Per un gappista l’attitudine a sparare rappresenta, tuttavia, uno scalino ancora ulteriore, un qualcosa di più complesso

Milano: Porta Ticinese

I Gruppi di azione patriottica, nel corso dell’estate 1944, tentano di riprendersi dalla crisi in cui versano. In una situazione di mancanza di risorse e di uomini, di perdita di importanza nella strategia del partito, che privilegia le nascenti SAP, di reclutamenti in cui la vigilanza cospirativa deve essere piegata alle reali possibilità del momento, nuovi nuclei gappisti tornano, per pochi mesi, ad essere operativi. In questa seconda fase, collocabile temporalmente tra il maggio 1944 e l’aprile 1945, la modalità di attacco più frequentemente utilizzata è quella degli attentati dinamitardi, mentre diventano meno usuali gli attacchi ad personam, i quali comportano rischi molto elevati per via di un controllo militare tedesco e fascista sui centri urbani sempre più asfissiante. […] Il gappismo torinese, a seguito degli eventi del maggio 1944 e del trasferimento a Milano di Giovanni Pesce, non lascia tracce di sé per qualche mese. Una ripresa significativa della lotta armata in ambito urbano, specialmente con attentati dinamitardi realizzati con bombe a scoppio ritardato, si ha in ottobre, grazie all’apporto di partigiani rientrati in città. Una nuova combinazione di arresti, confessioni e cadute a catena, nel gennaio 1945, porta all’inevitabile crollo, cui fa seguito l’immissione dei gappisti rimasti nelle squadre di punta sappiste, nella logica di una compenetrazione sempre più netta tra le due strutture. La rivitalizzazione del gappismo milanese è legata all’operato di Giovanni Pesce, il quale, nell’estate 1944, riesce ad articolare la 3ª brigata GAP Lombardia su 3 distaccamenti: il distaccamento Nino Nannetti, formato da un gruppetto di partigiani dislocati a Mazzo, il distaccamento Walter Perotti, a partire da giovani di Niguarda, il distaccamento Capettini, basato su un gruppo di porta Romana e alcuni ragazzi di porta Ticinese.
[…] La volontà e la capacità di sparare e di uccidere provengono dalla combinazione di più fattori, tra cui le esperienze vissute nel proprio percorso di vita, le motivazioni politiche o ideali quando presenti, e, forse in modo prevalente, l’indole e le predisposizioni innate di ciascuno: “La difficoltà dell’uccidere vis-à-vis coinvolge direttamente chiunque si appresti a varcare la soglia di un gesto terribile sempre, e ancor più in quanto mai compiuto prima, né la militanza comunista basta di per sé a neutralizzare scrupoli, paure e resistenze, anche se essere in possesso di una solida preparazione politica, e di profonde motivazioni, può essere d’aiuto. Ciò nonostante, mentre per molti combattenti dotati di formazione e fede politica questo passo risulta impraticabile, altri, pur privi di questo retroterra, lo possono compiere senza eccessive ambasce. Ogni generalizzazione in questo campo sarebbe indebita e fallace […]” <43.
Andando a ragione sul rapporto tra provenienza di classe e inclinazione alla violenza, l’interpretazione che la «capacità di dare e ricevere violenza con “naturalezza” è da collegare dunque anche con l’estrazione sociale» <44 e che le classi popolari, rispetto a borghesi ed intellettuali, dispongano di una «più naturale propensione ad affrontare in termini diretti e meno problematici o traumatici l’inevitabilità della violenza, ed i travagli etici connessi alle sue forme» <45, suscita in me qualche riserva.
Certo è che, prendendo in esame la descrizione di una figura quale, ad esempio, il già menzionato Carlo Camesasca, «Barbisùn», di origine proletaria e operaio nella ditta Breda di Sesto San Giovanni, è innegabile riscontrare in lui il tipo ideale che sembra confermare in pieno l’assunto sopra riportato: “È un duro, uno che nell’esercizio della violenza non sembra avere le remore morali di molti altri. Chi lo ha conosciuto lo ricorderà come […] uno da cui è meglio stare alla larga, ma, al di là delle edulcorazioni a posteriori, la lotta gappista, come quella partigiana più estrema, ha anche bisogno di gente sbrigativa, gente che non si faccia problemi nel passare alle vie di fatto più radicali” <46.
Nel suo caso, però, ritengo che sia l’attitudine di Camesasca, più che la classe cui appartiene, a renderlo propenso all’utilizzo della violenza. Egli, come si evince dalla seguente affermazione in riferimento alla sua prima azione gappista in città, non ha alle spalle anni di milizia di partito e non si è mai interessato di politica, è appassionato di sport e di armi, non presenta alcuna remora morale nel dare la morte ad altri: “Rimaniamo d’accordo che d’ora in avanti non vi sarà più da discutere, su chi deve per primo tirare, ma sarà bensì una gara di velocità e destrezza (io spero di avere buon gioco, perché sono molto abile sia in bicicletta come nel maneggio delle armi)” <47.
L’indole di Camesasca non è comune all’intera classe operaia. Nel paragrafo inerente alla tematica generazionale, infatti, è emersa la scarsa inclinazione di gran parte dei militanti comunisti, per quanto di bassa estrazione sociale e lavoratori di fabbrica come «Barbisùn», ad impugnare le armi e togliere la vita al nemico. Spesso in casi come questi, reputo, dunque, sia la natura di un individuo, ancor più di altri elementi, a fare la differenza.
Parimenti, le azioni di guerriglia compiute dai vari Giacomo Buranello, che malgrado le umili origini può essere annoverato tra le fila degli intellettuali, Rosario Bentivegna, Mario Fiorentini, Franco Calamandrei e così via, costituiscono una testimonianza di come l’appartenenza di classe non sia così vincolante come requisito per la disponibilità all’utilizzazione della violenza.
Casomai, è lecito affermare che «l’appartenenza alle classi popolari, con la pratica dei lavori manuali, con rapporti più diretti, più “duri”, con la natura e la materialità della vita, con origini proletarie» <48 sia valsa, in certi casi, quale fonte di rabbia, voglia di insubordinazione e di rivalsa contro l’autorità, ed abbia giocato un ruolo non da poco nella capacità di adattamento e nella disinvoltura nell’affrontare la dura concretezza e l’estrema precarietà della vita partigiana e gappista. L’attitudine a sparare rappresenta, tuttavia, uno scalino ancora ulteriore, un qualcosa di più complesso, non ascrivibile al mero discorso di classe.
[…] Come emerso dalla già ricordata Circolare sull’organizzazione del 1942, Giacomo Buranello è sulla posizione di motivare l’esercizio della violenza come scelta militare, rivoluzionaria e di classe nella lotta del proletariato contro le strutture fasciste. Il background di Buranello è costituito dal fecondo rapporto instaurato con il maestro Antonio Rossi, dall’ottenimento di cognizioni sempre più chiare a proposito della sua condizione sociale e dalla rilevanza di studi e letture per la formazione del suo pensiero politico. Questo insieme di componenti è alla base della sua volontà di creare un’«organizzazione illegale preparata in vista dell’azione» <49 e di «sacrificare i propri interessi e i propri punti di vista di fronte a quelli della propria classe» <50. Malgrado il ruolo riconosciuto alla violenza quale mezzo per l’ottenimento dei fini prefissati, tuttavia, egli mostra una maggiore predilezione per ruoli di tipo dirigenziale, piegandosi, suo malgrado, alla direttiva di farsi gappista e mostrando segni di insofferenza nei confronti di una strada di aggressività e durezza che, tutto sommato, tende a cozzare con la sua sensibilità e la sua natura.
[…] Anche Giovanni Pesce costituisce l’«emblema del proletario rivoluzionario di professione, forgiato prima dal duro lavoro manuale nell’emigrazione, e poi da importanti esperienze di combattimento nella guerra civile spagnola» <55. Egli afferma che «gli anni passati nei pozzi di carbone, alla Grand Combe, lo avevano indurito e fatto crescere alla svelta» <56, oltre a creare in lui un abbozzo di spirito di classe e di coscienza politica, poi ampliatosi, a livello culturale e di consapevolezza, nel periodo del confino a Ventotene. Pesce ha il primo contatto concreto con la violenza in terra spagnola. Si tratta, però, di un’esperienza bellica di diverso tipo, rispetto a quella che egli sostiene come gappista.
Uccidere a sangue freddo, infatti, è altra cosa rispetto a ciò che si compie in una guerra tradizionale: “La necessità di infliggere la morte vis-à-vis non è certo esclusiva della guerra partigiana, ma certo ricorre in essa con più frequenza che in una guerra tradizionale. […] difficoltà che un rapporto diretto con una vittima designata fatalmente comporta, senza mediazioni del numero, della distanza, della casualità e dell’incertezza degli esiti […]” <57.
Nei suoi scritti autobiografici, Pesce avalla, nel modo che segue, il suo utilizzo della violenza in ambito resistenziale: “Noi abbiamo scelto di vivere liberi, gli altri di uccidere, di opprimere, costringendoci a nostra volta ad accettare la guerra, a sparare e ad uccidere” <58. In questa frase, la responsabilità morale viene fatta ricadere nel campo avversario, la violenza viene giustificata come reazione ad una situazione non più sopportabile cui l’altro, il nemico, ha obbligato. In questo senso, la violenza viene legittimata come «strumento dolorosamente indispensabile di liberazione da quel sistema» <59, come «risposta violenta a una situazione di violenza» <60: “L’impegno in vista di fini positivi non cancellò mai completamente nella violenza resistenziale il carattere difensivo. La scelta di uccidere veniva dopo, era una conseguenza della scelta fondamentale di contrapporsi alla violenza dell’altro” <61.
Allo stesso tempo, in Pesce permane l’ideale comunista, politico, rivoluzionario, rivenuto anche in Barontini e Buranello, di «combattere per creare qualcosa di diverso» <62. Forse Pesce, nel racconto della violenza e nelle motivazioni addotte, si trova a metà strada tra Barontini e Buranello da una parte, che antepongono le istanze di partito, e Bentivegna, Fiorentini e Romagnoli dall’altra, che scrivono principalmente di una violenza «necessariamente perpetrata» <63.
[NOTE]
43 Peli, Storie di Gap, cit., p. 59.
44 Peli, La Resistenza difficile, cit., p. 117.
45 Ibid., p. 120.
46 Borgomaneri, Li chiamavano terroristi, cit., pp. 65-66.
47 Isec, Fondo Antonio Mantovani, b. 4, f. 1, Autobiografia del compagno Camesasca Carlo (Barbisùn).
48 Peli, La Resistenza difficile, cit., p. 115.
49 Circolare sull’organizzazione, in Simonelli, Giacomo Buranello, cit., p. 121.
50 Circolare sull’organizzazione, in Ibid., p. 118.
55 Peli, La Resistenza in Italia, cit., p. 266.
56 Pesce, Senza tregua, cit., p. 107.
57 Peli, La Resistenza difficile, cit., p. 114.
58 Pesce, Senza tregua, cit., pp. 204-205.
59 Peli, La Resistenza in Italia, cit., p. 240.
60 Portelli, L’ordine è già stato eseguito, cit., p. 152.
61 Pavone, Una guerra civile, cit., p. 445.
62 Pesce, Senza tregua, cit., p. 175.
63 Lusuardi, Gappisti di pianura, cit. p. 12.
Gabriele Aggradevole, Biografie gappiste. Riflessioni sulla narrazione e sulla legittimazione della violenza resistenziale, Tesi di laurea magistrale, Università di Pisa, 2019

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Pensionato di Bordighera (IM)
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