La crainte du bolschevisme non contiene un’apologia del bolscevismo

Olga Resnevic Signorelli, maggio 1927 – Fonte: Archivio Russo-Italiano cit. infra

In La missione russa Papini fa confluire gli insegnamenti di Dostoevskij e Tolstoj sulla Russia come terreno del ‘secondo avvento’ di un Cristo disceso sulla terra per predicare la “dottrina dell’Amore”. Il tema dell’Amore, in realtà, era stato al centro di alcune lettere sue e della Signorelli già dall’estate del 1917, ma mai Papini era giunto sinora ad identificare pubblicamente l’Amore con l’insegnamento di Cristo: “Questa missione mistica del popolo russo, salvatore del mondo, può sembrare a noi la solitaria pazzia di utopisti farneticanti nel vuoto e nel buio, espulsi dalla realtà. Poteva sembrare, dico, tre anni fa. Ma oggi, dopo l’esperienza terrificante che andiamo tutti facendo delle concezioni che si chiamavano positiviste e realiste, possiamo cominciare a credere che i pazzi potrebbero aver ragione. La nostra vita, fondata sull’invidia del vicino, sul disprezzo dello straniero, sull’odio per il fratello, sulla rivalità universale, sull’avidità di beni tangibili e materiali, sulla gara, sulla contesa, sull’animosità e la concorrenza ha prodotto quel che tutti sappiamo e vediamo dall’agosto 1914. Non c’è il caso che abbiamo sbagliato strada? Non può darsi che la via della vera ricchezza e della vera pace sia da un’altra parte? Non potrebb’essere che Gesù e i suoi discepoli russi avessero ragione?” <35
La domanda timidamente formulata in La missione russa non troverà risposta immediata. Le lettere successive di Giovanni e Olga sono intrise di elucubrazioni su una “teoria dell’Amore” più vicina a filosofie e forme di misticismo orientali che al cristianesimo. Eppure, alla luce della crisi spirituale che di lì a due anni avrebbe ispirato a Papini la Storia di Cristo, l’articolo dell’ottobre 1917 contiene segnali da non sottovalutare. La “missione russa” non ha più i tratti di una prova di forza militare, ma di una rigenerazione morale che si irradierà in tutto il mondo e che per compiersi deve necessariamente passare attraverso i bolscevichi. Non perché Papini veda nel governo bolscevico una garanzia di salvezza, ma perché ritiene che, allo stato presente, le forze messe in circolo dagli avvenimenti degli ultimi anni in Russia debbano trovare libero sfogo, per poi sopirsi e cedere il passo alla vera rivoluzione: la creazione di una “repubblica profondamente democratica e, nel suo intimo, cristiana, che potrà diventare, tra l’Asia e l’Europa, il centro di un mutamento profondo di tutti i popoli e spiriti umani”. <36
I toni pacati di La missione russa non mancarono di suscitare sconcerto tra gli amici che con Papini avevano condiviso la linea interventista. Un esempio ne sia Soffici, che il 10 ottobre 1917 chiese ragione dell’insolito tono di questo nuovo articolo: “Ti dirò solo che i tuoi articoli belli per un verso, fanno generalmente un’impressione cattiva e ormai tu sei arrivato a farti considerare come un neutralista e un sabotatore della guerra. È assurdo e ridicolo; io so che non è e non può essere così: ma l’inopportunità di certi tuoi atteggiamenti ha colpito anche me. Io non capisco più. Il tuo ultimo articolo circa la Russia per esempio! Come mai non senti che dire certe cose intorno all’amore, al cristianesimo ecc. in questo momento è un dare argomenti ai socialisti, ai preti ecc.? Tanto più poi che quelle idee di pace di effusione generale non sono neanche le tue! Tu potresti dire che è legittimo veder la cosa da tutti i lati,
interessante penetrare i problemi spregiudicatamente: ma non è questo il momento. Far ciò in un libro, profondamente pensato, si potrebbe forse; ma pubblicare quelle cose in un giornale letto da tutti è un male secondo me. Credo che disgraziatamente l’atmosfera che pesa sull’Italia peggiore pesa un poco anche su te. Bisognerebbe che tu uscissi di costaggiù”. <37
Papini si guarderà, almeno per il momento, dal dare nuovi argomenti “ai socialisti e ai preti”. Sul significato del bolscevismo tornerà però nel terzo numero di “La Vraie Italie”, discostandosi dalle posizioni di Ardengo Soffici e di Odoardo Campa. Mentre questi definiranno il bolscevismo la naturale conseguenza di determinate condizioni politiche e sociali verificatesi in Russia e tacceranno di esagerazione coloro che vi scorgono solo distruzione e morte, quella di Papini in La crainte du bolschevisme sarà un’analisi priva di retorica e facili ideologismi. <38
Papini si limiterà a constatare come quella promessa di uguaglianza e fratellanza universale, che l’Europa sperava veder mantenuta dopo la fine della guerra, sia stata disillusa, tradita dall’avidità dei paesi vincitori.
La crainte du bolschevisme [la paura del bolscevismo] contiene non un’apologia del bolscevismo, bensì un preciso avvertimento: se le potenze europee non daranno ascolto alle vere esigenze dei cittadini, lasceranno che l’anarchia proletaria di modello bolscevico si propaghi pericolosamente anche in Europa. La missione russa e La crainte du bolschevisme testimoniano di una posizione originale, non conforme a quella di altri intellettuali italiani e profondamente influenzata dalle letture dostoevskiane di Papini. In particolare, è sintomatica l’affinità tra la visione papiniana del bolscevismo in La missione russa e quella dostoevskiana del terrorismo rivoluzionario, riassunta nell’epigrafe evangelica di Besy (Lc 8, 32-37), quei Besy che nelle lettere a Papini dell’autunno 1917 Olga Signorelli non si stanca di definire un “Uomo finito in forma di romanzo”, “la sintesi di ciò che accade ora in realtà”. <39
È proprio in questi mesi, dunque, che Olga e Giovanni decidono di intraprendere insieme l’avventura di Besy: la prima inizia a tradurre e il secondo, nell’ottobre 1918, convince l’editore fiorentino Attilio Vallecchi a pubblicare Gli ossessi – questo il titolo scelto – in due volumi. <40 Da questo momento il lavoro procede particolarmente spedito: la dedizione di Olga a questo progetto è tale che in soli due mesi riesce ad inviare a Papini le bozze del primo libro e i disegni preparati da Armando Spadini. <41
Nella lettera dell’11 aprile 1919, Papini comunica alla Signorelli che il primo volume si trova in tipografia e sarà stampato ai primi di giugno: sollecita dunque l’amica a lavorare al secondo, perché possa vedere la luce già a settembre. Con un leggero ritardo rispetto a questa data, il 9 novembre 1919, Papini riceve dalla Signorelli il secondo volume. <42
[NOTE]
35 G. Papini, La missione russa, cit.
36 Ibidem.
37 G. Papini – A. Soffici, Carteggio, cit., v. 3, 1916-1918: la Grande Guerra, p. 125. Nella risposta del 18 ottobre 1917, Papini difese il proprio articolo spiegando a Soffici che l’evolversi della guerra gli aveva inoculato dubbi circa la possibilità di sconfiggere la Germania e di creare una pace duratura. In particolare, si disse stanco della retorica e delle bugie che accompagnavano ogni discorso ufficiale sul conflitto, e sostenne che la gente italiana cercava
solo verità e franchezza (Ivi, pp. 126-129). Nella lettera Papini non riprese il discorso sulla Russia e la sua missione cristiana.
38 Per l’articolo di Papini cf. [s.f.], La Crainte du Bolschevisme, “La Vraie Italie” 1919, 3, coll. 67-69. Per gli articoli di Soffici cf. [s.f.], L’Italie et le Bolchevisme, “La Vraie Italie” 1919, 2, coll. 47-50; A. S., Nous et la Russie, “La Vraie Italie” 1919, 7, coll. 206-210. Sul nono numero della rivista è pubblicata una lettera, datata 3 ottobre 1919 da Parigi, di N. Magnilovskij, professore all’Università di Pietroburgo e direttore della Sezione etnografica del Museo russo. Magnilovskij dissentiva dalle affermazioni di Soffici sul connubio tra bolscevismo e libertà (Réponse d’un Russe, “La Vraie Italie” 1919, 9, coll. 267-270). A questa lettera seguì, qualche mese dopo, una breve replica di Odoardo Campa, dove si sosteneva che la maggioranza dei russi non aveva compreso a fondo la grandezza sublime del dramma in cui si dibatteva la patria e che l’uomo russo sarebbe risorto dalle rovine (Courte replique à un Russe, “La Vraie Italie” 1920, 10-11-12, coll. 304-305). Non troppo lontane si riveleranno anche le posizioni di alcuni rappresentanti della diaspora russa in Italia, come Boris Jakovenko e i collaboratori di “La Russia Nuova”, che arriveranno a considerare il bolscevismo come tappa necessaria nel processo formativo di una nuova Russia. Sull’atteggiamento verso il bolscevismo degli emigrati russi in Italia, e in particolare della rivista, cf. A. Venturi, Rivoluzionari russi in Italia 1917-1921, Milano, Feltrinelli Editore, 1979, pp. 131-195.
39 Cf. le lettere di O. Signorelli a Papini del 6 ottobre 1917 e del 20 novembre 1917.
40 Vallecchi aveva chiesto a Papini di sollecitare la “signora russa” nelle lettere del 6 e 11 ottobre 1918 (Archivio Papini). Per la decisione di Vallecchi riguardo alla pubblicazione del romanzo cf. la lettera di Papini alla Signorelli del 1 ottobre 1918. Nel carteggio Papini-Signorelli, il titolo italiano di Besy viene indicato più frequentemente come Gli ossessi, anche se nella lettera a Papini del 26 febbraio 1920 Olga Signorelli scrive che più corretta sarebbe la
traduzione Gli indemoniati.
41 Lettera della Signorelli a Papini del 23 dicembre 1918. Le ricerche di questi disegni di Spadini non hanno dato esito. L’unica traccia della loro esistenza si trova nella risposta di Papini alla Signorelli del 28 dicembre 1918.
42 Cf. il telegramma di Papini a Olga Signorelli del 9 novembre 1919.
Raffaella Vassena, L’epistolario di Giovanni Papini e Olga Signorelli in Archivio Russo-Italiano VI, Olga Signorelli e la cultura del suo tempo, a cura di Elda Garetto e Daniela Rizzi, con il contributo della Fondazione Giorgio Cini di Venezia e dell’Università di Salerno, Europa Orientalis, 2010

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