stati raccolti da Acs Minlav, Dgcm, Div. VIII, b. 389, fasc. “Centri raccolta emigranti”.
21 F. Palazzi Trivelli, L’esperienza cit., p. 233.
23 Sandro Rinauro ha messo in evidenza che tra i clandestini in Francia vi erano anche alcuni di coloro che erano stati scartati alle selezioni in Italia: Id., Percorsi cit., pp. 23-24.
26 Tra le modifiche più importanti c’era proprio la collocazione di un funzionario francese presso gli uffici provinciali del lavoro, addetto ad una prima selezione dei candidati e alla comunicazione delle informazioni sul futuro professionale e abitativo degli emigranti. Altra modifica rilevante, destinata a provocare non pochi problemi, fu relativa al pagamento delle spese di viaggio per coloro che da Milano partivano per raggiungere la Francia: secondo l’accordo del 1947 queste spese erano a carico dell’Oni, le nuove disposizioni del 1948 stabilirono invece che le spese di viaggio erano a carico del centro emigrazione di Milano. La corrispondenza preliminare tra le istituzioni italiane e francesi coinvolte e il contenuto della revisione dell’accordo sono consultabili in Acs-Minlav, Dgcm, Divisione VIII, busta 375, fasc. “Emigrazione italiana in Francia. Informazioni, notizie e dati statistici, 1946-1949”.
27 Si veda “Emigrazione regolare durante l’anno 1949 in Francia”, in Acs-Minlav, Dgcm, Divisione VIII, busta 375, fasc. “Emigrazione cit.”.
28 Sulla posizione della Cgt e la sua evoluzione si veda L. Blévis, Des ouvriers italiens du bâtiment à la Cgt. Une étude de la presse syndicale (1945-1963), in M. C. Blanc-Chaleard – A. Bechelloni (a cura di), Gli italiani in Francia cit., pp. 429-43. Sulla questione delle richieste di manodopera si veda il sottofascicolo “Francia. Fabbisogno di manodopera (relazioni trimestrali)” in Acs-Minlav, Dgcm, Divisione VIII, busta 376, fasc. “Emigrazione italiana in Francia. Informazioni notizie e dati statistici sull’emigrazione, 1951”.
29 Ibidem.
30 L’emigrazione fu tra i temi al centro della conferenza di Santa Margherita ligure (12-14 febbraio 1951) tra i due paesi, un incontro al massimo livello tra i due governi dove vennero discusse questioni diplomatiche, economiche e politiche. In particolare la delegazione italiana cercò di esercitare pressioni a favore della regolarizzazione di tutti gli italiani entrati clandestinamente in Francia al 31-12-1950, cercò il sostegno della Francia presso gli organismi internazionali alle richieste italiane in materia di emigrazione, propose la sperimentazione della cosiddetta “emigrazione diretta”, cioè il trasferimento in Francia di un migliaio di famiglie contadine italiane. Si veda al riguardo: E. Serra, L’Unione doganale italo-francese e la conferenza di Santa Margherita (1947-1951), in J. B. Duroselle – E. Serra (a cura di), Italia e Francia cit., p. 105. Sull’”emigrazione diretta” si veda il sottofascicolo “Emigrazione diretta” in Acs-Minlav, Dgcm, Divisione VIII, busta 376, fasc. “Emigrazione italiana in Francia. Informazioni notizie e dati statistici sull’emigrazione, 1951”. Per collocare le vicende legate all’emigrazione all’interno del contesto più esteso delle trattative tra i due paesi si veda P. L. Ballini – A. Varsori (a cura di), L’Italia e l’Europa (1947-1979), Rubbettino-Istituto Sturzo, Soveria Mannelli-Roma, 2004, pp. 24-25. Sul ruolo di De Gasperi nelle trattative di Santa Margherita e il suo tentativo di inserire la questione della libera circolazione della manodopera si veda P. Craveri, De Gasperi, il mulino, Bologna 2006, pp. 510-11. Per approfondire ulteriormente la questione si veda Acs-Archivio Giovambattista Bertone, busta 11 “Stampati, atti parlamentari, relazioni sulla commissione mista franco-italiana per l’unione doganale”.
Michele Colucci, Forza lavoro in movimento. L’Italia e l’emigrazione in Europa, 1945-1957, Tesi di Dottorato, Università della Tuscia di Viterbo, 2008

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Pensionato di Bordighera (IM)
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