Anche nella Rsi la propaganda culturale si fuse con quella razziale

L’ultimo atto del fascismo e della sua propaganda culturale assunsero le sembianze tipiche di un’agonia. L’iconografia della Rsi era improntata al sangue, al lutto, e recava con sè simboli funerei, insegne di morte collocate sullo sfondo di una scenografia tetra. <108 Giovanni Dolfin, ad esempio, riportò assai bene il modo in cui Mussolini guardava al Garda e alla crepuscolare repubblica che vi era sorta intorno: «[…] così ricorda Filippo Anfuso, che pur delinea […] lo scenario del lago di Garda, “quest’acqua klingsoriana” e semi-tropicale che Mussolini non amava e chiamava un “compromesso” […] connessa alla presenza allucinante del mausoleo dannunziano detto “il Vittoriale” […] su cui infine domina […] l’universo germanico, che ai tempi recenti dell’Asse egli (Mussolini) si raffigurava in termini grandiosi […].» <109
Alcuni anni prima della caduta di Mussolini, nel 1941, sembra che alcuni diplomatici italiani avessero captato un ufficiale tedesco il quale aveva sarcasticamente definito il duce come un semplice Gauleiter italiano. Durante gli ultimi anni di Salò, Mussolini divenne esattamente poco più di un governatore (o Gauleiter, per dirla alla tedesca) di un minuscolo e impotente stato collaborazionista. <110 Ciò significa che anche le organizzazioni di propaganda culturale, soprattutto se «delocalizzate» come la Dante da Roma alla RSI, si sarebbero dovute adeguare alle mutate condizioni politiche. Ad esempio, almeno nelle settimane successive all’armistizio del 1943, le sorti della SDA di Copenaghen seguirono quelle del suo fiduciario, Berengario Gerola. Quest’ultimo, infatti, rimase in Danimarca sino al settembre del 1943, dopodiché fu costretto a emigrare in Svezia per evitare le rappresaglie naziste. Continuò, però, a insegnare lingua e letteratura italiana presso l’università di Göteborg. <111
Invece, come anticipato, quanto successo alla SDA di Oslo venne riassunto da una lettera di Rulli del 1946. Cogliendo l’occasione per illustrare la possibilità di riaprire un comitato della SDA nella capitale norvegese, Rulli ricostruì le vicende più drammatiche e «scomode» in cui precipitò l’ambiente diplomatico italiano in Norvegia. Innanzitutto, raccontò come Kristofer Sindig-Larsen, pittore (a giudizio di Rulli) di non eccellente valore, fosse in realtà più a suo agio negli ambienti mondani rispetto a quelli culturali. Nonostante una certa permeabilità nei confronti del fascismo, era stato costretto a dimettersi nel 1942 per «indebito intervento della nostra Gerenza degli Affari Consolari» (sono le parole di Rulli) che: «[…] avrebbe voluto, contro la volontà dei soci norvegesi, che la Dante funzionasse anche durante il periodo di occupazione tedesca del paese […]». <112 Tuttavia, già prima dello scoppio del conflitto, si erano verificati numerosi scontri tra gli organi diplomatici italiani e il direttivo della SDA di Oslo. La pretesa, infatti, era quella che la SDA di Oslo si trasformasse da associazione culturale norvegese in un’organizzazione di propaganda italiana. La sezione norvegese, però, si era sempre rifiutata di includere nella programmazione culturale imposizioni spudoratamente propagandistiche. Ad eccezione di qualche ospite «illustre», inviato appositamente dall’Italia, la SDA di Oslo aveva sempre mantenuto una propria indipendenza culturale. Benché non avesse mai avuto una sede fissa, pare che esistesse una piccola raccolta di libri presso la Legazione italiana. Questa minuscola
«biblioteca» venne poi trasferita proprio laddove, tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, sorse la cosiddetta «Casa d’Italia». Sulla vicenda, risultano preziose alcune informazioni fornite ancora da Rulli: «[…] Casa d’Italia, fondata a quell’epoca, negli stessi locali dove esisteva la “Casa tedesca” e che, prima dell’occupazione, erano stati sede della massoneria locale. […]» <113
Nella versione di Rulli, però, esistono alcune inesattezze che vanno opportunamente corrette. La «Casa d’Italia» si insediò effettivamente in Nedre Slottsgate 1, presso l’edificio nel quale precedentemente aveva sede una delle logge massoniche locali. Ma quegli spazi non risultavano essere, nel contempo, la sede della cosiddetta «Casa tedesca». Infatti, se Rulli si riferiva ragionevolmente a quella che veniva chiamata Deutsches Haus («Casa tedesca», appunto), allora si trattava di una palazzina situata lungo la Karl Johans gate al numero 37. <114 Dopo l’occupazione, infatti, i tedeschi l’avevano trasformata in una sorta di «circolo» per gli ufficiali all’interno del quale era presente anche un ristorante esclusivo.
Stando alle vecchie accuse rivolte da Amadori a Tranås in merito al suo anti-fascismo massonico e considerando quanto riportato da Rulli sullo «sfratto» nei confronti di una loggia massonica locale, il caso della SDA di Oslo aprirebbe anche una piccola parentesi sulla storia della massoneria norvegese durante l’occupazione tedesca. Sebbene il ricordo dei norvegesi fosse più negativo nei confronti degli occupanti tedeschi, non si può certo dire che il livore anti-massonico italiano avesse lasciato un’immagine positiva di sé. Si trattava di temi sui quali, pochi anni prima, persino personaggi come il danese Clausen e il norvegese Quisling, si erano mantenuti cauti. I due leader della destra scandinava, infatti, erano: «[…] appartenenti a Paesi dove la massoneria era così radicata, persino a corte, da non permettergli eccessive reazioni senza essere accusati di sovversione […]» <115.
Riguardo alla SDA di Stoccolma, invece, le notizie sono assai sporadiche e frammentarie. Nel novembre del 1943, la Sede Centrale della SDA, in seguito all’occupazione tedesca di Roma, fu costretta a trasferirsi presso la città di Como. Il comunicato stringato che giunse a quasi tutti i comitati esteri, compreso quello di Stoccolma, riportava: «[…] gli uffici di questa Sede Centrale si sono trasferiti temporaneamente a Como […] Con l’occasione esprimo la certezza che vorrete dare ancora la Vostra appressata [sic] opera perché la nostra Associazione possa continuare, compatibilmente coll’attuale situazione, la sua benefica attività […].» <116
Ma perché proprio a Como? Forse per volere tedesco. Una possibile risposta potrebbe risiedere nel fatto che, d’accordo con le autorità germaniche, a Como venne istituito uno speciale ufficio del Minculpop per la diffusione del materiale di propaganda nell’Italia invasa. <117 Stando a quanto scritto da Filippo Caparelli, però, esisterebbero alcune incongruenze o, almeno, imprecisioni. Il Caparelli, infatti, riportò che la sede centrale, guidata ormai dall’anziano ma «indomabile, adamantino» (così lo definiva l’autore) Enrico Scodnik, era rimasta a Roma. L’intero gruppo dirigente della SDA, nel frattempo, si era frantumato e disperso, naturalmente a causa della decimazione bellica. La sede di Como, invece, veniva definita dal Caparelli come un «ufficio distaccato» della segreteria generale. <118
Infine, per provare a ricostruire parzialmente ciò che accadde in Finlandia, si potrebbe ripartire dalla fatidica estate del 1943. In particolare, seguendo le tracce dell’ormai nota Liisi Karttunen e degli uffici dell’ambasciata finlandese a Roma. L’11 novembre del 1943, la comunità italiana di Helsinki si riunì presso l’ambasciata su invito del Ministro Guarnaschelli per festeggiare il compleanno di Vittorio Emanuele III. <119 Nel suo discorso, il ministro esortò gli italiani a restare fedeli alla corona e sottolineò che, nonostante il dramma bellico, le relazioni tra Italia e Finlandia erano sempre buone. Tuttavia, solo tre mesi dopo, nel febbraio del 1944, la residenza d’Italia a Helsinki (situata presso Tehtaankatu 32) venne danneggiata da una bomba. Il 14 marzo 1944, il governo italiano decise quindi di chiudere l’ambasciata a Helsinki. L’ambasciatore non ne attribuì il motivo a un deterioramento delle relazioni italo-finlandesi, bensì a una valutazione di opportunità concordata insieme agli alleati. Il 14 marzo, anche l’ambasciatore di Finlandia a Roma venne richiamato. Così, a Roma rimasero l’incaricato d’affari e tre cancellieri. Il 12 maggio 1944, però, venne chiusa definitivamente: il personale si preparò per un viaggio di ritorno attraverso l’Europa in fiamme. Liisi Karttunen era fra coloro che erano rimasti a Roma e, prima di andarsene, comunicò: «[…] Fra poco saremo in viaggio verso la Patria. Sarà un viaggio pericoloso e solo il Creatore sa se arriveremo a destinazione vivi […]» <120.
I rappresentanti finlandesi si misero in viaggio il 27 maggio 1944 e giunsero alla fine di giugno del 1944 a Helsinki dopo essere passati attraverso Vienna, Berlino e Stoccolma. In seguito alla rottura delle relazioni diplomatiche, prima la Svezia e poi la Svizzera rappresentarono gli interessi della Finlandia a Roma. I compiti dell’ambasciata finlandese a Roma vennero trasferiti all’ambasciata presso la Santa Sede, in via del Parco Pepoli. Si scoprirà più tardi, a guerra terminata, che le relazioni italo-finlandesi vennero sospese per volere britannico e non sovietico come credettero inizialmente in Finlandia. <121
Nel frattempo, il «vecchio amico» della Finlandia, Alessandro Pavolini, era diventato segretario del nuovo partito fascista repubblicano (il Pfr, ossia la versione «salotina» del Pnf). <122
La propaganda culturale fascista proseguì, in modo assai diverso, dalle rive del lago di Garda. Rispetto ai tempi del fascismo-regime, il repertorio della propaganda fascista repubblicana cambiò significativamente in conformità alle esigenze belliche. Campeggiava la retorica sull’imperativo morale di servire la patria, così come la necessità di difendere la propria famiglia dagli artigli dei presunti liberatori. Essi, infatti, venivano dipinti come esseri inquietanti dalle sembianze animalesche: assassini, sfruttatori e stupratori. Un calzante esempio di tale materiale propagandistico erano le illustrazioni del già ampiamente noto Gino Boccasile. I suoi manifesti reclamizzavano l’arruolamento nella legione SS italiana, così come il mito della crociata contro il comunismo e le popolazioni slave. In un manifesto raffigurante una mano russa colpita da una baionetta tedesca, il fascismo repubblicano riassumeva essenzialmente l’obiettivo storico dell’Asse: fermare l’invasione dagli slavi e dai bolscevichi che, si diceva, avrebbero voluto fare piazza pulita dell’antica e superiore civiltà europea. Tuttavia, anche tra gli italiani (fascisti) e gli americani era in corso una guerra fuori dal comune. Nel manifesto intitolato «Non prevarranno», ad esempio, si insisteva sullo scontro di civiltà dove da un lato stava un popolo di conquistatori (quello latino, dunque italiano) che aveva civilizzato il mondo, dall’altro una nazione (gli Stati Uniti) imbarbarita dalla contaminazione con la razza «inferiore» dei neri. Sempre su questa linea si concentravano altri due manifesti particolarmente diffusi intitolati «Difendila! Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia» e «Crocifisso». Essi rappresentavano il canone classico della propaganda razzista, secondo cui i «liberatori» americani, spesso soldati di pelle nera, erano preda dei più brutali istinti ai danni delle donne e della religione. <123
La nuova «formula» nazi-fascista, ormai completamente coartata dalla regia tedesca, tentò di ripartire dagli ipotetici «simboli» di una presunta rigenerazione repubblicana del fascismo. La propaganda ricorse a personaggi come Attilio Regolo, Alberto da Giussano, Gabriele D’Annunzio. Tutte le icone dell’eroismo italiano vennero ripescate e sbattute in copertina. I pezzi forti della campagna, tuttavia, vennero estratti dall’epoca risorgimentale, con un preciso criterio selettivo, volto a mantenere una rigorosa impronta repubblicana. Tutto era buono purché utile a sottrarre alla monarchia la fama usurpata di levatrice dell’unità d’Italia e patrocinatrice di un’Italia popolare. Riemersero così i profili di Cattaneo, Cairoli, Manin, Mazzini, Garibaldi, ma anche dei triumviri romani. <124
Nonostante gli investimenti economici e umani, le attività culturali si ridussero quasi all’osso: erano venuti meno molti degli intellettuali che, nel corso del Ventennio, avevano animato il panorama culturale del regime. Gentile era stato ucciso da mano ignota nell’aprile del 1944, Mascagni si preoccupava di difendere la propria villa dai bombardamenti mentre Marinetti era morto a Bellagio nel dicembre del 1944. L’unico evento culturale degno di nota furono le solenni celebrazioni dannunziane nel marzo del 1944. Gli intellettuali rimasti nell’Italia settentrionale tentavano di non compromettersi più con il regime, convinti ormai che ne fosse vicina la fine. Parecchi fuggirono in Svizzera oppure si rifugiarono in campagna sperando di passare inosservati. Tra gli intellettuali estremisti, naturalmente, si schierava ancora Alessandro Pavolini, da sempre ambizioso giornalista e scrittore. <125
A tutto ciò si aggiunse una propaganda razziale antiebraica che andò assai oltre i provvedimenti delle leggi del 1938. Nel manifesto programmatico di Verona del 14 novembre 1943, si affermò testualmente che gli appartenenti alla «razza» ebraica erano dichiarati «stranieri» e, dunque, trattati di conseguenza. Vennero così disposti provvedimenti come l’arresto, l’internamento e il sequestro dei beni di tutti gli ebrei, a prescindere dalla nazionalità. Uno dei motori della virulenta campagna antisemita nella Rsi era Giovanni Preziosi, già tra i protagonisti de «La difesa della razza». Lamentava una scarsa applicazione dei provvedimenti razziali all’interno della repubblica sociale e fu per questo che, in un memoriale del 31 gennaio 1944, inviò da Monaco di Baviera un comunicato a Mussolini e, per conoscenza a Hitler. In esso sottolineava che fosse necessario eliminare totalmente gli ebrei e scovare tutti coloro che avessero in sé almeno una goccia di sangue ebraico. Lo stesso valeva per chi era appartenuto alla massoneria. Benché persino Mussolini si sentisse troppo condizionato da una simile dichiarazione, in particolare perché portata a conoscenza di Hitler, dovette tuttavia promuovere Giovanni Preziosi alla suprema carica del razzismo ufficiale. Con la nomina del 15 marzo 1944, infatti, fu posto alla guida della Direzione dell’Ispettorato per la razza, alla dipendenza della Presidenza del Consiglio. A tutto ciò seguirono numerosi progetti di legge destinati alla persecuzione di ebrei, meticci, massoni ed ex-massoni. <126
Come nel Terzo Reich a partire dal 1933, anche nella Rsi la propaganda culturale si fuse con quella razziale.
[NOTE]
108 L. GANAPINI, La repubblica delle camicie nere. I combattenti, i politici, gli amministratori, i socializzatori, Garzanti, Milano, 1999, p. 7.
109 Ivi, pp. 463-464. Klingsor, nel Parsifal di Wagner, era un personaggio malefico che aveva incantato e fatto sedurre, nel proprio castello, i cavalieri del Graal.
110 C. GOESCHEL, Op. cit., 2018, p. 269.
111 DIZIONARIO BIOGRAFICO DEGLI STUDI STORICI TRENTINI, Berengario Gerola, Studi Trentini di Scienze Storiche, Link: http://www.studitrentini.eu/berengario-gerola/
112 SDA-CE-OSL, Lettera di Guglielmo Rulli al Presidente della Società Dante Alighieri, Vittorio Emanuele Orlando, datata 10.06.1946.
113 Ibidem.
114 OSLO HANDELSSTANDS FORENING, (OHF), Tilbakeblikk: Karl Johans gate 37 under krigen, Sito ufficiale dell’organizzazione, Link: http://www.ohf.no/tilbakeblikk-karl-johans-gate-37-krigen/. Quanto al materiale fotografico, invece, si faccia riferimento al sito: Oslobilder.no, Link: http://oslobilder.no/OMU/OB.F19150f
115 M. CUZZI, Op. cit., 2005, p. 156.
116 SDA-CE-STO, Comunicazione del Presidente della Sede Centrale alla Legazione svedese, datata 17.11.1943.
117 P. V. CANNISTRARO, Op. cit, 1975, p. 478. Il 25 settembre 1943 Mussolini aveva già messo piede a Villa Feltrinelli, presso Gargnano e ne fece la propria residenza. La sede della presidenza del Consiglio venne fissata a due passi da casa, presso la Villa delle Orsoline. La capitale, dello stato, unico caso sinora noto, non esisteva nemmeno: Salò era semplicemente la nuova sede dell’Agenzia Stefani. Il nuovo governo, invece, nacque ufficialmente il 24 settembre.
All’Educazione Nazionale si insediò Carlo Alberto Biggini, mentre alla Cultura Popolare venne nominato Fernando Mezzasoma. Mussolini si tenne il ministero degli Esteri con Serafino Mazzolini sottosegretario (Cfr. R. CHIARINI, L’ultimo fascismo, Storia e memoria della Repubblica di Salò, Marsilio, Venezia, 2009, pp. 50-52.
118 F. CAPARELLI, Op. cit., 1985, p. 148. La Dante si era temporaneamente trasferita in Via Garovaglio 5, a Como. Caparelli lo descriveva come un ufficio dotato di «due stanzette più i servizi essenziali» e pare che le attività culturali proseguissero con una frequenza sorprendente. Proprio la sezione della SDA di Como, presieduta da Liprando Longhi, nel 1944 organizzò una conferenza di Guido Manacorda dedicata a San Francesco.
119 Dopo la caduta di Roma e la fuga delle autorità della Rsi verso il Nord, anche le residue strutture della propaganda, del Minculpop e dell’agenzia Stefani, vennero spostate nelle città settentrionali, principalmente a Salò e a Venezia. Mentre Mezzasoma si era già spostato al Nord prima del 23 settembre 1943, a Roma era rimasto Cristoforo Mercati che si firmava con lo pseudonimo di Krimer ed era il responsabile dell’ufficio propaganda del Minculpop a Roma (Cfr. R. H. RAINERO, Propaganda e ordini alla stampa. Da Badoglio alla Repubblica sociale italiana, FrancoAngeli, Milano, 2007, 140).
120 La Residenza d’Italia in Finlandia. Italian Residenssi Suomessa. 100 anni di storia-100 vuotta historiaa, Istituto Italiano di Cultura, Ambasciata d’Italia a Helsinki, 2015, pp. 112-113. Fonte: AMBASCIATA D’ITALIA A HELSINKI, Link:
http://www.ambhelsinki.esteri.it/ambasciata_helsinki/it/ambasciata/news/dall_ambasciata/2015/11/libro-residenza.html
121 Ibidem.
122 Ferdinando Mezzasoma, invece, era diventato il nuovo ministro della Cultura Popolare della Rsi a partire dal settembre del 1943. Mezzasoma si sforzò, senza successo, di mantenere la massima continuità amministrativa possibile all’interno del Minculpop. Sotto questo profilo, la perdita di Celso Luciano (che dopo il 25 luglio aveva lasciato il posto a Gilberto Bernabei in qualità di capo di gabinetto del ministro) fu gravissima. A sua volta, Bernabei venne rimpiazzato il 30 aprile 1944 da Giorgio Almirante. Tutti i vecchi direttori generali, così come buona parte dei funzionari e degli esperti del Minculpop, dovettero essere sostituiti. Il ministero della Cultura di Salò, dunque, funzionò a livelli assai inferiori rispetto a quelli del passato. Il giovane Mezzasoma (aveva trentasei anni all’epoca dell’incarico), tuttavia, era dinamico ed era stato vicesegretario del Pnf nonché capo delle organizzazioni giovanili. Ciecamente fanatico e fedelissimo a Mussolini, credeva ancora nell’infallibilità del suo duce. Il ministero venne così profondamente riorganizzato e, in funzione delle circostanze belliche, fortemente accentrato. Le vecchie direzioni generali per la stampa furono unificate con l’Ispettorato per la radiodiffusione in due nuove direzioni generali, rispettivamente della stampa e radio interna e della stampa e radio estera. Cinema e teatro vennero incorporati in una direzione generale dello spettacolo. Vennero poi create due nuove sezioni amministrative: la direzione generale per gli scambi culturali (che comprendeva l’Ufficio razza) e la direzione generale per gli sport e il turismo. Mezzasoma, inoltre, ampliò enormemente il potere e le competenze degli addetti stampa. Essi potevano così vigilare e assistere i giornali, le stazioni radio, le librerie, le case editrici, i gruppi teatrali, le sale cinematografiche, gli enti turistici e sportivi così come qualsiasi altra attività propagandistica (Cfr. P. V. CANNISTRARO, Op. cit., 1975, pp. 324-328).
123 Le didascalie proposte sono reperibili tra le illustrazioni all’interno del volume R. CHIARINI, Op. cit., 2009. Per un’ulteriore panoramica più generica e complessiva della propaganda grafica durante la RSI, inoltre, si raccomanda: U. A. GRIMALDI, La stampa di Salò, Bompiani, Milano, 1979.
124 R. CHIARINI, Op. cit., 2009, pp. 76-78.
125 P. V. CANNISTRARO, Op. cit, 1975, pp. 329-330.
126 Cfr. R. H. RAINERO, Op. cit., 2007, pp. 158-160
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Fabio Ferrarini, Italiani e tedeschi alla conquista culturale del “Grande Nord”. (1922-1945), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2018-2019

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