Il plotone di esecuzione era formato da elementi misti della GNR e della Brigata Nera

Savona: la Torretta. Fonte: Mapio.net

Genovese Giacomo: nato a Catanzaro, Capitano della Brigata nera “Briatore” <1
Interrogatorio del 12.5.1945 nelle carceri di Savona:
Mi sono iscritto al PFR il 2 novembre 1943 ed in data 15 gennaio 1944 sono stato assunto all’Ente Assistenza Fascista in qualità di impiegato. Fondate le brigate nere mi sono iscritto con il grado di milite conseguendo successivamente il grado di tenente ed essendo già redattore capo della Gazzetta di Savona, sono stato confermato nell’incarico. Nell’assenza del direttore responsabile Caporilli Mario, ne assumevo io la direzione. Ho partecipato a 7 o 8 rastrellamenti ed eseguito numerosi fermi. Gli ordini venivano impartiti direttamente dal federale oppure dal comandante della GNR, dalla San Marco o dai tedeschi ai quali eravamo aggregati. Ammetto che i detenuti politici fermati dalla federazione venivano sottoposti ad interrogatorio e talvolta malmenati da tutti i componenti dell’ufficio politico e precisamente: Ten. Simone Osvaldo, Rebora, Ronchi, Bedotti Cesare, Crescenzi, Piano Pietro, Bernarda (padre), Gori ed il noto Lombardo Michele ed il famigerato Petronelli, del quale può dare ampie notizie l’ex Questore Nitti.
Io personalmente ho colpito con due pugni un giovane di Vado Ligure perché all’atto del fermo si era nascosto in casa sua per sottrarsi al fermo. Altro individuo che era classificato dal Petronelli quale partigiano lo colpii con lo scudiscio. Preciso che nel corso dei rastrellamenti da me effettuati e che non si è mai avuto modo di sparare un colpo, quando non era possibile catturare elementi partigiani, venivano da noi fermati ed accompagnati in federazione uomini di età giovane e che all’apparenza potevano essere sospettati di essere tali. Come sopra detto noi dipendevamo in special modo dal comando tedesco del quale eravamo organi esecutivi in quanto nessuna operazione poteva essere effettuata senza il loro preventivo permesso. Anche i rastrellamenti venivano in parte proposti da noi ed autorizzati dal comando tedesco mentre altri venivano direttamente ordinati dal comando tedesco. In seguito all’uccisione del Maggiore Massabò della GNR, si venne nella determinazione di ottemperare ad una disposizione voluta dal Prefetto Mirabelli o dal federale, secondo la quale per ogni fascista ucciso dovevano essere passati per le armi dieci antifascisti. Per caso in quei giorni si era venuti alla scoperta di un’organizzazione femminile clandestina, facente capo alla signora Paola Garelli ed avente lo scopo di distribuire manifestini, procurare denaro ed indumenti per elementi partigiani, carpire notizie militari e fuorviare elementi della San Marco. Unitamente alla Garelli venivano per tanto arrestati altri elementi femminili e maschili fra cui le signorine Ernestina Berruti, Pallavidino Maria ed altre ragazze di cui non ricordo i nomi. Il Capitano Petronelli assumeva la direzione dell’inchiesta e unitamente al Federale Aicardi procedeva all’interrogatorio degli imputati con metodi che posso definire inumani. E’ inutile ricordare i metodi adottati dal Petronelli e dall’Aicardi perché erano noti in tutto l’ambiente cittadino. Con tale sistema quasi tutti i fermati ammisero le loro colpe ed allora il federale ed il Petronelli decisero le rispettive condanne, dichiarando che coloro che dovevano subire la pena capitale dovevano essere dieci. Il famoso tribunale per tali condanne non si è mai riunito e semplicemente una mattina l’Aicardi convocò tutti gli ufficiali ai quali furono letti i verbali di interrogatorio e le conseguenti sentenze. Ricordo che per tale procedura il Commissario Straordinario per la Liguria, Sangermano, protestò energicamente deprecando il sistema. Il plotone di esecuzione era formato da elementi misti della GNR e della Brigata Nera, al comando di un ufficiale della Guardia che non sono in grado di precisare. Credo sia stato il Tenente Peghini. Posso affermare che gli uccisori del curato Don Peluffo sono quelli che appartenevano all’Ufficio Politico della federazione. In seguito al lancio di bombe a mano contro la sentinella in federazione, Trentarossi, che rimase ferito, il Federale Pini impartì l’ordine al Tenente Simone, dell’Ufficio Politico, di prelevare un detenuto che si trovava nelle celle della federazione per passarlo per le armi. Vennero incaricati dell’esecuzione il Ten. Contini Ennio, il Ten. Simone Osvaldo, Rebora, Ronchi e probabilmente anche Piano Pietro. Agenti informatori della federazione erano: Zunino Alberto, Scotto Arturo, signora Sterlich, signora Sanguinetti, amante del Federale Pini, la signora Brazzino e la signora Giusti, tutti residenti a Savona. Ai rastrellamenti hanno partecipato i seguenti ufficiali della brigata nera: Caporilli Mario, Aicardi Quinzio, Polo Pini, Grossi Arturo, Sguerso Carlo, Raimondi Alberto, Paderni Renato, Petronelli Carlo, Lombardo Michele, Montorri Guerrin e gli ufficiali del San Marco Ricciardi Onofrio e Sesta Vincenzo che erano i comandanti del reparto di pronto impiego. Vi era anche il ten. Novella, il Tenente Giglio, Bacchiocchi Primo ed il Ten. Simone Osvaldo. Complessivamente la forza della brigata si aggirava sulle 150 unità, ripartite fra Vado, il posto di blocco di Albisola e servizio fisso al comando tedesco. Vi erano poi tre distaccamenti: Varazze, Albenga ed Alassio, comandati rispettivamente da Felice Uboldi e Fabbrichesi a Varazze, da Scippa prima e poi Sesta ad Albenga e ad Alassio Capello prima ed Esposito poi. Tutti questi reparti erano alle dipendenze dei tedeschi ed anzi aggiungo che i reparti di Alassio ed Albenga dovevano effettuare i servizi di pattuglia per conto dei tedeschi.
Dichiarazione del Genovesi su elementi della brigata nera rimasti a Savona come franchi tiratori:
Sottotenente Novella che credo abbia raggiunto la moglie parrucchiera ad Albenga. Sottufficiale Bini Tancredi, ha una mano offesa da una ferita da fucile con lunga cicatrice che va dall’alto in basso della mano. Brigata nera Secchi Gavino, abitante in un vicolo vicino al Duomo. Brigata nera Traccaro Renato, rimasto a Vado Ligure, profugo napoletano. Brigata nera Vercellino Aldo, del distaccamento di Vado Ligure. Brigata Nera Cuneo, probabilmente ancora a Savona, postino della brigata. Sottotenente Sguerso Carlo, in colonna fino ad Albisola. Brigata nera Gandussi Guglielmo, del posto di blocco di Albisola. Fratelli Esposito di Alassio. Brigata nera Ristorto, rimpatriato da Mentone.
1 Giacomo Genovese venne fucilato a Vado Ligure in località Fosse S. Ermete il 29 giugno 1945 dopo essere stato prelevato con altri dal carcere di Finalborgo dove era detenuto.
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 – Liguria: Imperia – Savona – La Spezia, StreetLib, Milano, 2019

Vennero così arrestati a Savona in pochi giorni Stefano Peluffo, organizzatore del FdG, Franca Lanzoni, Paola Garelli e Giaela Lombardi, mentre alcuni altri, tra cui Francesco Vigliecca “Kamo”, evitarono l’arresto per una serie di coincidenze fortunate. La Lombardi, delegata del Partito Repubblicano per i contatti con il CLN, fu catturata in casa di Teresa Viberti, attivista dei Gruppi di Difesa della Donna sfuggita fortunosamente all’arresto; tornò in libertà dopo tre mesi di carcere senza aver rivelato elementi utili agli inquirenti. Franca Lanzoni era stata arrestata mentre tentava di far disertare alcuni “marò” nella frazione di Santuario, mentre ad incastrare la Garelli era stato invece il materiale destinato ai partigiani rinvenuto nella sua abitazione. Così, quando i sapisti uccisero in pieno giorno il maggiore della GNR Giorgio Massabò, responsabile dell’arruolamento di lavoratori da inviare in Germania, si scatenò una nuova rappresaglia. Dopo aver minacciato di morte i pompieri (noti fiancheggiatori della Resistenza) che avevano trasportato il corpo dell’ufficiale nella vicina caserma, sulla base dell’autopsia che chiariva come Massabò fosse stato ucciso da alcune fucilate sparate dall’alto, i fascisti arrestarono alcune persone tra cui la settantenne Luigia Comotto, residente in un appartamento da cui si sospettava fossero partiti i colpi. Sottoposta a violenti interrogatori, l’anziana donna non parlò. Così, il 1° novembre 1944, alla Fortezza del Priamar di Savona furono fucilati per rappresaglia Paola Garelli, Franca Lanzoni, Luigia Comotto, Stefano Peluffo, il sapista Giuseppe Baldassarre e l’ex carabiniere Pietro Cassani.
Stefano d’Adamo, Savona Bandengebiet – La rivolta di una provincia ligure (’43-’45), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999/2000

Petronelli Carlo: ufficiale della Brigata Nera “Briatore”, Ufficio Politico
Interrogatorio del 12.12.45: Alla data dell’8 settembre mi trovavo militare a La Spezia nella Regia Marina. A seguito dello sbandamento rientrai a Savona dove gestivo un negozio in Via Montenotte, gestivo commestibili, frutta e verdure. Nell’ottobre del 1943 mi iscrissi al PFR e da allora cominciai a frequentare sporadicamente la federazione come facevano altri fascisti.
[…] Ricordo che verso la fine di ottobre del 1944 mi presentarono in federazione un maggiore paracadutista con tre militi della San Marco, dei quali mi pare che uno si chiamasse Monopoli ed un sergente di cui non ricordo il nome, quest’ultimo aveva consegnato un pistola a tale Paola Garelli, pistola che fu poi trovata in casa di tale Baldassarre. Costoro riferirono di aver scoperto le persona che provvedeva all’arruolamento dei partigiani fra gli elementi dell’esercito repubblicano. Uscimmo una prima volta seguendo le indicazioni del maggiore, il Federale Aicardi, io, i tre militi della San Marco ed alcuni elementi della brigata nera. Se non ché l’appostamento non ebbe esito in quanto il maggiore disse che evidentemente eravamo stati scoperti. Successivamente uscirono di nuovo il federale ed alcuni militi che rientrarono con la Lanzoni che fu interrogata dal federale, da me, dal Genovese e dal Raimondi. Dopo l’interrogatorio il federale uscì portando con se la Lanzoni, accompagnati da alcuni militi. Poco dopo ricevetti una telefonata dal federale che mi inviata a recarmi con un autocarro in Via Montenotte. Qui incontrai l’Aicardi con la Lanzoni e la Garelli. Entrammo quindi nella casa della Garelli dove trovammo un certo quantitativo di farina, indumenti e medicinali destinati ai partigiani. La sera, in federazione, fu interrogata la Garelli da me presente e dal solito gruppo. Il mattino seguente, l’Aicardi, che per l’occasione aveva indossato una divisa della San Marco, applicandosi un cerotto al naso ed accompagnato dai tre militi della San Marco e da una ventina di militi della brigata nera,
partirono per una corriera alla volta del santuario. Questa spedizione aveva lo scopo di catturare il Baldassarre, il quale si sarebbe dovuto rintracciare con la parola d’ordine “Come va il naso?”. Nelle prime ore del pomeriggio, l’Aicardi con il resto dei militi, tornò portando dietro il Baldassarre. Egli manifestò subito il proposito di passarlo per le armi, dato che era stato trovato in possesso della pistola data alla Garelli dal sergente della San Marco. Io gli feci osservare che era meglio prima interrogarlo ed accertare bene il fatto, dato che il Baldassarre dava segni di squilibrio mentale e chiese perfino di arruolarsi nella brigata nera. Nel corso delle indagini venne accertata anche la complicità del Peluffo Stefano. Complessivamente in quei giorni furono arrestate circa una quarantina di persone, tutte indiziate di appartenere all’organizzazione che faceva capo a certa Luciana che non fu arrestata, benché io ne sapessi il nascondiglio. Quando fu ucciso il Maggiore Massabò, il Federale Aicardi mi chiamò in federazione e mi disse, che d’accordo con il Questore Nitti, bisognava fucilare 10 ostaggi. A quanto mi venne poi riferito il plotone di esecuzione era comandato dal Capitano Messa della GNR, della brigata nera e so che ha presenziato il Ten. Sguerso ma non so in che vesti.
Leonardo Sandri, Op. cit.

I prelevamenti illegali continuarono in un lento stillicidio che aveva il suo epicentro sulle alture di Segno, dove furono seppelliti numerosi fascisti eliminati con procedimenti sommari. Tra questi, in particolare, i brigatisti neri Antonio Grosso (già condannato a 10 anni di reclusione per collaborazionismo) ed Ernesto Roveda, uccisi il 26 giugno presso Sant’Ermete di Vado insieme a Giacomo Genovese, anch’egli tenente della “Briatore” responsabile di diversi rastrellamenti ma anche inviso redattore capo della “Gazzetta di Savona”. Pare che Genovese sia stato addirittura sepolto vivo, ma non vengono citate le testimonianze al riguardo <135. Un ultimo, clamoroso episodio di questo genere costò la vita a quattro tra i peggiori elementi dell’Ufficio Politico Investigativo di Savona. Il capitano della GNR Luigi Possenti, ex comandante del campo di prigionia dell’istituto Merello a Spotorno (nel quale erano stati incarcerati gli scioperanti del 1° marzo ’44 poi deportati nei lager nazisti) e Alberto Zunino, noto torturatore di partigiani erano stati regolarmente condannati a morte insieme a Genovese il 23 giugno 1945, come riportato dal “Corriere Ligure”.
Coimputato nello stesso processo era l’imperiese Zeffirino Gastaldi, che aveva riorganizzato le polizie fasciste a Savona, e che morì per le conseguenze delle ferite riportate durante un bombardamento, risparmiando lavoro alla Corte e al plotone d’esecuzione <136. Anche Franco Zunino, fratello di Alberto e temuto picchiatore, e il genovese capitano Mario Bazzan erano stati condannati a morte in quel periodo. Il 24 giugno alcuni ex partigiani, penetrati all’interno del carcere di Sant’Agostino dove erano detenuti i principali condannati, lanciarono una bomba a mano nel cortile, uccidendo due prigionieri. In seguito a questo avvenimento i fratelli Zunino, Bazzan e Possenti furono trasferiti nel carcere di Finalborgo “per motivi di sicurezza”. Qui i quattro furono prelevati da partigiani della polizia ausiliaria in possesso di documenti apparentemente regolari (ma in realtà falsificati), che li portarono nella zona di Segno, al cosiddetto “Campo Stringhini” (località forse identificabile con il “campo dei Francesi”, così ribattezzata dal soprannome di uno dei fascisti ivi uccisi, Antonio Ghibaudo “Stringhini”), e li uccisero. La sorella dei fratelli Zunino ha riferito recentemente ad un quotidiano che nel ’53, quando le salme furono riesumate, il parroco del luogo disse che era impossibile perdonare gli assassini <137. Considerando chi erano gli uccisi, mi si permetta per una volta di dissentire. La morte degli Zunino, di Bazzan e di Possenti chiuse la fase della violenza insurrezionale, anche se per molti mesi, come accenneremo brevemente, si verificarono altri omicidi ad opera della banda detta della “Pistola Silenziosa”.
[NOTE]
135 M. Numa, La stagione del sangue, Savona, La Ricerca, 1991, pp. 82 e 220.
136 Ibidem, pp. 28-29.
137 Ibidem, pp. 30 e 116-118. Si noti, a proposito di Antonio Ghibaudo, sergente della GNR, che in Badarello-De Vincenzi, op. cit., p. 186, era stato dato per ucciso nella sparatoria che era costata la vita a Furio Sguerso, il 20 ottobre 1944 a Villapiana. A meno che non si trattasse di un suo parente stretto anch’egli sergente della GNR, il dato è errato.
Stefano d’Adamo, Op. cit.

L’interregno partigiano a Savona, con i suoi cinque giorni, fu il più lungo registrato in Liguria. Tra il 25 ed il 30 aprile è accertato che persero la vita non meno di 215 persone (ma probabilmente di più) <13 sulle 316 uccise in totale all’interno della Seconda zona fino al 30 giugno. Le esecuzioni succedutesi tra la Liberazione e i primi giorni dell’estate possono essere grossolanamente suddivise in alcune categorie:
a) Uccisione, dapprima in prevalenza in combattimento, poi a freddo, di militari della divisione “San Marco”;
b) Eliminazione di appartenenti ad altri corpi armati della RSI e del PFR: guardie repubblicane, brigatisti neri, questurini, ecc.;
c) Prelevamenti illegali di prigionieri, regolarmente detenuti in attesa di processo in carceri e campi di concentramento, portati via e uccisi (Cadibona, 11 maggio <14 e a S. Ermete, 26 giugno <15);
d) Uccisione di singoli civili più o meno compromessi con il fascismo;
e) Stragi di intere famiglie accusate di spionaggio e/o connivenza con il nemico, compiute sovente anche per rapina o per beghe di paese.
[NOTE]
13 Calcoli tratti da M. NUMA, La stagione del sangue, Savona 1991.
14 Prelevati dal Carceri Penali e Giudiziarie di Alessandria.
15 Prelevati dal Reclusorio di Finalborgo.
Antonio Martino, La riorganizzazione delle forze di polizia nel dopoguerra a Savona (1945-1946), pubblicato in “Atti e memorie della Società Savonese di Storia Patria”, n.s., vol. XLVII, Savona, 2011, pp. 177-204

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