La persecuzione contro gli ebrei era quindi motivo di mobilitazione e resistenza

Come si vede da questi esempi citati, i principali organi clandestini dei partiti che componevano il CLN diedero notizia nelle loro edizioni romane della retata del 16 ottobre <94.
Stupisce in questo contesto il silenzio invece dell’Avanti!, che nei numeri usciti quel mese non riportava l’episodio in modo esplicito ma ne faceva probabilmente riferimento nell’articolo comparso a inizio novembre dal titolo “Le solite atrocità tedesche”, all’interno del quale, dopo aver parlato delle deportazioni subite da civili, uomini politici, lavoratori e carabinieri, scriveva: «Sono decine di migliaia gli ebrei che da tutte le città d’Italia vengono strappati alla casa ed avviati ad una vita di miserie e di stenti inenarrabili, che nella maggior parte dei casi li condurrà a morte» <95. Al contrario, l’edizione clandestina piemontese stampata a Torino riservava spazio all’operazione nazista a Roma <96.
[…] reazione ai nuovi provvedimenti antiebraici di Salò di fine novembre ’43. È in questo momento che nei giornali partigiani si prende coscienza di come la politica di sterminio nazista sia arrivata definitivamente anche in Italia e cominci ad avere la collaborazione concreta delle autorità fasciste. Dalla lettura di questi primi articoli, la politica antiebraica tedesca ad Est risulta essere conosciuta, seppur non nei minimi particolari: non si ritrova ancora alcun riferimento alle camere a gas o ai forni crematori, poi citati col passare dei mesi, né compaiono i nomi dei luoghi dello sterminio. Del resto, questi non appaiono nemmeno nei documenti ufficiali scambiati ad esempio dalle autorità di polizia italiane, fonte di informazione per la Resistenza, all’interno dei quali si utilizzano formule neutre come “evacuati al nord” oppure “per ignota destinazione”, espressioni riprese spesso all’interno degli stessi articoli della stampa partigiana <98.
Tuttavia emerge la consapevolezza che per gli ebrei la deportazione nei campi di concentramento nazisti significa la morte: pare esclusa la possibilità che questi finiscano ai lavori forzati e viene quindi più volte detto che le vittime di queste operazioni non sono uomini in grado di lavorare, ma donne, anziani e bambini. Resta tuttavia in queste righe un senso di stupore e di impreparazione di fronte a un evento che non si credeva potesse coinvolgere anche la popolazione italiana: in questo senso, sembra quasi che permanga una certa speranza verso l’atteggiamento delle autorità di Salò, alle quali si dichiara certamente guerra in caso di collaborazione con gli occupanti ma che sono anche sollecitate con appelli (spesso sotto forma di minacce e ritorsioni) per dissuaderle dal collaborare in tali pratiche repressive e inumane ritenute, da molti, estranee all’attitudine degli italiani.
Particolarmente significativo è l’articolo comparso sull’Unità, nell’edizione romana del 7 dicembre 1943. La dettagliata descrizione della misura di polizia appena presa da Salò si spiega probabilmente perché il testo del provvedimento fu pubblicato su tutti i giornali ufficiali della RSI, con tanto di commenti a margine. Il pezzo dell’organo comunista riprendeva i contenuti già espressi in occasione della retata del 16 ottobre: “Or è qualche giorno è stata diramata per immediata esecuzione ai capi delle varie province (cioè ai ras dello squadrismo locale) un’ordinanza di polizia che commina per tutti gli ebrei senza eccezioni l’invio in campo di concentramento, il sequestro e la successiva confisca dei beni; e per i nati da matrimonio misto (“ariani” secondo le leggi razziali fasciste) la sottoposizione a una speciale vigilanza da parte della polizia. I Romani, i quali hanno assistito con orrore, nello scorso ottobre, all’inumana e bestiale razzia operata dalle SS tedesche contro questi infelici; che hanno conosciuto in questi giorni le feroci torture e le innominabili sevizie a cui venivano sottoposti da parte dei criminali di Palazzo Braschi quelli di loro che non erano in grado di far le spese di esosi ricatti, comprendono benissimo qual sinistro e delittuoso disegno si annunzi sotto il pretesto di “prendere misure cautelari nell’interesse d’Italia” secondo l’espressione di un autorizzato (che val quanto dire prezzolato) giornalista. I Romani non possono permettere che tale disegno venga attuato e i cattolici romani non possono limitarsi a deplorarlo. Non si deve tollerare che si ripeta in Roma l’orrendo misfatto di intere famiglie innocenti smembrate e deportate a morire di freddo e di fame chi sa dove. C’è un senso di solidarietà umana che non si può offendere impunemente. Queste vittime infelici della bestiale rabbia nazifascista debbono essere non solo soccorse perché si sottraggano alle ricerche e alla cattura, ma anche attivamente e coraggiosamente difese. I Romani debbono avere chiaro che, difendendo i loro concittadini ebrei, essi difendono anche se stessi, le loro famiglie, le proprie case. Nelle prossime settimane, man mano che gli eserciti alleati si andranno avvicinando a Roma, i nazifascisti tenteranno di mettere in pratica i loro piani di razzie in massa della popolazione valida e di devastazione della città, come già a Napoli. Un solo argomento può consigliare al nemico di desistere da questi piani: esso è costituito dalla ferma determinazione della popolazione romana di difendersi, di impedire con le armi qualsiasi tentativo di violenza. Non bisogna dunque perdere nessuna occasione per creare nel nemico questa convinzione; per dimostrargli che nessuna violenza può essere commessa impunemente; per indurlo a fare anticipatamente il bilancio delle sue perdite. Non è solo dunque il sentimento della solidarietà umana che deve spingersi alla difesa dei nostri concittadini ebrei; è anche il senso della nostra stessa conservazione, la certezza che si avvicina il momento in cui tutti potremmo essere attaccati nella nostra persona, nelle nostre case e che per prevenire questo pericolo occorre rintuzzare audacemente fin da ora ogni tentativo isolato o organizzato di violenza” <99.
Come si vede, il provvedimento contro gli ebrei costituisce un motivo in più per mobilitare le forze e combattere contro il nazifascismo, aspetto che si evince già dal titolo “Le persecuzioni anti-ebraiche debbono essere impedite”. L’invito ad agire era rivolto ai romani e ai cattolici, questi ultimi criticati, sebbene in maniera non esplicita, per essersi limitati a “deplorare” solo a parole la persecuzione. Secondo l’Unità, e i comunisti dunque, la mobilitazione doveva andare oltre la semplice assistenza e sfociare nella difesa (anche armata) di queste persone.
Elemento emerso nell’articolo del 26 ottobre, proteggere e difendere gli ebrei significava combattere per salvare tutta la popolazione romana <100. E forse rientra proprio in questo discorso la comparsa, qualche mese più tardi, di un pezzo che descriveva un episodio avvenuto il 30 marzo (1944) in una strada del centro di Roma: si raccontava che un gruppo di donne (addirittura 200), riuscì a salvare dalla polizia italiana, anche di fronte alla minaccia delle armi, un ebreo venditore ambulante con i suoi tre figli, ricercato dalla Gestapo <101. Ancor più che per gli articoli usciti a commento della retata del 16 ottobre, in questa occasione risulta evidente la differenza d’approccio che i vari giornali hanno nei confronti della misura antisemita di Salò: ad esempio quella che divide Il Popolo dall’Unità. Nella sua edizione romana, infatti, l’organo dei popolari pubblicò solo un breve riferimento ai provvedimenti antiebraici, nonostante negli stessi giorni (o forse ne fu una conseguenza?) l’Osservatore Romano prendesse esplicitamente posizione di fronte alle nuove misure di polizia, in particolare a favore di coloro che erano considerati appartenenti alla categoria dei “misti” (ovvero gli ebrei sposati con ariani e i loro figli) <102. Nel numero del 12 dicembre ’43 de Il Popolo, l’accenno agli ebrei era inserito all’interno di un pezzo sugli ultimi passi intrapresi dal Consiglio dei ministri della Repubblica sociale e si soffermava soprattutto sull’aspetto economico della disposizione del ministro dell’Interno Buffarini Guidi: «[…] Ed eguali penose considerazioni si traggono da tutti gli altri provvedimenti: dal licenziamento degli impiegati che onestamente […] si son rifiutati di accettare il crimine repubblicano-fascista, al ripristino del Tribunale speciale ed alle ennesime rapine antiebraiche» <103. Nessun riferimento agli arresti era fatto nemmeno negli altri pezzi che elencavano alcune operazioni naziste (definite “misfatti”): significativa tuttavia era la presenza ad esempio della riflessione in prima pagina di Alcide De Gasperi (a firma Demofilo), nella quale si ritrovava un passaggio sul futuro Stato democratico, «il quale contro ogni intolleranza di razza e di religione, si fonda sul più rigoroso rispetto alla libertà delle coscienze […]» <104. Poche righe che testimoniavano e riassumevano quei principi basilari, più volte ribaditi sulle pagine del giornale, su cui costruire il nuovo corso democratico dell’Italia liberata, e che sottintendevano l’opposizione a determinate leggi e provvedimenti fascisti.
Come avvenuto per l’Avanti! in occasione del 16 ottobre, a stupire in questo frangente è l’assenza di un esplicito riferimento all’ordinanza n. 5 nell’Italia Libera. Nemmeno l’edizione romana, così attenta in precedenza agli eventi che riguardavano la persecuzione antiebraica, ne riportava la notizia. Un rapido accenno alla sorte degli ebrei era inserito nell’articolo “Dovere nazionale” comparso in prima pagina nel numero del 9 dicembre e che invitava a non fidarsi dei nazisti e a continuare la lotta <105, un appello che ritorna anche successivamente, ad esempio a metà gennaio, quando si ribadiva l’invito ai romani a resistere all’occupazione nazifascista: «La popolazione di Roma è seriamente impegnata nella resistenza contro l’invasore. E chi rifiuta la propria assistenza a un ebreo, a un militare o a un civile ricercato per motivi politici commette appunto una grande vigliaccheria […]» <106. La persecuzione contro gli ebrei era quindi motivo di mobilitazione e resistenza: mancava tuttavia l’esplicita menzione dell’ordinanza di arresto e internamento degli ebrei e di sequestro dei loro beni, una notizia che difficilmente passò inosservata a chi stava dietro al giornale azionista ancor più perché comparsa, come detto, sulle prime pagine dei giornali di Salò. È un’assenza nelle varie edizioni cittadine che colpisce maggiormente se messa in relazione con ciò che avviene invece a livello locale, in Toscana e in particolare a Firenze, nel primo numero di dicembre de La Libertà, “Periodico toscano del Partito d’Azione. Italia libera”, giornale clandestino fondato a Firenze dagli azionisti Tristano Codignola, Enzo Enriquez Agnoletti e Carlo Ludovico Ragghianti. L’uscita di questo numero fu annunciata nel Rapporto fatto al Comitato centrale del Pd’A a Roma («qui esce fra pochi giorni terzo [numero] de La Libertà con intonazione spiccatamente sociale» <107) che Ragghianti inviò a Riccardo Bauer da Firenze il 26 novembre 1943: nel testo compariva un appunto in cui si diceva che in città vi erano stati «arresti oltre 150 ebrei e saccheggio molte loro case da parte di singoli fascisti» <108, in riferimento alle operazioni naziste di inizio e fine novembre contro gli ebrei e la Sinagoga nel capoluogo toscano. L’articolo in questione si soffermava dunque sulla retata dei nazisti a Roma, descritta nei minimi dettagli: raccontava delle terribili condizioni di viaggio dei deportati, di cui i fiorentini ebbero una testimonianza diretta al momento del loro passaggio per la stazione fiorentina («Da Chiusi alcuni treni vigilati da tedeschi transitavano verso le 16 del 18 ottobre: i prigionieri erano in uno stato così pietoso che all’arrivo dei convogli a Firenze veniva dato l’allarme. I deportati ebrei romani ascendono a circa quattromila»); continuava con la descrizione delle operazioni naziste a Firenze il 6-7 novembre e quelle del 26-27 dello stesso mese al Monastero delle Filippine, dove erano rifugiati degli ebrei; si chiudeva con un riferimento al recente provvedimento della RSI: “Il decreto per cui tutti gli ebrei dovranno venire inviati in campi di concentramento, anche i discriminati, per cui i figli di matrimoni misti saranno sottoposti a sorveglianza di polizia, decreto che viene dopo le razzie e i pogroms sanziona in ritardo quello che, per ordine tedesco, è già avvenuto” <109.
Anche qui si ritrova l’utilizzo del termine “pogrom”, che insieme alla parola “razzia” sembra rimarcare ancor di più la gravità dei fatti: il governo di Salò aveva cioè fissato giuridicamente azioni considerate invece frutto della bestialità umana e al di fuori di ogni principio di legalità. In questo passaggio, inoltre, ritornava l’idea che la politica antisemita fascista fosse una conseguenza dell’alleanza con i nazisti prima e dell’occupazione dopo, idea già espressa in parte nel primo numero de La Libertà uscito nell’agosto del 1943 (che all’epoca si chiamava Oggi e domani. Periodico del Partito d’Azione) all’interno del quale si diceva che le leggi razziali erano state imposte dai tedeschi <110.
Anche il giornale socialista l’Avanti! riservò una certa attenzione al provvedimento della RSI: se nell’edizione di Roma uscì un breve accenno a quanto stabilito da Salò in un articolo che elencava le prime decisioni formulate dal nuovo governo repubblicano111, l’organo stampato a Milano si soffermava con una lunga riflessione sul significato del razzismo fascista. In queste righe, al contrario di quanto avveniva nell’edizione romana, si puntava decisamente sulle responsabilità italiane e si confutava con forza l’idea che gli ebrei fossero una presenza estranea al paese: tuttavia traspariva anche una visione quasi dimessa e impotente di fronte a ciò che stava accadendo ai perseguitati, solo sfumata dalla considerazione conclusiva sull’inevitabile affermazione di “una nefasta società futura” qualora si fosse permesso al fascismo di rimanere al potere: “Non c’è italiano che non abbia accolto con raccapriccio il primo concreto provvedimento del sedicente governo della sedicente repubblica sociale italiana: l’ordine di arresto e di spoliazione degli ebrei. […] In vent’anni il regime aveva perseguitato gli italiani
individualmente, nominalmente; ed essi nel fascio di miseria e di dolori si sentivano uniti; oggi si fa di più; si dividono gli italiani di dentro, si perseguitano si sopprimono statisticamente […] Legge bestiale e vile. Si comincia a dividere arbitrariamente l’umanità e la stessa comunità nazionale in razze (arbitrio scientifico e politico); ma non basta. Delittuosamente si predica e si attua la persecuzione di razza entro la stessa nazione; e non basta ancora; è il fascismo che decide, che crea le condizioni di appartenenza ad una o ad altra razza; che decide in contrasto anche con quanto già deciso chi debba intendersi ariano e salvarsi; e chi ebreo sparire. Ma non basta. La sua legge, contro ogni legge, agisce retroattivamente; così che persone già definite ariane e salve, oggi diventano – per decreto fascista – ebree e condannate […] Se dovunque la grazia segue alla condanna, la vita al rischio di morte, nel fascismo è la condanna che segue alla grazia, la morte segue alla promessa di vita. Ebrei arrestati a migliaia, vilmente depredati di tutto. Ma essi erano, sono italiani; nati in Italia, cittadini italiani, da cittadini italiani; qui crebbero, studiarono, lavorarono, combatterono, soffrirono anche per l’Italia; hanno diviso con noi il lavoro, il pane, il sole, la terra, l’amore, il dolore, il dovere. Le loro vite si confusero con le nostre, i loro figlioli giocarono accanto ai nostri. Sofferenze e gioie comuni, espresse nella nostra lingua comune. Ora ci sono tolti improvvisamente dal nostro fianco; inviati in campi di concentramento, quando non sono gettati come cani in fondo al lago, o schiacciati in vagoni piombati, all’uso nazista. Invano li cercheremo questi uomini, queste donne, questi vecchi, questi bambini tremanti che ci lasciano il ricordo dei loro visi stravolti, smarriti, prima di scomparire – migliaia di innocenti – nella strage ordinata dai moderni Erodi fascisti e “sociali” ” <112.
Il riferimento all’estraneità italiana all’antisemitismo e l’insistenza sul ruolo importante che le persone di origine ebraica avevano avuto nella storia dell’Italia sono gli aspetti su cui puntava anche l’articolo comparso nel gennaio del 1944 su Risorgimento liberale, a commento delle misure antiebraiche della RSI: in esso si ripercorreva così quanto avessero fatto gli ebrei per il paese durante il Risorgimento, nell’Italia liberale e nel corso della Prima guerra mondiale; si raccontavano le violenze e gli arresti subiti, nonché le pessime condizioni nelle quali erano deportati nei vagoni piombati. Il pezzo invitava tutti a non considerare gli uomini secondo le razze e si concludeva con una ferma condanna delle misure antiebraiche e di coloro che collaboravano alla persecuzione, ma sembrava ricadere in quelle distinzioni razziali poste al centro della critica al nazifascismo: «Sì, in questa tregenda può ben constatarsi un’assenza di ogni senso di italianità. Noi neghiamo viscere, cuori, intelletti d’italiani ai miserabili che deliberano e a coloro che eseguono il provvedimento contro i fratelli italiani di razza semitica». <113
[…] Nel luglio del 1944 fu l’Italia Libera invece a pubblicare un messaggio dalla Polonia di Szmul Zygielbojm (testimone del ghetto di Varsavia), completamente incentrato sullo sterminio degli ebrei in quel paese <126. Anche l’Unità, nelle sue edizioni cittadine diede spazio alla violenta persecuzione della popolazione ebraica in Europa ad opera della Germania, che «pagherà per gli ebrei sotterrati vivi, con il capo a fior di terra mentre i loro carnefici ridevano: “Ci siam fatti una bella scacchiera!”» <127. Un mese prima lo stesso articolo era apparso sulle pagine dall’altro giornale comunista, ‘La nostra lotta’, al quale fece seguito, qualche settimana dopo, un pezzo sulla situazione che le truppe sovietiche avevano trovato nei territori un tempo occupati dai nazisti, a dimostrazione di quanto in quel periodo cominciassero a circolare le notizie provenienti dall’Est: «I soldati sovietici che hanno liberato la loro patria e hanno trovato nelle città distrutte il deserto e l’orrore delle fosse comuni nelle quali si ammucchiano a decine di migliaia i resti di donne e di bambini, di Russi e di Ucraini, di Ebrei e di Polacchi […]» <128.
Ultimo esempio che vale la pena citare è quello di Risorgimento liberale, che nell’aprile del ’44, riflettendo su ciò che era accaduto alle Fosse Ardeatine, sceglieva di accennare alle bestiali operazioni antiebraiche naziste nell’Europa orientale così da rimarcare la differenza tra l’attitudine dei soldati tedeschi e quella degli italiani sul fronte russo: i primi sterminavano civili, i secondi invece, secondo una testimonianza riportata, prendevano con loro come infermiera una donna ebrea per salvarla dall’uccisione <129.
[NOTE]
94 La notizia viene anche riportata sulle pagine del giornale ‘L’Italia del popolo’, di ispirazione repubblicano-rivoluzionaria e dal quale l’organo ufficiale del partito repubblicano, ‘La Voce repubblicana’, prende subito le distanze (quest’ultima non cita la retata del 16 ottobre nelle sue edizioni). Nell’articolo dedicato all’operazione antiebraica di Roma, intitolato ‘Il Papa e gli ebrei’, si pone soprattutto l’accento sulla solidarietà mostrata in quell’occasione nei confronti delle vittime della persecuzione, simbolo anche qui del nuovo corso della storia italiana antifascista: «A Roma i tedeschi imposero alla comunità ebraica la taglia di 50 kg. di oro, si ripete: cinquanta chilogrammi d’oro da consegnare entro 24 ore pena la cattura di cento ostaggi e ben sappiamo che cosa ciò significhi. Risaputa la rapinatrice e barbara richiesta, il Papa inviò immediatamente venti chilogrammi di oro e poiché la disperata comunità ebraica non riusciva a raccogliere il resto – i ricchi sono da tempo in fuga – la popolazione a gara contribuì con umili offerte di oggetti ben più cari che preziosi fino a raggiungere l’enorme peso richiesto. Naturalmente i tedeschi non tennero fede alla promessa e gli arresti di ebrei continuarono; ma più alto della selvaggia rapina e dello spergiuro disonorevole, splende promessa e certezza d’avvenire questa sacra gara di umana fraternità che all’odio, alla violenza, alla truce ferocia, oppone la realtà di un mondo nuovo per il quale si combatte e si muore» – L’Italia del popolo (Edizione stampata clandestinamente a Milano), 1 novembre 1943, p. 2, Il Papa e gli ebrei.
95 Avanti! (Edizione stampata clandestinamente a Roma), n. 7, 5 novembre 1943, p. 2, “Notiziario”, Le solite atrocità tedesche.
96 Avanti! (Edizione stampata clandestinamente a Torino), dicembre 1943, p. 2, Cronaca nera del nazismo: «[…] A Roma, fine ottobre i tedeschi hanno fatto una retata di ebrei. Su carri bestiame sigillati uomini, donne e bambini sono stati istradati per destinazione ignota».
98 Cfr. A. Sullam Calimani, I nomi dello sterminio, Einaudi, Torino 2001.
99 L’Unità (Edizione stampata clandestinamente a Roma), n. 27, 7 dicembre 1943, p. 4, Le persecuzioni anti-ebraiche debbono essere impedite [corsivo mio].
100 Il senso di queste righe ricorda i versi della poesia attribuita a Martin Niemoller, Prima Vennero…: «Quando i nazisti presero i comunisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero comunista./ Quando rinchiusero i socialdemocratici/ io non dissi nulla/ perché non ero socialdemocratico./ Quando presero i sindacalisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero sindacalista./ Poi presero gli ebrei,/ e io non dissi nulla/ perché non ero ebreo./ Poi vennero a prendere me./ E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa ».
101 L’Unità (Edizione stampata clandestinamente a Roma), n. 11, 20 aprile 1944 , p. 2, Cronaca di Roma, A via Sabotino le donne strappano dalle mani della polizia un ebreo.
102 L’Osservatore romano, 3 dicembre 1943, p.1, Carità civile; 4 dicembre 1943, p.1, Motivazioni; 30 dicembre 1943, p.1, Carità cristiana.
103 Il Popolo (Edizione stampata clandestinamente a Roma), 12 dicembre 1943, p. 2, Rubrica La Settimana, Nuovo consiglio dei ministri della “repubblica”.
104 Ivi, p. 1, La parola dei democratici cristiani, I- Primato della coscienza morale.
105 L’Italia Libera (Edizione stampata clandestinamente a Roma), n. 14, 9 dicembre 1943, p. 1 Dovere nazionale.
106 L’Italia Libera (Edizione stampata clandestinamente a Roma), n. 15, 0 gennaio 1944, p. 4, Intimidazione.
107 Una Lotta nel suo corso. Lettere e documenti politici e militari della Resistenza e della Liberazione, a cura di S. Contini Bonacossi, L. Ragghianti Collobi, Neri Pozza editore, Venezia 1954, p. 15.
108 Ivi, p. 6.
109 La libertà. Periodico toscano del Partito d’Azione. Italia libera, n. 3, 5 dicembre 1943, p. 2, Criminalità nazifascista.
110 Oggi e domani. Periodico del Partito d’Azione, n. 1, agosto 1943, p. 1, Abolizione delle leggi razziali.
111 Avanti! (Edizione stampata clandestinamente a Roma), n. 9, 15 dicembre 1943, p. 2, “Fascismo Repubblicano”, Le prime realizzazioni: «[…] sono venuti così i recenti bestiali provvedimenti contro gli ebrei, derubati dei loro avere ed internati in massa senza riguardo a discriminazioni di sorta, in campi di concentramento di pretta marca nazista[…]».
112 Avanti! (Edizione stampata clandestinamente a Milano), 13 dicembre 1943, p. 1, Terrore “sociale”. In questo pezzo sembra trasparire una certa familiarità dell’autore con alcune pratiche della religione ebraica e con i testi sacri, ad esempio al rituale di Pesach nel passaggio che vede più volte ripetuto il “non basta” («Quante benevolenze il Signore ci ha concesso! Se ci avesse fatto uscire dall’Egitto, ma non avesse fatto giustizia degli egiziani: ci sarebbe bastato! Se avesse fatto giustizia degli egiziani, ma non dei loro dei: ci sarebbe bastato! […]») o alla Bibbia, nella parte finale quando si parla di “strage ordinata dai moderni Erodi fascisti”. Ringrazio Michele Sarfatti per avermi suggerito di riflettere anche su questo aspetto.
113 Risorgimento liberale (Edizione stampata clandestinamente a Milano), n. 1, 15 gennaio 1944 (uscito col nome “Risorgimento”), p. 2, La Questione raziale [sic].
126 L’Italia libera (Edizione stampata clandestinamente in Lombardia), 10 luglio 1944, p. 4, Quadrante internazionale, Messaggio d’addio di Szmulzygielbojn.
127 L’Unità (Edizione stampata clandestinamente in Liguria), 8 marzo 1945, p. 3.
128 La nostra lotta, n. 4, 20 febbraio 1945, p. 1, L’insegnamento della conferenza di Crimea.
129 Risorgimento liberale (Edizione stampata clandestinamente a Roma), n. 3, 13 aprile 1944, p. 4, Sangue.
Matteo Stefanori, La Resistenza di fronte alla persecuzione degli ebrei (1943-1945), Edizioni del CDEC, Milano, 2015

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