Nel 1917 le dimostrazioni antibelliche in Italia assumono carattere radicale

Lo scoppio dei moti rivoluzionari nella Russia zarista catalizzò il dissenso popolare in Italia, innescando proteste violente nelle campagne e nelle fabbriche dove si venne a configurare un movimento dissidente a trazione femminile. Al fine di garantire la pubblica sicurezza anche dopo decisioni assai impopolari, le autorità dispiegarono un volume di forza talvolta sproporzionato al pericolo. Decisiva fu in questo senso l’attuazione del decreto legge n. 1561 del 4 ottobre 1917 noto per l’istituzione del reato di disfattismo. Si entrò così in una sorta di pace sociale apparente dove le misure eccezionali per la tutela dell’ordine pubblico avevano drasticamente ridotto gli assembramenti e demandato il rifiuto ad iniziative individuali od occasionali. Scopo del presente contributo è fare emergere le sinergie tra sospetto rivoluzionario, malcontento popolare e repressione governativa nell’Italia della Grande guerra.

  1. Il contesto storico-politico
    Il “lungo” 1917 dell’Italia costituisce allo stesso tempo il punto di arrivo di una sempre più coercitiva legiferazione in materia di ordine pubblico, e il momento di maggiore intensità del dissenso popolare durante la Prima guerra mondiale. Nell’ambito di un’inesorabile stretta autoritaria messa in campo dal governo per controllare e militarizzare la società civile, l’individuazione costante dei cosiddetti “nemici interni” permette allo stato l’attuazione di politiche repressive ad ampio raggio <1. Determinante è a tal proposito l’istituzione del reato di «disfattismo», che nasce con il precipuo scopo di punire e scongiurare atteggiamenti che si suppongono orientatati a favorire la sconfitta militare del Paese. Il disfattismo è concepito come crimine politico e si fonda dal punto di vista giuridico su due Decreti Luogotenenziali riguardanti rispettivamente la propalazione di false notizie (n. 885 del 20 giugno 1915) e la soppressione di condotte antipatriottiche (n. 1561 del 4 ottobre 1917). Mentre il primo provvedimento persegue la diffusione di notizie sulla difesa dello stato o sulla guerra diverse da quelle ufficiali, il secondo condanna fatti pregiudizievoli all’interesse nazionale <2.
    Sebbene nel 1917 giurisprudenza e forza dell’ordine inibiscano progressivamente tempi e spazi d’azione della protesta pacifista, la spinta dell’opposizione alla guerra non si arresta affatto. Catalizzate dai rovesci di un’improduttiva warfare e dagli sconvolgimenti politico-internazionali, le dimostrazioni antibelliche in Italia assumono carattere radicale. La percezione che la guerra si possa protrarre ancora a lungo suscita nella mentalità collettiva frustrazione e inquietudine, favorendo tensioni popolari a diversi livelli <3. A questo stato d’animo si somma la visione entusiastica della Rivoluzione russa in quanto miraggio universale di pace e giustizia, capace di ispirare sollevazioni popolari, molte delle quali contraddistinte dall’inedito protagonismo femminile <4. Già nel gennaio del 1917 le notizie sullo stato di persistente agitazione interna alla Russia zarista avevano cominciato a preoccupare l’opinione pubblica italiana. Tuttavia è soltanto con i fatti di febbraio (marzo) – in principio percepiti come i «gravi disordini di Pietrogrado» – che la questione diventa preponderante, soprattutto per il potenziale ideologico che la stessa trasmette alle masse contadine e operaie della Penisola <5.
    L’inadeguata e superficiale conoscenza della reale situazione in Russia sortisce un doppio effetto sulla stabilità italiana: da una parte contribuisce a diffondere un irrazionale ottimismo del proletariato rispetto al traguardo rivoluzionario, e dall’altra stimola consensi unanimi nell’intero schieramento politico. Persino taluni interventisti, infatti, guardano con favore alla Rivoluzione di febbraio, soprattutto per la possibilità di un più concreto impegno russo nel conflitto <6. D’altro canto, con il successivo coup d’Etat dei bolscevichi e la disfatta dell’esercito italiano sul fronte carsico, si polarizzano le posizioni interne al Partito socialista italiano, ora diviso tra una maggioranza rivoluzionaria ed una corrente minoritaria di stampo riformista. Simili travagli investono anche il movimento anarchico e il Partito repubblicano, la cui fragile compattezza è allo stesso modo minata dal dibattito sugli effetti della rivoluzione <7.
    L’attività di propaganda dell’intelligencija bolscevica in Italia, nel frattempo, filtra e diffonde la dottrina leninista, contribuendo in maniera decisiva alla primigenia formazione dell’immaginario rivoluzionario presso gli ambienti socialisti del Regno <8. Contemporaneamente si afferma una solidarietà trasversale tra movimento operaio e masse cittadine sempre più affamate e stanche. Ristrettezze, malcontento e ribellione costituiscono una convergenza di fattori esplosiva, capace di mandare eloquenti segnali di turbolenza già nella primavera-estate del 1917. Assai indicativa è in questo senso l’insorgenza di sommosse popolari a Milano e Torino, innescate soprattutto dalla carenza di beni di prima necessità <9. La successiva pace di Brest-Litovsk spinge borghesia e governi alleati ad una reazione antirivoluzionaria, inasprita dal timore – specialmente nell’Italia post Caporetto – che l’esasperazione della popolazione possa in qualche modo suggerire o imporre una pace dannosa per l’Italia <10.
    È in tale contesto che nasce e vede le sue prime applicazioni il reato di disfattismo: da questo momento in poi è sufficiente una frase contro la guerra e la nazione per ricevere – a seconda dei casi – una sanzione amministrativa o un ordine d’arresto. L’effetto coercitivo di questo provvedimento e più in generale della restrizione della libertà di parola e di azione in tempo di guerra, produce una sorta di pace sociale apparente. Con eccezionali misure di sicurezza atte a tutelare l’ordine pubblico, il dissenso viene sfiancato e demandato a iniziative individuali e sporadiche. L’azione repressiva si focalizza così su episodiche manifestazioni di rifiuto, che vedono spesso protagoniste donne, contadini e soldati in licenza <11. La diffusione di canti antipatriottici e di pratiche parareligiose rimandano ad un ritorno dell’occultismo, inteso come risposta ancestrale alla fame e alla disperazione <12.
    Le fonti prodotte dalla Direzione Generale di Pubblica Sicurezza consentono di descrivere la penetrazione in Italia delle spinte rivoluzionarie provenienti dalla Russia. Un cauto atteggiamento storiografico invita ad utilizzare queste carte nella consapevolezza di adottare inevitabilmente lo sguardo, il linguaggio e gli strumenti della polizia. Occorre a tal proposito far tesoro della lezione dello storico inglese Richard Cobb, che in una magistrale ricostruzione della partecipazione popolare alla Rivoluzione francese, propone un utilizzo critico di documenti carichi di pregiudizi e figli di un ben preciso metodo di osservazione e descrizione <13. Le stesse carte, tuttavia, costituiscono un giacimento inestimabile di informazioni sui protagonisti del dissenso e sulla qualità delle loro azioni sovversive.
    È necessaria un ulteriore precisazione: le informazioni contenute in questi documenti provengono sovente da delatori, molti dei quali remunerati dalla polizia in relazione all’importanza delle notizie fornite. Gli stessi enti di spionaggio e controspionaggio italiani – l’Ufficio centrale d’investigazione e il Servizio informazioni dell’esercito – si servivano di confidenti non sempre attendibili. Di qui la necessità di un’analisi critica di fonti delicate, capaci tuttavia di restituire vividamente la psicosi antisocialista e antirivoluzionaria sorta nel paese dopo la rivoluzione di febbraio in Russia.
    [NOTE]
    1 Sulle crescenti misure coattive adottate in Italia per controllare l’ordine pubblico e la forza-lavoro nel settore bellico, valga per tutti il prezioso lavoro di PROCACCI, Giovanna, Dalla rassegnazione alla rivolta. Mentalità e comportamenti popolari nella Grande Guerra, Roma, Bulzoni, 1999.
    2 Per un inquadramento specifico, con particolare riferimento alla teoria giuridica si veda: FUSCO, Alessandra, Le radici del disfattismo politico: profili teorici ed applicativi (1915-1918), in COLAO, Floriana, LACCHÈ, Luigi, STORTI, Claudia (a cura di), Giustizia penale e politica in Italia tra Otto e Novecento. Modelli ed esperienze tra integrazione e conflitto, Milano, Giuffrè, 2015, pp. 459-481. Per gli ambiti applicativi si rimanda a: PROCACCI, Giovanna, La legislazione repressiva e la sua applicazione, in ID., (a cura di), Stato e classe operaia in Italia durante la prima guerra mondiale, Milano, Franco Angeli, 1983, pp. 41-59.
    3 PROCACCI, Giovanna, Dalla rassegnazione alla rivolta. Mentalità e comportamenti popolari nella Grande Guerra, cit., p. 81.
    4 Per un quadro generale: ID., «Le donne e le manifestazioni popolari durante la neutralità e negli anni di guerra (1914-1918)», in DEP. Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile, 31, 2016, pp. 86-121. Per la ricostruzione della partecipazione femminile alla protesta in un’area interregionale rimando al mio: MAMONE, Graziano, Guerra alla Grande Guerra. La galassia dissidente tra Basso Piemonte, Liguria di Ponente e Provenza, Saluzzo, Fusta, 2016. Per la partecipazione femminile all’assistenza pubblica cfr. MOLINARI, Augusta, «Donne sospese tra pace e guerra. La mobilitazione femminile come pratica di assistenza», in Genesis. Rivista della Società delle storiche italiane, 1, 15/2016, Roma, pp. 61-85.
    5 Sulla percezione della diplomazia italiana rispetto alle rivoluzioni in Russia si veda PETRACCHI, Giorgio, Diplomazia di guerra e rivoluzione. Italia e Russia dall’ottobre 1916 al maggio 1917, Bologna, Il Mulino, 1974. Per le ricadute delle rivoluzioni russe sulle relazioni tra Roma e Mosca si veda il recente lavoro di DUNDOVICH, Elena, Bandiera rossa trionferà? L’Italia, la Rivoluzione di Ottobre e i rapporti con Mosca. 1917-1927, Milano, Franco Angeli, 2017. Una sagace ricostruzione dell’atteggiamento delle autorità italiane rispetto al pericolo bolscevico è in LOMELLINI, Valentine, La “grande paura” rossa. L’Italia delle spie bolsceviche (1917-1922), Milano, Franco Angeli, 2015.
    6 Valga a tal proposito la descrizione dell’entusiasmo parlamentare nella seduta del 16 marzo 1917. Cfr. Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, XXIV Legislatura, Discussioni, 16 marzo 1917, p. 13055, cit. in CARETTI, Stefano, La Rivoluzione russa e il socialismo italiano (1917-1921), Pisa, Nistri-Lischi Editore, 1974, p. 26n.
    7 Per un quadro aggiornato: SCIBILIA, Corrado, Tra nazione e lotta di classe. I repubblicani e la rivoluzione russa, Annali della Fondazione Ugo La Malfa – Quaderni, Roma, Gangemi Editore, 2012.
    8 Per l’impatto dei rivoluzionari russi sul Partito socialista italiano e non solo si veda VENTURI, Antonello, Rivoluzionari russi in Italia. 1917-1921, Roma-Bari, Feltrinelli, 1979.
    9 Cfr. DE FELICE, Renzo, «Ordine pubblico e orientamento delle masse popolari italiane nella prima metà del 1917», in Rivista storica del socialismo, 20, 1963, pp. 467-504. Sul mondo operaio protagonista di quella protesta: CAMARDA, Alessandro, PELI, Santo, (a cura di), L’altro esercito. La classe operaia durante la prima guerra mondiale, introduzione di Mario Isnenghi, Milano, Feltrinelli, 1980. Sui fatti di Torino: MONTICONE, Alberto, «Il socialismo torinese e i fatti dell’agosto 1917», in Rassegna storica del Risorgimento, gennaio-marzo 1958, pp. 51-96; SPRIANO, Paolo, Torino Operaia nella Grande Guerra (1914-1918), Torino, Einaudi, 1960, pp. 235-254.
    10 A tal proposito: PETRACCHI, Giorgio, La Russia rivoluzionaria nella politica italiana. 1917/1925, prefazione di Renzo De Felice, Roma-Bari, Laterza, 1982.
    11 Per il dissenso nell’esercito il punto di riferimento è sempre FORCELLA, Enzo, MONTICONE, Alberto, Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Roma-Bari, Laterza, 2014; per gli aspetti psichiatrici si veda: BIANCHI, Bruna, La follia e la fuga. Nevrosi di guerra, diserzioni e disobbedienza nell’esercito italiano (1915-1918), Roma, Bulzoni, 2001; sui nuovi orizzonti mentali dei soldati: GIBELLI, Antonio, L’officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bollati Boringhieri, Torino 1991.
    12 Sui fenomeni di superstizione e ritorno della tradizione magico-apocalittica si veda PROCACCI, Giovanna, Dalla rassegnazione alla rivolta. Mentalità e comportamenti popolari nella Grande Guerra, cit., pp. 340-343.
    13 Cfr. COBB, Richard, Le fonti della storia popolare francese e le loro interpretazioni, in ID., Polizia e popolo. La protesta popolare in Francia (1789-1820), Bologna, Il Mulino, 1970, pp. 15-70.
    Graziano Mamone, «Ombre rosse. La repressione del disfattismo e lo spettro bolscevico in Italia (1917-1919)», Diacronie. Studi di Storia Contemporanea: “Le armi della politica, la politica delle armi”. Ideologie di lotta ed esperienze di guerra, 31, 3/2017, 29/10/2017
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Siamo salvati da Nuto Revelli e Livio Bianco che fanno la differenza

Uno scorcio di valle Vermenagna – Fonte: Mapio.net

Il 10 giugno 1944 Nuto Revelli assume il comando della brigata di Giustizia e Libertà dislocata tra le Valli Vermenagna e Roia, e guida azioni di sabotaggio dirette a tenere impegnata una gran quantità di truppe tedesche.
La brigata è stata da poco denominata “Sandro Delmastro”, dal nome del comandante partigiano di GL ucciso due mesi prima a Cuneo. Primo Levi, amico e compagno di escursioni alpinistiche prima della guerra, lo ha ricordato in Ferro, uno dei suoi racconti più belli. Anna, la fidanzata di Revelli, ne aveva visto il corpo esanime, lasciato a lungo sul selciato come monito.
L’estate inizia con un’altra perdita dolorosa, l’amico Pietro Bellino: dopo aver fatto parte del primo nucleo partigiano di Revelli, era divenuto comandante della 20a brigata GL in Val Grana; catturato dai tedeschi, è fucilato il 5 luglio a Piozzo.
Di quell’estate è rimasto un ricordo, una fotografia che Nuto terrà sempre appesa nello studio: un giorno di «visita parenti» presso la base partigiana di Entracque. L’immagine è sfocata ma si distinguono bene lui e Anna che si guardano con tenerezza, la sorella Teresa e il padre Ermete, in un completo giacca e cravatta che sorprende in quel contesto montano e ribelle.
Revelli non dimenticherà mai il gusto della libertà di quei giorni:
“In montagna mi sentivo libero; tutto il resto era occupato dai tedeschi e dai fascisti, in basso c’era il terrore. Con un Thompson sulla spalla mi sentivo il padrone del mondo, ho respirato degli attimi di libertà che non ho mai più respirato in vita mia. Nei momenti in cui facevo una marcia di trasferimento, da solo o con il mio portaordini, ero il padrone della montagna e del mio destino”.
Nella seconda metà di agosto i tedeschi si preparano a sferrare un forte attacco in Valle Stura, una zona di grande bellezza naturale, costellata di lariceti e di piccoli laghi, con le montagne sovrastanti che sembrano fatte apposta per vigilare il passaggio nel vallone. L’attacco è finalizzato a distruggere le forze partigiane ma soprattutto a tenere aperta e sicura la via di transito verso la Francia, attraverso il Colle della Maddalena. I reparti della 90ª Panzergrenadierdivision hanno il compito di superare velocemente il passo e di unirsi alle truppe tedesche in ritirata dalla Francia, aiutandole a sganciarsi dagli attacchi americani per poi costituire, insieme, un fronte difensivo dispiegato da Mentone alla catena alpina.
In quel momento difficile, a Nuto Revelli viene affidato il comando della brigata “Carlo Rosselli”, composta da poco più di 600 uomini, che presidia la valle.
“La scelta del nuovo comandante della brigata è motivata dalla certezza che l’uomo ha l’esperienza e la solidità necessarie per fronteggiare ogni difficoltà o problema di ordine militare”: Walter Cundari.
Giuseppe Mendicino, 1944: l’estate partigiana di Nuto Revelli, DOPPIOZERO, 12 Agosto 2021

Verso la fine del luglio 1944, il gruppo di Palanfrè è troppo numeroso. Nuto Revelli dà il compito a Nino Monaco, uno dei primi di Paraloup, di creare un nuovo distaccamento in Valle Roya. Ancora completamente italiana, questa è una valle di confine, forse un po’ meno controllata rispetto alla Valle Vermenagna. Anche in questa zona non ci sono formazioni partigiane stabili. A Briga [Marittima] però si registrano la diserzione di una compagnia della polizia ausiliaria, che prende contatto in giugno con una banda di Peveragno e scorribande di un gruppo di resistenti comunisti. Con Nino Monaco partono in venti. L’organizzazione in valle risulta difficile: non si può contare su ripari difficilmente raggiungibili, le vie militari percorrono infatti tutte le montagne, l’unico modo per sfuggire al nemico è quello di rendersi invisibili e inafferrabili, un giorno in alto sulle creste, un altro giù in basso, tra pini e larici. L’autunno e l’inverno sono ancora più difficoltosi: gli unici ripari sono i sotterranei dei forti del colle di Tenda, anch’esso presidiato. La “Brigata Valle Roya” cresce ben presto di numero: affluisce gente in gamba e decisa da Tenda, San Dalmazzo e Limone [Piemonte]. Il suo compito è quello di effettuare azioni di sabotaggio sulla linea ferroviaria Cuneo-Nizza e sulla strada che la fiancheggia. Gli esplosivi si trovano con grande facilità nelle caverne scavate nella roccia durante la Prima Guerra Mondiale. I primi tentativi di utilizzo risultano piuttosto fallimentari. Già verso la metà di agosto però, a valle di San Dalmazzo viene fatto saltare un ponte ferroviario che si unisce a un tratto di strada costruita in muratura lungo il fiume. Due giorni dopo, gli Alleati sbarcano in Provenza, mentre i tedeschi sono ancora intenti a riattare la strada. Questo provoca un violento rastrellamento tedesco: i nemici percorrono la valle in lungo e in largo senza trovare traccia dei partigiani, nascosti a più di duemilacinquecento metri, tra le rocce.
Sara Giordano, PERCHÉ, PERCHÉ… PERCHÉ ERA LA GUERRA. Storia partigiana della Valle Vermenagna, Tesina di ricerca storica, Liceo Scientifico “G. Peano”, Cuneo, Anno Scolastico 2011-2012, Classe 5 C

19 settembre del 1944: quel giorno avviene uno scontro a fuoco che avrà tragiche conseguenze e che, per gli avvenimenti conseguenti, sconvolgerà la vita di Nuto Revelli. L’azione è predisposta dal capitano Flygt d’intesa con il comando dei paracadutisti americani: si tratta di attaccare le postazioni tedesche, in unità di azione con una pattuglia americana, in località La Bollène, sotto il colle di Turinì. Nell’azione sono coinvolti Nuto Revelli, Dante Livio Bianco, Walter Cundari, e altri cinque partigiani, tra questi l’infaticabile Giuseppe Scagliosi, che insiste per partecipare nonostante il suo compito di medico della brigata lo impegni pesantemente. Il camion con i partigiani, preceduto dalla Jaguar del capitano Flygt, si dirige verso La Bollène, una volta arrivati si avviano a piedi verso le linee tedesche, vi giungono dopo due ore di salita nel bosco. Arrivati ad una radura qualcosa insospettisce Revelli: fa appena in tempo a ordinare “via!” che arrivano i colpi di un mitragliatore tedesco. È un’imboscata. Si accorgono di essere circondati. “Siamo salvati da Nuto Revelli e Livio Bianco che fanno la differenza, e con il loro coraggio riescono a contenere l’assalto. Sparano con il loro Thompson e cercano di portare in salvo il dottor Scagliosi, rimasto colpito al femore e impossibilitato a rialzarsi”. Così descriverà lo scontro Walter Cundari. Il racconto coincide con quello di Revelli: “Sono al fianco di Scagliosi: Livio Bianco, superati i primi reticolati spara con il suo Thompson sui tedeschi che incalzano da tutte le parti. Trascino Scagliosi per pochi metri, poi sparo disperatamente. Mi trovo Livio Bianco al fianco: è tornato avanti, ha superato i reticolati, afferra Scagliosi e lo trascina faticosamente, dritto sotto un inferno di fuoco. Ci difendiamo a bombe a mano, riusciamo a superare la prima fascia di reticolati: Scagliosi è ancora con noi, Livio lo trascina, ostinatamente” (Turinì, in “Resistenza”, anno VII, giugno – agosto 1953).
Mentre si ritirano, a una biforcazione purtroppo il capitano Flygt prende il sentiero sbagliato e il gruppo si dirige verso il comando tedesco che, allarmato dagli spari e dagli scoppi delle bombe a mano, ha inviato una pattuglia. Altra sparatoria, i proiettili grandinano sul terreno e sugli alberi, il capitano Flygt urla di dolore, è stato ferito allo stomaco. I partigiani si disperdono e fuggono, Scagliosi urla a Nuto e Livio di abbandonarlo per non cadere anche loro uccisi o prigionieri.
A sera, uno dopo l’altro riescono ad arrivare alla chiesetta fuori dell’abitato di La Bollène, avamposto dei paracadutisti americani. Ma Flygt e Scagliosi sono rimasti nelle mani dei tedeschi. Revelli si dispera: Scagliosi, oltre ad essere il medico della brigata, è un caro amico e ha sposato la sorella della fidanzata di Revelli. L’azione risulta fallimentare: prima di ordinarla il comando del 509° gruppo paracadutisti USA avrebbe dovuto effettuare delle ricognizioni, sarebbe così emerso che erano arrivate truppe fresche tedesche a rinforzo.
Nei giorni successivi, nessuna notizia dei due prigionieri, e così Revelli e Cundari il 24 settembre partono in moto verso Lantosque e Roquebillières, dove è dislocato il comando americano: l’obiettivo è ottenere l’inserimento dei due in uno scambio di prigionieri.
Ad una curva però la moto, guidata da Revelli, esce di strada, l’impatto è disastroso. Cundari riporta una frattura frontale che si rivelerà poi guaribile in tempi brevi, Revelli invece è gravissimo, si rialza per qualche istante e poi sviene: il viso ha impattato una piastra di mortaio a lato della strada ed è completamente devastato. “Non vedo più nulla. Rinvengo, tra il sangue. Faccio forza sulle braccia per alzarmi. ‘Volf, Volf, sono spacciato’, e svengo ancora”. (…) butto le mani sul mio povero volto sfasciato, sento le ferite profonde, sento di essere grave”.
A 25 anni il suo giovane volto è distrutto, non ritroverà mai più una composizione regolare. E il tutto inutilmente: subito dopo la fine della guerra infatti, Revelli e Cundari torneranno a Turinì e, da un prigioniero tedesco addetto a sminare la zona, verranno a sapere che Flygt era stato curato e poi inviato in un lager in Germania, Scagliosi invece era stato prima malmenato e poi lasciato morire dissanguato, dopo una lenta agonia. “Era solo un terroristen, nessuna cura” disse il tedesco.
Erano tempi che poteva esserci pietà per un prigioniero inglese, non per un partigiano ferito.
Dopo il terribile incidente motociclistico, Revelli e Walter Cundari sono portati in ambulanza a Nizza, presso l’albergo Hermitage, dove è stato organizzato un ospedale dell’esercito americano, ma già nella notte sono ricoverati nel più attrezzato padiglione militare dell’ospedale Pasteur, sulla collina dell’osservatorio astronomico.
Nuto si aggrava ed entra in coma, ci resterà per alcuni giorni: il setto nasale non esiste più, e le profonde ferite si sono infettate. La mancanza di penicillina impedisce di curarle. Uscito dal coma, Revelli si preoccupa subito di conoscere la sorte di Giuseppe Scagliosi, l’amico ferito e presumibilmente catturato dai tedeschi nello scontro di Turini. Riesce a ottenere dagli americani di poter interrogare alcuni tedeschi catturati nei dintorni del luogo dello scontro, ma non ricava alcuna notizia.
Dopo alcuni giorni, Cundari si riprende dalle ferite e riparte per raggiungere la brigata Rosselli, Revelli invece deve restare in ospedale, l’infezione è peggiorata, inizia per lui un calvario di cure lunghe e dolorose.
Dopo un mese di terapie poco adeguate, il 19 ottobre i medici gli spiegano che l’occhio destro deve essere operato, e così la mascella fratturata. Sono necessarie operazioni in cliniche specialistiche; in ogni caso il suo viso non sarà più quello di prima, ammesso che riacquisti una fisionomia accettabile. Revelli vorrebbe almeno risolvere presto i problemi di respirazione e della vista che gli rendono impossibile una vita normale. Intanto, continua ad avere febbre a causa delle infezioni.
Lo aiutano alcuni amici di Giustizia e Libertà esuli in Francia, come Marcella Migliorini, del CLN di Nizza, e partigiani giellisti come Agostino Fossati, detto Tino. Il CLN sostiene i costi delle operazioni e delle cure ma le risorse a disposizione sono limitate. Il 2 novembre del ’44 Revelli raggiunge Parigi per sottoporsi a degli interventi chirurgici che dovrebbero restituirgli un volto e una vita sostenibile. Per contenere le spese alloggia in alberghetti modestissimi, spesso divenuti luoghi di incontri sessuali a pagamento per militari di varia nazionalità.
La ferita più profonda, quella in mezzo al viso, dove una volta c’era il setto nasale, non riesce a rimarginarsi. Sarebbe opportuno aspettare prima di sottoporsi ad una operazione per ricostruire naso e viso, ma Revelli teme che il CLN possa interrompere i già modesti contributi alle cure, e vorrebbe rientrare prima possibile in azione, in Italia, dove si combatte per la liberazione. I chirurghi vorrebbero rinviare l’intervento, che prevede l’estrazione di un segmento di costola per la ricostruzione del naso. Lui insiste per fare presto.
L’operazione viene effettuata il 14 novembre, al risveglio il dolore al viso e al costato è insopportabile. Quando il giorno dopo si guarda allo specchio la delusione è profonda, il viso è irriconoscibile, con qualcosa in mezzo che gli pare enorme e posticcia.
Nei giorni successivi, prostrato, attende di capire se l’operazione è riuscita. “Penso ai miei con malinconia. Penso ad Anna con disperazione: come sempre! Ho troppo tempo per pensare. Anche a Pino penso (Giuseppe Scagliosi ndr), al distacco. Mi è rimasto negli occhi quel suo sguardo implorante, rassegnato”.
Meno di dieci giorni dopo una delle ferite si apre. I medici decidono di rioperare per scongiurare il rischio di una infezione all’innesto osseo, ormai scoperto, che ne determinerebbe l’estrazione e metterebbe in pericolo la vita di Revelli. I chirurghi riaprono la ferita e raschiano la cartilagine, a freddo, senza anestesia.
Gli spiegano che anche l’occhio dovrà subire un intervento, con l’asportazione del sacco lacrimale, problemi anche per la mascella.
A fine novembre l’infezione si aggrava, gli gonfia l’intero viso; lo operano ancora, gli asportano un pezzo della costola innestata. Seguono giorni in cui le ore non passano mai, nella stanzetta buia e fredda del piccolo albergo dove alloggia. Il vitto è minimo: pane nero, patate, latte e a volte una mela. “Sono stanco di stringere i denti, di resistere, di non piangere: stanco da non poterne più”. Giuseppe Mendicino, L’ultimo anno di guerra di Nuto Revelli, DOPPIOZERO, 25 Aprile 2019

Alla fine del 1944 i comandanti Gl decisero di sfoltire le bande situate nelle valli: Gesso, Grana, Roia, Varaita e Vermenagna, trasferendone i reparti in pianura. Ritenevano infatti troppo rischioso affrontare un nuovo inverno di guerra in montagna, sia per le sistemazioni precarie delle bande, che per il reperimento dei viveri […] Gli uomini comandati da “Nino” Monaco, della Brigata valle Roia “Sandro Delmastro” partirono da Casterino [n.d.r.: oggi nel comune di Tenda, dipartimento francese delle Alpi Marittime] il 7 gennaio, lasciando sul posto 15 uomini, abili sciatori affinché si occupassero di mantenere i collegamenti con la Francia. Il viaggio, particolarmente duro e costellato di scontri con le brigate nere, si concluse il 2 febbraio a Santo Stefano di Benevagienna. Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Cuneo

Il comando della I.ère Armée chiese in un primo tempo che la brigata si trasferisse ad Isola, in forza al 2° Gruppo di Battaglioni – Groupement Colonnello Guien. La richiesta venne parzialmente accolta con l’invio di 50 volontari (16), ma il grosso non abbandonò la primitiva sede. A metà dicembre, l’ordine improvviso: la brigata deve trasferirsi a Mentone per essere incorporata nel 74° battaglione stranieri, una specie di legione straniera in via di costituzione, di cui facevano parte polacchi, ungheresi, cechi, russi ecc. (17). A rendere più convincente l’ordine, i partigiani ebbero tagliati i viveri per tre giorni: inoltre il comando francese di Isola cercò di distribuire danaro ai volontari
del locale distaccamento, danaro che fu seccamente respinto (18).
L’atmosfera si faceva pesante. Il comando della «Rosselli» non frappose indugi ed inviò al colonnello Lanusse un esposto, riassumente l’attività della formazione fino al momento in cui era giunto l’ordine di trasferirsi a Mentone; documento sereno, fermo, da cui emerge la volontà di ufficiali e partigiani di non piegarsi ad imposizioni che possano condurre, in qualunque forma, alla perdita dell’autonomia del reparto, della sua fisonomia schiettamente partigiana e, sopratutto, a spezzare i contatti con il comando di Pradleves ed i compagni che combattono nel cuneese (19). Di fronte all’alternativa posta loro, battaglione straniero o ritorno in Italia, la replica è netta: dopo aver fatto presente quale sia stato il loro apporto alla causa comune e quali possano essere i vantaggi di un lavoro di collegamento con le valli presidiate dalla Ia Divisione «G.L.», dichiarano, senza iattanza, senza retorica, che la scelta è fatta: «…nous sommes résolus à repasser les montagnes au prix de n’importe quel sacrifice».
(16) Testimonianza del comandante interinale della brigata, Renato Aimo, ilquale aveva assunto il comando diretto della formazione a seguito di un grave incidente motociclistico occorso al comandante Revelli, che dovette essere ricoverato in clinica a Parigi, ove fu trattenuto diversi mesi.
(17) Ne fa fede una relazione in data 16 dicembre ’44 (Arch. brigata – dossier 1: documenti).
(18) Testimonianza del comandante Aimo, confermata dalla relazione di cui alla nota 17.
(19) Arch. Brig. Nell’esposto ci si richiama anche agli accordi stipulati, nel maggio-giugno ’44, fra maquis francesi e partigiani italiani.

Mario Giovana, Una formazione partigiana in terra di Francia, Italia contemporanea (già Il Movimento di liberazione in Italia dal 1949 al 1973) n. 3, 1949, Rete Parri

Intanto riceve lettere dalla brigata Rosselli che lo aggiornano sulla situazione militare e politica. I rapporti tra partigiani italiani e maquis francesi, buoni durante la primavera e l’estate del 1944, si deteriorano in autunno, quando riprendono il sopravvento le autorità militari francesi che, anche facendo leva sul risentimento della popolazione per l’attacco del 1940 e la successiva occupazione da parte italiana, mirano a modificare la linea di confine a vantaggio della Francia. Il problema più urgente riguarda la volontà dei francesi di trasferire la brigata Rosselli a Mentone, riducendola a unità del loro esercito, e con la divisa del medesimo. Minacciano, in caso di rifiuto, il disarmo e l’internamento dei partigiani italiani in campi di detenzione. Contano sul fatto che, in pieno inverno e mal equipaggiati, i partigiani non potranno valicare le Alpi e tornare in Italia, e saranno quindi obbligati a sottomettersi. Revelli e gli ufficiali che lo stanno sostituendo a Belvedere si oppongono decisamente: restare autonomi è indispensabile per conservare dignità e per non compromettere i futuri sviluppi politico-territoriali.
I suoi partigiani, sapendolo a Parigi, lo immaginano vicino ai centri decisionali, e gli scrivono chiedendogli di intervenire sugli alti comandi francesi, si illudono sulle sue possibilità di pressione. Revelli in realtà è un ferito grave che vive in un piccolo locale gelido e buio.
Privo di penicillina, fatica a riprendersi e rischia anzi di perdere ogni possibilità di guarigione, riesce a dialogare di persona solo con ufficiali di medio rango. Scrive comunque senza requie ai comandanti francesi e al CLN di Nizza, non molla. Proprio una sua lunga e dettagliata relazione del 17 dicembre, al capo di Stato Maggiore, generale Alphonse Juin, è decisiva per preservare l’autonomia della brigata. Revelli rievoca le attività partigiane dall’inverno del ’43 in avanti, l’occupazione delle valli, i rapporti con i maquis francesi, i combattimenti dell’agosto ’44 in Valle Stura, lo sconfinamento in Francia e la guerriglia successiva contro i tedeschi, contesta l’ordine ingiusto di integrazione nell’esercito francese e dichiara che “…qualora vedessimo compromessa la nostra autonomia, siamo decisi a rivalicare le montagne, a costo di qualsiasi sacrificio di sangue, male equipaggiati non importa, portandoci dietro i nostri feriti e i malati, e il ricordo dei nostri morti in Francia, certi che l’aiuto in viveri accordatoci è stato ripagato dalla nostra attività, esplicata con il massimo senso del dovere, come è stato riconosciuto dai comandi francesi e di cui fanno fede gli elogi scritti dei comandi americani. Il Comandante Nuto”. La lettera ottiene il suo scopo, dai comandi parigini dell’esercito francese nei giorni successivi arriva lo stop al processo di incorporazione e a fine anno la revoca definitiva.
Da Belvedere gli giungono anche lettere di contenuto più personale, piene di sconforto per la forzata inattività e le discussioni tra le varie componenti, e di rimpianto per i giorni di guerriglia partigiana e di libertà tra le montagne del Cuneese.
A fine anno, ancora febbricitante e per le ferite infette, Revelli parte da Parigi per Nizza, vuole incontrare il CLN.
Lì, il 4 gennaio, apprende con dolore che Duccio Galimberti, compagno di guerra partigiana e comandante delle formazioni di Giustizia e Libertà in Piemonte, è stato ucciso dai fascisti un mese prima a Cuneo.
Il 5 gennaio riesce finalmente a raggiungere Belvedere, la sede della brigata, insieme ad alcuni rappresentanti del CLN: l’accoglienza dei partigiani è festosa. Così lo ricorda uno dei suoi ufficiali, Aldo Ferrero (in nota, Aldo Ferrero, Terroristen, Mursia, 1996): “5 gennaio. Nel pomeriggio arriva Nuto in jeep. Lo trovo abbastanza bene. I risultati delle operazioni di plastica finora subite non sono certo un capolavoro, ma il suo miglioramento è sensibile. (…) a poco a poco si passa in rivista tutta la situazione. Particolarmente lunga la discussione circa la funzione politica della brigata”.
Nonostante la febbre lo assalga periodicamente riesce a partecipare a molti incontri con gli alleati. Gli inglesi sostengono le ragioni degli italiani, Revelli gode di grande considerazione tra loro, per il valore dimostrato in agosto nella battaglia della Valle Stura. Gli americani sono indifferenti.
Nella brigata Rosselli qualcuno vorrebbe sostituirlo, a causa della sua impossibilità a restare stabilmente a Belvedere, altri ritengono invece che nessuno abbia le sue doti di competenza e carisma.
Revelli fa una spola faticosa tra Nizza e Belvedere, insieme agli altri ufficiali, lotta per difendere l’autonomia della brigata, e ci riesce: dovrà coordinarsi e adeguarsi alle direttive dei comandi alleati, ma continuando a rimanere autonoma e italiana, agli ordini dei vertici piemontesi di Giustizia e Libertà.
Il 18 gennaio del ’45, il persistere di febbre e infezione spingono i medici a un intervento rischioso: iniettare penicillina nel vivo della ferita. Il giorno dopo, il risveglio per Revelli è finalmente felice, la febbre e soprattutto l’infezione sono sparite.
Nei primi mesi dell’anno continua l’attività di guerriglia della brigata, ma fervono i preparativi per il ritorno in Italia. Dopo alcune richieste negate, i partigiani comprendono che solo spezzando l’unità in più tronconi potranno avere il via libera degli alleati, sempre divisi sul riconoscimento da accordare loro. Il rientro avviene quindi in modi diversi e per tragitti resi difficili e pericolosi sia dal prolungarsi dell’inverno particolarmente rigido sia dal persistere della resistenza tedesca.
Revelli è stanco e debilitato da mesi di sofferenze e di infaticabile attività, ed è preoccupato: teme l’incontro con Anna e i suoi famigliari, che lo rivedranno con un volto irreparabilmente devastato, e quello con la moglie e i famigliari di Giuseppe Scagliosi. Dalle lettere ricevute, sa che sperano ancora. “29 marzo. Sono mal ridotto in salute. È la tensione nervosa che mi tiene in piedi. Otto interventi chirurgici, uno dopo l’altro, senza soste, e dovrei subirne altri per migliorare, ma non mi interessa più… Sono peggio conciato “dentro” che non al viso. Tento di legarmi alla vita, ma non sempre ci riesco… (…) penso ad Arnatouvo. Il povero S. aveva i piedi in cancrena, e andò avanti scalzo, allo scoperto: per cercare la sua fine, per non tornare…”.
Nuto, con una pattuglia tenta di individuare dei passaggi sicuri tra montagne e ghiacciai, e con le postazioni tedesche ancora integre. Provano il sentiero che porta al rifugio Nizza e poi al valico, tra nebbie e nevai. Niente da fare, ma il rifugio diviene un punto di riferimento logistico, e anche emotivo. “18 aprile. Dovrei scendere, perché giù mi aspettano. Ma queste montagne mi ridanno la vita…”.
Infine, il 25 aprile partono da Guillestre e, dopo dieci ore di marcia, a volte sprofondando nella neve, arrivano alla linea del Colle del Maurin, il valico alpino che delimita la Francia e l’Italia, la valle dell’Ubaye e la Val Maira.
Il 28 aprile Cuneo è ancora occupata: i fascisti sono scappati ma i tedeschi resistono a oltranza, non vogliono arrendersi ai partigiani, presidiano punti nevralgici come piazza Vittorio (la futura piazza Galimberti), corso Umberto, corso Garibaldi, via Vittorio Amedeo. Si combatte strada per strada, attorno alla città l’assedio si sta chiudendo ma all’interno si accendono sparatorie improvvise, molti i caduti e i feriti. Anche Nuto spara con il suo Thompson: da un angolo di piazza Vittorio vede una decina di tedeschi attorno a un cannoncino anticarro, fanno parte della Kommandantur di corso Garibaldi. Spara a raffiche brevi, e colpisce.
Arriva poi vicino alla casa della sua famiglia, lo avvisano che il padre è ferito: era in giro per la città in cerca di lui, e un tedesco gli ha sparato una fucilata a sangue freddo, colpendolo a una gamba.
“Mio padre. È steso, con una gamba bucata: fortunatamente salvo. Mi guardano, i miei, mi guardano in viso e trattengono le lacrime, non a lungo. (…) Cuneo è in festa: una festa immensa, la liberazione. Chiude le finestre. Arriva la mamma di Pino, le parlo di Turini. Lei non mi crede”.
A 25 anni, Nuto Revelli ha alle spalle la ritirata di Russia e la guerra partigiana, e porta sul viso e nell’animo ferite senza rimedio. Adesso deve ricominciare a vivere.
Il 30 aprile il grosso della Brigata Rosselli, 130 uomini, dopo un lungo percorso a piedi dalla Francia, giunge a Cuneo e percorre il corso Nizza per congiungersi con le altre […]
Giuseppe Mendicino, L’ultimo anno di guerra di Nuto Revelli, DOPPIOZERO, 25 Aprile 2019

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La crainte du bolschevisme non contiene un’apologia del bolscevismo

Olga Resnevic Signorelli, maggio 1927 – Fonte: Archivio Russo-Italiano cit. infra

In La missione russa Papini fa confluire gli insegnamenti di Dostoevskij e Tolstoj sulla Russia come terreno del ‘secondo avvento’ di un Cristo disceso sulla terra per predicare la “dottrina dell’Amore”. Il tema dell’Amore, in realtà, era stato al centro di alcune lettere sue e della Signorelli già dall’estate del 1917, ma mai Papini era giunto sinora ad identificare pubblicamente l’Amore con l’insegnamento di Cristo: “Questa missione mistica del popolo russo, salvatore del mondo, può sembrare a noi la solitaria pazzia di utopisti farneticanti nel vuoto e nel buio, espulsi dalla realtà. Poteva sembrare, dico, tre anni fa. Ma oggi, dopo l’esperienza terrificante che andiamo tutti facendo delle concezioni che si chiamavano positiviste e realiste, possiamo cominciare a credere che i pazzi potrebbero aver ragione. La nostra vita, fondata sull’invidia del vicino, sul disprezzo dello straniero, sull’odio per il fratello, sulla rivalità universale, sull’avidità di beni tangibili e materiali, sulla gara, sulla contesa, sull’animosità e la concorrenza ha prodotto quel che tutti sappiamo e vediamo dall’agosto 1914. Non c’è il caso che abbiamo sbagliato strada? Non può darsi che la via della vera ricchezza e della vera pace sia da un’altra parte? Non potrebb’essere che Gesù e i suoi discepoli russi avessero ragione?” <35
La domanda timidamente formulata in La missione russa non troverà risposta immediata. Le lettere successive di Giovanni e Olga sono intrise di elucubrazioni su una “teoria dell’Amore” più vicina a filosofie e forme di misticismo orientali che al cristianesimo. Eppure, alla luce della crisi spirituale che di lì a due anni avrebbe ispirato a Papini la Storia di Cristo, l’articolo dell’ottobre 1917 contiene segnali da non sottovalutare. La “missione russa” non ha più i tratti di una prova di forza militare, ma di una rigenerazione morale che si irradierà in tutto il mondo e che per compiersi deve necessariamente passare attraverso i bolscevichi. Non perché Papini veda nel governo bolscevico una garanzia di salvezza, ma perché ritiene che, allo stato presente, le forze messe in circolo dagli avvenimenti degli ultimi anni in Russia debbano trovare libero sfogo, per poi sopirsi e cedere il passo alla vera rivoluzione: la creazione di una “repubblica profondamente democratica e, nel suo intimo, cristiana, che potrà diventare, tra l’Asia e l’Europa, il centro di un mutamento profondo di tutti i popoli e spiriti umani”. <36
I toni pacati di La missione russa non mancarono di suscitare sconcerto tra gli amici che con Papini avevano condiviso la linea interventista. Un esempio ne sia Soffici, che il 10 ottobre 1917 chiese ragione dell’insolito tono di questo nuovo articolo: “Ti dirò solo che i tuoi articoli belli per un verso, fanno generalmente un’impressione cattiva e ormai tu sei arrivato a farti considerare come un neutralista e un sabotatore della guerra. È assurdo e ridicolo; io so che non è e non può essere così: ma l’inopportunità di certi tuoi atteggiamenti ha colpito anche me. Io non capisco più. Il tuo ultimo articolo circa la Russia per esempio! Come mai non senti che dire certe cose intorno all’amore, al cristianesimo ecc. in questo momento è un dare argomenti ai socialisti, ai preti ecc.? Tanto più poi che quelle idee di pace di effusione generale non sono neanche le tue! Tu potresti dire che è legittimo veder la cosa da tutti i lati,
interessante penetrare i problemi spregiudicatamente: ma non è questo il momento. Far ciò in un libro, profondamente pensato, si potrebbe forse; ma pubblicare quelle cose in un giornale letto da tutti è un male secondo me. Credo che disgraziatamente l’atmosfera che pesa sull’Italia peggiore pesa un poco anche su te. Bisognerebbe che tu uscissi di costaggiù”. <37
Papini si guarderà, almeno per il momento, dal dare nuovi argomenti “ai socialisti e ai preti”. Sul significato del bolscevismo tornerà però nel terzo numero di “La Vraie Italie”, discostandosi dalle posizioni di Ardengo Soffici e di Odoardo Campa. Mentre questi definiranno il bolscevismo la naturale conseguenza di determinate condizioni politiche e sociali verificatesi in Russia e tacceranno di esagerazione coloro che vi scorgono solo distruzione e morte, quella di Papini in La crainte du bolschevisme sarà un’analisi priva di retorica e facili ideologismi. <38
Papini si limiterà a constatare come quella promessa di uguaglianza e fratellanza universale, che l’Europa sperava veder mantenuta dopo la fine della guerra, sia stata disillusa, tradita dall’avidità dei paesi vincitori.
La crainte du bolschevisme [la paura del bolscevismo] contiene non un’apologia del bolscevismo, bensì un preciso avvertimento: se le potenze europee non daranno ascolto alle vere esigenze dei cittadini, lasceranno che l’anarchia proletaria di modello bolscevico si propaghi pericolosamente anche in Europa. La missione russa e La crainte du bolschevisme testimoniano di una posizione originale, non conforme a quella di altri intellettuali italiani e profondamente influenzata dalle letture dostoevskiane di Papini. In particolare, è sintomatica l’affinità tra la visione papiniana del bolscevismo in La missione russa e quella dostoevskiana del terrorismo rivoluzionario, riassunta nell’epigrafe evangelica di Besy (Lc 8, 32-37), quei Besy che nelle lettere a Papini dell’autunno 1917 Olga Signorelli non si stanca di definire un “Uomo finito in forma di romanzo”, “la sintesi di ciò che accade ora in realtà”. <39
È proprio in questi mesi, dunque, che Olga e Giovanni decidono di intraprendere insieme l’avventura di Besy: la prima inizia a tradurre e il secondo, nell’ottobre 1918, convince l’editore fiorentino Attilio Vallecchi a pubblicare Gli ossessi – questo il titolo scelto – in due volumi. <40 Da questo momento il lavoro procede particolarmente spedito: la dedizione di Olga a questo progetto è tale che in soli due mesi riesce ad inviare a Papini le bozze del primo libro e i disegni preparati da Armando Spadini. <41
Nella lettera dell’11 aprile 1919, Papini comunica alla Signorelli che il primo volume si trova in tipografia e sarà stampato ai primi di giugno: sollecita dunque l’amica a lavorare al secondo, perché possa vedere la luce già a settembre. Con un leggero ritardo rispetto a questa data, il 9 novembre 1919, Papini riceve dalla Signorelli il secondo volume. <42
[NOTE]
35 G. Papini, La missione russa, cit.
36 Ibidem.
37 G. Papini – A. Soffici, Carteggio, cit., v. 3, 1916-1918: la Grande Guerra, p. 125. Nella risposta del 18 ottobre 1917, Papini difese il proprio articolo spiegando a Soffici che l’evolversi della guerra gli aveva inoculato dubbi circa la possibilità di sconfiggere la Germania e di creare una pace duratura. In particolare, si disse stanco della retorica e delle bugie che accompagnavano ogni discorso ufficiale sul conflitto, e sostenne che la gente italiana cercava
solo verità e franchezza (Ivi, pp. 126-129). Nella lettera Papini non riprese il discorso sulla Russia e la sua missione cristiana.
38 Per l’articolo di Papini cf. [s.f.], La Crainte du Bolschevisme, “La Vraie Italie” 1919, 3, coll. 67-69. Per gli articoli di Soffici cf. [s.f.], L’Italie et le Bolchevisme, “La Vraie Italie” 1919, 2, coll. 47-50; A. S., Nous et la Russie, “La Vraie Italie” 1919, 7, coll. 206-210. Sul nono numero della rivista è pubblicata una lettera, datata 3 ottobre 1919 da Parigi, di N. Magnilovskij, professore all’Università di Pietroburgo e direttore della Sezione etnografica del Museo russo. Magnilovskij dissentiva dalle affermazioni di Soffici sul connubio tra bolscevismo e libertà (Réponse d’un Russe, “La Vraie Italie” 1919, 9, coll. 267-270). A questa lettera seguì, qualche mese dopo, una breve replica di Odoardo Campa, dove si sosteneva che la maggioranza dei russi non aveva compreso a fondo la grandezza sublime del dramma in cui si dibatteva la patria e che l’uomo russo sarebbe risorto dalle rovine (Courte replique à un Russe, “La Vraie Italie” 1920, 10-11-12, coll. 304-305). Non troppo lontane si riveleranno anche le posizioni di alcuni rappresentanti della diaspora russa in Italia, come Boris Jakovenko e i collaboratori di “La Russia Nuova”, che arriveranno a considerare il bolscevismo come tappa necessaria nel processo formativo di una nuova Russia. Sull’atteggiamento verso il bolscevismo degli emigrati russi in Italia, e in particolare della rivista, cf. A. Venturi, Rivoluzionari russi in Italia 1917-1921, Milano, Feltrinelli Editore, 1979, pp. 131-195.
39 Cf. le lettere di O. Signorelli a Papini del 6 ottobre 1917 e del 20 novembre 1917.
40 Vallecchi aveva chiesto a Papini di sollecitare la “signora russa” nelle lettere del 6 e 11 ottobre 1918 (Archivio Papini). Per la decisione di Vallecchi riguardo alla pubblicazione del romanzo cf. la lettera di Papini alla Signorelli del 1 ottobre 1918. Nel carteggio Papini-Signorelli, il titolo italiano di Besy viene indicato più frequentemente come Gli ossessi, anche se nella lettera a Papini del 26 febbraio 1920 Olga Signorelli scrive che più corretta sarebbe la
traduzione Gli indemoniati.
41 Lettera della Signorelli a Papini del 23 dicembre 1918. Le ricerche di questi disegni di Spadini non hanno dato esito. L’unica traccia della loro esistenza si trova nella risposta di Papini alla Signorelli del 28 dicembre 1918.
42 Cf. il telegramma di Papini a Olga Signorelli del 9 novembre 1919.
Raffaella Vassena, L’epistolario di Giovanni Papini e Olga Signorelli in Archivio Russo-Italiano VI, Olga Signorelli e la cultura del suo tempo, a cura di Elda Garetto e Daniela Rizzi, con il contributo della Fondazione Giorgio Cini di Venezia e dell’Università di Salerno, Europa Orientalis, 2010

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A luna piena, parlò più forte

La figura di Ennio Contini, poeta e scrittore, sardo di origine ma ligure di adozione, è sempre stata avvolta da un fitto alone di mistero.
Ferrania, piccolo paese dell’entroterra ligure – celebre per la produzione di pellicole fotografiche e cinematografiche, quest’ultime scelte da registi come Rossellini per il suo Roma città aperta e da Pasolini per Uccellacci e uccellini – è stato la dimora di Contini per oltre cinquantanni e ancora oggi qui vive la sua famiglia ed è custodito il suo archivio personale.
Di Ennio Contini si è parlato poco e la sua figura, protetta da un riservato silenzio e segnata da un passato tormentato, è sempre stata associata a un anedotto della sua vita: aver pubblicato un libro di poesie insieme a Ezra Pound.
A Ferrania risuonava quasi come una leggenda il binomio Pound-Contini perché in fondo nessuno sapeva davvero che cosa avesse scritto e pubblicato Ennio Contini.
Poeta condannato a morte – come avremo modo di approfondire – per fatti legati alla Seconda guerra mondiale Contini aveva scontato, dopo la commutazione della pena, nove anni di detenzione tra le carceri di Savona, Procida e Civitavecchia per i suoi trascorsi legati alla militanza tra le file della Repubblica Sociale Italiana; questo passato così oscuro e drammatico lo aveva di fatto confinato ad una vita solitaria e appartata.
Oggi, a distanza di molto tempo dagli anni bui e tragici del nostro dopoguerra e trascorsi ormai dodici anni dalla morte di Contini è forse giunto il momento di dipanare le nebbie che ancora circondano la figura di questo poeta, ingiustamente dimenticato.
Ennio Contini nasce in Sardegna nel 1914 ma si trasferisce a Savona all’età di tre anni: qui muoverà i primi passi nell’ambiente letterario. Scoperto da Aldo Capasso che lo aveva definito ‘ungarettiano’ Contini «è un poeta che ha scritto relativamente poco incidendo molto» <1: ha pubblicato quattro raccolte in tutto che vanno da Magnolia, del 1939, passando per L’Alleluja con Ezra Pound (1952), Schegge d’anima (1962) e Viaggio nel buio (1969).
A metà degli anni ’90 pubblica il suo unico romanzo, No haya cuartel!, notevole prova narrativa dallo stile céliniano e sperimentale.
Le quattro raccolte, pur preservando ognuna la propria individuale originalità, rinviano una all’altra in un intenso gioco di rimandi e di riletture che l’autore fa di se stesso e delle proprie parole.
Leggere le poesie di Ennio Contini significa sapere che ci si trova di fronte a uno di quei casi in cui vita e arte sono strettamente collegate. Lo stesso Contini era solito ripetere che la sua poesia, che ogni sua parola era ‘sentita, scritta con il sangue’ e che nulla aveva di quella fredda composizione a tavolino che ravvisava in tanti altri poeti. Leggere Ennio Contini significa intraprendere un viaggio attraverso la vita di questo sfortunato e dimenticato poeta, che ha conosciuto poca fama e molto dolore. Leggere Contini significa comprendere la storia di un uomo che non ha smesso mai, fino alla fine, di avere fiducia nell’alto valore della letterarura che permette di «credere e sperare nonostante tutto» <2.
Magnolia <3, primo libro di poesie pubblicato nel 1939, raccoglie la produzione degli anni della giovinezza; quella di Contini qui è una poesia per certi versi ancora acerba, ricca di echi e di rimandi ma già capace di esprimere con forza la propria originalità.
Il giovane Contini osserva la natura che lo circonda e ne coglie attimi essenziali, riproponendoli al lettore come paesaggi interiori: «A luna piena, parlò più forte/ al silenzio l’argentea voce dei rivi./ Poi, sospirava suo fresco languore, / sui docili fili dell’erba, / muta la rugiada. / All’alba / fiorirà sul prato lo smeraldo». Gli echi e i rimandi vanno all’amato Ungaretti, a Montale e Sbarbaro, maestri indiscussi della sua giovinezza. In Magnolia c’è la Liguria – sua terra d’adozione – ma è una Liguria lontana dalla riarsa e desolata terra montaliana, più vicina alla natura cantata da d’Annunzio, quasi panica. Giannino Balbis fa notare come in Contini non si trovi quel «male di vivere che è quasi un segno distintivo della scuola ligure, da Sbarbaro a Barile, da Montale a Caproni.
Contini, d’altronde, è un ligure sui generis» ma come i suoi paesaggi restituiscano piuttosto un messaggio di positività. Qui il ricordo viene in soccorso come un’ancora di salvezza, il mare è «limpido», i giardini sono «aperti», il «tuffo» è «felice» e la malinconia riporta alla memoria immagini serene di «marini compagni / vocianti tra reti salmastre e lampàre». Un abisso separa le poesie di Magnolia da quelle dell’Alleluja <4, pubblicate nel 1952. Un abisso fatto di dolore, di tragedie, di sofferenze ma anche di letture e di profondi cambiamenti. Travolto da «passioni politiche e da una vita irrequieta e avventurosa», come ha scritto l’amico Bonaventura Tecchi, Contini conosce nel 1945 quella che Renzo Laurano ha definito la sua ‘morte civile’: incarcerato e condannato a morte per collaborazionismo ha scontato – come abbiamo visto – nove anni di reclusione tra i penitenziari di Savona, Procida e Civitavecchia. Il carcere lo aveva segnato profondamente, come uomo e come poeta, marchiando a fuoco la sua vita indelebilmente. In questi anni Contini legge Eliot, Joyce, Pound ma anche Gide, Mauriac e Godoy, ripensa i classici e la Bibbia. La fede e la poesia sono unico conforto: «il lavoro è l’unica mia risorsa, la poesia è la mia anima, la lettura il mio pane» scrive nel suo diario. Sono questi gli anni delle lettere a Ezra Pound che porteranno poi alla pubblicazione del volume in silloge; le poesie dell’Alleluja vengono infatti pubblicate insieme alla prima decade dei Cantos del grande poeta americano e costituiscono un unicum nella storia poetica di Contini <5. Il carteggio che fa da corollario a questo amichevole sodalizio rimane un’importante testimonianza (ironia della sorte Contini – rinchiuso nel carcere di Civitavecchia – scrive al maestro Ezra Pound, segregato a sua volta nel manicomio di St. Elizabeth a Washington negli Stati Uniti) e proprio al poeta maestro Contini dedica la poesia che apre il volume Signore il muro è cresciuto: «Da cinque anni non vedo il verde delle querce / da cinque anni, Signore […] Signore, il muro è cresciuto e vedo solo il cielo / le querce son sepolte nel mio cuore / Signore, se vuoi / gli occhi diverranno verdi / come il cielo».
Con la raccolta, o meglio, con la breve antologia Schegge d’anima <6 (1962) – che comprende poesie tratte da Magnolia e L’Alleluja unite a poesie mai pubblicate – Contini rinasce come uomo e come poeta e inaugura quella fase di rilettura di se stesso che caratterizzerà le ultime fasi della sua poesia. In Schegge d’anima ripercorriamo le tappe che Contini ha attraversato fino a questo momento e continuiamo con lui sulla nuova strada intrapresa; alle spalle si lascia la giovinezza e il dolore e si guarda avanti.
1 Giannino Balbis, Ennio Contini e il poema della speranza, in «Val Bormida. Storia e cultura», IV, 1988, pp. 127-129.
2 Giannino Balbis, Ennio Contini e il poema della speranza, cit., p. 129.
3 Ennio Contini, Magnolia, Genova, Emiliano degli Orfini, 1939.
4 Ennio Contini e Ezra Pound, L’Alleluja, Mazara, Società Editrice Siciliana, 1952.
5 In un’intervista a Graziella Vallero del novembre 2002 pubblicata sulla rivista locale «Alta Val Bormida» (XLIII, 11, novembre 2002, pp. 12-13, citazione a p. 13) Ennio Contini ci tiene a precisare di essere stato l’unico al mondo a pubblicare insieme al padre della poesia anglo-americana: «Il libro L’Alleluja conteneva oltre alle mie poesie – d’accordo con il grande Ezra Pound – anche la Prima Decade dei Cantos. Il libro ebbe successo nonostante i tempi burrascosi».
6 Ennio Contini, Schegge d’anima, Sarzana, Carpena, 1962. Il titolo di questa raccolta era stato suggerito a Contini dal poeta Adriano Grande, che ne aveva firmato la lusinghiera prefazione.

Francesca Bergadano, «Il gioco irresistibile della vita». Ricerche su Ennio Contini (1914-2006): poeta, scrittore, pittore, Tesi di laurea, Università degli Studi Genova, Anno Accademico 2017-2018

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Tutta rinchiusa in sé, la cattedrale

Vorremmo invece puntare l’attenzione su due poeti, che Sbarbaro nomina nei suoi scritti in diverse occasioni, ma sui quali la critica sbarbariana non si è ancora soffermata: Antonio Fogazzaro e Francesco Pastonchi.
Fogazzaro poeta era sicuramente un autore frequentato assiduamente da Sbarbaro negli anni dei suoi studi liceali. È d’altra parte significativa la presenza nella seconda appendice dell’edizione critica di Resine di Quando morrò una gente curiosa del poeta vicentino, ricopiata da Sbarbaro su un fascicolo personale «o perché vi intravvedesse, compiaciuto, una certa affinità, o, più semplicemente, per esprimere una sua predilezione». <117 Inoltre le due poesie di Heine che Sbarbaro trascrive in traduzione italiana nel manoscritto ora denominato AR1 <118 (ora raccolti nella seconda appendice dell’edizione critica di Costa) giungono a Sbarbaro con ogni probabilità proprio attraverso la mediazione di Fogazzaro, se è vero che nella raccolta del poeta vicentino Poesie scelte, pubblicata nel 1898 compare la medesima traduzione del testo heiniano Ho pianto in sogno, ho pianto successivamente letta e ricopiata da Sbarbaro. <119
Anche all’interno della poesia di Fogazzaro è possibile ritrovare in diversi brani un processo di antropomorfizzazione degli elementi naturali, spesso ottenuto mediante gli stessi mezzi stilistici di cui si servirà più tardi anche Sbarbaro. Significativa da questo punto di vista la seconda quartina del poemetto Fascino, la prima sezione della raccolta Valsolda, pubblicata nel 1876.
Sol parlava, mugghiava,
rumoreggiava, urlava
per dirupate sponde
saltando la cascata
infaticata
a l’ime acque profonde. <120
Non è difficile scorgere in questi versi quel movimento retorico, basato sulla metafora verbale a due termini, che – come visto – sarà ampiamente sfruttato da Sbarbaro durante la composizione di Resine. Alcune rispondenze verbali più precise sono avvertibili con i già citati versi de Il pino.
E ‘l torrentaccio, torbido
di rovi sassi e mota,
che furibondo avventasi
verso la meta ignota,
urla a borea che ascolta.
(Il pino, vv. 9-13)121
Anche l’atteggiamento di positiva apertura nei confronti della natura, determinato dalla funzione che Sbarbaro le attribuisce già con la poesia di Pianissimo, trova un precedente nella poesia di Fogazzaro, che in Novissima verba scrive:
O dolce valle, solvermi vorrei.
in te placar l’irrequieto
cor non mai pago; in te vorrei la polve
ringiovanir che più non sente aprile. <122
Alcune rispondenze con gli usi retorici della prima poesia sbarbariana sono riscontrabili anche nelle opere di Francesco Pastonchi. La frequentazione da parte del giovane Sbarbaro della poesia di Pastonchi, anch’egli originario della riviera di ponente e cronologicamente appartenente alla generazione lirica precedente, è d’altronde provata da un brano di Cartoline in franchigia («Resta però che dopo gli esempi di Pastonchi, la personificazione dei mesi…» <123). In particolare il sonetto In piazza del Duomo ricorda, tanto per il contenuto descritto, quanto per l’immagine metaforica usata, un già citato sonetto di Resine: La cattedrale.
Fu sogno! L’alba già spandea suoi veli
sul palpito degli astri semiaperti,
quando balzò negli occhi sonnolenti
una vibrante ascensïon di steli. <124
Si vedano ora i versi di Sbarbaro.
Pullulando dal bujo, orrida quale
una selva di stili al cielo eretti,
s’alza sul vasto mareggiar dei tetti,
tutta rinchiusa in sé, la cattedrale.
(La cattedrale, vv. 1-4)
In prima analisi non bisogna tralasciare la corrispondenza metrica tra le due liriche: si tratta in entrambi i casi di sonetti. Inoltre anche l’ambientazione cronotipica è analoga: siamo infatti in città (anche se solo per Pastonchi è possibile sapere con certezza che si tratta di Milano) allo spuntare del sole («destata dall’alba», La cattedrale, v. 9). Da ultimo l’immagine cui entrambi fanno riferimento per descrivere l’ergersi verticale della chiesa (Pastonchi con una metafora, Sbarbaro con una similitudine) è tratta proprio dal mondo botanico, cui già nei primi anni di attività Sbarbaro dedicava grande attenzione, come testimoniato anche dalle quartine di Ad una fanciulla. <125
Anche il tema degli alberi, così caro a Sbarbaro, era già stato trattato da Pastonchi con accenti simili a quelli che userà poi il sonettista di Resine. In particolare si possono ritrovare nei versi dedicati all’ulivo alcune espressioni e stilemi che più tardi riutilizzerà anche Sbarbaro.
Ma, scabro scarno abbarbicato agli arsi
clivi, del mar gli eterni palpiti ode. <126
Oltre all’ennesima antropomorfizzazione dell’elemento naturale tramite metafora verbale a due termini («ode»), risaltano nei versi appena citati molti elementi poetici che contribuiranno a formare, anche attraverso la mediazione sbarbariana, quel bagaglio lessicale che nella prima metà del Novecento accompagnerà la rappresentazione poetica del territorio ligure. Si può senz’altro rilevare a partire da questo esempio quanto all’epoca fosse rilevante per questi autori la dimensione geografica nel determinare diversi aspetti del loro immaginario lirico. Molte qualità dell’ulivo di Pastonchi torneranno poi riferite al «pin rachitico» di Resine:
S’abbranca al tufo magro,
che ghigna e fra le barbe arse si sgretola.
(Il pino, vv. 7-8)
Pochi versi dopo viene non a caso usato anche il verbo “abbarbicarsi” («M’abbarbico / io solo dappertutto», Il pino, vv. 17-18). Si noti infine che anche dal punto di vista sintattico Sbarbaro ha ricalcato alcune movenze stilistiche del poeta ligure, come si evince per esempio confrontando una terzina del sonetto pastonchiano Acqua e la struttura della frase utilizzata da Sbarbaro nella quartina incipitaria di Vento.
Sempre indocile, trepida, infantile,
con che dolcezza timida ti lagni
nella deserta pace di un cortile! <127
O sempre sveglio, o libero,
immenso, irrefrenabile,
come per te di folle vita subito
la terra bruta s’anima!
(Il vento, vv. 1-4)
Avvicinando le due citazioni si osserva subito la presenza in entrambi i casi di una struttura metaforica mirante ancora un volta ad umanizzare un aspetto del mondo naturale (lì l’acqua, qui il vento). Stupisce tuttavia ancor più la puntuale corrispondenza nella struttura sintattica delle due frasi: ambedue formulate in una marcata forma allocutiva, <128 sono introdotte da una serie di aggettivi vocativi preceduti da un avverbio di tempo, cui segue una proposizione esclamativa caratterizzata da una sfumatura modale. Di più: si noti come gli aggettivi scelti dai due poeti per descrivere l’elemento naturale siano principalmente costruiti grazie ad una prefissazione negativa («indocile» e «infantile» nel primo caso, «immenso» e «irrefrenabile» nel secondo), quasi a rendere l’idea di una difficoltà di definizione positiva dell’essenza stessa del fenomeno descritto. <129
In base a questi brevi raffronti è quindi possibile osservare come Sbarbaro riutilizzi le sue fonti poetiche tanto da un punto di vista tematico, quanto da un punto di vista stilistico, prediligendo di fatto autori che, nella descrizione dell’elemento naturale, si volgono a forme contratte di comparazione metaforica basate sull’intersezione tra campi semantici relativi all’elemento naturale e alle caratteristiche proprie dell’essere umano.
Va tuttavia notato che il poeta ligure si volge non soltanto ad autori attivi durante la seconda metà dell’Ottocento. Infatti i suoi riferimenti culturali gli permettono in alcuni casi di trarre suggestioni topiche anche da scrittori appartenenti alla classicità, in particolare greca, come afferma lui stesso in una glossa autografa contenuta nell’autografo Tenti:
Non sono io il primo a […] paragonare la cresta sassosa d’un monte alla schiena d’un asino:
l’immagine magnifica è di Archiloco che descrivendo l’isola di Thasos, la dice appunto: ὁ ὄνου ῤάχις. <130
All’interno del processo di umanizzazione degli elementi naturali sviluppato rigorosamente in Resine è possibile notare che alcune metafore compaiono più volte, fino a diventare ricorrenti e a creare una serie di collegamenti tra le parti della raccolta, garantendole così un grado maggiore di unità. Tra i fenomeni più frequentemente sottoposti a spostamento metaforico troviamo in primo luogo il vento e alcune tipologie di alberi.
Il vento, visto in Resine come una forza attiva e vivificante, prende sembianze umane quando “schiaffeggia” il pino (Il pino, v. 3) con le sue «cento ferree braccia» (Il pino, v. 15). Con il suo «passo» (Il vento, v. 5) avanza e sconvolge gli altri elementi naturali, «perseguitando» le foglie e poi «sperperandole» improvvisamente (Il vento, vv. 73-76). È l’elemento naturale che maggiormente entra in rapporto con l’uomo, tanto che il suo tocco viene più volte chiamato «stretta» (Il vento, v. 28). In alcuni passaggi viene esplicitamente definito «amante» (Ad una fanciulla, v. 8), trovando il suo culmine descrittivo nella più sensuale caratterizzazione – ampiamente analogica – dei suoi effetti fornita in Resine.
Fiato di bimbo, vellichi,
fra bianche trine rosea,
a lei che sul poggiolo s’adagia soffice
la bella gola tumida.
Le par che tante piccole
manine l’accarezzino;
che su la nuca che sul sen la bacino
tante boccucce timide.
Tira sul sen schermendosi
la sciarpa, – i cigli s’agitan
e le fossette nelle gote appaiono –
supina e carezzevole.
(Il vento, vv. 53-64)
Non stupisce poi che siano gli alberi – tema portante, come vedremo, anche della produzione successiva – a suggerire a Sbarbaro l’adozione di modalità rappresentative metaforiche. A far scaturire il processo di umanizzazione sono in particolare tre piante: il pino, il gelso e soprattutto l’ulivo. Il primo si vede principalmente caratterizzato da un «irto crine» (Il pino, v. 14; Il vento, v. 21), mentre per il gelso il parallelo creato riguarda soprattutto l’arto delle mani.
E i gelsi nani
tutti contorti
mostran le pugna
rocciose al ciel. […]
Ma un giorno o l’altro
con cento braccia
con cento gole
insorgeran. […]
Non han bavaglio
i gelsi nani,
ma tutti i bracci
torcono in su […].
(Prosa e poesia, vv. 9-12, 21-24, 53-56)
Infine all’ulivo non vengono attribuite solamente le caratteristiche fisiche dell’essere umano, ma anche le sue prerogative comportamentali, tanto da essere in grado di “impallidire”.
O religioso ulivo che, se il vento
ti rovescia le fronde, trascolori
e di minuti lattescenti fiori
semini il suolo e ’l tuo tronco d’argento.
(L’ulivo, vv. 1-4)
Si noti ancora una volta il ruolo vivificante attribuito al vento che, colpendo l’albero, ne provoca la reazione “morale” («trascolori») e quella fisica («semini»).
Non a caso nel componimento dedicato al vento (v. 12) – già citato più volte – emerge la stessa dinamica: il vento, volgendo le foglie dell’ulivo, ne mette in evidenza la parte inferiore, più chiara, determinando così l’“impallidire” dell’ulivo («Sotto il tuo passo […] gli ulivi trascolorano»). Da questi brevi confronti interni alla raccolta si può notare come già in questo periodo compositivo emergano alcuni motivi ricorrenti – evidenziati tramite strutture analogiche – attraverso i quali è possibile ricostruire una rete di rapporti intratestuali ed intertestuali che evidenzia i temi-chiave della produzione sbarbariana. Tale modalità poetica di procedere sarà tuttavia utilizzata con più rigore solamente nella produzione successiva.
117 CARLA ANGELERI, GIAMPIERO COSTA, La tradizione manoscritta di “Resine” con appendice di testi inediti, in Studi di letteratura italiana offerti a Dante Isella, Napoli, Bibliopolis, 1983, p. 430.
118 Rispettivamente Ho pianto in sogno, ho pianto e Su brulla altezza nordica. Vedi la descrizione del fascicolo in CAMILLO SBARBARO, Resine, edizione critica a cura di Giampiero Costa, cit., pp. 25-31.
119 Cfr. Ivi, p. 160 e ANTONIO FOGAZZARO, Poesie scelte, Milano, Casa Editrice Galli, 1898, p. 91.
120 Ivi, p. 13.
121 Il verbo “urlare” riferito ad un elemento naturale torna anche in Novissima verba: «Cadeva il sol, pe’ fiammeggianti / boschi sublimi urlava il vento» (ANTONIO FOGAZZARO, Poesie scelte, cit., p. 65).
122 Ivi, p. 63.
123 CAMILLO SBARBARO, L’opera in versi e in prosa, cit., p. 549. Chiosa Marziano Guglielminetti: «Sbarbaro stesso in una delle “cartoline” a Barile fa il nome di Pastonchi, e meno ironicamente di quanto paia lì per lì» (MARZIANO GUGLIELMINETTI, Per un’interpretazione della poesia di Sbarbaro, cit., p. 21).
124 FRANCESCO PASTONCHI, Belfonte, Torino, Renzo Streglio & C., 1903, p. 43.
125 CAMILLO SBARBARO, Resine, edizione critica a cura di Giampiero Costa, cit., p. 122.
126 L’ulivo, vv. 3-4, in FRANCESCO PASTONCHI, Belfonte, cit., p. 100.
127 Acqua, vv. 9-11, in Ivi, p. 116.
128 Il pronome soggetto usato in entrambi i casi è il “tu”.
129 La poesia di Pastonchi inoltre agirà a lungo come fonte all’interno dell’immaginario sbarbariano: è possibile che alcuni versi del sonetto L’ultimo frutto siano rimasti nella memoria dell’autore di Resine fino al periodo di composizione dei Versi a Dina: «Quando luglio fervea, nella tranquilla / ombra degli orti sotto un folto ciglio / risero i frutti un riso aureo-vermiglio, / in fin che li spiccò l’uom de la villa. // Or nel sereno autunno ancor ne brilla / uno, scampato al ferro del ronciglio; / ed in questo suo tardo ultimo figlio / l’albero infuse la più dolce stilla» (L’ultimo frutto, vv. 1-8, in Ivi, p. 57). La situazione è la medesima tratteggiata da Sbarbaro in Càpita all’uomo che d’autunno spoglia: «Càpita all’uomo che d’autunno spoglia / la vite, sulla scala che ne fruscia / […] tra i pampini arrossati di scoprire / un superstite grappolo. / […] Alla sua sete riserbò l’annata / quel frutto; glielo maturò l’estate, / glielo dorò il sole dell’autunno, / la pianta vi spremé l’ultimo succo» (Càpita all’uomo che d’autunno spoglia, vv. 1-17, in CAMILLO SBARBARO, L’opera in versi e in prosa, cit., p. 112).
130 CAMILLO SBARBARO, Resine, edizione critica a cura di Giampiero Costa, cit., pp. 53-54. Il riferimento è ovviamente ai versi della prima strofa di Il pino.

Matteo Zoppi, “Dare forma all’anima nascosta”: la retorica della comparazione in Camillo Sbarbaro, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2013-2014

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Un inchiostro liquorato

Edoardo Sanguineti – Fonte: Un sogno chiamato domani

Tra gli esponenti del primo futurismo, Sanguineti sceglie di includere nell’antologia Poesia italiana del Novecento Cavacchioli, Folgore e Buzzi, i cui versi non rappresentano certo, a suo stesso dire, “casi strepitosi”. Si tratta piuttosto di autori interessanti sui quali vige un totale silenzio critico, e che per questo Sanguineti desidera porre sotto i riflettori, così come accade in altre circostanze, incluso il versante della prosa, con i casi di Morasso e Parise. In questa fase del movimento, che il nostro critico chiama “secondo Futurismo torinese”, si segnalano nello specifico Farfa e Fillia, che Sanguineti tenta di riportare all’attenzione nella loro veste di poeti, meno nota rispetto alle loro attività in campo figurativo, eppure altrettanto importante per comprenderne la loro parabola creativa. Il triestino Farfa, al secolo Vittorio Osvaldo Tommasini, fu un creativo a tutto campo, ceramista, cartellonista, fotografo, poeta, e visse una vita inquieta, per lo più gravitando tra Piemonte e Liguria, terminando i suoi giorni in povertà e morendo per un incidente; il piemontese Fillia, ovvero Luigi Colombo, era molto più giovane, del 1904; e fu l’esponente forse di maggior spicco, oltre allo scultore Mino Rosso, che però non pubblicò poesie, di quel “secondo Futurismo torinese” tanto caro a Sanguineti. Anche nel caso di Fillia siamo di fronte a un creativo a tutto campo, conosciuto soprattutto per le sue produzioni figurative, autore però del “Manifesto di cucina futurista”, pubblicato sulla Gazzetta del Popolo di Torino nel 1930.
L’intervento di Sanguineti su Fillia è compreso nel saggio dedicato alla mostra pittorica del secondo futurismo torinese, nel cui catalogo Galvano sottolinea il paradosso dei pittori della modernità, figli di un passato a cui è strettamente legato il futuro che propugnano, analogia che li collega alle ricerche archeologiche di Papini e al pensiero di Morasso <204; l’entusiasmo suscitato dalle nuove tecniche pittoriche come l’aeropittura, teorizzata nel Manifesto futurista e liberamente interpretata da Fillia, suggerisce a Sanguineti una seria riflessione sulle difficoltà oggettive, anche nel campo letterario, di tradurre in arte i principi teorici stabiliti dal futurismo in modo spesso ambiguo: “… la libera invenzione non è mai così libera come la descrizione interpretativa (postuma) desidera, e… la tensione verso nuovi ideali spaziali rimane pure ingabbiata, sempre, nelle opere concrete, entro gli equivoci della formulazione programmatica, che non sono pochi né piccoli” <205.
Su Farfa Edoardo Sanguineti scrive nel 1985 il breve e incisivo intervento “Un inchiostro liquorato” <206 , ora incluso in La missione del critico, perché attirato da quell’“esibizione del vissuto”, dalla vena umoristica, a volte volgare, dell’autore, il quale sembra portare a compimento alcuni principi futuristici spesso disattesi; il tutto è condito da una leggerezza e dispersione di sé direttamente proporzionali alla capacità creativa e ben riassunte da un aneddoto, riportato da Sanguineti a proposito di Farfa, il quale aveva l’abitudine di serbare foglietti contenenti poesie in sacchi da carbone e una volta uno straccivendolo l’aveva scambiato per un concorrente. Il racconto accosta quindi la doppia e contrastiva immagine del poeta, miliardario della parola lirica e straccivendolo coi sacchi da carbone pieni di foglietti di poesie. Per Sanguineti l’aneddoto e la prassi di Farfa sono ‘… emblema di estrema dissipazione, sostanzialmente coltivata con la magnificenza noncurante di chi può confidare in inesauribili risorse produttive, di chi può praticare ostentatamente uno spreco sontuoso e vistoso, garantito da infinite occasioni di recupero e di riciclaggio‘ <207.
Farfa è altrettanto emblematico di un percorso che comincia nel segno del futurismo e termina su un fronte patafisico, ovvero in una logica eccentrica e dell’assurdo, nella dimensione parodica della metafisica; le dimensioni futuristica e patafisica devono essere, per Sanguineti, poste sullo stesso piano, “simultaneizzandole alla Marinetti o capovolgendole alla Jarry”, in una “ingegnosa e illuminante endiadi”.
Con Farfa si rappresenta, quindi, la maggiore libertà innovativa del secondo futurismo, meno irrigidito da precetti esterni, dove prevale una fantasia gaudente e ironica, capace di fondere uomo e macchina in nuove, bizzarre creature. Sanguineti evidenzia nel poeta gli echi del mondo palazzeschiano, la stessa clownerie, la stessa anarchia e i giochi funambolici di immagini e suoni, divenuti ora più che mai leciti, dentro il regno del paroliberismo: sono le “cretinate vere” di Farfa, l’acrobatico slancio verso un universo più grande, in cui l’inferiorità del poeta-saltimbanco trova ancora compensazione nell’onirismo e nello spirito carnevalesco. Sanguineti condivide la lettura di Glauco Viazzi, secondo il quale Farfa mira a ridimensionare il peso culturale del fenomeno “macchina”, puntando a soluzioni antropomorfe e zoomorfe, ma al tempo stesso corregge il tiro e individua l’“utopia di un’assoluta indiscriminazione, connessa a una ferma speculazione sopra l’urto dei campi opposti”: <208 non superamento, dunque, ma piena sovrapposizione e mescolanza di campi: ‘È superfluo ricordare il “cantore” dei “tubi”, che si situa, tra l’organico e l’industriale, come un “incantatore di serpenti”. L’equilibrata conciliazione degli opposti, anzi l’equilibristica conflagrazione degli insiemi, si appoggia sopra l’ “effetto”, così soggettivo (“mi fa l’effetto”) come oggettivo (“vivo piacere / e diletto”, oggettivati verbalmente, appunto) per cui, poniamo, la “balia bianca” che nutre un “poppante nero” è percepita e interpretata come “una fabbrica viva / di cioccolato al latte”, mentre le “caldaie” altrettanto agevolmente, e altrettanto a sorpresa, si risolvono nelle “turgide poppe della fabbrica”’ <209.
Questo erotismo da “tubi” si diluisce in un mondo metaforico dominato dalle fantasie alimentari: cibo e vino invadono il campo della metapoesia, la penna-distilleria ingurgita l’inchiostro-liquore, “dall’alambicco della penna cola / l’inchiostro liquorato in poesia”; atmosfere cangianti che variano dal cortese al giullaresco, scorpacciate di liriche che inducono all’indigestione degradante più che alla sublime sazietà stilnovistica, commenta Sanguineti. Dal cibo alla poesia, dalla poesia alla pittura, legami evidenti e non sufficientemente indagati; eppure, scrive il critico, sarebbe estremamente utile volgere ai versi uno sguardo nuovo, una lettura visiva capace di dilatare figure e colori, di cogliere il movimento continuo di correlazione, fermo non a una sola angolazione nel gioco creativo dei rinvii, ma in una “doppia dimensione” complementare: “Qui, poiché teniamo d’occhio il poeta, ci basterà accennare al vantaggio che ottiene il lettore, se soltanto pensi in termini visivi, di una visività che ha tutto il felice e fatale arbitrio e soccorso, si direbbe, dei lapsus ottici dei miopi, dei gesti mancati di chi sogna “un paio d’occhi nuovi” (ma sarà poi per scorgere “i colori sconosciuti / oltre natura”), le immagini compresse nei versi” <210.
Indispensabile tenere conto che la fruizione di questa poesia è pensata in termini aurali, da cui la particolare vibrazione sonora e gestuale dei testi, la cornice declamatoria e attoriale, a cui partecipa anche la grafica del libro, con i titoli dei componimenti relegati nell’indice e la singola pagina occupata dai versi e dagli incipit maiuscolati. In ciò si colloca quello che Sanguineti considera il vero spirito della poetica di Farfa: la battuta spiritosa, la freddura improvvisa, rapida, folgorante, ed espressa anche nel super- formato di una collana di facezie dilatate, con esiti non sempre felici. “Questo barzellettismo patafisico, che non è un parente troppo lontano del teatro sintetico futurista”, può ascriversi nella “riconoscibile tradizione di scaltrezza epigrammatica e di nativa improvvisazione” di questo personaggio, che unisce il poeta tragico al “cantastorie di motti in versi, di barzellette poetiche”. <211
La singola battuta aspira ad abbandonare il prosastico per raggiungere la dimensione lirica attraverso istanti di pura ispirazione, folgorazione d’immagini, per divenire un calembour declamato ancora oggi, resistente alla prova del tempo, così severa nell’ambito dell’oralità e delle performance pseudo-teatrali; ciò rende quanto mai urgente una seria opera di conservazione del materiale sopravvissuto, che sta “lottando contro il tempo”.
Sanguineti sceglie, dunque, di articolare la sua lettura delle prime avanguardie novecentesche sia con l’inclusione di esponenti del primo futurismo, accanto al più blasonato nome di Filippo Tommaso Marinetti; sia riconoscendo il ruolo di precursore all’altrimenti dimenticato Mario Morasso; sia, infine, rivalutando l’opera di Gian Pietro Lucini, autore esterno al futurismo, eppure, a suo giudizio, fondamentale come anticipatore di tendenze poi meglio esplicitate dalle neoavanguardie, di cui lo stesso poeta e critico genovese fa parte. Proprio alla lettura sanguinetiana dell’opera di Lucini è dedicato il prossimo capitolo.
204 A. Galvano, Prefazione ad Aspetti del secondo Futurismo torinese. Cinque pittori ed uno scultore: Fillia, Mino Rosso, Diulgheroff, Oriani, Alimandi, Costa. Catalogo mostra, a cura di Vittorio Viale, Enrico Crispolito e Albino Galvano, Einaudi, Torino 1962. Cit. in E. Sanguineti, “Secondo Futurismo torinese”, in Cultura e realtà, a cura di Erminio Risso, Feltrinelli, Milano, 2000, p. 209.
205 E. Sanguineti, La missione del critico, Marietti, Genova 1987, p. 209.
206 E. Sanguineti, “Un inchiostro liquorato”, apparso nel catalogo della mostra Io, Farfa (Savona 1985); ripubbl. in E. Sanguineti, La missione del critico, Marietti, Genova 1987, pp. 159 segg..
207 E. Sanguineti, La missione del critico, Marietti, Genova 1987, p. 159.
208 Ibid., p. 160.
209 Ibid., p. 160.

Carla Bruna, Sublime, neosublime, antisublime: il “canone” letterario novecentesco nella saggistica di Edoardo Sanguineti, Literature, Université Côte d’Azur, 2020

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Senza il Dogma, forse, il meritatissimo premio sarebbe stato più difficile da raggiungere

Partitura di Antigone (1991-1992) – Fonte: Martina Zanco, Op. cit. infra

Per risvegliare la “forza originaria” di Hölderlin, utilizzano le tecniche di Schönberg, applicando ai giambi del filosofo-poeta non solo una lavorazione «orizzontale» bensì anche una «verticale» <138, come racconta in dettaglio Howard Vernon: «Jean-Marie Straub e Danièle Huillet hanno incominciato le prove per questo film, come anche quelle per i precedenti, un anno e mezzo prima dell’inizio delle riprese. Hanno annotato, con un linguaggio che si serve di segni e che ricorda le indicazioni per una esecuzione musicale, quando il tono di voce si alza o si abbassa, quando ci sono e quanto sono lunghe le pause, se la fine e l’inizio delle parole devono essere unite o meno e tutto ciò che man mano succede, quindi anche il gesto involontario di un attore (portare la mano al petto), purché esso si colleghi in qualche modo al testo». <139
Si tratta della prima volta in cui i due cineasti adoperano lo Sprechgesang <140 in un testo non schönberghiano e se l’innovazione, stando alle parole di Jean-Marie, è venuta così per caso <141, i due cineasti sembrano giungere con ciò ad una prima conquista in quell’estenuante ricerca di forma e pensiero, proprio grazie alle innovazioni di un maestro compositore solito a dire «Non aspettatevi che la forma nasca prima del pensiero; esso infatti avverrà contemporaneamente» <142.
Straub e Huillet non lasciano però nemmeno il tempo di obiettare che l’Antigone e gli elementi orientali di Hölderlin li abbiano quasi abbindolati (in ogni caso ci pensa Fortini a difenderli <143), che pensano per conto proprio di confrontare il “das Orientalische” con la Durchrationnalisierung politica di Bertolt Brecht in Antigone (Die Antigone des Sophokles nach der hölderlinschen Übertragugng für die Bühne bearbeiter von Brecht 1948. Suhrkamp Verlag), lungometraggio del 1982: il film ha come luogo scenico, senza alcuna decorazione, l’antico teatro di Segesta, in Sicilia e si attiene all’elaborazione che Brecht apporta alla vigorosa traduzione letteraria di Hölderlin, alle prese con la tragedia sofocliana; gli Straub aggiungono soltanto alcune strofe di Pindaro.
Tuttavia, anche dopo quest’ultima esperienza, La morte di Empedocle continua ad esercitare grande fascino sui due cineasti che arrivano ad autocitare il film all’interno di un nuovo lavoro di “cinema pittura”, Cézanne: Conversation avec Joachim Gasquet del 1989. Il film si costruisce a partire dal testo di Joachim Gasquet (Ce qu’il m’a dit) che mescola la corrispondenza avuta con Paul Cézanne e i ricordi di conversazioni avvenute tra il 1986 e il 1900. Straub e Huillet
leggono con le loro voci una selezione di brani tutelando così il proprio punto di vista attraverso il consueto découpage di citazioni. Alla riproduzione del testo si accompagna una serie di immagini che, oltre alle due inquadrature iniziali di Aix Provence con i rumori del traffico registrati in sincrono, due vedute della Sainte Victoire, una veduta dell’atelier parigino di rue Hègèsippe Moreau occupato da Cézanne negli ultimi anni di vita, interessano alcuni materiali provenienti dalle altre forme d’arte. Si tratta di tre ritratti fotografici di Cézanne, dieci inquadrature con altrettante tele incorniciate del pittore francese e due inserti cinematografici: accanto a Madame Bovary (1933) di Jean Renoir, appunto, La morte di Empedocle.
Per il resto continua la serie di ritorni: dopo quello di Schrella ( Non riconciliati ) e del Bastardo (Dalla nube alla resistenza), Jean-Marie si decide a tornare a Metz per Lothringen! del 1994. Nei 21 minuti di pellicola, oltre agli estratti, narrati con voce fuori campo, della novella Colette Baudochè di Maurice Barres e a qualche battuta recitata da anomale figure in costume, la macchina da presa passa la parola specialmente alla città natia del regista ovvero ai suoi monumenti, parchi, strade e fiumi.
L’attività all’estero di Straub e Huillet si conclude, nel 1997, con Dall’oggi al domani (Von Heute auf Morgen) dove, oltre vent’anni dopo il Mosè e Aronne, torna la voglia di misurarsi con l’atto unico dell’opera dodecafonica e omonima di Schönberg, il film è girato in uno studio nel quale è stata ripresa in diretta “l’opera buffa”, «aldilà della messa in scena del dissidio amoroso di una notte tra due agiati coniugi presi da vani interessi extraconiugali, resta potente l’idea di una rappresentazione d’interno in cui astrazione dei sentimenti e fuga dallo scorrere del tempo sembrano coincidere in una messa in scena insolitamente “necrologica”». <144
Con quest’ultimo film si giunge perciò alle date richiamate in apertura e alla questione dogmatica. Gli Straub che, come si è visto, si sono occupati di portare avanti le loro ricerche, durante questo arco cronologico hanno anche mostrato di tenere d’occhio ciò che accade sul fronte del cinema internazionale, come fanno notare agli stessi registi Hans Hurch e Stephen Settele a proposito de La morte di Empedocle: «In questo periodo sono in circolazione molti film imperniati sulla problematica della minaccia, della distruzione del pianeta e per lo più sono stati accolti dal pubblico con partecipazione e grande serietà, mentre il suo film si è scontrato con un brusco rifiuto, perfino con dell’aggressività, come è appunto successo al Festival di Berlino». <145
Al di là dell’accoglienza del pubblico, conta proprio il fatto che gli Straub, se è vero che i film ecologisti “fossero alla moda”, abbiano scelto di partecipare al discorso presentando il loro personale contributo ad un festival.
Quindi anche se la critica, e chiunque veda i loro film, si immagina che i due cineasti risiedano sulla luna, questo è un mito da sfatare; ma soprattutto, vista anche la doppia residenza francese, è difficile credere che non fossero a conoscenza del successo mediatico del Dogma 95, decantato tra l’altro persino in questi termini: «nella sua concretizzazione immediata non rappresenta nulla di nuovo (si pensi al montaggio jump cut di Godard), sono però il modo, il senso e le motivazioni con cui si raggiunge tale libertà a rappresentare un inedito clamoroso, unitamente, come abbiamo visto, agli effetti che ottiene». <146
Anche se non ci si può basare su alcun dato certo, si può ritenere che spetti almeno una rivincita a chi sul “modo” e sul “senso”, e su tutte quelle motivazioni ritenute brand new dogmatiche, ci riflette da un bel po’ e a chi, di conseguenza, ha già superato il rischio che «la ricerca di una nuova modalità espressiva ancora tutta da inventare, da scoprire, da praticare» porti «inevitabilmente alla fondazione di un nuovo linguaggio» <147, divenendo «naturale evoluzione e presenza del cinema contemporaneo e più in generale del modo di rapportarsi all’immagine» <148.
Il 20 marzo del 2005 infatti, dieci anni dopo la proclamazione del Manifesto a Parigi, i suoi ideatori sottoscrivono un documento che pone definitivamente fine al movimento, con la motivazione principale di Vinterberg che «il Dogma si è trasformato in una convenzione, una di quelle convenzioni che noi cercavamo di evitare» <149.
Resta il fatto poi che proprio questa «geniale operazione di marketing e promozione» <150 ha avuto il merito di aprire un varco nel cinema commerciale di cui i due cineasti francesi possono approfittare per favorire la diffusione dei loro lavori. Basti pensare all’esempio di un film girato attorno a quel periodo, Questo è il giardino (1999, diretto da Giovanni Maderna) che «non è assolutamente un film girato secondo le regole del Dogma […] né vuole esserlo» <151 e viene premiato a Venezia per la migliore opera prima: «senza il Dogma, forse, il meritatissimo premio sarebbe stato più difficile da raggiungere» <152.
138 Le definizioni sono dello stesso Jean-Marie: «Con Howard Vernon, ad esempio, abbiamo lavorato sulle verticali (una cosa che ci viene da Schönberg). Con Andreas von Rauch, invece, abbiamo lavorato sulle orizzontali, esteso le pause», si veda l’intervista di M. MÜLLER, P. SPILA, Il metodo Straub-Huillet, cit., p. 8
139 M. W. ESSER, Das ist eben das Leben, das das Leben nicht ist, «Filmwärts», n.12, autunno 1988; ora in P. SPILA (a cura di), Straub-Huillet: cineasti italiani. Quaderno edito in occasione della XXV Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, cit., p. 49
140 Per ulteriori spiegazioni sulla tecnica del canto-parlato si rimanda al paragrafo successivo.
141 «Se ci fossimo detti “perché nel prossimo film non facciamo dello Sprechgesang schönberghiano con Vernon”, il film sarebbe venuto una merda. […] Le cose vengono da sé, nascono una dall’altra senza starci a pensare su»; M. MÜLLER, P. SPILA, Il metodo Straub-Huillet, cit., p. 8.

142 La frase è citata da Jean-Marie e riportata nell’intervista a cura di H. HURCH, S. SETTELE, Der Schatten der Beute, cit., p. 44.
143 «Ma certo l’Empedocle di Straub-Huillet, come essi dimostrano scegliendo, delle tre, la stesura prima, è politico», F. FORTINI, E il filosofo bevve la vita nel vulcano, cit., p. 45.
144 M. CAUSO, «Cineforum», n. 365, giugno 2007.
145 H. HURCH, S. SETTELE, Der Schatten der Beute, cit., p. 41.
146 M. LOLLETTI, M. PASINI, Purezza e Castità. Il cinema di Dogma 95: Lars von Trier e gli altri, cit., p. 103.
147 Ivi, p. 158.
148 Ivi, p. 167.
149 Ivi, p. 149.
150 Ivi, p. 85.
151 Ivi, p. 118.
152 Ibidem.

Martina Zanco, Jean-Marie Straub e Danièle Huillet. Ospiti ingrati in Italia, Tesi di Laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, Anno Accademico 2012/2013

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Nel marzo 1969 l’OCIC sconfessò il premio a Teorema

Pier Paolo Pasolini doveva proiettare il suo film Teorema alla Mostra [del Cinema di Venezia, del 1968] e rifiutò, inizialmente, di unirsi al boicottaggio e aveva tutta l’intenzione di mandare il suo lavoro alla Mostra. Si mostrò infatti contrario dello scopo del boicottaggio e alla contestazione stessa. Pasolini venne criticato per la sua decisione, ma egli spiegò che la sua non era una scelta «contro le posizioni e il tipo di lotta degli studenti […] e nemmeno una scelta contro il PCI […] La mia scelta è contro il fascismo di sinistra […] un nuovo conformismo […] rifugio di moralisti finti giovani e di giovani borghesi pieni insieme di un profondo senso di colpa e di un’aggressiva coscienza dei propri diritti». <257 Pasolini, membro dell’ANAC (Associazione Nazionale Autori Cinematografici), venne espulso dall’associazione insieme con Bernardo Bertolucci e Liliana Cavani per la decisione di mandare il proprio film alla Mostra. Pasolini di nuovo si dichiarò contrario al boicottaggio, dicendo che l’impedimento della proiezione dei film era una violenza agli autori, «una forma di terrorismo». <258 Il 21 agosto, però, uscì una nuova dichiarazione di Pasolini che diceva di essersi unito al boicottaggio e alla lotta che l’ANAC combatteva. È difficile capire i motivi dietro un cambio di atteggiamento così drammatico e repentino, comunque Moscati suggerisce che fu una decisione non facile per il regista, che probabilmente era sotto pressione dell’ANAC per non stare dalla parte del “potere”. <259 Nonostante il nuovo desiderio del regista di non presentare Teorema alla Mostra, il suo produttore lo mandò in tempo per la sua proiezione. Da quel momento in poi, Pasolini fu accettato come il capo della contestazione alla Mostra di Venezia.
Teorema
Il film Teorema di Pasolini fu proiettato il 4 settembre in mezzo al caos della contestazione. Pasolini continuò a mettere in rilievo la sua nuova opposizione alla proiezione del suo film, e tale sentimento veniva ripreso dalla stampa. L’Avanti! pubblicò che Pasolini «ha stamane ribadito la ferma intenzione di rinunciare alla proiezione del film, invitando gli amici a non seguire la medesima e a non parlare della sua “creatura”, ritenendo tale proiezione come una patente violazione dell’autonomia e della volontà di ogni autore “schiacciato” dalla logica del quattrino». <260 Tuttavia, il film fu mandato dal produttore e proiettato, e Laura Betti vinse la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, anche se il film fu accolto con ambiguità dai critici.
Teorema è un film ambiguo perché è pieno di toni marxisti, freudiani, pagani ma anche cattolici.
Il film però è molto complesso e presenta anche delle ideologie contraddittorie come quella del marxismo e quella del cattolicesimo, con riferimenti ai culti antichi nella figura dello “straniero” dionisiaco. Quando uscì, i critici dei diversi partiti politici trovarono vari significati in Teorema. Paolo Pillitteri, per esempio, in un articolo pubblicato su l’Avanti!, si concentrò sugli aspetti favorevoli all’ideologia socialista, come il «tema attuale» della crisi della borghesia. <262 Scrisse inoltre che Pasolini presenta «un’ideologia che recupera, insieme col marxismo, i dati fondamentali di un cristianesimo puro, dove la «grazia» può risolvere i nodi complessi della realtà». Il film dimostrerebbe quindi, secondo Pillitteri, che tramite il marxismo si può raggiungere la grazia.
Il Popolo pubblicò un articolo molto positivo di Paolo Valmarana, che affermava prima di tutto che il lavoro e la ricerca di Pasolini «meritano da ogni parte stima e rispetto». <263 A differenza dall’articolo dell’Avanti!, Valmarana preferì concentrarsi sugli aspetti cattolici di Teorema, discutendo il significato religioso della fine del film in cui il padre cammina nel deserto: «Ma allora che significa quella disperata invocazione del padre nel deserto se non la ricerca del trascendente e quindi della salvezza? E come può quella ricerca della trascendenza non risolversi nella sua conquista e quindi nella salvezza stessa?» Mentre il critico attribuì l’erotismo del film quasi a un tormento psicologico sofferto dal regista, in quanto il film dimostra l’«impossibile convivenza in Pasolini di costanti erotiche, qui espresse sovente in chiave feticista».
Il Tempo invece pubblicò una critica in cui Gian Luigi Rondi scrisse che il film «non arriva a convincerci». <264 Non accettò la premessa religiosa del film e scrisse che l’ospite «ha ben poco a che vedere con un Dio teologico […] è il frutto di una ricerca ancora confusa». Il film contiene «errori gravi» e il critico mise in discussione «l’accettabilità dei suoi principi morali ed estetici».
Come abbiamo visto con gli altri film dal dopoguerra in poi, la recensione di Teorema è di nuovo filtrata attraverso l’ideologia dei vari critici. L’unica sorpresa forse è che Il Popolo prese una posizione così favorevole a un film che mette insieme il cattolicesimo, il marxismo e l’erotismo. Però in questo periodo di contestazione, i partiti e le ideologie non erano così distinte. Infatti, sia il cattolicesimo che il marxismo furono in qualche modo parte di un’ideologia basata sui valori di solidarietà, dell’azione collettiva e della lotta contro l’ingiustizia sociale che fu alla base della contestazione. <265 Inoltre, come detto sopra, la DC volle imporsi sulla componente cattolica della contestazione, e questo può aiutare a spiegare la posizione aperta al film di Pasolini, la figura più prominente della contestazione alla Mostra di Venezia e un autore che non aveva mai abbandonato le radici cattoliche come fondamentali per l’identità culturale italiana ma anche come forma d’ispirazione assoluta come dichiara Pasolini stesso all’inizio de La ricotta: “Non è difficile prevedere per questo mio racconto dei giudizi interessati, ambigui, scandalizzati. Ebbe, io voglio qui dichiarare che, comunque si prenda ‘La ricotta’, la Storia della Passione […] è per me la più grande che sia mai accaduta, e i testi che la raccontano i più sublimi che siano mai stati scritti” <266.
La polemica più grande avvenne dentro il mondo della Chiesa Cattolica quando Teorema venne premiato dall’OCIC, l’ufficio cattolico internazionale del cinema. Una nota pubblicata dal presidente dell’organizzazione, Marc Gervais, spiega la motivazione di tale premio: «Più di ogni altro film presentato a questo festival, quest’opera, impregnata dell’inquietante ambiguità che caratterizza in modo straziante la nostra epoca, mette a confronto con intensa sincerità e una forza drammatica coinvolgente una certa società borghese contemporanea vista nei suoi aspetti più miseri, con un’esperienza che può essere qualificata religiosa». <267 Altri non interpretarono il film nello stesso modo, e Claudio Sorgi dell’Osservatore Romano (organo del Vaticano) attaccò l’assegnazione del premio. Tale premio ebbe lo scopo di promuovere «l’opera presso il pubblico per i suoi valori religiosi e morali». <268 Per Sorgi, la presenza nel film dell’erotismo e dell’ideologia marxista lo rende inadatto a un pubblico cattolico: «gli elementi positivi sono spesso fortemente resi ambigui dalle incertezze ideologiche e dalle insistite scene erotiche, che in un vasto pubblico possono ingenerare un’equivoca confusione tra religione, eros e ideologia marxista». Di conseguenza, il 14 settembre l’Osservatore Romano pubblicò il suo giudizio sulla moralità del film, dicendo che fu «escluso» per tutti. <269 Dopo, per ordine della Procura di Roma, Teorema venne sequestrato. Anche il papa Paolo VI riferì della sua disapprovazione per la premiazione del film durante il suo discorso del 18 settembre sull’«approvazione di film inammissibili». <270 Nel marzo 1969 l’OCIC sconfessò il premio a Teorema, presumibilmente a causa delle pressioni dal Vaticano.
Il film di Pasolini, pieno di ambiguità e idee contraddittorie, riuscì a dividere i critici.
[…] La fine delle proiezioni significò anche la fine di un’epoca per la Mostra e la fine della direzione di Luigi Chiarini. La Mostra non sarebbe più stata uguale dopo la contestazione, dopo la quale non furono assegnati premi ai film per più di un decennio fino al 1980. La nascita della Mostra sotto il fascismo, per tanti anni dimenticata, ritornò nel 1968 come ragione fondamentale della contestazione. «Il Festival di Venezia è stato creato 36 anni fa, nel contesto dell’Italia fascista. Gli anni passano, il festival rimane, le sue strutture sono sempre le stesse; la sua funzione di mercato culturale, nel sistema dell’industria culturale capitalista, non si è modificato. Il dominio del capitale si mantiene, a Venezia, con la sua polizia e la sua burocrazia […] Il Festival è entrato in uno stato di crisi permanente» – così scrisse Georges Lapassade in un documento rilasciato dopo l’espulsione a opera delle forze di polizia di un’assemblea di giornalisti dalla Sala Volpi. <271
257 Pasolini citato in Moscati 1995, p.68.
258 Ivi p.107.
259 Ivi p.109.
260 Paolo Pillitteri, “La visitazione di un giovane in una famiglia borghese”, Avanti!, 6 settembre 1968, p.5.
262 Paolo Pillitteri, “La visitazione di un giovane in una famiglia borghese”, Avanti!, 6 settembre 1968, p.5.
263 Paolo Valmarana, “Contraddizioni di Pasolini nel suo film Teorema”, Il Popolo, 6 settembre 1968, p.5
264 Gian Luigi Rondi, “L’apologo moderno di Teorema scivola dal paradosso al grottesco”, Il Tempo, 6 settembre 1968, p.7
265 Ginsborg 1990, p.301.
266 “La ricotta”, episodio dal film Ro.Go. Pa.G.(1962), con Orson Welles.
267 Marc Gervais, “Motivazione dell’assegnazione del Premio OCIC a Teorema”, citato in Moscati 1995, p.173.
268 Citato in Moscati 1995, p.126.
269 Ivi
270 Il testo del discoro di Paolo VI a Castel Gandolfo fu pubblicato sull’Osservatore Romano 18 settembre 1968, titolo “Precisi moniti del Santo Padre contro tendenze non conformi all’autorità ed alla disciplina della Chiesa”, citato in Moscati 1995, p.128.
271 Georges Lapassade, ASAC, Fondo Storico, Serie Cinema, CM 34/6, 1968, “varie”. Citato in Triolo 2011, p.257-258.

Lauren Amelia Jones, Il CINEMA E LE IDEOLOGIE POLITICHE ALLA MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA, A Thesis submitted to the Faculty of the Graduate School of Arts and Sciences of Georgetown University in partial fulfillment of the requirements for the degree of Master of Arts in Italian Studies, Washington, DC, 20 aprile 2015

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Riconoscenza alla poesia

Fonte: Wikipedia

La più importante rivista letteraria uscita in Italia negli anni del fascismo è Solaria di Alberto Carrocci proponendosi come repubblica delle lettere in alternativa alla dittatura divenne il centro in cui convogliarono molti prosatori e poeti del momento tra cui Saba, Montale, Pavese, Vittorini e Gadda.
Pur non rifiutando lo stile rondiano, proponeva una narrativa di ampio respiro e facendo una radiografia dei mali del secolo.
In particolare riportarono in auge il romanzo di formazione dedicandosi al mondo incantato dell’infanzia dove tutto è favola, scoperta e avventura, o a quello dell’adolescenza fatto di urti ed esperienze iniziatiche.
I solariani elessero a modello i maestri della Nouvelle Revue Francaise, rivista del 1908, e in particolar modo Radiguet, Gide, Costeau che rinnovando il genere capovolgevano completamente la formula originaria del bildungsroman concepita da Goethe che prevedeva il sistema di integrazione tramite il matrimonio e la posizione lavorativa che, invece, viene completamente sdoganato dai nuovi scrittori che nei loro romanzi incarnavano il conflitto generazionale e il rifiuto da parte dei giovani a lasciarsi integrare nei ranghi della morale borghese da loro criticata.
Una rivoluzione copernicana quindi nell’età della crescita vista come l’unico periodo autentico della vita, mentre prima, invece, era una preparazione e transizione.
Se per il bildungsroman la maturità costituiva il traguardo di un processo evoluto quanto agognato, ora era un abisso senza senso che vanificava solo le false speranze come nel caso dei due protagonisti de Indifferenti (1929) di Moravia la cui malattia impedisce di dare consistenza al disgusto che provano per il mondo adulto, un’opera che, però, non piacque ai solariani che rivendicavano il Tozzi de Con gli occhi chiusi (1919), anche se non solariano di nascita: a quel punto Moravia tornò al romanzo di formazione con l’opera Agostino soffermandosi nei primi turbamenti adolescenziali di un ragazzino di buon famiglia cresciuto in simbiosi con la madre.
Il capolavoro della letteratura solariana è, però, il Garofano rosso di Vittorini uscito a puntate tra il 1933 e il 1934 e in volume solo nel 1948 ma non ci sono le stesse motivazioni all’origine degli autori francesi, che rappresentavano i loro protagonisti come impossessati da diavoli, poiché quelli di Vittorini inseguono un ideale di vita che ha i contorni avventurosi di una favola, contro le imposizioni di genitori ed insegnanti rivendicando il diritto di autenticità e decisione in piena libertà. L’unica vita degna di questo nome è quella all’altezza del sogno e può essere assaporata con intensità di sentimento.
Conobbe fioritura il genere dell’inverosimile per cogliere ciò che era sfuggente a ogni comprensione scientifica o razionale ma non con il tentativo di un’immaginazione sfrenata bensì suggerire una visione non superficiale delle cose per svelare l’essenza metafisica nascosta, sorprendersi davanti alla molteplicità del mondo e conoscere la realtà tra le sfumature. C’era alle spalle la letteratura ottocentesca fantastica, oltre all’analisi freudiana e all’avanguardia surreale di Breton con il manifesto ufficiale del 1924 e la pittura di De Chirico per l’arte metafisica soprattutto.
Ma lo svelamento della realtà non è totale perché l’autore accenna preferendo risparmiare l’esperienza traumatica al lettore e adotta una strategia ironica deformando e velando la visione, così da limitarsi a suggerirla, l’ironia metafisica è un modo insinuante di comunicare gli indizi tendendo in questo modo alla poetica dell’ipocrisia, da sotto la verità.
De Chirico scrisse un solo romanzo intitolato Ebdòmero del 1929 che insieme ad altre rientra tra le opere surreali ispirate alla mitologica greca, essendo il mito non un travestimento della storia o della vita quotidiana, quanto invece un contatto con l’essenza delle cose, un’apparizione perturbante con l’altissimo potere di spiazzare il lettore con una fenditura di scoperta, un’epifania mitica.
I fratelli De Chirico fecero da modello a Massimo Bontempelli che ne La scacchiera davanti allo specchio e in Eva ultima, due opere raccolte in Due favole metafisiche, descrive l’arte come ciò che ha il compito di sbloccare la conoscenza profonda del mondo con tutte le leggi ordinarie sospese, evidenziando ancora di più l’aspetto meraviglioso proprio del genere fiabesco.
I suoi personaggi si riflettono negli specchi imbattendosi nel proprio doppio come esperienza di conoscenza.
Eva diventa simbolo dell’eterno femminile scoprendo gli uomini solo come marionette in balia del destino mentre recitano la propria parte; il tema del manichino torna poi in altre opere, Nostra dea e Minnie la candida, in cui la prima protagonista cambia personalità a seconda dell’abito e la seconda è angosciata dall’idea che le hanno inculcato di creature artificiali create accano a ogni essere umano così che si insinua l’idea di omologazione al costume borghese. Quindi all’inizio l’autore elabora la teoria marionetta deli uomini, poi arriva al tema generico dell’alienazione della moderna società di massa.
La poetica di ambiguità del meravigliarsi dell’uomo di fronte alle cose esaminandone il fondo e confondendo così il mirabile e l’usuale, assume il nome di realismo magico nella rivista 900 e in uno dei suoi editoriali intitolato Analogie del 1927, invitando altri a scoprire il lato magico del quotidiano, invito che fu accolto, tra i tanti, da Corrado Alvaro, nominato dallo stesso Bontempelli segretario di redazione di 900.
Nella linea fantastica ci furono anche nomi quali Dino Buzzati, i cui racconti hanno una cornice apparentemente normale con personaggi che trattano normalmente delle situazioni anomale in maniera quasi inquietante. Nel Deserto dei tartari si hanno carriere militari che si consumano e vite umane a difesa di una fortezza di confine al di là della quale c’è solo deserto con l’attacco dei nemici tartari, così che la vicenda ruota instancabilmente attorno alla vana ricerca del senso ultimo della vita e l’unica certezza in una visione apocalittica della vita è la morte.
[…] Modernismo fu definito il movimento di rinnovamento del gusto e delle forme poetiche promosso a Londra, soprattutto dopo la prima Guerra Mondiale, con la rivista critica The criterion di Eliot. Si fece strada una poesia complessa di difficile decifrazione, nata da un’esigenza conoscitiva procedendo, così, ad un recupero selettivo e portando un nuovo equilibrio fra tradizione e innovazione. Non a caso è importante l’intervento sempre di Eliot in traduzione e il suo talento individuale, negando non la fruizione di un passato protagonista del presente ma l’esclusivo dominio della cultura classica.
Tra i tanti esempi abbiamo Ezra Pound i cui Cantos guardavano alla tradizione medievale e al modello dantesco come ispirazione principale, arrivando a tentare addirittura di emulare la commedia.
[…] Il modernismo approdò anche in Spagna con la cosiddetta Generazione 27 con i maggiori rappresentanti quali Lorca e Alberti, poeti che fusero la tradizione fatta di metafore e il folklore andaluso con suggestioni del surrealismo francese.
In Italia, invece, il modernismo si ebbe con gli esempi di Ungaretti con il Sentimento del tempo riscoprendo l’importanza dell’endecasillabo e la sua musicalità, e Montale con Ossi di seppia che si avvicinò, così, agli Charmes di Valery e alla brevità di Ezra Pound e ad Eliot da cui prese il cosiddetto correlativo oggettivo, espediente descrivere tutto il male di vivere con l’unico spiraglio di speranza in visione metafisica, in vera e propria epifania.
La linea che va dagli orfici agli ermetici ben si instaura nel clima di tentativo di ricerca di verità profonde con la sfida di addentrarsi nel mistero più fitto dell’universo per svelare con il solo mezzo della parola il senso ultimo dell’esistenza delle cose, della loro essenza.
Capostipite dell’orfismo è Dino Campana che con i suoi Canti orfici, dal titolo non poco esplicativo, pubblicati nel 1914, immagina un percorso iniziatico che si inaugura nel segno misterioso della notte e culmina con vari vagabondaggi come tappe di un’ascesi esperienziale nella visione di grazia dell’ultimo testo Genova. Si ha quindi un mondo visionario e soggettivo caratterizzato da enigmi e dubbi, con illuminazione epifaniche rivelatrici come attimi di conoscenza.
Dopo Campana troviamo una continuazione del genere in Arturo Onofri negli anni Venti e l’orfismo cristiano di Luigi Fallacara, esemplare per l’unione di due aspetti così diversi quali la fede cattolica e il panteismo cristiano, da cui deriva la definizione del genere letterario.
L’orfismo in generale si caratterizza, quindi, di una componente di contemplazione della natura come opera divina, di esplorazione e scoperta quanto più possibile della verità, della memoria imprescindibile come traccia ancestrale e matrice originaria della vita.
I suddetti poeti per la definizione e suddivisione fatta dal critico storiografico Oreste Macrì si instaurano nella prima generazione poetica, mentre nella seconda si hanno nomi quali Montale e Quasimodo. Per il secondo in particolare, la narrazione della propria Sicilia diventa motivo di indagine interiore e mito ancestrale in quell’inquadramento spazio-temporale di lontananza dettato dal qui-altrove.
Si ha, poi, come esempio di elegia il poeta Alfonso Gatto con Morto ai paesi sul tema dell’allontanamento come distacco necessario ma doloroso, Leonardo Sinisgalli che con Campi elisi trasferisce sulla propria terra natale l’idea di morte cantando quasi un eden di delizie e un aldilà di beati, e infine Libero De libero che, ricollegandosi all’esperienza di Gatto, nel suo Libro del forestiero porta in scena prevalentemente il momento traumatico della partenza e del commiato dato da uno sradicamento del destino; tutti questi ben individuavano le caratteristiche dell’elegia l’incanto della fanciullezza indagato dal tema principale della memoria.
Si arriva, poi, alla stagione ermetica, per la quale il termine di definizione si è avuto successivamente dal critico Francesco Flora con la formula complessiva di poesia ermetica: l’ermetismo indica così un tipo di poesia oscura e incomprensibile ai più. I suoi maggiori esponenti sono così tutti accomunati dall’idea ontologica della poesia. L’esperienza di questo genere è tipicamente fiorentino e si ha con esempi quali la rivista di Piero Bargellini Il frontespizio come individuazione di quell’ermetismo spirituale e neoplatonico. Proprio in quest’ambiente culturale muovevano i primi passi poeti come Carlo Bo, capofila del gruppo, che pubblicò la sua Riconoscenza alla poesia come atto di nascita del movimento stesso; altro suo scritto importate fu la Letteratura come vita inteso come il manifesto dell’ermetismo, e infine la raccolta dei suoi esiti letterari in L’assenza, la poesia.
Di origini toscane furono i poeti Mario Luzi, Alessandro Parronchi e Piero Bigongiari, tutti appartenenti alla terza generazione novecentesca perché nati alla vigilia della grande guerra, che confluirono poi nella appena nata rivista Campo di Marte, l’organo ufficioso del gruppo; anche per Bo e per gli altri la poesia è ontologica come strumento di conoscenza metafisica e ricerca di un Assoluto, e il poeta assume il ruolo di veggente, interrogando la propria anima che diventa strumento di comunicazione con Dio che fa sentire la propria voce in un colloquio prettamente spirituale, come già in precedenza aveva fato Arthur Rimbaud con Lettera del veggente e seguendo la perentoria indicazione del capostipite “La direzione è: in noi stessi”.
Esemplare è proprio il percorso teorico e ideologico di Carlo Bo che, se in Riconoscenza alla poesia aveva ancora adottato il metodo attivo di Rimbaud, passa in Letteratura come vita ad un atteggiamento di tipo passivo dell’attesa metafisica nel cronotopo del golfo, come luogo di raccoglimento e accoglienza; per completare la propria indagine interiore e psicologica è necessario svuotare la propria anima di tutto ciò che normalmente la ingombra caratterizzandosi di un’assenza imprescindibile perché la stessa anima possa essere invasa dalla voce di Dio.
In questo nuovo sistema poetico diventa, quindi, difficile la trascrizione verbale vera e propria riconoscenza l’incapacità dei propri e mezzi e giungendo, così, a una poesia atematica caratterizzata dalla componente musicale e da un lessico astratto e indeterminato e inteso come prolungamento della propria anima per raggiungere lo stato di quiete necessario al poeta.
Giulia Leo, Il secondo periodo del Novecento, StuDocu

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Un fare che Hobsbawm definì da sceriffo

Fotocopia
di un ritratto di Hobsbawm
fatto da Reinhard Koselleck,
giugno 1947 (MRC, EHP, 937/7/8/1) – Fonte: Anna Di Qual, Op. cit. infra

I racconti che Donini richiamandosi a Gramsci gli fece sui lazzarettisti e sui briganti aprivano una finestra su una realtà per Hobsbawm inedita: lui, uomo metropolitano che frequentava ambienti intellettuali di alto livello tra Cambridge, Londra e Parigi, trovò stupefacente il fatto che a metà del Novecento esistessero tracce di Medioevo. <388
Egli che, come si vedrà, soffriva il fatto di vivere la sua militanza comunista in ambienti meramente intellettuali, dovette essere ancor più attratto a sapere che da poco in Sud Italia, nel biennio 1949-1950, si era verificata una nuova ondata di occupazioni, con risultati fecondi anche da un punto di vista di politica generale. <389
«Affascinato e commosso» dai racconti di queste presenze, decise di andarle a cercare per vederle di persona, viaggiando negli anni successivi lungo le strade di campagna dell’Italia meridionale e più in generale dell’Europa mediterranea. <390
Di questi viaggi sono rimasti alcuni blocnotes, faticosamente utilizzabili come fonti sia a causa di una grafia veloce, di difficile interpretazione, sia in quanto materiale frastagliato. <391
I quaderni sono spesso interrotti, molti fogli sono stati strappati, quindi smarriti o trasformati in carte sparse, con una perdita di linearità cronologica e tematica non agevolmente ricostruibile, anche per il fatto che sono appunti non datati. In essi Hobsbawm annotava spese di viaggio, contatti telefonici (come, ad esempio, quello di Alberto Caracciolo), indicazioni bibliografiche, riferimenti all’andamento elettorale dell’Italia meridionale. Dava poi spazio a ciò che doveva colpirlo nello scoprire un paese che sebbene povero mostrava, a differenza di quanto aveva visto in Spagna, i primi segni di dinamismo e di trasformazione. <392
Probabilmente vide ben rappresentata la realtà italiana tra arretratezza e modernità in una canzone di Renato Carosone che, mescolando jazz e musica swing, raccontava le contraddizioni del mito americano in Italia: <393 trascriveva nei suoi taccuini, traducendolo parzialmente in inglese, il ritornello.
Tra queste carte è conservato anche un resoconto incompleto, grazie al quale è possibile seguire Hobsbawm in alcuni spezzoni dei suoi viaggi in Sud Italia, come ad esempio una giornata della sua prima volta in Sicilia. Si tratta di carte non datate, la cui stesura però è riconducibile con verosimiglianza tra la metà e la fine degli anni Cinquanta: <394 nelle memorie senili Hobsbawm avrebbe detto di aver visitato per la prima volta la Sicilia nel 1953. Dal tono a volte romanzato e a tratti caricato del racconto è possibile ipotizzare – senza aver però possibilità di conferma – che si tratti del canovaccio di un intervento radiofonico che Hobsbawm tenne nel 1957 in Gran Bretagna. <395
Se tale destinazione è confermata, il testo diventa di ulteriore interesse in quanto permette non solo di ricostruire l’esperienza di Hobsbawm in Sud Italia, ma anche il modo in cui egli la presentò ad un ampio pubblico inglese, scorgendone quindi immagini e stereotipi sulla realtà meridionale.
[…] Un tale racconto dovette entusiasmarlo. Anche perché di recente Piana degli Albanesi era stata teatro di imponenti lotte contadine, in cui forte era stata la presenza comunista; si trattava poi di un luogo – come gli veniva ora detto – in cui la ribellione sociale era di vecchia data, messa in atto tra l’altro da una popolazione di origine albanese che manteneva lingua e abitudini secolari. Iniziando il resoconto di viaggio Hobsbawm diceva che queste erano popolazioni che si erano insediate in Italia, per fuggire all’avanzata turca, sotto la guida di George Scanderbeg <396 “[a]bout the time that Christopher Columbus discovered America”; da quel tempo queste popolazioni avevano mantenuto lingua e tradizioni, e «still, if it comes to that, rooting for Scanberger». Arrivando da Palermo, Piana dovette sembrargli una «white and blue washed town of 6000 inhabitants leaning against the hillside above the plateau from which it takes its name». Hobsbawm quindi notava che “Sicilians peasants live in these large agglomerations in the middle of an empty countryside, walking great distances to their fields, or more usually to the landlords’ fields. In the past the men used to stay in the fields for the week, leaving the town a hive of women. <397 Sicilian women belong to the house and don’t work outside. Even when they sit outside their doors, they face into the sleazy hovels <398 in which most of them live instead of onto the street. But Piana showed no sign of depopulation when we arrived”.
Se restituiva in modo asciutto la realtà sociale del paese e poca attenzione riservava al paesaggio, si dilungava invece nel ritratto della persona che lo accompagnò lungo le strade di Piana: il mediatore palermitano che gli aveva consigliato di visitare Piana lo aveva anche messo in contatto con quello che aveva dovuto giudicare la guida ideale per un comunista straniero non solo per il fatto era il sindaco del paese, da poco diventato anche deputato comunista, ma anche perché poteva comunicare in inglese vista la sua lunga esperienza migratoria negli Stati Uniti.
“The mayor, the Hon. Michele Sala, was a small whipcord of a man with a pencil moustache, a sharp look and a well-pressed cotton suit in fawn stripes. <399 He looked about fifteen years younger than his age, which was fifty. He insisted on talking in a Sicilian version of Brooklyn, which was no easier to understand than Italian. «I ain’t been back to New York since 1943» he said. «You been there?» I wasn’t expected to answer the question. The Hon Sala (he is Honourable, because he is also a deputy in the Rome Chamber) never stopped talking long enough for more than the briefest question. The Hon. Sala was, and no doubt still is, a formidable character. What I know about him comes partly from himself, partly from Angelo, partly from a journalist round the Montecitorio in Rome who knows about deputies, and boils down to this. Though not as Albanian, he is of Albanian descent. (The talent for politics which used to make scores of Albanians into Grant Viziers in the old Turkish Empire has not got lost. They have produced at least one Italian PM, the fire-eating Crispi, and their present score includes at least one Italian cabinet minister – Christian Democrat – and a group of deputies and senators, mainly communist). He comes from Parco, a village halfway up the mountains between Palermo and Piana. ‘The Fascists, they don’t think Parco is classy enough’ said the Hon. Sala. ‘They call him Altofonte. But I call him Parco’ […]
[…] Doveva essere un personaggio carismatico Michele Sala: anche chi, come Emanuele Macaluso, lo conosceva bene per via di un comune impegno sindacale e politico ne avrebbe dato una descrizione che richiamava i tratti delineati da Hobsbawm: Sala era un «combattente, un politico istintivo, che fiutava il pericolo e distingueva subito il marcio dal sano». <400
Forse anche per questo era stato scelto come dirigente comunista della zona in un momento particolarmente turbolento […]
Hobsbawm doveva rendersene conto visitando il cimitero, «an area bristling with vast vaults, stone statues and other outsize monuments of unbridled grift», in cui Sala lo accompagnò. Facendo caso ai cognomi ricorrenti sulle tombe, egli – che era un appassionato di musica jazz – trovava occasione di notare che famosi jazzisti di New Orleans – come Arnold and Pete Loycano – dovevano essere d’origine siciliana. <401
Il cimitero, così come la scuola e l’edilizia erano alcuni dei molti cantieri che Hobsbawm si sorprese di vedere e che Sala dimostrò di controllare con un fare che Hobsbawm definì da sceriffo.
Lo poteva dire da come il sindaco si relazionava con i suoi cittadini.
Pur non capendo i contenuti delle conversazioni per via della lingua, poteva coglierne i toni, spesso duri, che il sindaco usava nel parlare con gente che agli occhi di Hobsbawm sembrava poco raccomandabile o nello stringere «large numbers of brown hands, giving out with wide smiles, but without altering the wary expression in his eyes».
Alla domanda di Hobsbawm se ci fosse la Mafia, Sala rispondeva che «it was still about. ‘Some things we can’t do on account of Mafia’».
Passeggiando lungo le strade della cittadina, Sala raccontò poi la storia della comunità arbëresh di Piana in un modo che Hobsbawm avrebbe sintetizzato in questo modo: «Whenever there was a revolt going, they revolted»: si trattava di un popolo che sempre aveva mostrato, a detta di Sala, una propensione alla rivolta sociale.
388 MRC, EHP, Papers, Publications, Book Draft, Primitive Rebels (1956-1958), Testo di un intervento di Hobsbawm tenuto in occasione di una presentazione pubblica all’uscita del libro Primitive Rebels, 6 novembre 1959, 2 (937/4/2/3).
389 Petraccone, Le ‘due Italie’, 215-41; Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi,
160-71; Barbagallo, Mezzogiorno e questione meridionale, 70-80.
390 Hobsbawm, Anni interessanti, 382.
391 MRC, EHP, Research Material, Primitive Rebels and Bandits, Southern Italy: general, (937/3/4/2).
392 Hobsbawm, Anni interessanti, 381.
393 Carosone, Un americano a Napoli, 54.
394 Nel testo si trova l’indicazione temporale «A couple of years ago»: ciò fa ipotizzare che il testo sia stato scritto nel 1955, se si tiene fede alla datazione del 1953 del primo viaggio in Sicilia proposta nell’autobiografia. Da posticipare al 1955 se invece si tratta del canovaccio della trasmissione radiofonica del 1957. MRC, EHP, Research Material, Primitive Rebels and Bandits, (937/4/2/3): le successive citazioni, se non indicato diversamente, sono tratte da questo dattiloscritto.
395 Hobsbawm (I ribelli, 11) scrisse che la «parte essenziale di un capitolo» (non specificato) del libro che avrebbe tratto da queste ricerche era stata letta alla radio nel 1957.
396 Altimari, «Gli arbëreschë: significato di una presenza storica, culturale e linguistica»; Fiorella, L’Albania d’Italia; Vaccaro, Studi storici su Giorgio Castriota Scanderberg.
397 Trad.: ‘un alveare di donne’.
398 Trad.: ‘squallide baracche’.
399 Trad.: ‘un uomo tutto nervi con dei baffi sottili, uno sguardo acuto e vestito con un completo di cotone ben stirato, di colore fulvo a righe’.
400 Macaluso, 50 anni nel PCI, 29-30.
401 L’intuizione di Hobsbawm era in effetti corretta. Si veda: Boyd Raeburn, «Stars of David and Sons of Sicily», «Italian Americans in New Orleans Jazz».

Anna Di Qual, Eric J. Hobsbawm tra marxismo britannico e comunismo italiano, 2. La scoperta dell’Italia, Studi di storia 14, Edizioni Ca’ Foscari, Venezia, 2020

Pubblichiamo alcune pagine del recente libro della nostra socia e amica Anna Di Qual, Eric J. Hobsbawm tra marxismo italiano e comunismo britannico (Edizioni Ca’ Foscari, Venezia 2020). Abbiamo scelto quelle dedicate a un viaggio che Hobsbawm fece in Sicilia, presumibilmente nel 1953; qualche anno dopo ne scrisse un resoconto rimasto inedito. È il tema che Anna Di Qual ci aveva già presentato in anteprima il 30 maggio 2015 durante la festa di storiAmestre. Per la pubblicazione di questi brani sul sito, Anna Di Qual ha tradotto le lunghe citazioni dagli appunti di Hobsbawn, che nel libro si leggono in inglese.
Sulla scia delle discussioni con amici comunisti italiani, Hobsbawn affrontò il suo viaggio in Sicilia pensando ai nessi tra le recenti lotte contadine e una tradizione ribellistica, propria della Piana degli Albanesi, che nella memoria degli abitanti aveva contrassegnato la storia di una comunità insediatasi in Sicilia nel secolo XVI per scampare ai Turchi Ottomani. Iniziò così la ricerca che avrebbe portato Hobsbawm a studiare quelle forme di ribellismo contadino che gli erano state presentate come “arcaiche”, e che tali gli sembravano alla luce della sua formazione politica segnata dal marxismo britannico.
[…] Tra queste carte è conservato anche un resoconto incompleto, grazie al quale è possibile seguire Hobsbawm in alcuni spezzoni dei suoi viaggi in Sud Italia, come per esempio una giornata della sua prima volta in Sicilia. Si tratta di carte non datate, la cui stesura però è riconducibile con verosimiglianza tra la metà e la fine degli anni Cinquanta: nelle memorie senili Hobsbawm avrebbe detto di aver visitato per la prima volta la Sicilia nel 1953. Dal tono a volte romanzato e a tratti caricato del racconto è possibile ipotizzare – senza aver però possibilità di conferma – che si tratti del canovaccio di un intervento radiofonico che Hobsbawm tenne nel 1957 in Gran Bretagna. Se tale destinazione è confermata, il testo diventa di ulteriore interesse in quanto permette non solo di ricostruire l’esperienza di Hobsbawm in Sud Italia, ma anche il modo in cui egli la presentò a un ampio pubblico inglese, scorgendone quindi immagini e stereotipi sulla realtà meridionale.
“Quando mi trovavo a Palermo, cercando di scoprire qualcosa sulle questioni siciliane, un avvocato che conoscevo mi suggerì di dare un’occhiata a uno dei più noti distretti contadini comunisti dell’entroterra. Lo chiameremo Angelo. La politica a Palermo è ancora nelle condizioni in cui la gente non vuole pubblicità, specialmente se ha molti contatti in differenti partiti politici. «Devi andare a Piana», mi disse Angelo. «Un tempo chiamata Piana dei Greci, ora Piana degli Albanesi. Davvero non sono siciliani ma albanesi, solo che si usava chiamarli greci perché seguono il rito greco della Chiesa cattolica, e a parte la popolazione locale nessuno avrebbe potuto distinguere un greco da un albanese. Piana è rossa da generazioni. La ribellione è l’industria locale. Quando Garibaldi invase la Sicilia nel 1860 per sollevare la campagna contro i Borboni, i pianesi erano proprio lì ad aspettarlo. Si erano ribellati da soli e mandavano messaggi agli altri villaggi chiedendo di fare lo stesso. Quando [più tardi] il fascismo cadde, si dichiararono una repubblica indipendente per un breve periodo. Servirono molte discussioni prima di convincerli a ritornare a far parte dell’Italia»”.
[…] “Il sindaco, l’onorevole Michele Sala, era un uomo tutto nervi con dei baffi sottili, uno sguardo acuto e vestito con un completo di cotone ben stirato, di colore fulvo a righe. Aveva cinquant’anni, ma sembrava di una quindicina d’anni più giovane. Insistette nel parlare una versione siciliana di Brooklyn, che non era più facile da capire dell’italiano. «Non sono tornato a New York dal 1943», mi disse. «Ci sei stato?». Non si aspettava una mia risposta alla domanda. L’onorevole Sala (è onorevole perché è anche un deputato alla Camera di Roma) continuava a parlare e non si fermava mai abbastanza a lungo per permettermi una seppur breve domanda. Era, e senza dubbio è ancora, un personaggio formidabile. Ciò che sapevo di lui proveniva in parte da lui stesso, in parte da Angelo, in parte da un giornalista che bazzica dalle parti di Montecitorio a Roma e che conosce i deputati. Sebbene non albanese, Sala è un discendente di albanesi. (Il talento per la politica che era solito trasformare decine di albanesi in Gran Vizir nel vecchio impero turco non si è perso. Hanno prodotto almeno un primo ministro italiano, il mangiafuoco Crispi, e al momento tra i loro colpi a segno ci sono almeno un ministro del Camera italiana – democristiano – e un gruppo di deputati e senatori, principalmente comunisti.) Sala è originario di Parco, un villaggio sulle montagne a metà strada tra Palermo e Piana. «I fascisti pensavano che Parco non fosse abbastanza elegante», mi disse l’onorevole. «Lo chiamarono allora Altofonte. Ma io lo chiamo Parco». All’età di sedici anni si fece arrestare per propaganda antimilitare contro la guerra. Mi indicò con orgoglio l’esatto punto dove accadde mentre ci passavamo in auto. Iniziava a mostrare anche un senso siciliano di realismo nella politica […] Quando arrivò il fascismo, Michele Sala se ne andò. Trascorse i successivi vent’anni a New York come barbiere, attivista sindacale e collaborare di eminenti giornali antifascisti. Si racconta che abbia condotto uno sciopero dei barbieri nel 1927 o giù di lì. D’altronde, un uomo cresciuto nella scuola politica della Sicilia occidentale è abbastanza ben attrezzato per affrontare il mondo del sindacalismo dei barbieri di New York degli anni Venti e Trenta e, viceversa, un uomo che può reggere il confronto tra i duri sindacati di New York in quel periodo, non ha molto da imparare quando torna alla politica siciliana. Quando cadde il fascismo Michele Sala tornò a Palermo, dove il Partito Comunista, che sa riconoscere un mediatore valido quando ne incontra uno, lo nominò alla Camera del Lavoro; un incarico che, vista la presenza della mafia, non era affatto una scampagnata nemmeno per un uomo della sua esperienza. Ma Sala aveva quello che ci voleva. «Non è il politico perfetto», mi disse in seguito il mio amico giornalista: «ma nessuno può dire che Michele Sala non abbia del fegato. Ha il cuore di un leone». […] Nel ’47 il bandito Giuliano aveva sparato alla manifestazione locale del Primo Maggio, uccidendo nove manifestanti e ferendone molti altri. L’operazione era stata concordata con l’appoggio della mafia, che non tollerava alcuna concorrenza sul suo territorio; la Campagna per la Pace era iniziata e già un paio di uomini si erano fatti uccidere. Era giunto il momento di un uomo in grado di gestire queste problematiche. Così Michele Sala si ritrovò capolista del Partito Comunista per le elezioni comunali e poiché circa il 60% dei pianesi votò comunista, senza contare quelli che votano per i socialisti, si trovò presto sindaco e poco dopo deputato. E di fatto, da allora nessuno è stato ucciso, a eccezione di una persona benestante tornata dagli Stati Uniti che è stata trovata sparata in circostanze su cui nessuno si preoccupa di indagare a fondo, e alcuni litigi privati.”
[…] Pur non capendo i contenuti delle conversazioni per via della lingua, poteva coglierne i toni, spesso duri, che il sindaco usava nel parlare con gente che agli occhi di Hobsbawm sembrava poco raccomandabile, o quando stringeva «un gran numero di mani brune, elargendo grandi sorrisi, ma senza alterare la cauta espressione dei suoi occhi». Alla domanda di Hobsbawm se ci fosse la mafia, Sala rispondeva che c’era ancora: «Alcune cose non possiamo farle a causa della mafia».
Passeggiando lungo le strade della cittadina, Sala raccontò poi la storia della comunità arbëresh di Piana in un modo che Hobsbawm avrebbe sintetizzato in questo modo: «Ogni volta che c’era una rivolta in atto, loro si rivoltavano»: si trattava di un popolo che sempre aveva mostrato, a detta di Sala, una propensione alla rivolta sociale.
[…] Per avvalorare questo racconto, Sala accompagnò Hobsbawm a Portella della Ginestra. Era lì, sul pianoro tra Piana degli Albanesi e la valle dello Jato, che Nicola Barbato – visto il divieto di tenere riunioni politiche nei borghi e nei paesi – salendo su un sasso, che poi avrebbe preso il suo nome, aveva tenuto i comizi al tempo dei Fasci siciliani. Da allora, continuò Sala, radunarsi per il Primo Maggio a Portella della Ginestra era diventato un appuntamento annuale che, distorcendo la realtà, diceva non essere venuto meno nemmeno durante il fascismo. Ciò che gli stava a cuore rimarcare era un’altra cesura, avvenuta quando nel 1947 il bandito Salvatore Giuliano con la sua banda aveva insanguinato la festa del Primo Maggio […]. Portando Hobsbawm a Portella, Sala dovette raccontargli i fatti della strage mostrandogli i luoghi in cui la folla si era radunata e, agitando le braccia in direzione delle montagne, da dove invece i banditi avevano sparato. A Hobsbawm quel paesaggio sembrò un «un meraviglioso territorio per banditi: spoglio e dai contorni dolci, ma ricco di ripari dove un uomo vestito nel modo giusto potrebbe dileguarsi in un batter d’occhio». Descrivendo i territori dell’entroterra siciliano egli richiamò l’immagine cinematografica del West ben presente nell’immaginario dei suoi ascoltatori radiofonici. Probabilmente poi Sala raccontò a Hobsbawm che recentemente si era concluso a Viterbo il processo su quella strage: la sentenza aveva deciso l’ergastolo per alcuni membri della banda di Giuliano nel frattempo morto, mentre era stato fatto cadere qualunque approfondimento delle dinamiche politiche che invece erano emerse nel corso del dibattimento. La lettura che però ne dava Sala era trionfalistica; la comunità di Piana aveva reagito in modo deciso: «il prossimo anno ce ne saranno più che mai». Hobsbawm lo poteva vedere anche nel bar di Piana degli Albanesi, dove prima di congedarsi da Sala, notava i ritratti di Garibaldi, Barbato, Matteotti, Togliatti e Stalin appesi l’uno accanto all’altro su una parete del locale. La giornata trascorsa a Piana degli Albanesi grazie all’iniziazione di Michele Sala dovette essere per Hobsbawm un’esperienza di particolare valore: in quel luogo e attraverso la lettura che il suo ospite ne aveva dato egli poteva vedere condensati alcuni temi – la mafia, il banditismo, i Fasci siciliani – per lui inediti e che presto avrebbe trasformato in piste di ricerca.
Redazione, Andare a vedere in Sicilia. Eric J. Hobsbawm in Italia negli anni Cinquanta, storiAmestre, 7 luglio 2020

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