Non vedo con eccessivo favore un controllo molto profondo e incisivo dei Servizi da parte del parlamento

Accade anche nel resto del mondo, ma di certo i disastri provocati in Italia dallo spionaggio svilito a grossolana e interessata delazione, hanno caratteri peculiari. Quel genere di spioni e di controspioni si chiamano anche agenti segreti e se ne trovano a iosa al ministero della Difesa e al ministero dell’Interno, nei più riservati recessi degli Stati Maggiori, alle dipendenze di carabinieri, polizia e Guardia di Finanza.
Altri ancora montano la guardia alla NATO e ai suoi segreti o al Vaticano e alla sua circospetta ritrosia. Fin qui sembrerebbe essere l’iniziativa pubblica a tenere il campo, ma c’è da mettere in conto anche l’iniziativa privata. Società e imprese nazionali, multinazionali casalinghe e forestiere spiano e sono spiate. Oggi molto più di ieri perché l’età degli amanuensi è stata spazzata via da quella più duttile e pretenziosa del hi-tech. Gli amanuensi erano la vecchia frontiera, dopo la fine della guerra fredda è venuto il tempo della nuova frontiera. I suoi figli e figliastri parlano molto, e rigorosamente in inglese, di intelligenza (intelligence, electronic intelligence) e di sicurezza (security, security governance), mentre è spesso la stupidità a trionfare. Ognuno fa la sua corsa, da solo o con l’accompagnamento della banda alla quale è aggregato. E dato che lo spionaggio è il furto organizzato di informazioni, accade che, quando si smarrisce la diritta via del rispetto delle regole, si finisce nella selva oscura del crimine.
È già capitato, continua a capitare e capiterà ancora.
Perciò, prima di avventurarsi lungo i calamitosi sentieri battuti dagli agenti segreti – siano essi agghindati funzionari, spioni da quattro soldi, sicofanti o delatori della porta accanto – è il caso di dare un’occhiata a qualche tipico frammento del loro mondo, delegandone la descrizione a notabili competenti in materia. Un certo numero di quei notabili riversò il proprio sapere (fatto salvo il bavaglio del segreto di Stato) nel seno della Commissione affari costituzionali della Camera che nel 1987 condusse un’indagine conoscitiva sui servizi di sicurezza [4. La precedenza va data, per il carattere di sintesi pedagogica della sua testimonianza, al deputato democristiano Oscar Luigi Scalfaro, fino a poco più di tre mesi prima ministro dell’Interno. Questa la sintesi che trasmise alla Commissione: «Che in questo dopoguerra siano avvenuti fatti che hanno creato sfiducia e discredito verso i servizi di sicurezza penso non abbia bisogno di dimostrazione. Mai un giorno ho dimenticato il passato con le sue degenerazioni, le sue presunte astuzie, le contaminazioni allarmanti, le lotte nel mondo politico e tra le alte gerarchie militari, la terribile serie di sospetti, la catena viscida e torbida di personaggi in qualche modo legati ai servizi e pronti a ogni ricatto. Ma se si esclude lo sfociare di questa attività criminosa nel mondo della politica ben poco rimarrebbe. Se il politico vigila e si rifiuta a ogni prevaricazione viene meno la spinta alla degenerazione dei servizi di sicurezza».
L’onorevole Scalfaro non era tipo da esasperare e distoreere i dati della realtà – almeno in quel caso – mettendosi a fare l’espressionista: l’irrazionale, il satirico e il grottesco non rientravano nel suo stile.
Chiaro dunque chi spingeva (e ancora spinge) e chi tacendo ubbidiva (ubbidisce).
E allora, quale possibile alibi resta ai politici? È la parola “deviazione”. La sfoggiò un altro deputato democristiano, Emilio Pennacchini, che aveva presieduto il Comitato parlamentare per il controllo dei Servizi. Disse: «Nel corso della loro storia i servizi segreti hanno sempre dato luogo a deviazioni. E un rischio ineliminabile». Ossia i colpi di testa di cui ciclicamente sono protagonisti capoccia e sottoposti è solo robaccia che si cucinano gli spioni tra di loro, i politici ne restano quasi sempre all’oscuro. E invece tutto il mondo sa, anche se fa mostra del contrario, che parlare di deviazioni è soltanto un patetico eufemismo. Le deviazioni non esistono (o se esistono riguardano scivolate individuali, non istituzionali), nella prassi seguita dai servizi di sicurezza italiani esiste invece una vera e propria normalità degenerata. Un prete la chiamerebbe peccato originale.
A meno che non si voglia applicare il semplicistico appellativo di deviazione anche all’appartenenza dell’intera cupola dei servizi segreti alla loggia massonica P2. Tirò in ballo quella loggia fatale il senatore repubblicano Libero Gualtieri, anch’egli con un passato da presidente del Comitato di controllo. Disse: «Un fenomeno turbativo come quello piduista avrebbe dovuto essere bloccato ed eliminato assai prima che producesse i guai che ha causato». Naturalmente lo disse rivolgendosi al presidente della Commissione d’indagine, che era il socialista Silvano Labriola. E visto che da otto anni Labriola si portava appresso la tessera di socio della P2 avrebbe dovuto essere considerato deviato anche lui? Ma c’era un’altra drammatica questione sul tappeto ed era la seguente: come valutare l’immane giacimento di fascicoli informativi che si erano venuti accatastando per generazioni? Secondo i conti del senatore Gualtieri erano almeno quindici milioni. Negli uffici dei servizi molto si crea e niente si distrugge, parte di quei fascicoli risalivano addirittura alla disfatta di Caporetto (autunno 1917). Succedeva perciò, almeno nel 1987, che stando all’ex ministro democristiano della Difesa Attilio Ruffini «nessun Governo è in grado di controllare singolarmente i fascicoli, che sono milioni, per verificare se rientrano o meno nell’ambito dei compiti istituzionali dei servizi. Ci si deve necessariamente fidare di quanto affermano i direttori dei servizi o i loro subordinati». Magari ascoltandoli con riserva. Perché, come è a tutti noto, quando il gatto non c’è i topi ballano.
All’ex ministro della Difesa fece da sponda l’ammiraglio Fulvio Martini, da tre anni e mezzo abbondanti capo del Sismi, penultima sigla del servizio segreto militare. Con tono disteso e colloquiale raccontò che quando un presidente del Consiglio gli chiese se poteva affermare in parlamento l’inesistenza negli archivi di qualcosa che potesse prestarsi a un giudizio negativo «gli risposi che non potevo dargli questa assicurazione perché negli archivi esistevano circa 18 milioni di pratiche. E poi se devo essere onesto non vedo con eccessivo favore un controllo molto profondo e incisivo dei Servizi da parte del parlamento». Niente gatti, non sono graditi dai topi che si aggirano tra forse 15 o forse 18 milioni di fascicoli. Anche perché le pratiche e i fascicoli sono molti di più. Nel conto vanno infatti aggiunti quelli in cura negli archivi dei carabinieri, della polizia e della Finanza nei quali nessun gatto si è mai sognato di mettere il muso. E probabilmente all’archivio dei carabinieri che spetta il primato, venendo incessantemente alimentato con una cifra iperbolica di informazioni. Bastava che un cittadino qualunque decidesse di partecipare a un concorso per un posto in ferrovia o per una sedia da travet ministeriale che il meccanismo degli accertamenti scattava e scatta come una macchina impazzita frugandone fedina penale, opinioni politiche e regole di vita. Una apoteosi di verifiche e di controlli che entusiasmava il generale Giuseppe Cento, arrivato a comandare la Divisione carabinieri di Roma dopo aver vissuto i giorni infausti della Repubblica Sociale dalla parte di Mussolini (nel suo caso le informazioni raccolte non risultarono evidentemente controindicate all’assunzione del comando della Divisione). Davanti a una commissione d’inchiesta impiantata nel 1967 per mettere in chiaro le mascalzonate combinate dal SIFAR il generale, quasi annunciando la buona novella, tuonò: «Noi ne abbiamo milioni di fascicoli. Intendiamoci bene, non i fascicoli di cui parla il SIFAR e compagnia bella. Per ogni persona, per ogni individuo, c’è un fascicolo. Milioni di fascicoli. Li abbiamo tutti, è il nostro mestiere. Come si fa a lavorare se non abbiamo i dati?» <5. Per farla breve e per farsi almeno una pallida idea, nell’anno 1957 i carabinieri raccolsero e catalogarono circa quattordici milioni di informazioni; undici anni dopo, nel 1968, le informazioni raccolte furono il 50% in più, vale a dire 21.158.949. Figurarsi se si tirassero le somme a partire dagli albori della Repubblica. Agli albori c’erano il SIM e l’OSS, poi vennero il SIFAR e la Cia <6. L’obbligo alla degenerazione non fu certo scritto negli accordi di pace, era già implicito fin dagli anni d’anteguerra quando il SIM si dedicava ai safari degli antifascisti.
[NOTE]
4 Commissione affari costituzionali, I servizi di sicurezza in Italia, Camera dei Deputati, Roma 1988 (le citazioni successive fanno riferimento a questa fonte).
5 Commissione Stragi, Relazione sulla documentazione concernente gli «omissis» dell’inchiesta SIFAR, 11 gennaio 1991.
6 II SIM (Servizio Informazioni Militare) fu creato nel 1925, abolito nel 1945 e nel 1947 gli subentrò il SIFAR (Servizio Informazioni forze Armate). L’OSS (Office of Strategie Services) statunitense fu sciolto nel 1945 e sostituito nel 1947 con la CIA (Central Intelligence Agency).
Gianni Flamini, Il libro che i servizi segreti italiani non ti farebbero mai leggere. Spie, dossier e spari nel buio, Newton Compton, 2012

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Pensionato di Bordighera (IM)
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