1.100 franchi per figlio agli emigranti in Francia

L’Italia veniva riconosciuta dalla Francia “nazione più favorita”: i suoi emigranti avrebbero ricevuto un trattamento migliore rispetto a quelli di paesi terzi e una serie di facilitazioni amministrative e assistenziali. Questa scelta faceva parte di una più complessa teoria elaborata in Francia a partire dalla fine della guerra che potremmo definire “preferenza italiana”. Il governo francese fece propria questa impostazione, secondo la quale gli italiani – meglio se settentrionali – rappresentavano il gruppo nazionale più idoneo all’immigrazione in Francia, perché meglio assimilabile e meno portatore di conflitti rispetto ad altri immigrati, come ad esempio quelli provenienti dall’Europa dell’est o dagli altri paesi mediterranei <7. Si trattava, secondo gli ambienti politici e intellettuali che avevano elaborato la teoria, di pianificare attentamente i flussi in entrata e fare in modo che la Francia potesse selezionare direttamente gli immigrati e non “subire” il fenomeno, per usare le parole degli ideatori della “preferenza italiana <8.
La firma del 21 marzo 1947 venne salutata in Italia con un certo entusiasmo. “Il Messaggero” riportò la notizia dei duecentomila emigranti in partenza e si soffermò sulle condizioni di ingaggio, interpellando direttamente Croizat <9.
Furono soprattutto le forze di sinistra a mettere in luce quelli che a loro avviso rappresentavano i punti di forza dell’accordo, che d’altronde era stato firmato per parte francese da un ministro comunista, Ambroise Croizat. Anche “l’Unità” intervistò il ministro in occasione del suo passaggio a Roma, evidenziando le forniture di carbone promesse dalla Francia in cambio della manodopera italiana e cogliendo allo stesso tempo l’occasione per chiarire le modalità di applicazione dell’accordo, che avevano suscitato alcune perplessità in Italia già prima della firma del 21 marzo.
“Si è rimproverato alla Francia, abbiamo osservato, di voler reclutare mano d’opera soltanto nelle regioni del Nord Italia”. “Posso chiarire, risponde subito Croizat, che il reclutamento sarà effettuato in tutta Italia, proporzionalmente al numero di disoccupati registrati in ogni regione”. (…) “Riguardo alle notizie riportate da alcuni giornali, quale sarà il trattamento che riceveranno in Francia i nostri lavoratori?”. “Occorre mettere in guardia i lavoratori italiani contro certe informazioni tendenziose. Essi hanno la assicurazione sin da ora di ottenere gli stessi salari e di essere protetti dalle stesse leggi sociali di cui godono i lavoratori francesi” <10.
Le dichiarazioni di Croizat avevano l’obiettivo di rassicurare l’opinione pubblica sulla correttezza delle procedure pensate per favorire l’emigrazione e naturalmente volevano essere anche uno spot a favore dell’arruolamento, tanto che il ministro si soffermò a lungo sulle rimesse, sul salario e sul potere d’acquisto, sulla formazione professionale. L’avvenuta firma dell’accordo venne salutata, il giorno seguente, da un nuovo articolo sulla prima pagina de “l’Unità”: “1.100 franchi per figlio agli emigranti in Francia”.
“Croizat ha tenuto a sottolineare innanzitutto come gli accordi firmati garantiscano agli emigranti italiani condizioni di lavoro migliori di quelle di tutti gli altri lavoratori stranieri che si trovano in Francia. I lavoratori dovranno da parte loro provvedersi di tutti i documenti necessari da cui risulti con esattezza quale è il loro stato di famiglia, ai fini della concessione degli assegni familiari” <11.
Se a sinistra l’emigrazione in Francia veniva abbondantemente pubblicizzata e rivendicata come un fatto politico importante e innovativo, non dello stesso parere erano i membri dell’assemblea costituente di altra parte politica. Paolo Bonomi, democristiano, il 27 marzo 1947 presentò al ministro degli esteri una interrogazione urgente per capire quali fossero le ragioni che impedivano di mettere in pratica gli accordi tra Italia e Argentina, con riferimento esplicito all’accordo appena firmato con la Francia, “e facciano preferire, accordandole precedenza, l’emigrazione in paesi che non possano offrire le condizioni e i vantaggi dell’emigrazione in Argentina” <12. L’emigrazione in Francia veniva vista da alcuni settori democristiani con diffidenza e sospetto, a causa del notevole coinvolgimento – politico e sindacale – della sinistra nella sua organizzazione e realizzazione. Un coinvolgimento che invece era meno marcato nelle trattative con l’Argentina. Bonomi per la sua interrogazione si attirò le ire dei comunisti, che risposero con un corsivo sull’”Unità”:
“Con astuta manovra combinata Sforza – Di Vittorio – Croizat, i comunisti starebbero quindi organizzando un travaso di forze nella Repubblica italiana a quella francese. Qualcosa di simile al principio dei vasi comunicanti. (…) I comunisti francesi non hanno molto bisogno di una immigrazione “politica”; fanno benissimo da soli. La Francia ha bisogno di braccia; l’Italia ne ha in eccesso; l’Italia e la Francia hanno concluso un accordo soddisfacente per entrambe e soddisfacente per i lavoratori che emigreranno: ecco tutto. Ma forse l’on. Bonomi e il “Quotidiano” preferirebbero l’Argentina. E va bene: perché non ci vanno” <13?
L’euforia iniziale svanì piuttosto rapidamente. L’accordo infatti si rivelò un fallimento: dei duecentomila italiani previsti, in Francia ne arrivarono a malapena un quarto, circa cinquantamila. Si ripeteva quanto era accaduto un anno prima, quando i francesi si aspettavano con l’accordo del 22 febbraio 1946 di reclutare ventimila minatori e ne ingaggiarono invece non più di tremila.
L’andamento mensile delle partenze per la Francia dopo la firma dell’accordo si mantenne costantemente al di sotto dei 17.000 espatri previsti
[…] Il giudizio sull’esito fallimentare dell’accordo del 1947 è stato condiviso tra gli studiosi, che hanno messo in luce lo scarto clamoroso tra le aspettative e i risultati concreti <14. Ma quali furono le cause di un simile fallimento, destinato a incidere notevolmente sulle successive politiche migratorie dei due paesi? Sandro Rinauro ha sottolineato al riguardo il peso crescente e determinante dell’emigrazione clandestina. Poiché le procedure di reclutamento e di avviamento degli emigranti erano eccessivamente lunghe e macchinose, conveniva partire come clandestini, tanto più che le autorità francesi sembravano incoraggiare una simile scelta. Le condizioni di accoglienza inoltre, secondo Rinauro, erano ben lontane da quelle promesse nell’accordo e condizionarono negativamente la sua applicazione. Il governo francese era consapevole di questa situazione, tanto che Pierre Guillen ha ricordato come nella corrispondenza tra gli stessi ministeri francesi interessati circolasse la notizia che gli italiani avevano messo in atto molto rapidamente un passa-parola con le zone di partenza. Questo passa-parola tendeva a dissuadere le possibili migrazioni verso la Francia, a causa proprio delle pessime condizioni di accoglienza <15.
Ma cerchiamo di addentrarci più nello specifico dei limiti dell’accordo e del suo scarso funzionamento.
[…] Un altro limite dell’accordo fu nel cattivo funzionamento dei centri italiani in cui sarebbero dovuti transitare gli emigranti. I centri di raccolta francesi erano situati a Nancy, Lione, Dreux, Momélian, Bordeaux, Soisson (per i bieticoltori) e Tolosa, mentre Mentone e Modane sarebbero stati i centri di transito. In Italia i centri da cui dovevano transitare preventivamente gli emigranti erano Roma e Torino, ma come sappiamo la riorganizzazione complessiva delle strutture interne dedicate all’assistenza agli emigranti venne disposta soltanto nel 1948, con il d.l. n. 381 del 15 aprile, a più di un anno quindi dalla firma dell’accordo italo-francese. A Roma un centro di assistenza agli emigranti funzionò in maniera organizzata soltanto a partire dal 1952, presso il binario 12 della stazione Termini <18, mentre il centro di Torino, in funzione quando venne firmato l’accordo, chiuse i battenti dopo pochi mesi, nel novembre 1947, assorbito da quello di Milano. La chiusura del centro di Torino, che funzionò in realtà solo per dieci mesi, rappresentò un problema notevole per l’applicazione dell’accordo di emigrazione. Il centro di Torino – che aveva sede nei locali della Camera del lavoro e venne chiuso perché privo dei requisiti strutturali fondamentali – era particolarmente indicato per l’assistenza a coloro che partivano per la Francia, poiché si trovava vicino al confine e poteva lavorare di concerto con il posto di frontiera. Secondo Francesco Palazzi Trivelli, rappresentante della Camera di commercio di Torino al congresso nazionale per l’emigrazione di Bologna del 1949, la chiusura del centro di Torino aveva provocato danni talmente gravi da contribuire all’insuccesso dell’accordo italo-francese. Tra l’altro, da Torino continuarono comunque a transitare emigranti diretti in Francia, accolti in maniera estremamente precaria:
“I lavoratori emigranti provenienti dal centro di Milano e diretti verso la Francia giungevano a Torino alle 21,05 senza poter ripartire prima delle 5,05, per mancata coincidenza. Torino dovette ugualmente ed improvvisamente accollarsi la responsabilità di assicurare il pernottamento e di fornire almeno un pasto agli espatriandi; la situazione di emergenza venne affrontata con buona volontà, ma il trattamento che si riuscì a fornire fu assai infelice: basti dire
che i giacigli disponibili (nei locali della stazione centrale) superavano di poco la decina e non erano sufficienti neppure alle sole donne o ai bambini dei lavoratori” <19.
Le proteste per la chiusura del centro di emigrazione di Torino ottennero soltanto la riapertura del posto di frontiera di Bardonecchia, che era stato temporaneamente soppresso. Tornando al centro di Milano, è bene gettare uno sguardo alle statistiche. Confrontando i dati dell’emigrazione in Francia con i dati forniti dal centro di Milano sui propri assistiti, emerge con evidenza quanti “buchi” ci fossero nella macchina di assistenza per la Francia: tra il 1946 e il 1950 dei 192.039 lavoratori partiti per la Francia, soltanto 78.820 erano passati per il centro <20. Certo, le cifre non contemplano quanti vennero assistiti a Torino nel periodo gennaio-novembre 1947, ma comunque rivelano una notevole difficoltà da parte delle istituzioni italiane a “intercettare” l’emigrazione in Francia, che mantenne come detto un’alta percentuale di espatri svincolati dagli accordi ufficiali e inevitabilmente vittima delle procedure irregolari di reclutamento.
I centri di emigrazione – come detto – non erano soltanto luoghi in cui prestare assistenza e ricovero ma erano anche i luoghi in cui avveniva la selezione medica e professionale dei candidati all’espatrio. Proprio sulla selezione degli emigranti, secondo alcuni osservatori dell’epoca, difettò l’applicazione dell’accordo italo-francese.
[…] Irregolarità nei contratti, difficoltà nell’invio delle rimesse, problemi nell’assistenza ai lavoratori, rigidità nelle selezioni: l’accordo conteneva fin dalla sua formulazione un insieme di norme ambigue e contraddittorie, che ne pregiudicarono l’applicazione e spinsero nelle reti dell’emigrazione clandestina quanti decidevano di partire ugualmente per la Francia, senza seguire la procedura ufficiale <23. Il percorso così articolato – previsto dalla procedura di avviamento all’emigrazione concordata dai due stati – andava a scontrarsi con una realtà che appariva ben diversa dall’ordinata sequenza di selezione e accoglienza prevista negli articoli dell’accordo.
[…] Ridimensionati i progetti ad ampio raggio di pianificazione dell’emigrazione collettiva, il 3 febbraio 1948 Italia e Francia modificarono parzialmente l’accordo firmato l’anno precedente <26. Rispetto al reclutamento, le nuove disposizioni stabilivano due percorsi: il contratto nominativo, effettuato su richiesta di un datore di lavoro francese e gestito dall’Oni, e il reclutamento cosiddetto “anonimo”, effettuato direttamente dall’Oni presso gli uffici provinciali del lavoro. La quantità annuale di espatri in Francia si mantenne comunque su cifre più basse rispetto al 1947 (vedi appendice statistica), mentre l’emigrazione clandestina restò ancora a lungo un fenomeno rilevante. L’emigrazione collettiva diminuì costantemente, anzi in alcune zone si esaurì del tutto, come segnalò ad esempio il console generale di Marsiglia nella sua relazione sul 1949 <27. Le relazioni redatte ogni tre mesi dall’ambasciata italiana a Parigi sul fabbisogno di manodopera, la disoccupazione e le possibilità migratorie sono caratterizzate, a partire dal 1949, da una generale sfiducia sulle reali opportunità di collocamento di lavoratori italiani. Tali opportunità sembravano presenti soltanto sul piano teorico, perché all’atto pratico la possibilità di coprire le carenze di manodopera con l’arrivo di immigrati italiani si scontrava con una serie di problemi: l’opposizione sindacale della Cgt, la riluttanza degli imprenditori, che nonostante tutte le modifiche apportate di anno in anno consideravano ancora troppo lunghi i tempi di reclutamento (ridotti nel 1952 a due mesi complessivi), le conflittualità interne allo stesso governo francese <28. Il 9 febbraio 1951 un comunicato dell’ambasciata italiana a Parigi chiariva – in modo un po’ affrettato – quali fossero in Francia i termini del dibattito:
Il problema dell’immigrazione in Francia ha un duplice aspetto, a seconda cioè se esso è preso in esame da esperti in questioni demografiche oppure da esponenti sindacali del lavoro. I primi si preoccupano essenzialmente di rinsanguare una popolazione, invecchiata precocemente per la scarsità delle nascite. Gli altri, i quali hanno soprattutto di mira il fenomeno della disoccupazione e temono le sue immediate conseguenze sociali, vogliono che agli organizzati di classe venga assicurato il diritto di poter lavorare. E’ per ciò che in tale stampa si legge, da un lato, che la politica immigratoria francese nel dopoguerra è fallita, e, dall’altro, che i sindacati si ritengono soddisfatti della politica da essi seguita, di avere cioè permesso l’introduzione nel paese di lavoratori stranieri limitatamente alle necessità immediate della manodopera <29.
Gli sforzi italiani si rivolsero anche al contesto internazionale, ponendo la questione del potenziamento dell’emigrazione italiana in Francia sia in occasione delle riunioni dell’Emico, sia durante le trattative per l’accordo della Ceca (in particolare sull’articolo 69), sia nell’ambito della preparazione dell’Unione doganale italo-francese <30. Gli sforzi, però, servirono a poco.
[NOTE]
7 A. Bechelloni, Il riferimento agli italiani nell’elaborazione di una politica francese dell’immigrazione (1944-46), in G. Perona (a cura di), Gli italiani in Francia, 1938-1946, in “Mezzosecolo. Materiali di ricerca storica”, 9, 1994, pp. 46-57. Sulle origini e le trasformazioni delle politiche migratorie nel dopoguerra dei due paesi si veda A. Spire, Un régime dérogatorie pour une immigration convoitée. Le politiques françaises et italiennes d’immigration/émigration après 1945, in “Studi emigrazione”, 146, 2002, pp. 309-23.
8 Si veda A. Bechelloni, Il riferimento cit., pp. 50-1.
9 200mila lavoratori emigreranno in Francia. Un’intervista col ministro francese del lavoro Croizat, in “Il Messaggero”, 21 marzo 1947, p. 1.
10 Il trattamento della Francia agli operai italiani che emigreranno, in “l’Unità”, 21 marzo 1947, p. 1. Molto spazio veniva riservato alla possibilità, prevista dall’accordo, che gli emigranti ricevessero assegni familiari. Per una documentazione dettagliata sulle procedure di richiesta e di assegnazione di tali contributi si veda: Acs-Minlav, Dgcm, Divisione VIII, b. 379, fasc. “Assegni familiari per i lavoratori emigrati in Francia, 1946-50”.
11 1.100 franchi per figlio agli emigranti in Francia, in “L’Unità”, 22 marzo 1947, p. 1.
12 Assemblea costituente, Atti della assemblea costituente, Discussioni dal 4 marzo 1947 al 15 aprile 1947, vol. III, seduta del 27 marzo 1947, Tipografia della Camera dei Deputati, Roma, p. 2541.
13 Emigri pure, in “L’Unità”, 29 marzo 1947, p. 1. Italia e Argentina firmarono un accordo di emigrazione nel febbraio 1947, accordo che venne aggiornato nel gennaio dell’anno successivo. Le trattative tra i due paesi vennero a tratti criticate dalla sinistra italiana, che accusava gli imprenditori argentini di eccessive pretese sulla manodopera emigrante. Non mancò anche un piccolo incidente diplomatico, quando Di Vittorio definì “negrieri e schiavisti” i datori di lavoro stranieri, provocando le proteste della delegazione argentina che si trovava in Italia proprio per concludere l’accordo. Su questa vicenda e più in generale sulla nascita e l’applicazione dell’accordo di emigrazione italo-argentino si veda L. Capuzzi, La frontiera immaginata. Profilo politico e sociale dell’immigrazione italiana in Argentina nel secondo dopoguerra, Angeli, Milano 2006, pp. 54-61. Sulla posizione della Cgil nel corso delle trattative con l’Argentina si veda P. Zanetti Polzi, Lavoro straniero cit., pp. 15-16.
14 L. Rapone, L’emigrazione come problema cit., p. 181, S. Rinauro, Percorsi cit., p. 13, E. Serra, La normativa sull’emigrazione italiana dal fascismo al 1948 con particolare riguardo alla Francia, in G. Perona (a cura di), Gli italiani cit., pp. 3- 18. Y. Moulier parlò, a metà degli anni settanta, di “sconfitta della programmazione capitalista della manodopera immigrata”: Id., Un paese d’immigrazione: la Francia, in A. Serafini (a cura di), L’operaio multinazionale cit., pp. 35-75.
15 P. Guillen, I rapporti franco-italiani dall’armistizio alla firma del patto atlantico, in G. Quazza ed altri, L’Italia dalla liberazione alla repubblica, atti del convegno internazionale organizzato a Firenze il 26-28 marzo 197 con il concorso della Regione Toscana, Feltrinelli, Milano, p. 179.
18 Nasce il posto-sosta emigranti alla stazione Termini di Roma, in “Bollettino della Giunta cattolica per l’emigrazione”, nn. 9-10, 1952, p. 162.
19 F. Palazzi Trivelli, L’esperienza torinese in fatto di centri emigranti, in Camera di commercio industria e agricoltura di Bologna, Congresso nazionale per l’emigrazione cit., pp. 232.
20 I dati sono stati raccolti da Acs Minlav, Dgcm, Div. VIII, b. 389, fasc. “Centri raccolta emigranti”.
21 F. Palazzi Trivelli, L’esperienza cit., p. 233.
23 Sandro Rinauro ha messo in evidenza che tra i clandestini in Francia vi erano anche alcuni di coloro che erano stati scartati alle selezioni in Italia: Id., Percorsi cit., pp. 23-24.
26 Tra le modifiche più importanti c’era proprio la collocazione di un funzionario francese presso gli uffici provinciali del lavoro, addetto ad una prima selezione dei candidati e alla comunicazione delle informazioni sul futuro professionale e abitativo degli emigranti. Altra modifica rilevante, destinata a provocare non pochi problemi, fu relativa al pagamento delle spese di viaggio per coloro che da Milano partivano per raggiungere la Francia: secondo l’accordo del 1947 queste spese erano a carico dell’Oni, le nuove disposizioni del 1948 stabilirono invece che le spese di viaggio erano a carico del centro emigrazione di Milano. La corrispondenza preliminare tra le istituzioni italiane e francesi coinvolte e il contenuto della revisione dell’accordo sono consultabili in Acs-Minlav, Dgcm, Divisione VIII, busta 375, fasc. “Emigrazione italiana in Francia. Informazioni, notizie e dati statistici, 1946-1949”.
27 Si veda “Emigrazione regolare durante l’anno 1949 in Francia”, in Acs-Minlav, Dgcm, Divisione VIII, busta 375, fasc. “Emigrazione cit.”.
28 Sulla posizione della Cgt e la sua evoluzione si veda L. Blévis, Des ouvriers italiens du bâtiment à la Cgt. Une étude de la presse syndicale (1945-1963), in M. C. Blanc-Chaleard – A. Bechelloni (a cura di), Gli italiani in Francia cit., pp. 429-43. Sulla questione delle richieste di manodopera si veda il sottofascicolo “Francia. Fabbisogno di manodopera (relazioni trimestrali)” in Acs-Minlav, Dgcm, Divisione VIII, busta 376, fasc. “Emigrazione italiana in Francia. Informazioni notizie e dati statistici sull’emigrazione, 1951”.
29 Ibidem.
30 L’emigrazione fu tra i temi al centro della conferenza di Santa Margherita ligure (12-14 febbraio 1951) tra i due paesi, un incontro al massimo livello tra i due governi dove vennero discusse questioni diplomatiche, economiche e politiche. In particolare la delegazione italiana cercò di esercitare pressioni a favore della regolarizzazione di tutti gli italiani entrati clandestinamente in Francia al 31-12-1950, cercò il sostegno della Francia presso gli organismi internazionali alle richieste italiane in materia di emigrazione, propose la sperimentazione della cosiddetta “emigrazione diretta”, cioè il trasferimento in Francia di un migliaio di famiglie contadine italiane. Si veda al riguardo: E. Serra, L’Unione doganale italo-francese e la conferenza di Santa Margherita (1947-1951), in J. B. Duroselle – E. Serra (a cura di), Italia e Francia cit., p. 105. Sull’”emigrazione diretta” si veda il sottofascicolo “Emigrazione diretta” in Acs-Minlav, Dgcm, Divisione VIII, busta 376, fasc. “Emigrazione italiana in Francia. Informazioni notizie e dati statistici sull’emigrazione, 1951”. Per collocare le vicende legate all’emigrazione all’interno del contesto più esteso delle trattative tra i due paesi si veda P. L. Ballini – A. Varsori (a cura di), L’Italia e l’Europa (1947-1979), Rubbettino-Istituto Sturzo, Soveria Mannelli-Roma, 2004, pp. 24-25. Sul ruolo di De Gasperi nelle trattative di Santa Margherita e il suo tentativo di inserire la questione della libera circolazione della manodopera si veda P. Craveri, De Gasperi, il mulino, Bologna 2006, pp. 510-11. Per approfondire ulteriormente la questione si veda Acs-Archivio Giovambattista Bertone, busta 11 “Stampati, atti parlamentari, relazioni sulla commissione mista franco-italiana per l’unione doganale”.
Michele Colucci, Forza lavoro in movimento. L’Italia e l’emigrazione in Europa, 1945-1957, Tesi di Dottorato, Università della Tuscia di Viterbo, 2008

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Per il Natale del 1944 viene inviato un appello ai compagni rifugiati in Svizzera, perché non prolunghino l’esilio ma tornino tra i reparti garibaldini

Codera, Frazione di Novate Mezzola. Foto di Maria Piccinini pubblicata su Wikipedia

Anche per tutto il mese di novembre del 1944 la lotta partigiana si svolge su una linea prevalentemente difensiva; Morandi, infatti, nella sua cronologia delle azioni effettuate, ne segnala solamente 27, condotte prevalentemente dalla 40^ Brigata Matteotti. Alla fine di novembre altri colpi vengono inferti alla già traballante struttura militare partigiana: il 27 novembre le forze nemiche passano all’attacco nelle valli a nord della Valtellina per disperdere i gruppi ivi rifugiatosi una seconda volta. Intorno a questi avvenimenti si può avere una chiara visione dal rapporto manoscritto del Comandante della Rosselli inviato in seguito al Comando Raggruppamento: <199
“La presenza di presidi nemici nelle nostre basi di rifornimento, la povertà dei paesi inverosimilmente sfruttati dai nazi-fascisti anche a scopo di rappresaglia, il freddo tanto più intenso in quanto eravamo accantonati sulle pendici nord del Legnone, le recenti abbondanti nevicate, il nostro equipaggiamento deficiente, il continuo afflusso di notevoli forze nemiche a Colico e a Morbegno determinano il Comando di Divisione a trasferire la formazione sulla destra idrografica della Valtellina. Nel frattempo il dto. [Distaccamento] Minonzio aveva ricevuto ed eseguito l’ordine di raggiungere la zona L; i distaccamenti Fogagnolo e Casiraghi erano ancora in Bergamasca. La notte del 23/11 ci dislocammo nella zona montana compresa tra Dubino e Trona. Dal Comando Divisione fummo informati che il nemico avrebbe effettuato quanto prima un rastrellamento in forze contro di noi. Per continuare efficacemente la guerriglia ad alleggerire la eventuale pressione nemica, inviammo sulla sinistra dell’Adda quattro squadre d’assalto. La mattina del 27/11 il nemico bloccò i ponti e le passerelle dell’Adda con autoblinde, mitragliere mitragliatrici, aprendo subito il fuoco sugli accantonamenti nostri… Tutte le informazioni facendo prevedere un attacco generale al quale, date le condizioni del terreno e i mezzi a disposizione, non avremmo potuto opporci. I Comuni di Divisione e di Brigata decisero allora di trasferire le formazioni in Val Codera. Senza viveri, male equipaggiati, stanchi per le fatiche notevoli cui eravamo stati sottoposti fin dai primi di ottobre, gli uomini affrontarono una marcia forzata di molte ore in mezzo alla neve. Il pomeriggio del 28 la formazione giunse in Val Codera. Pattuglie inviate in esplorazione informarono che le forze nemiche stavano affluendo a Novate Mezzola bloccando la valle. Non sapevamo come risolvere il problema vettovagliamento, dato che il paese di Codera [n.d.r.: Frazione di Novate Mezzola (SO)], poverissimo non poteva sopperire alle nostre esigenze. Il giorno 30 una corveè inviata a Novate Mezzola fu sorpresa dal nemico, riuscendo tuttavia a tornare senza perdite ma anche senza viveri. La sera dello stesso giorno, elementi della 1^ Divisione c’informano che il nemico aveva attaccato in forze la loro unità, costringendola a ritirarsi in direzione Val Codera, attraverso la Val Masino. Era ormai evidente che i nazi-fascisti, provenendo dalla Valle S. Martino e dalla Val Chiavenna con forze e armamento preponderante, ci avrebbero attaccati il giorno seguente con esito indubbio. I Comandi, esaminata attentamente e freddamente la situazione, decisero allora di sconfinare in Svizzera al fine di evitare l’annientamento totale della formazione. Il passaggio del confine avvenne la notte del 30 attraverso il passo della Teggiola.”
Lo stesso Gabri dirà poi: <200
“Questi ragazzi, uno dietro l’altro in fila indiana, che passavano lenti, carichi delle loro armi e dei loro stracci, si avviavano verso il passo della Teggiola, verso la vita. Lasciammo una squadra comandata dal povero Lupo perché andasse ad avvisare i partigiani che erano rimasti sul Legnone con Mina (il quale era però in Val Taleggio) di quello che eravamo costretti a fare.”
Più avanti continua: “Le guardie ci disarmarono; ci piangeva il cuore a lasciare quelle armi che ci eravamo procurati con tante fatiche, e ci lasciarono nel bosco e sulla neve, senza darci un tetto e qualcosa di caldo da ristorarci. Alle ore 20 ci portarono a Bondo, dove, verso le 22 ci diedero un the… Il giorno dopo alle 8 partiamo a piedi per Samaden da dove incominciò la vita di internato. Qui disinfezione generale. Al mattino dopo si parte per Olten; altra disinfezione, poi in treno fino a Schonewerd. Qui la permanenza dura 52 giorni. Di qui gli ufficiali a Murren e i partigiani a Elgg in parte, in parte a Fischentall: comandanti dei due campi Al e Nicola.”
Nei campi di concentramento la vita viene rapidamente organizzata e, come testimonia Vitalino Villa,
“i partigiani cercavano in ogni modo di uscire dalla Svizzera, diventavano trepidanti nel desiderio di tornare a unirsi ai pochissimi che erano rimasti in Valtellina. Si sorteggiavano quelli che dovevano partire a ogni mattino si scopriva che qualcuno mancava: partiti di notte.”
Tuttavia le trattative con le autorità elvetiche per stipulare un preciso accordo, onde permettere il rientro scaglionato di battaglioni e reparti, vanno per le lunghe, e sarà così che solo tra marzo e aprile i comandanti partigiani potranno rientrare clandestinamente in Italia.
Le responsabilità di questo ulteriore sbandamento, che rasenta il disfacimento, sono ancora da ascrivere non solo alla situazione oggettiva del rastrellamento, ma anche all’atteggiamento del Comando Raggruppamento: da un lato per la mancanza di direttive, che porta allo sconfinamento in Svizzera, dall’altro per la mancanza di collegamenti con le altre formazioni.
Il rastrellamento ha infatti bloccato completamente le normali vie di comunicazione partigiana e ancora il 4 dicembre il Comando Raggruppamento non è a conoscenza del passaggio di buona parte della 1^ e 2^ Divisione in Svizzera; nella comunicazione a Mina si afferma infatti:
“Siamo informati che nella Val Masino il nemico, dopo aver bruciato gli stabilimenti di Masino bagni, si è ritirato ed ora presidia i paesi a fondovalle… pensiamo di prendere contatto con la 2^ Divisione e la 55^ Rosselli”. <201
Solo il 13 dicembre si comunica:
“Siamo perfettamente al corrente che patrioti della 1^ Divisione sono stati costretti ad entrare in Svizzera e stiamo prendendo contatto per il loro ritorno” <202.
Alla fine di novembre si chiude il periodo più funesto per la resistenza lecchese: le strutture delle formazioni sono crollate, molti partigiani sono caduti, morti in imboscate o fucilati, molti sono prigionieri.
Queste le cifre riportate da Francesco Magni nella sua cronistoria: 130 morti (compresi i civili ), 700 abitazioni distrutte (alberghi, rifugi, case, baite ), 550 deportati (compresi i civili ). <203
Pochi sono coloro che sono rimasti in montagna:
1) In Val Taleggio: Mina, Francio, Prora, Gianni e altri 5 uomini.
2) In Val d’Inferno: Oreste, Gek, Piero, che controllano gli uomini dislocati nella valle, alla S. Rita e a Biandino; qui giungono anche i dti. Casiraghi e Fogagnolo, parte dei quali si fermano e parte ritornano in Val Taleggio e si uniscono senza collegamento.
3) In Valsassina: Sam, Nino ferito, con alcuni uomini rimasti senza collegamento.
4) Sui monti sopra Bellano: Lupo con sei uomini collegati col Comando Raggruppamento.
Se questa è la situazione sui monti orientali della Valsassina, non certo migliore è nella zona delle Grigne dove, come già abbiamo visto, fin dagli inizi di novembre la 89^ si era praticamente dissolta e
rimaneva solo qualche gruppetto scarso collegato col Comando di Lecco.
In una lettera del Comando Raggruppamento al Comando 2^ Divisione si legge: <204
“Di questa Brigata poco è rimasto. Una decina di uomini che sono in Grigna, li faremo sfilare ad Avolasio, aggregandoli alla 86^. Intanto stiamo elencando il materiale recuperabile. In ogni modo qualunque sia il futuro assetto che si riuscirà a dare alla 89^ si presenta l’indispensabilità che tale settore sia di nuovo occupato. Perciò un vostro distaccamento dovrà essere avanzato su dette posizioni. Ciò avverrà quando saremo riusciti a rimettere in efficienza gli scombussolati servizi della brigata”.
In conseguenza di questi propositi di riorganizzazione, già in dicembre si notano alcuni sintomi di ripresa, in particolare per i gruppi rimasti nella zona delle Grigne e della Val Taleggio. Si fanno valutazioni critiche sul comportamento dei quadri dirigenti, si cercano di recuperare le armi abbandonate o nascoste, si fanno previsioni sulla possibilità di nuovi arruolamenti.
Tutto questo appare dalla corrispondenza tra il Comando Raggruppamento e Mina, cui è stato affidato il compito di riorganizzare i gruppi della 86^.
Dalla lettera già citata del 4 dicembre si apprende che “La 89^ Poletti è in via di riorganizzazione… Nella Grigna e nei dintorni si potranno avere 60 armati necessari per le azioni immediate e per le interruzioni stradali previste nel nostro piano generale. Pensiamo che i 60 rimasti in Grigna più il gruppo che verrà armato con le altre armi recuperate si potrà avere nuovamente la 89^ Brigata”.
A proposito contenti di apprendere “che 10 uomini della 86^ si possono già contare nelle file garibaldine. Speriamo che anche per l’altro distaccamento di 20 elementi rimasto, capeggiato da Mario, ex capo di S.M. della Issel, si possa venire ad un accordo… Pare che buona parte dell’armamento, il migliore, sia nascosto o in custodia dello stesso Mario. Puntando quindi su Mario significa recuperare tutto il recuperabile della 86^”.
La comunicazione del 13 dicembre è più ampia:
“Ci troviamo in un momento grave di crisi che bisogna superare. Con la pazienza e la calma dei forti dobbiamo riorganizzare le nostre Unità nel modo Migliore. Il primo e più importante lavoro nel momento attuale è di tenere i collegamenti con tutti i gruppetti sparsi… Per la Brigata Poletti le cose non vanno male. Abbiamo il contatto con una quarantina di patrioti sparsi a gruppetti nella zona, contiamo anche su altri venti patrioti ora organizzati in Sap, ma sempre pronti a tornare in montagna. Le armi sono nascoste e al sicuro… Bisogna persuadere Franco ad unirsi ai garibaldini… e il suo gruppo potrebbe essere il nucleo base per la ricostruzione della 86^ Issel…A Mario può eventualmente essere affidata la responsabilità di riorganizzare la nuova 86^”.
Proseguendo nel tentativo di rifare le file, per il Natale del ‘44 viene inviato un appello ai compagni rifugiati in Svizzera, perché non prolunghino l’esilio ma tornino tra i reparti garibaldini; per riottenere la fiducia e l’appoggio della popolazione, colpite duramente durante i rastrellamenti dalla repressione fascista, si danno istruzioni per la diffusione con volantini e manifestini del problema del CLNAI sulla rifusione dei danni subiti ai nazi-fascisti.
[NOTE]
199 Lettera di Gabri e Redi al Comando Ragg., senza data, Archivio Guzzi, 5^ vetrina, parte superiore
200 Francesco Magni, op. Cit. pag.33-34
201 Comunicazione del Comando Raggruppamento a Mina, 4/12/44, Archivio Guzzi, 5^ vetrina,sotto, 4^ fila, 3° fascicolo, 70° foglio
202 Comunicazione del Comando Raggruppamento a Mina, 13/12/44, Archivio Guzzi, 5^ vetrina,sotto, 4^ fila, 3° fascicolo, 80° foglio
203 Francesco Magni, op. Cit. , pag.35
204 Comunicazione del 25/11/’44, Archivio Guzzi, 5^ vetrina, sotto, 4^ fila, 3° fasc., 66° foglio.
Marisa Castagna, La Resistenza politico-militare sulla sponda orientale del Lario e nella Brianza Lecchese, Tesi di Laurea, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, Anno Accademico 1974-1975, qui ripresa da Associazione [Distaccamento] Culturale Banlieu

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Giovanni Michelangeli venne espulso per la sua attività politica dagli Usa

La famiglia Michelangeli con amici fotografata da un infiltrato della polizia politica nelle maglie dell’organizzazione comunista a Parigi. Cpc: b. 3263, f. Giovanni Michelangeli. La stessa fotografia si ritrova in: Aa. Vv., L’Italia in esilio: l’emigrazione italiana in Francia tra le due guerre, Archivio Centrale dello Stato, Cedei, Roma-Paris 1984. Fonte: Emanuela Miniati, Op. cit. infra

A Genova e a Savona intorno al 20 agosto [1922] <201 giunsero Amadeo Bordiga, Antonio Graziadei e Ottavio Pastore, con il compito di chiarire il comportamento del rappresentante comunista nel Comitato segreto. L’inchiesta era stata aperta nei confronti di Arturo Cappa, accusato di “assenteismo” per essersi allontanato da Genova, e di “incoerenza politica”. Cappa fu espulso e la sezione genovese fu sciolta per non aver organizzato nessuna misura difensiva.
Le conseguenze del fallimento dello sciopero di agosto furono drammatiche e costarono a molti militanti l’allontanamento dalle proprie città. Il bando fascista a Savona colpì tra gli altri <202 il segretario della CdL, il comunista Michelangeli <203. Il giorno seguente si recò ugualmente alla Camera del Lavoro distrutta per riprendere il suo lavoro. I fascisti lo assalirono e lo picchiarono duramente, lasciandolo esanime a terra. Nascosto e curato da alcuni operai, Michelangeli partì per Napoli non appena potè. A Sestri Ponente, dove si era scatenata la “caccia al sovversivo”, “l’impiego della pressione terroristica costringe all’esilio oltre 600 operai” <204, la maggior parte dei quali trovò rifugio in Francia tra l’agosto e il settembre.
I fascisti, sempre più padroni del territorio, nell’autunno entrarono trionfanti a Roma, le autorità non dichiararono lo stato d’assedio e la dittatura ebbe la via spianata.
[NOTE]
201 Questore al Prefetto di Genova, 29/8/1922, in ASG, Fondo pref., b. 37, Fasc. “Partito Comunista d’Italia, 1921-24”.
202 Oltre a Giovanni Michelangeli furono banditi da Savona il presidente del Consorzio sbarchi Adenago Chiavacci, il socialista riformista Giuseppe Calandrone, l’avv. Italo Diana Crispi, i comunisti Ugo Alterisio e Lorenzo Moizo. Cfr. Rodolfo Badarello, op. cit., p. 358.
203 Rodolfo Badarello, op. cit., cap. XXIII, nota 15.
204 Gino Bianco, op. cit., p. 203.
Anna Marsilii, La Federazione ligure del Partito Comunista d’Italia, 1921-1922, Academia.edu

Dopo il Congresso di Livorno, a scissione avvenuta, la maggior parte degli attivisti, dei responsabili del movimento operaio savonese, passò nel nuovo partito, il Partito Comunista d’Italia, e due savonesi, Alberto Mussio e Arturo Cappa entrarono nel Comitato Regionale provvisorio. Tra coloro che aderirono al P.C.d’I. vi fu il sindaco Mario Accomasso (per decisione del partito rassegnò le dimissioni il 23 luglio e venne sostituito da Luigi Bertolotto) con la maggioranza dei 32 consiglieri comunali eletti nella lista socialista; solo un piccolo gruppo restò nel PSI, tra cui 6 assessori che rassegnarono le dimissioni il 7 febbraio 1921 e furono sostituiti da altrettanti comunisti, ai quali rimase da quel momento affidata la responsabilità della Amministrazione comunale.
Anche la Camera del Lavoro fu diretta dai comunisti, ma fino ad aprile, quando si ebbero le elezioni della Commissione Esecutiva, la segreteria rimase ad Antonio Gamalero a cui si affiancò come Vice-Segretario, il comunista Giovanni Michelangeli. La sezione della Lega proletaria votò una mozione di sfiducia verso il proprio Comitato centrale e deliberò di staccarsi da esso e di appoggiarsi al Partito Comunista.
Ma il P.C.d’I. a Savona non ebbe solo una larga adesione di dirigenti e attivisti, non solo controllò la più importante delle organizzazioni operaie, la Camera del Lavoro e il Comune, ma ebbe subito, come d’altra parte i fatti del 1920 lasciavano prevedere, un vasto consenso di massa. Lo si vide all’inizio di febbraio durante la preparazione del V Congresso della Confederazione Generale del Lavoro, quando i due partiti operai dovettero precisare la propria posizione nei confronti della concezione del sindacato, dei suoi rapporti con il partito di classe e con l’organizzazione internazionale dei sindacati e gli iscritti alla Camera del Lavoro di Savona si pronunciarono a grande maggioranza per le tesi sindacali comuniste, cui andarono 17.347 voti contro i 4.350 raccolti dalla mozione socialista.
[…] Fu a Savona che si svolse il primo Congresso Regionale Ligure del P.C.d’I., a cui partecipò Antonio Gramsci e in cui si discussero tutti i problemi che il Partito aveva dovuto affrontare nei suoi primi mesi di vita. Il Congresso si aprì il 20 marzo al Casinò di Lettura, presso il Teatro Chiabrera (secondo altre fonti nella sala Consiliare del Comune), alla presenza di circa 60 delegati (per circa 1.500 iscritti) dei rappresentanti della Federazione Giovanile Comunista Ligure e delle redazioni de l’Ordine Nuovo e di Bandiera Rossa.
Il Congresso fu presieduto da Antonio Gramsci che, dopo i tradizionali saluti, svolse il discorso di apertura, puntualizzando le ragioni della scissione e chiedendo il “massimo ardore di disciplina e di spirito di sacrificio” ai comunisti. La massima attenzione fu dedicata al problema dell’organizzazione sindacale, su cui Giovanni Michelangeli svolse la relazione “Movimento Sindacale e Consigli di Fabbrica”. Il Vice-Segretario della Camera del Lavoro di Savona, ricordò l’origine dei consigli di fabbrica, ne esaminò la natura e i compiti, nel quadro della concezione gramsciana di essi, affermò la necessità di una loro direzione centrale intesa ad imprimere un nuovo indirizzo alla Confederazione
Generale del Lavoro.
[…] Michelangeli affrontò anche il problema dei compiti del partito di fronte agli altri organismi sindacali (Unione Sindacale, Federazione dei lavoratori dei porti, Federazione dei lavoratori del mare) e di fronte al problema dello sviluppo dell’organizzazione dei contadini. Qui, essendosi manifestate incertezze e differenze di pareri nel corso della discussione, intervenne Gramsci precisando che i comunisti che appartenevano alle varie organizzazioni sindacali, come quelli che facevano parte della Confederazione, non dovevano uscirne, ma costituire nel loro seno gruppi intesi a stabilire un contatto del partito con le masse per averne l’adesione e conquistare le organizzazioni.
L’indicazione fu approvata in un ordine del giorno e in tal senso (per la costituzione dei gruppi comunisti e dei consigli di fabbrica) il partito si impegnò dopo il Congresso.
[…] Si elesse il Comitato Esecutivo Regionale (Arturo Cappa, Giovanni Michelangeli, Luigi Bertolotto, Leonardo Zino, per Savona; Carlo Costantino, Naldo Arecco, per Genova; Leonardo Dulbecco, per Porto Maurizio; Pavolettoni, per la Spezia; Alfredo De Filippi, per il Circondario di Chiavari; Umberto Priami, per la Valpolcevera; Canavese, per i Giovani Comunisti Liguri); il segretario fu Arturo Cappa, che, nel mese di luglio fu sostituito sia nella segreteria regionale, sia nella direzione di Bandiera Rossa, da Rosario Zinnari.
(a cura di) Giancarlo BerrutiGuido Malandra, Quelli del P.C.I. – Savona 1945-1950, Federazione D.S. Savona, 2003

Unico nel panorama del fuoriuscitismo d’esordio savonese per la levatura del suo incarico politico è il caso di Giovanni Michelangeli, uno dei quadri comunisti locali più in vista negli anni dell’occupazione delle fabbriche. Sindacalista professionale, aveva militato accanto al socialista Mussolini e presenziato a Livorno alla fondazione del partito comunista d’Italia. La sua emigrazione fu gestita fin dal 1922 dal Pcd’I e dal Komintern, che lo condussero in Svizzera, Germania, Spagna, Messico, Stati Uniti e infine a Parigi negli organi dirigenziali del partito <144. In generale infatti i quadri comunisti liguri si impiantarono a Parigi, dove la direzione concentrava gli elementi più sperimentati <145.
La sua storia politica comincia nella regione d’origine, nelle Marche, in un paese in provincia di Ascoli Piceno, dove la sua ricca famiglia di proprietari terrieri lo aveva destinato, in quanto figlio cadetto, alla vita seminariale. Insofferente alla vita clericale, si avvicinò presto al movimento popolare di Don Luigi Sturzo, sensibilizzandosi alla causa dei contadini sfruttati nelle grandi aziende agrarie.
Attratto dal movimento sindacale, finì per simpatizzare con i militanti socialisti, destando scalpore tra gli abitanti del luogo. Frattanto, un amore clandestino lo stava allontanando sempre più da una vita imposta da tradizioni comunitarie vissute come un impedimento alla propria realizzazione personale.
Mentre Giovanni viveva questa presa di consapevolezza, il fratello Leone era già emigrato in America dal 1910, e si era stabilito prima in Pennsylvania e poi in Illinois, dove aveva fatto fortuna come ingegnere minerario e si era liberato da un ambiente retrivo che condannava le sue idee politiche anarchiche, per rifarsi una famiglia altrove.
Fu così che nel 1919 Giovanni si spretò e contrasse matrimonio con l’amata Anna Bizzoni, una scelta che gli costò la damnatio memoriae da parte della famiglia, che lo misconobbe e diseredò <146.
Partì allora alla volta del Nord Italia, in cerca di un lavoro e di uno sbocco alla sua inclinazione militante, non sappiamo se indirizzato dai sindacati o se in base ad una scelta autonoma. Giunto dapprima a Mondovì, dove si impiegò in banca, rimase vedovo quando la moglie morì di parto, e da allora decise di votarsi interamente alla causa politica. Si trasferì a Savona, dove si stava formando un agguerrito movimento operaio che necessitava di quadri disposti a guidare il socialismo emergente, e lì cominciò la sua nuova carriera politica e sindacale.
Nel 1921 aderì alla frazione comunista e si mise in vista tra i più efficaci oratori e propagandisti della zona, entrando in contatto con i maggiori esponenti del movimento antifascista locale, come il primo sindaco comunista della città Mario Accomasso e il suo successore Luigi Bertolotto, l’anarchico Umberto Marzocchi, il presidente dell’“Unione portuali” Pippo Rebagliati, per citarne alcuni, fino a conoscere alla sede dell’Avanti!, a Milano, Benito Mussolini in persona, all’epoca della sua militanza socialista.
A Savona si risposò con Teresa Canepa, una donna dalle origini modeste, di famiglia operaia, lavandaia, i cui fratelli erano operai di inclinazione comunista, che ammiravano particolarmente la figura di quest’uomo venuto da lontano.
Fu nel 1922, quando era divenuto segretario della Camera del Lavoro di Savona, che subì i violenti attacchi squadristi, pestaggi, minacce di morte e la messa al bando. Per un primo tempo il partito lo inviò a Napoli a svolgere lo stesso compito alla locale Cdl, ma anche lì venne scoperto e fu incarcerato a Poggio Reale. Nel ‘23, uscito dal carcere, i compagni di Savona organizzarono allora la sua fuga clandestina, facendogli attraversare in treno, di notte, la frontiera svizzera, paese dove fu ospitato da una famiglia comunista. Il suo fu un tipico caso di quadro medio, implicato nelle amministrazioni o nelle cariche pubbliche di estrema sinistra, perseguitate nel Biennio rosso dai fascisti e costretto alla fuga nei primi anni del fuoriuscitismo. L’anno seguente fu un periodo di estenuanti peregrinazioni, durante il quale fu costretto a spostarsi dapprima a Berlino, dove trascorse l’inverno tra il ‘23 e il ‘24, dopodiché passò in Spagna, a Vigo e a Santander, dove era sostenuto sempre dalla rete del Komintern, per potersi imbarcare oltreoceano. Passando per il Messico e trovando una breve sistemazione transitoria a Buenos Aires, dove fece il manovale, riuscì finalmente a giungere negli Stati Uniti, meta cui lo aveva destinato il Pcd’I nel tentativo di diffondere tra la comunità italiana emigrata il comunismo, che ancora aveva poco attecchito tra le masse tendenzialmente tradizionaliste o piuttosto, tra le frange estremiste, più legate al movimento anarchico.
Nel 1925 si era finalmente stabilito a Philadelphia, dove aveva trovato impiego presso una banca, riprendendo un mestiere già appreso in Italia, mentre alloggiava presso il fratello Leone a Springfield.
I legami politici e familiari si intrecciavano evidentemente anche nell’espatrio organizzato da una struttura rigidamente regolata come il partito comunista.
Nel 1927 Giovanni fu impegnato in prima fila nella propaganda in favore della liberazione di Sacco e Vanzetti, e abitava allora a Saint Louis, facendo la spola tra questa città e la casa del fratello, per depistare le forze dell’ordine che lo seguivano costantemente.
Fu allora che venne espulso per la sua attività politica dagli Usa, e gli fu concesso di imbarcarsi per la Germania, dove giunse nel 1928 <147.
Qui dovette ancora una volta adattarsi ai lavori più faticosi, scaricando vagoni merci alla stazione e poi apprendendo il mestiere di parrucchiere a Berlino, che gli sarebbe risultato particolarmente utile nei difficili anni della crisi a Parigi. In ottobre le autorità tedesche gli intimarono di lasciare il Paese ed il partito decise di inviarlo nella capitale francese, dove i dirigenti politici italiani avevano ormai creato una comunità solida e piuttosto ben inserita nella società e nell’ambiente politico locale.
Proprio a Parigi, dopo un primo, breve soggiorno in Svizzera, il Pcd’I aveva insediato il gruppo dirigente, dal momento che si voleva affiancare al “Centro interno” italiano, esposto alle persecuzioni dirette del regime, un “Centro estero” in grado di organizzare alla luce del sole l’azione antifascista. Togliatti, Grieco, Tasca furono tra i primi ad essere inviati oltralpe a questo scopo, per mettere in atto le direttive dell’Internazionale ma anche per avviare una discussione in seno al gruppo verticistico, gestire l’inserimento e l’educazione dei nuovi militanti giunti in Francia, lavorare per il reclutamento tra le masse, ad esempio attraverso la pubblicazione di un organo specifico, lo “Stato operaio” <148.
Dal 1926 erano stati ricostituiti anche l’“Ufficio Politico” ed il “Comitato Centrale”, e si cominciò ad affermare la tendenza che avrebbe sempre prevalso sulle varie correnti interne, quella centrista di Palmiro Togliatti <149. Tutto ciò accadeva – come vedremo approfonditamente più oltre – mentre l’antifascismo non-comunista si riuniva nella “Concentrazione Antifascista” e incontrava le critiche non soltanto dei comunisti, che tacciavano gli aventiniani di essere attendisti “strateghi da caffè”, ma anche dagli stessi giovani dei partiti concentrazionisti, come De Rosa o Pertini, insofferenti alla mancanza di iniziative concrete nei confronti dell’Italia.
Non esisteva in realtà una sezione ufficiale estera comunista, nonostante operasse una direzione nel Centro Estero. Infatti in Francia, ma anche in Svizzera, i fuorusciti comunisti erano organizzati entro i partiti del Paese d’accoglienza, e nella fattispecie i nuovi giunti come Michelangeli venivano inquadrati nei “Gruppi di lingua italiana” del Pcf, formalmente afferenti e rispondenti alla struttura straniera ma di fatto più o meno autonomi dal punto di vista organizzativo a seconda della contingenza <150. Secondo la documentazione ufficiale della segreteria del Pcd’I, essi erano considerati comitati di “applicazione per l’emigrazione <151”, ovvero organi privi di carattere esecutivo,
se non altro in nome del partito italiano, esistenti per agevolare l’inserimento e la collaborazione fra la colonia immigrata e il paese ospitante <152.
I dirigenti dei “Gruppi” erano tenuti a prendere la tessera del partito francese, e a pagare quindi l’iscrizione a cellule straniere, sebbene molti militanti si astenessero dal tesseramento francese, rimanendo formalmente privi di inquadramento partitico. Secondo Loris Castellani si calcola che prima dell’avvento del “Fronte Popolare” degli anni Trenta, anche per i pericoli di un’attività manifesta in condizioni di clandestinità, senza documenti, ad aderire alle file comuniste francesi siano stati solamente dai tre ai cinquemila immigrati italiani, come ha studiato ad esempio Loris Castellani <153. Garosci sostiene che “La Concentrazione Antifascista”, che riuniva le altre forze politiche in esilio, all’epoca ne contava probabilmente di più <154.
Per quanto concerne invece l’attività in vista dell’Italia, dal “Centro interno” il partito reclutava militanti dalla massa degli aderenti emigrati, e l’operato dei Gruppi dipendeva direttamente dal Pcd’I. I Gruppi esistevano ancor prima che il Comitato Centrale fosse arrestato in Italia nel 1926 e la guida del partito passasse da Gramsci a Togliatti, e nel ‘26 erano diretti da Domenico Gnudi <155. In futuro la carica di segretario sarebbe toccata a Giovanni Michelangeli. Essi erano suddivisi in zone amministrative per dipartimenti e regioni, secondo la partizione regionale francese in Est, Ovest, Mezzogiorno, Sud-Ovest.
L’organizzazione italiana non era benevolmente tollerata dalle autorità francesi, soprattutto per la sua partecipazione alle manifestazioni e alle lotte di classe accanto al proletariato locale, e questo atteggiamento si acuì dopo il 1927, quando ritornò al potere la destra di Poincaré. In Francia i comunisti italiani si trovavano nei confronti del governo e delle altre forze emigrate in una condizione contraddittoria, a metà strada tra il gruppo cospirativo e clandestino e la posizione di partito formalmente democratico. Con la salita al potere della destra nel ’28 e la caduta del “Cartel des gauches”, al governo dal 1924, finì l’epoca della semilegalità del Pcd’I in Francia e cominciarono i sospetti, le denunce e le espulsioni anche arbitrarie <156.
Persino le riviste comuniste italiane che uscivano all’estero, come lo “Stato Operaio”, furono costrette a continui cambiamenti di titolo, perché soppresse di frequente dalla polizia francese. Le redazioni straniere non godevano delle stesse garanzie costituzionali rispetto a quelle locali, così le forze dell’ordine perpetuavano arbitri al minimo cenno di agitazione o di manifestazione politica e sindacale <157.
Michelangeli era scomparso improvvisamente senza lasciare traccia di sé in Germania, evidentemente nell’ambito di un ben progettato espatrio clandestino, tanto che la polizia politica e le autorità diplomatiche non riuscirono a rintracciarlo se non al termine dei suoi spostamenti segreti alla fine del 1928. Egli fu infatti segnalato in un albergo “di infimo ordine” nel quartiere popolare della Villette, tipicamente meta di immigrati, nel IXX arrondissement di Parigi. Fu allora che tornò utile l’avere appreso il mestiere di parrucchiere, perché riuscì a mantenersi i primi tempi trovando impiego in un negozio come apprendista.
Nei primi giorni di permanenza nella nuova città Michelangeli si fece chiamare genericamente Giovanni “Savonese”, per non destare troppi sospetti <158.
Nei documenti degli archivi della Pubblica Sicurezza fascista non si riscontrano notizie riguardo ad un’eventuale attività politica di Michelangeli durante i primi mesi della sua stabilizzazione a Parigi. Garosci ricorda che a quell’epoca il regime stava inviando in Francia, e soprattutto nella capitale, provocatori e informatori <159, dunque è probabile che non fosse così agevole stabilire contatti operativi in tempi brevi per i nuovi arrivati del partito ed affidare loro incarichi specifici.
In questo clima di sospetti, spiega Tombaccini, nell’autunno del 1928 si erano costituite, su sollecitazione del partito francese, le “Squadre di Difesa Proletaria”, come sottogruppo di vigilanza poliziesca interna ai “Comitati Proletari Antifascisti” – nati all’indomani dell’emigrazione antifascista per tutelare i diritti delle vittime del fascismo, in particolare in tema di espulsioni e di lavoro – per selezionare rigidamente i nuovi adepti giunti in Francia clandestinamente <160.
3.3 Dal fronte unico dal basso al socialfascismo
Quando Michelangeli giunse a Parigi, il partito comunista in esilio stava operando una riorganizzazione interna, più formale che ideologica, in nome delle necessità contingenti di trovare adesioni tra la massa e di superare le diffidenze
nei confronti di un sempre più manifesto settarismo. I comunisti avevano infatti condotto nell’anno precedente una violenta campagna verbale contro i rappresentanti della Concentrazione, che raggruppava le forze antifasciste democratiche, tentando di isolarla dalle masse sia dal punto di vista sociale, sia da quello politico. Avevano denunciato l’attendismo passivo di un’istituzione che consideravano mero retaggio aventiniano, e proposto una linea di azione più concreta verso l’Italia, attraverso contatti con l’opposizione clandestina, informazione e formazione dei militanti emigrati, legami diretti con una grande organizzazione internazionale dotata di uomini e mezzi materiali.
Tombaccini spiega che dal canto loro i politici della Concentrazione non vedevano nel programma comunista una prospettiva di rinnovamento praticabile. La mobilitazione su base esclusivamente classista, la strategia rivoluzionaria sembravano riservare ai futuri cittadini democratici di un’eventuale Italia liberata dai comunisti un nuovo trattamento dittatoriale, che avrebbe precluso loro la possibilità di affermare le libertà individuali. L’accordo tra comunisti e sinistre concentrazioniste appariva allora del tutto inattuabile <161.
All’inizio del 1928, tuttavia, alcune personalità di spicco del Pcd’I ottennero risultati notevoli in favore di un’evoluzione più gradualista, per accogliere nei programmi azioni intermedie, valori transitori, battaglie parziali ma concrete. Si iniziò a limitare la propaganda rivoluzionaria e prettamente classista in nome di rivendicazioni pratiche, più rispondenti alle esigenze immediate della popolazione immigrata. Togliatti fu uno dei promotori di questa politica del “fronte unico dal basso”, indispensabile ai suoi occhi per conferire alla mobilitazione una parvenza di legalità e per creare così un terreno di intesa con le altre forze classiste emigrate <162.
La strategia di avvicinamento delle masse adottata dal partito fu quella di sfruttare le esigenze che univano in un’unica volontà la popolazione italiana in Francia, e di incanalarle nelle proprie strutture creando comitati di assistenza satelliti. Ciò avvenne dapprima con le organizzazioni preesistenti, e in seguito con la promozione di comitati e associazioni legati più o meno direttamente alla politica di partito; tutte iniziative che sarebbero state riprese negli anni del Fronte Popolare con l’opera dell’“Unione Popolare Italiana”, la più fortunata associazione di massa dell’esilio <163. Ma allora si era ancora lontani da prese di posizione ufficiali frontiste, ed anzi la linea dirigenziale del Pcd’I si sarebbe presto irrigidita in obbedienza alle direttive sovietiche.
I primi a rispondere con entusiasmo all’idea del “fronte unico” furono i “Comitati Proletari Antifascisti”; aderirono poi i “Patronati Italiani delle Vittime del Fascismo”, sorti come i Cpa nel 1927 per assistere le famiglie delle vittime del regime, sotto la guida di Romano “Adami” Cocchi <164. L’anno seguente, nell’autunno del 1928, furono fondate le “Squadre di difesa proletaria” in seno ai Cpa, costituite dagli stessi membri dei comitati, allo scopo di ostacolare l’attività di propaganda fascista dissuadendo gli immigrati dalle strategie consolari di imbonimento; non solo, ma presto si proposero anche di assumersi, come accennato, incarichi di vigilanza e selezione dei militanti, nel clima crescente di sospetto dovuto alle infiltrazioni di spie e informatori del regime sempre più efficace nella sua opera di sorveglianza e repressione all’estero <165.
La prima avventura parigina di Michelangeli coincise con gli anni di maggiore vitalità e ottimismo dell’antifascismo in esilio. In Italia il regime destava malumori non soltanto tra le classi meno abbienti, ma anche fra la media borghesia, mentre in Spagna era stato cacciato Primo De Rivera e si era instaurata la Repubblica. Nonostante le prime avvisaglie interne al Paese, gli esuli italiani non sospettavano ancora la salita al potere di Hitler, e si affacciava per tutti loro una grande stagione di attivismo e illusioni palingenetiche <166.
Dalla Russia sovietica, dove si era tenuto nel settembre del ‘28 il VI Congresso del Komintern, giungevano frattanto precise direttive rivoluzionarie alle sezioni nazionali, tra cui quelle francese ed italiana. Ci si doveva preparare a un’imminente guerra di aggressione dei Paesi imperialisti, anche se, di fatto, all’epoca i governi occidentali non erano pronti né intendevano affrontare un attacco armato verso la terra dei soviet, e si spingevano i gruppi dirigenti comunisti ad incitare le masse lavoratrici alla rivolta. Cominciava ad affermarsi in seno al Komintern la volontà indiscussa di Stalin, e chi si opponeva alla chiusura classista e alla lotta contro i partiti della II Internazionale rischiava l’espulsione quando non l’eliminazione fisica. Così, mentre a Parigi le forze antifasciste riunite nella Concentrazione interrompevano il dialogo con l’intransigente comunismo, il nucleo in esilio del Pcd’I accoglieva le direttive sovietiche, soccombendo a quella politica che tacciava di “socialfascismo” le forze socialdemocratiche. Finivano le speranze di un “fronte unico dal basso”, almeno per il momento.
Questa “scelta di sopravvivenza politica”, come fu chiamata allora dai protagonisti, racconta Tombaccini, costò al comunismo italiano la ligia subordinazione all’Urss, nell’operato ambiguo di Togliatti – segretario del Pcd’I ininterrottamente dal ‘27 e fino alla trasformazione in Pci -, che manovrava da lontano la direzione del Centro estero, consapevole delle sorti del “socialismo reale”; ma al tempo stesso, spiegano gli storici del partito e la Tombaccini stessa, questo gravoso compromesso concesse al partito di ricostituirsi e sopravvivere rifugiandosi nella Francia repubblicana. Il “Comitato Centrale” del Pcd’I era infatti stato interamente arrestato e processato dal Tribunale Speciale, ed occorreva riorganizzarlo sotto l’egida di strutture più forti, che potessero proliferare in esilio e rifondare una rete in Italia. La “svolta” filosovietica del Pcd’I, che intensificò sproporzionatamente l’impegno militante e propagandistico, costò innumerevoli risorse umane, causando perdite considerevoli tra i quadri e alla base. Arresti, carcere, confino, espulsioni furono il risultato di questo impegno sul campo, che avrebbe colpito più volte lo stesso Michelangeli nella sua travagliata avventura francese <167.
Una volta stabilizzatosi lavorativamente e politicamente, Michelangeli riuscì a mettersi in contatto con una famiglia savonese che aveva conosciuto nei pochi anni trascorsi a Savona, amici intimi della moglie Teresa Canepa, abitanti anch’essi nel quartiere popolare savonese di Villapiana dove stavano i Canepa, con i quali si erano formati quegli indissolubili legami di solidarietà di vicinato tipici dei quartieri operai e delle reti antifasciste rionali.
Si trattava della famiglia Grillo-Viberti, due coniugi con un neonato che si erano stabiliti nella capitale e abitavano a Montmartre, in rue Lepic.
[…] Nell’autunno ‘29 cominciò ad essere registrata una precisa attività politica di Michelangeli. Aveva aperto una bottega di barbiere in città alla Villette, stabilizzando così la propria situazione economica, e gli erano stati affidati i primi compiti di propaganda <170.
L’estate seguente era già presidente del Comitato Proletario Antifascista, probabilmente del quartiere della Villette, un gruppo organizzato attorno al suo luogo di lavoro. Per qualche tempo tenne le riunioni senza rivelare agli operai
convenuti, una trentina circa, il proprio vero nome. Durante le sedute si occupava di esporre agli immigrati i valori e gli obiettivi dell’impegno contro il fascismo, parlando chiaramente in termini di comunismo, e dunque attuando pienamente la tattica di partito di reclutare nuovi aderenti in seno agli organismi associativi apolitici. Le storie individuali dei comunisti sembrano confermare che essi, più degli altri fuoriusciti, manifestassero un’identità specificamente partitica oltre che un comune ideale antifascista, conducendo parallelamente alla propaganda contro il regime la propria campagna ideologica, di classe e anti-imperialista. Un passo di una relazione di Michelangeli è capace di rivelare la sua piena adesione alla mentalità e alle direttive del partito: «Disse che spiegava queste cose per farci intendere come bisognava essere veri comunisti magari a costo di lasciarci la pelle». Michelangeli
sensibilizzava i convenuti alla necessità di diffondere i giornali antifascisti, di trovare nuovi operai da inserire nel comitato, di diffidare dei nuovi elementi. Ed effettivamente i sospetti non erano infondati, dal momento che operavano ormai molte spie al servizio della polizia politica, ed anzi queste dettagliate informazioni riguardo alle riunioni provennero proprio da un infiltrato all’interno del comitato.
Il lavoro di Michelangeli era controllato scrupolosamente e a tale scopo gli investigatori si inserivano nelle relazioni costruite sulla base della comune appartenenza di partito e regionale <171.
L’impegno del Pcd’I al fianco delle associazioni a favore dei diritti degli immigrati, che cominciò con la Lidu e che si sarebbe intensificato con la fondazione dell’“Unione Popolare” negli anni Trenta, mirava anche ad obiettivi più prettamente politici, perché la regolarizzazione ed il possesso di documenti riconosciuti costituivano una condizione indispensabile all’impegno politico alla luce del sole.
Parenti e amici comuni fungevano da tramite per la trasmissione di messaggi in codice tra l’Italia e la Francia, senza che questi fossero in prima persona informati (e dunque messi in pericolo) del contenuto delle informazioni consegnate. Così fu per la Canepa e per Giulio Canepa, uno dei fratelli di Teresa che si recò in Francia a trovare la sorella ed il cognato, nella primavera del ‘31 <172. Di lì a poco la crisi avrebbe coinvolto un militante professionista come Michelangeli e avrebbe disgregato i rapporti familiari, costringendo padre, moglie e figlia a continue peregrinazioni.
[NOTE]

  1. Cpc: b. 3262, ff. Leone Michelangeli, Giovanni Michelangeli; intervista ad Anna Michelangeli cit.
  2. Cpc: b. 478, f. Emilia Belviso; b. 3262, f. Giovanni Michelangeli; b. 2532, f. Pietro Umberto Grillo.
  3. Cpc: b. 3263, ff. Giovanni Michelangeli, Leone Michelangeli; intervista ad Anna Michelangeli cit.
  4. Ibidem.
  5. Tombaccini, Storia dei fuoriusciti cit., p. 77.
  6. Ibidem, p. 87.
  7. Garosci, Storia dei fuorusciti cit., p. 90; cfr. in proposito il Capitolo V.
  8. Fg: APcd’I: Inv. 1: u.a. 513-1-196: lettera della segreteria centrale dei gruppi alla compagna Binda, 6 maggio 1936.
  9. Ivi.
  10. Cfr. Loris Castellani, «Les communistes, 1922-1936», in L’Italie en exil, pp. 286-289; Id., «Un aspect de l’immigration communiste italienne en France: les groupes de langue italienne au sein du Pcf (1921-1928)», in Les Italiens en France de 1914 à 1940 cit., pp. 195-221.
  11. Garosci, Storia dei Fuorusciti cit., pp. 92-93.
  12. Garosci, Storia dei fuorusciti cit., p. 90.
  13. Ibidem, pp. 90-91.
  14. Ibidem, p. 93.
  15. Cpc: b. 3263, f. Giovanni Michelangeli.
  16. Garosci, Storia dei fuorusciti cit., p. 52.
  17. Tombaccini, Storia dei fuoriusciti cit., pp. 80-81.
  18. Cfr. ibidem, pp. 76-79.
  19. Ibidem, pp. 78-79.
  20. Se ne parlerà specificamente nel IV Capitolo.
  21. Ibidem, pp. 79-82.
  22. Ibidem, pp. 80-81.
  23. Ibidem, p. 122.
  24. Cfr. ibidem, pp. 123, 126-133.
  25. Cpc: b. 3263, f. Giovanni Michelangeli.
  26. Cpc: b. 3263, f. Giovanni Michelangeli.
  27. Ivi.
    Emanuela Miniati, La Migrazione Antifascista dalla Liguria alla Francia tra le due guerre. Famiglie e soggettività attraverso le fonti private, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Genova in cotutela con Université Paris X Ouest Nanterre-La Défense, Anno accademico 2014-2015

Dopo lo sciopero dell’agosto 1922, come altri numerosi dirigenti comunisti savonesi, fu colpito dal bando fascista ed iniziò una avventurosa vita da esule condotta tra il Messico, gli USA (dove lavorò per un certo periodo in una banca di Filadelfia), la Germania (a Berlino nel 1923, fu componente del Comitato Centrale del Soccorso operaio internazionale), nuovamente gli Stati Uniti, che lasciò definitivamente nel 1928 per tornare in Europa, tra il Belgio e, soprattutto la Francia. A Parigi lavorava come parrucchiere (successivamente aprì un negozio a Mondeville presso Caen) e fu raggiunto, in circostanze romanzesche, dalla moglie, la savonese Teresa Canepa e dalla figlia Anna, che vive ancora nella nostra città con il marito, il partigiano “Gelo” Miniati, figlio e nipoti […]
Redazione, Giovanni Michelangeli, Trucioli savonesi

Per tornare all’impegno specifico dei liguri nella propaganda e nella guerra di Spagna, all’inizio del 1937 Giovanni Michelangeli fu inviato a Nizza, Cannes e Marsiglia, dove incontrò anche Amedeo, per tenere comizi di propaganda in favore degli arruolamenti volontari nel Battaglione Garibaldi, e per incontrare i primi reduci italiani provenienti dalla Spagna, dopo i sanguinosi combattimenti svoltisi a Madrid. L’impegno di Michelangeli in favore dell’intervento militare italiano in Spagna rappresenta un caso interessante di un dirigente comunista, all’epoca a capo dei Gruppi di lingua delle Bouches-du-Rhône, non prettamente conforme alle direttive del partito. La storiografia ufficiale ha dipinto un quadro complesso in cui Pcd’I e Psi avevano optato per un’azione mediata, fornendo aiuti concreti in termini di cibo, vestiario, medicinali in favore dei repubblicani; ma almeno ufficialmente avevano rifiutato il reclutamento e l’invio di forniture belliche, che avrebbero potuto legittimare un’ingerenza fascista, la quale effettivamente si verificò in maniera massiccia. Da parte sua l’Unione Sovietica non si impegnò che indirettamente, favorendo e stimolando la costituzione delle Brigate internazionali. Secondo il parere di Stalin, una posizione radicale dei comunisti avrebbe potuto favorire la separazione con le forze democratiche e di conseguenza il successo del fascismo in Spagna.
[…] Così, mentre le organizzazioni politiche formalmente si tenevano in disparte, persino alti quadri delle più varie appartenenze politiche come Michelangeli rispondevano alla chiamata ideale della guerra spagnola, ritrovando in quella battaglia l’entusiasmo che la vittoria italiana in Etiopia e l’avvento del nazismo avevano soffocato in quegli anni più difficili. La grande sfida politica degli antifascisti si giocava tutta in territorio spagnolo.
Insieme ad Amedeo, Michelangeli si occupava anche di gestire nelle Bouches du-Rhône il rapporto con le strutture associative ed assistenziali, come il “Comitato pro vittime del fascismo”. Effettivamente l’intento politico che sottostava al loro impegno non doveva apparire così velato agli esponenti delle altre forze antifasciste italiane, che denunciavano infatti l’inclinazione social-comunista del Comitato e rifiutavano per questo di garantire l’appoggio della Lidu. Questa tattica del “fronte unico dal basso” si concretizzava parallelamente anche in altre iniziative per l’emigrazione, come la proposta di istituire un’università popolare, al fine di creare consapevolezza politica e formare le capacità di militanza attiva tra i connazionali.
L’“Università Proletaria” fu inaugurata a Marsiglia nel febbraio 1935, e socialisti e comunisti dimostrarono di saper imporre le proprie decisioni da una posizione dominante sul resto dell’emigrazione politica. Lidu e personalità francesi presenziarono alla cerimonia di apertura, in cui Michelangeli prese direttamente la parola davanti ai convenuti. La Lidu fu coinvolta anche nella creazione della “Casa del Proscritto”, un istituto sociale assistenziale, educativo e ricreativo che vide unirsi in un progetto comune tutte le forze politiche emigrate, tra cui il Soccorso Rosso che a Marsiglia era gestito proprio da Michelangeli. Prendeva parte all’operazione anche Italo Oxilia, che era allora approdato a Marsiglia dopo il fallimento dell’attività di Pera e la dispersione della rete savonese di Tolone. Sempre più legato a Gl a titolo personale e isolato dalle conoscenze di paese, collaborava alla mobilitazione del Fronte popolare in favore della causa spagnola, ritrovando per qualche tempo la solidarietà di un concittadino come Michelangeli.
Il lavoro di propaganda era anche svolto denigrando iniziative del regime, come la guerra di aggressione in Abissinia, contro cui Giovanni Michelangeli e i collaboratori indissero comizi e manifestazioni e diffusero manifesti, assieme alle forze francesi e alle loro organizzazioni di ex combattenti. La campagna disfattista fu infatti una delle prime prerogative non soltanto del Pcd’I ma anche del Pcf nel Fronte popolare, che si fece forza dell’ostilità dimostrata dalla Società delle Nazioni all’intervento italiano in Africa. I fuorusciti speravano poi di poter sfruttare l’eventuale guerra come occasione rivoluzionaria, per fomentare un’opposizione popolare capace di scardinare il regime. […] A partire dal ’37 Michelangeli viaggiò per tutta la zona mediterranea della Francia tenendo riunioni con i responsabili dell’Unione Popolare, che in quelle regioni non aveva ancora attecchito come organizzazione di massa, e l’attività associativa era limitata alla politica degli elementi del Fronte unico. Con l’anno nuovo, in gravi condizioni di salute, Michelangeli dovette arrestare il suo zelo e rientrare a Parigi presso la famiglia, nell’appartamento della Cité Voltaire, nell’XI arrondissement, dove morì senza conoscere l’esito della guerra di Spagna, per cui si era tanto battuto. La figlia Anna aveva intanto trovato impiego grazie alle reti dell’antifascismo presso l’Unione Popolare Italiana, come dattilografa, dopo aver frequentato una scuola di specializzazione, e la madre continuava a svolgere mestieri a domicilio. Con l’avvicinarsi della guerra, tuttavia, senza la tutela di Michelangeli, i compagni del Pcd’I decisero di rimandarle in Italia. Salirono su un treno alla Gare de Lyon nel dicembre 1939, mentre tanti altri antifascisti rientravano in patria ponendo definitivamente fine all’avventura migratoria familiare, seguendo l’ondata di rimpatri favorita dalle politiche della Commissione Ciano.

Emanuela Miniati, Op. cit.

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Langer condannava una politica fatta di muri di odio ed isolamento

Nel 1979, in un articolo pubblicato su “Alto Adige”, Alex Langer mette in guardia sui possibili sviluppi della segregazione razziale, e attacca duramente la proposta del prof. Acquaviva, che definisce “una tendenza libanese e cipriota” finalizzata alla netta separazione delle due culture tedesca ed italiana:
“Chi propone di spartire il territorio. Qualcun altro proponeva nelle file più etnocentriche ed anche un po’ naziste della SVP di prevedere cantoni etnici, quartieri-ghetto per tedeschi e per italiani. La logica e la stessa. Sottrarsi al fastidio ed alle complicazioni che la compresenza degli “altri” comporta, procedendo alla netta divisione.” <63
Langer vede già chiaramente le conseguenze di una politica di separazione e, con forza, condanna questa politica fatta di muri di odio ed isolamento:
“Ma si rende conto dove porta tutto questo? Come minimo alle opposte campagne demografiche: “fare tanti figli tedeschi”, fare tanti figli italiani”. Ed alla lotta centimetro per centimetro per difendere o conquistare terra, case, persone […] Magari con scambi di popolazione, come lei suggerisce, per togliere l’incomodo delle minoranze.” <64
La pericolosità di una logica del contrasto porta all’esasperazione del conflitto e delle divisioni ma, cosa ancor più preoccupante, può degenerare in violenza organizzata:
“Dalla separazione alla contrapposizione, al contenzioso continuo, alla spirale di ritorsione e magari di rappresaglia, il passo è breve: un intrinseco antagonismo etnico e immanente non solo alla pratica politica predominante, ma allo stesso assetto delle nostre strutture autonomistiche.” <65
Dal 1986 al 1988 in Alto Adige si verificano ben quarantasei attentati dinamitardi, il terrore delle violenze e la paura trasformano la regione in un’enclave nazionalista:
“Il terrorismo è ormai un brutto convitato di pietra delle vicende sudtirolesi. E potrebbe ripresentarsi in ogni momento, purtroppo. Gli attentati della “nuova serie” che si può far risalire al 1986 e che con particolare virulenza si sono manifestati nei giorni caldi della campagna elettorale per le elezioni politiche del 1987 ed in quella per il rinnovo del Consiglio regionale (ottobre-novembre 1988), dopo aver fatto la loro comparsa a intervalli irregolari anche nei mesi trascorsi.” <66
L’ombra del terrorismo di matrice etnica contribuisce a spostare l’elettorato italiano verso posizioni radicali, favorendo il Movimento Sociale Italiano.
“Fatto sta che la teatrale scoperta dei presunti attentatori austro-tirolesi immediatamente prima delle elezioni regionali del 1988 ha ulteriormente rafforzato l’effetto politico delle bombe e la fin troppo facile evidenza del loro impatto: nella comunità italiana si è ingenerata paura, rabbia e risentimento anti-tirolese, rafforzati dall’impressione che poi le piste destabilizzanti siano sempre quelle dell'”irredentismo tirolese”. <67
Langer attacca chiaramente la politica della SVP, che sfrutta la paura ed il conflitto entico per ricavarne sostegno elettorale:
“Una forte spinta verso il voto missino ne è nata nella comunità italiana, nel 1987 […] e si è ripetuta nelle elezioni regionali 1988. Forse brutta politica, quella che burattinai ignoti fanno attraverso le bombe”! <68
Tra il 1990 ed il 1999 il PE intraprende iniziative a favore delle minoranze linguistiche di tutt’Europa, valutando le necessità non solo di tedeschi e ladini in Alto Adige, ma anche di scozzesi, gallesi, baschi, gaelici, francoprovenzali, etc.
Il 15 settembre 1991, al Brennero, ha luogo un raduno pan-tirolese, che – sulla scia dei venti indipendentisti che soffiano dall’Europa dell’est – sostiene a gran voce i diritti delle minoranze etniche locali <69. L’esclusione arbitraria dalla manifestazione dei sudtirolesi di madrelingua italiana fa comprendere il clima dell’evento. La risposta di Alex Langer contro questa logica dei blocchi è: “Una prospettiva di non allineamento in questa guerra cinica” <70, egli con decisione afferma: “Noi dobbiamo dire che nessuno da qui deve doversene andare.” <71 In un articolo pubblicato su “Micromega” <72, nel gennaio del 1987, egli condanna l’indifferenza di chi pensa che la situazione si possa pacificare da sé:
“Le probabilità che le cose si aggiustino da sole e che le tensioni si dissolvano sono scarse. La pura continuazione della linea sin qui seguita da tutte le parti in causa promette di far crescere ulteriormente la divaricazione tra i gruppi linguistici conviventi …” <73
Seguono una serie di domande che vogliono spingere non solo alla riflessione, ma alla reazione del lettore:
“È pensabile che si avvii un processo di correzione democratica e quindi di rilancio e rivitalizzazione dell’autonomia altoatesina? Ed è pensabile che tale processo di riforma si innesti, riqualificandolo, sull’iter di completamento dell’attuazione del “pacchetto”, al termine della quale dovrebbe finalmente chiudersi la fase internazionale e vertenziale della vicenda sudtirolese?[…] Non varrebbe allora forse la pena che il governo italiano si assumesse […] le sue responsabilità e procedesse ad emanare unilateralmente le norme mancanti per l’attuazione autonomistica, iniziando contemporaneamente l’opera di ripulitura democratica degli ingranaggi sin qui costruiti? […] Visto insomma che il meccanismo concordatario ha portato al logoramento ed alla paralisi, non sarebbe forse giunta l’ora di costringere ciascuno ad assumersi le proprie responsabilità con atti e scelte unilaterali e coerenti?” <74
La risposta del pacifista a questi interrogativi è chiara: “Ora bisogna che si creino, finalmente, e prima che sia troppo tardi, le condizioni politiche.” <75
L’ostruzione alla logica del conflitto etnico arriva dalla gente comune (siano i giovani di Bressanone o un pasticcere ed un panettiere di Nalles) che si mobilita per creare un clima di distensione. Se il terrorismo non può essere fermato dal singolo cittadino: “Si deve almeno operare per non lasciarsene ricattare”, perché “la voce di centinaia di giovani merita ben altro ascolto che quella di qualche criminale e sconosciuto bombarolo.” <76
Nel frattempo, non solo la conoscenza, ma “il seme dell’amicizia” tra vicini di casa porta i primi frutti: le dimissioni di Sylvius Magnago dalle cariche della SVP, la politica pro bilinguismo e gli sforzi locali per trovare una convivenza civile, conducono ad una lenta distensione <77.
Lo stesso Langer, in un articolo del 1993, riscontra un effettivo cambiamento nello stile di vita della regione. Artefici di questo nuovo modo di vivere sono sicuramente i Verdi, che assecondando la tradizionale cultura contadina locale, nel rispetto e nella tutela del paesaggio locale, avvicinano le due comunità. La gestione politica della regione rimane, tuttavia, sotto il controllo della maggioranza rappresentata dal Volkspartei. Le incomprensioni all’interno dei Verdi privano il movimento del vigore necessario a scalzare la Svp; Langer sembra ormai stanco dei giochi di potere italiani e decide di allontanarsi dalle problematiche locali che tanto lo hanno impegnato:
“ Dopo queste elezioni regionali intendo ritirarmi un po’ dalla politica interna, altoatesina in genere e della lista in particolare. E’ davvero cominciato il dopo Langer… non è per me una scelta del tutto facile… Tuttavia mi facilita non solo la consapevolezza delle nuove energie e spinte che già si vedono, ma anche il pensiero che togliendomi di torno si leva anche un bersaglio, e così qualche occhio dovrà affinarsi meglio per cercare travi e pagliuzze altrove.” <78
[NOTE]
63 Id., Non giochiamo con il fuoco, cit., p. 162.
64 Ibidem, pp. 161-163.
65 Ibidem, p. 162.
66 Id., Il Sudtirolo dopo le paure, In “Micromega”, Nr.2/1989, p. 1.
67 Ibidem.
68 Ibidem.
69 Id., Perché vado al Brennero e cosa andrò a dire, cit., p. 283.
70 Id., Non giochiamo col fuoco, cit., p. 163.
71 Ibidem.
72 La rivista “Micromega. La sinistra della libertà”, è un periodico bimestrale fondato nel 1986, che fa parte del gruppo editoriale L’espresso e si occupa di politica e cultura. (www.alexanderlanger.org; http://temi.repubblica.it/micromega-online/chi-siamo).
73 Id., Terapia d’urto per il Sudtirolo, cit., p. 195.
74 Ibidem, pp. 196-198.
75 Ibidem.
76 Id., La lettera è blindata. Lo spirito e leggero, cit., p. 215.
77 Ibidem, pp. 215-216.
78 Id., Non giochiamo con il fuoco, cit., p.169.
Cristina Pongiluppi, Il giornalismo militante di Alexander Langer, Tesi di laurea, Università degli Studi di Genova, Anno Accademico 2012/2013

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L’accento sull’unicità dell’ordinamento scolastico della scuola dell’obbligo, sul quale il Pci aveva fin dal 1955 imperniato la propria visione, riscuoteva un consenso molto più esteso di quanto non avvenisse dieci anni prima

Sin dal Comitato centrale del novembre ’55 il Pci si era proposto come obiettivo l’unificazione dei vari percorsi in un’unica scuola media, che fornisse a tutti i giovani, indiscriminatamente, la stessa base culturale. Secondo l’ampia relazione di Mario Alicata – di netta impronta gramsciana – la natura di classe della scuola del preadolescente si realizzava nella tendenza ad affidare i giovani delle classi popolari ad un sistema di addestramento professionale spesso inadeguato, abbandonato ad una selva di enti, aziende e istituzioni, esposto a vere e proprie speculazioni e privo di una guida formativa. <291 L’«impronta sociale di classe» dell’avviamento si realizzava nella «specializzazione minuta» che al giovane veniva così fornita «cristallizzando fin dall’inizio le sue attitudini e le sue capacità», quando occorreva «creare un unico tipo di scuola preparatoria (elementare-media) che conduca il giovinetto fino alla soglia della scelta professionale, formandolo nel frattempo come persona capace di pensare, di studiare, di dirigere e di controllare chi dirige». <292
La proposta di realizzare una scuola di base unica intercettava proposte e suggestioni simili emerse nell’Uciim cattolica già dai tempi della Settimana di Trento e del Fronte unito della scuola. Diversamente da quella cattolica, però, la proposta comunista si innestava su di una concezione del mondo laica e storicistica, intorno alla quale andavano organizzati i contenuti, ossia i programmi, fondati sulla sostituzione del latino con le scienze naturali e sulla valorizzazione del metodo storico. La «questione del latino» <293, ossia la polemica sulla sostituibilità dello studio della lingua classica nei programmi della scuola media, era stata risolta dagli studiosi e dai pedagogisti dell’Istituto Gramsci recuperando a pieno il concetto di «nuovo principio pedagogico» sviluppato da Gramsci nei Quaderni dal carcere. Nella sua relazione Mario Alicata distingueva tra «un umanesimo fossile retorico formalistico e quell’umanesimo vero, che, oltre che sulla conoscenza del mondo classico» non poteva non basarsi «su una visione scientifica (non scientista) della realtà naturale ed umana, sulla comprensione razionale dei fenomeni naturali e sociali, sull’acquisizione di una coscienza civica e nazionale democratica». Era l’idea di un «umanesimo moderno» che avrebbe dovuto «presiedere alla riforma dei programmi e dei metodi di insegnamento, sia nella scuola dell’obbligo, sia in tutti gli altri gradi e ordini dell’ordinamento scolastico italiano». <294
Altro elemento caratteristico della proposta comunista era l’unitarietà verticale tra scuola elementare e scuola media, entrambe concepite come un unico progetto formativo rivolto ai ragazzi dai 6 ai 14 anni, per cui occorreva intervenire tanto sui programmi <295, quanto sulla preparazione degli insegnanti. <296
L’occasione per la realizzazione pratica della riforma della scuola di base si presentò nel settembre ’58, con la presentazione al Senato del Piano decennale di Fanfani e Moro. Il Piano, denso di lacune e privo di una visione organica della scuola, nel suo essere «una spesa senza riforma» offriva un importante spazio di manovra per un partito, come il Pci, che già da tempo possedeva una prospettiva di trasformazione della scuola dell’obbligo. Alicata, giocando d’anticipo sul governo democristiano, convocava dunque «con la massima urgenza» una riunione della Sottocommissione scuola, incaricando Natta di redigere una bozza di riforma della scuola di base, da tutti ritenuta quella più urgente da affrontare. <297 La bozza venne rapidamente arricchita e presentata in Senato, dove giaceva il Piano decennale, il 21 gennaio 1959, primi firmatari Ambrogio Donini, Cesare Luporini e Paolo Fortunati <298. Il ddl – il primo nella storia repubblicana a prevedere l’unificazione della scuola media – disponeva in quarantadue articoli la costituzione di una scuola unitaria di otto anni distinta in due corsi, uno elementare di cinque anni e uno medio di tre, ciascuno dei quali caratterizzato da un piano di studio fondato sul recupero del rapporto tra scuola e vita e aderente alle necessità formative degli studenti <299. Nel ciclo medio inferiore la bocciatura era sostituita dalla creazione di classi di recupero. La bozza del progetto di legge si spingeva fino ad indicare minuziosamente i programmi delle singole discipline – secondo l’idea per cui la definizione dei contenuti formativi dovesse avere forza di legge e andasse quindi interamente affidata al Parlamento – organizzate intorno al concetto di «nuovo umanesimo», ossia sulla conoscenza razionale della natura e degli sforzi compiuti dall’uomo nel trasformarla (la ricerca scientifica) e sulla vicenda parallela dell’uomo organizzato in società (la storia). Tale riforma del «principio educativo» richiedeva la soppressione del latino come materia qualificante l’istruzione media, sostituito da uno studio più qualificato della lingua nazionale, messa in rapporto al dialetto locale e allo studio di una lingua straniera. E la realizzazione di una scuola assolutamente unica, tanto orizzontalmente che verticalmente, priva di opzioni predeterminanti le scelte di vita o di apprendimento successive. Come già detto, uno degli aspetti più importanti della riforma era la volontà di integrare più che selezionare, sostenendo lo sforzo delle famiglie meno abbienti con la gratuità dei sussidi didattici, borse di studio e altri tipi di aiuto, ma soprattutto attraverso la sostituzione dell’esame di licenza elementare, delle ripetenze e degli esami di riparazione con doposcuola, classi di recupero e classi differenziali, intese quali forme di recupero degli alunni in difficoltà.
Il progetto comunista contribuiva a polarizzare un dibattito che – per quanto confinato ad un ambito specialistico – già da tempo agitava le donne e gli uomini di scuola. Il fronte cattolico, fin dalla Settimana sociale di Trento, si era sommessamente diviso sulla questione dell’unicità della scuola media <300. La polemica era poi divampata nell’inverno 1955-56, quando il Ministro della Pi, il socialdemocratico Paolo Rossi, aveva disposto tramite circolare l’estensione della postelementare – affidata ai maestri – a tutte le province, scatenando così la reazione del Fronte della scuola – composto principalmente da professori. Le critiche piovute sulla postelementare avevano convinto il ministro ad istituire una commissione di studio sulla scuola del preadolescente, la quale nel settembre del 1956 si espresse nettamente per una scuola media a carattere unitario e non predeterminante per il successivo svolgimento degli studi, che implicava una netta marginalizzazione della postelementare, ridotta a soluzione temporanea <301. La soluzione unitaria emergeva come realtà in altri paesi, dalla grundskola svedese di nove anni a cicli coordinati, alle varie declinazioni della «scuola politecnica» dei paesi socialisti, alle classi «di orientamento» o «di osservazione» francesi, fino, alle modern secondary schools che nel Regno Unito si andavano affiancando alle strutture precedenti. Veniva così sospinta negli ambienti laici, in particolare dalla cosmopolita «Scuola e città», e diventava maggioritaria in Adsn (poi in Adesspi), venendo poi assunta nel 1958 nel programma del Psi <302.
Nel tentativo di attenuare le contraddizioni che anche nel mondo cattolico si andavano aprendo sul tema della scuola media, e incalzato dai comunisti, il ministro della Pi Giuseppe Medici si premurò di presentare un progetto governativo che rispondesse alle necessità di sviluppo della società e del sistema produttivo italiano, senza però scontentare i settori più conservatori. Il risultato fu l’ampia Introduzione al piano di sviluppo della scuola, la quale, pur assumendo la realtà economica come parametro dei mutamenti organizzativo gestionali della scuola e riflettendo le suggestioni della sociologia dell’educazione di stampo nordamericano, restava ancorata ad un’idea di scuola ricca di «canali di scarico», molto simile al disegno Gonella <303. Non a caso sul progetto Medici piovevano pesanti critiche, non solo da sinistra, e interveniva il Consiglio superiore della Pubblica istruzione, che, ribadendo nel suo giudizio la necessità di una scuola media senza precoci e vincolanti preclusioni, costringeva Medici a depositare presso la VI Commissione del Senato un progetto modificato, che conservava nelle opzionalità, nelle differenti possibilità di sbocco, e nella «scuola media a corso speciale» – sorella della postelementare – molti dei limiti del primo progetto. <304
Il Pci, forte dell’essere il primo partito di opposizione in Parlamento, si lanciò subito all’attacco del progetto Medici, che secondo Natta, aveva sollevato anche in ambienti cattolici «un fastidio e un rifiuto», che rispondeva «a una istanza di natura morale, prima ancora che politica, di coerenza e di chiarezza, non sembrando tollerabile l’abuso di presentare come una soluzione unitaria, una scuola che nello schema di legge appariva nettamente suddivisa in quattro sezioni». <305 Il progetto Medici, associato al governo «clerico-fascista» di Tambroni, rispondeva effettivamente a un principio opposto rispetto a quello dei comunisti, che ne mettevano in rilievo gli aspetti incostituzionali, tanto nella differenziazione dei percorsi e dei titoli di studio, che imponevano scelte precoci condizionate dall’appartenenza sociale degli studenti, quanto nell’impossibilità di ottenere un elevamento di massa delle basi culturali, disperdendo in partenza «le forze esistenti in tutti gli strati sociali». <306
L’accento sull’unicità dell’ordinamento scolastico della scuola dell’obbligo, sul quale il Pci aveva fin dal 1955 imperniato la propria visione, riscuoteva un consenso molto più esteso di quanto non avvenisse dieci anni prima <307.
[NOTE]
291 Mario Alicata, La riforma della scuola, Roma, Editori Riuniti, 1956
292 Ivi, p.42. Il classismo nella scuola, secondo Gramsci era dovuto al fatto che «ogni gruppo sociale ha un proprio tipo di scuola, destinato a perpetuare una determinata funzione tradizionale, direttiva o strumentale». Ibid.
293 La «questione del latino» aveva, secondo Alicata, ritardato lo sviluppo di una linea di riforma adeguata ai tempi. Essa, pur non riguardando solo il Pci, aveva caratterizzato il dibattito sviluppatosi durante il V Congresso del 1945, tra Concetto Marchesi, da un lato, favorevole al mantenimento del latino e Antonio Banfi, dall’altro, favorevole alla sua eliminazione dai programmi. Non vi era stata allora una netta presa di posizione all’interno del partito. Aveva contribuito al disorientamento il diffondersi del mito di un Gramsci «latinista», basato sull’idea – del tutto erronea – per cui il pensatore sardo avesse indicato nel latino l’insostituibile cardine di una formazione «disinteressata» del cittadino. Tale mito era stato costruito dallo stesso Marchesi nel 1945, precisamente nel periodo precedente al V Congresso del Pci. Nel numero 9-10 di «Rinascita» Togliatti aveva fatto pubblicare uno stralcio dei Quaderni di Gramsci incentrato sulla critica alla riforma Gentile. L’articolo riportava un brano della nota 2 del Quaderno 12, in cui Gramsci annotava le virtù formative del latino nel contesto della scuola casatiana, «espressione di un modo tradizionale di vita intellettuale e morale, di un clima culturale diffuso in tutta la società italiana per antichissima tradizione». Gramsci notava come «il latino non si studia per imparare il latino», bensì come «elemento di un ideale programma scolastico», in quanto riassumeva in sé «una serie di esigenze pedagogiche e psicologiche»: (a) si presta ad essere dissezionato come un corpo storico; b) favorisce l’astrazione e il ritorno al particolare; c) obbliga alla distinzione e all’identificazione delle parole e dei concetti, all’utilizzo della logica formale, al riconoscimento della contraddizione degli opposti ed all’analisi dei distinti; d) consente la percezione del movimento storico di una lingua nel suo insieme». In un articolo successivo di Concetto Marchesi, Motivi di politica scolastica, «Rinascita», II (1945), n.11, il celebre latinista riprendeva Gramsci per propugnare, in vista del Congresso, una media unica che prevedesse lo studio del latino. Così facendo Marchesi tradiva in parte il pensiero gramsciano, secondo il quale quello che era stato un formidabile strumento formativo delle classi dirigenti italiane – il latino – era entrato già da tempo in contraddizione con lo sviluppo storico della società italiana ed in particolare con il peso crescente nella vita nazionale che avrebbero dovuto avere le masse lavoratrici. Il giudizio che Gramsci ne dava nei Quaderni era implacabile: mantenendo il latino come principio pedagogico «il governo fascista favorisce un processo di degenerazione: le scuole di tipo professionale prendono il sopravvento sulla scuola formativa». A suo avviso occorreva spezzare il dualismo tra una scuola «disinteressata» ad uso e consumo delle classi dominanti ed una scuola professionale per i lavoratori: per Gramsci «la tendenza democratica […] non può solo significare che un operaio manovale diventa qualificato, ma che ogni ‘cittadino’ può diventare ‘governante’ e che la società lo pone, sia pure ‘astrattamente’, nelle condizioni generali di poterlo diventare». Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, Torino, Einaudi, 1975, p.1547
294 Mario Alicata, La riforma della scuola, cit., p.45. Nella pratica, si proponeva un avvicinamento tra la scuola media e quella di avviamento, abolendo il latino e introducendo le scienze naturali nella scuola media; riducendo nell’avviamento gli orari dei programmi, sfrondando principalmente le materie professionali e le esercitazioni pratiche; determinando un nucleo fondamentale di insegnamenti comuni (lingua italiana, matematica, scienze naturali, storia e geografia, lingua straniera, educazione civica); rendendo possibile il passaggio al secondo e terzo anno di entrambe le scuole, previo esame integrativo di latino – in un senso – e di scienze naturali – nell’altro; garantendo l’apertura ai licenziati dell’avviamento professionale delle scuole cui solo i licenziati di scuola media avevano fino ad allora avuto diritto di accesso. Ivi, p.79
295 Il Pci nel 1955 ingaggiò una battaglia serrata contro i cosiddetti «programmi Ermini» emanati per l’elementare (e la postelementare) nello stesso. Questi, pur richiedendo agli insegnanti l’utilizzo di metodi attivistici, secondo il Pci soffocavano tali proposte «in una generale concezione metafisica e misticheggiante», basata sul principio della religione quale «fondamento e coronamento della dottrina cristiana», a scapito di quel «bagaglio di nozioni, di dati di fatto, di conoscenze positive e scientifiche». Mario Alicata, La riforma della scuola, cit., p.89. Cfr. anche l’articolo di critica di due importanti maestri e sindacalisti comunisti dello Snase, Renato Borelli e Fausto Malatesta, I nuovi programmi per la scuola elementare, «Riforma della scuola», I, 1955, n.2
296 L’impostazione attivistica dei programmi elementari era negata dalla stessa struttura della formazione professionale dei maestri, che avveniva nell’istituto magistrale, povero nell’impostazione scientifica della professione, considerato un feudo della scuola confessionale e una brutta copia del liceo classico, essendovi prevalente, in forma dimidiata rispetto al primo, lo studio della filosofia sulla psicologia e la pedagogia. Alicata ne proponeva la riforma, tramite l’allungamento da quattro a cinque anni, il rafforzamento delle materie generali, l’attenzione alla pedagogia e alla psicologia «non solo sotto il profilo teorico, ma anche come didattica e metodica», e la previsione di un anno di tirocinio teorico pratico, al quale anche i docenti di scuola secondaria per i quali era prevista la preparazione universitaria avrebbero dovuto sottoporsi. Mario Alicata, La riforma della scuola, cit., pp.81-2. Nello stesso periodo Maria Venturini, maestra componente della Sezione pedagogica dell’Istituto Gramsci, proponeva di istituire un corso pre-universitario di due anni, successivo all’istituto magistrale, che prevedesse una partecipazione alla vita concreta della scuola. A questo andava aggiunto un anno di tirocinio, passato in parte negli istituti scolastici, in parte «nell’industria e nell’agricoltura, per evitare la frattura fra la scuola e il mondo economico e del lavoro, che è una delle più gravi iatture dell’ordinamento attuale» Ivi, pp.117-8. Nella redazione del programma elettorale del 1958 tuttavia, la Commissione culturale propose una formula più aderente alla relazione di Alicata, consistente nel solo anno di tirocinio dopo la frequenza di un liceo unitario a indirizzo pedagogico cfr. Proposte dei comunisti per una riforma democratica della scuola, cit., pp.27-8. Per i professori si prevedevano due soluzioni: la sostituzione degli Istituti superiori di magistero con differenti sezioni, o l’articolazione, all’interno delle facoltà universitarie, di corsi specifici a carattere professionalizzante e di un titolo di livello universitario corrispondente, cfr. Mario Alicata, La riforma della scuola, cit., pp.117-8
297 La riunione venne convocata per il 17 novembre 1958, ma la bozza di riforma venne consegnata da Natta solo il 23 novembre. Vedi Convocazione d’urgenza dei componenti della sottocommissione scuola del 17/11/58 in Afgr, Scuola e politica scolastica, Organismi nazionali, e Progetto di scuola obbligatoria fino al 14° anno del 23/11/1958 in Afgr, Scuola e politica scolastica, Organismi nazionali. Il progetto originario, costituito da 14 articoli e da un allegato contenente la ripartizione oraria delle materie, delineava i tratti essenziali di una scuola gratuita, robusta nei sussidi alle famiglie disagiate e incentrata, nel piano di studi, sulle scienze, la storia e lo studio della lingua italiana. La paternità del progetto venne attribuita a Natta nel 1979, da Mario Alighiero Manacorda, durante una lezione di Storia della politica scolastica del Pci: «Alicata – ricorda Manacorda – mi ingiunse di redigere un progetto. Io ero ancora pieno dei testi di Marx, del lavoro che facemmo nel lavoro delle edizioni «Rinascita», ancora non mi ero reinserito nella scuola, dissi: «No, io non conosco la prassi parlamentare, io non ho in mente di cosa sia un progetto di legge, fallo fare a Natta». Infatti Alicata chiamò Natta e l’estensore del progetto primitivo è stato il compagno Natta». Vedi la Testimonianza di Mario Alighiero Manacorda in Afgr, Scuola e politica scolastica, Lezioni e corso sulla politica scolastica del Pci
298 Senato della Repubblica, Disegno di Legge (Istituzione della scuola obbligatoria statale dai 6 ai 14 anni), n.359, III Legislatura, 21 gennaio 1959
299 Il primo ciclo del primo corso (I e II elementare) prevedeva la conoscenza dell’ambiente sociale e naturale che circonda il fanciullo, attraverso osservazioni guidate dal maestro, la lingua italiana, l’aritmetica e il gioco, disegno, lavoro e altre attività pratiche. Il secondo ciclo del primo corso (III, IV e V elementare) prevedeva lo studio della lingua italiana, dell’aritmetica, delle scienze fisiche e naturali, della storia e della geografia, del disegno, del canto e dell’educazione fisica. I programmi del II corso (scuola media) comprendevano lo studio della lingua e della letteratura italiana; la storia e la geografia; la lingua straniera; la matematica; le scienze fisiche e naturali; il disegno; il canto e la musica; l’educazione fisica, tutti minuziosamente descritti nel loro sviluppo dalla I alla III classe. Dai programmi erano state espunte le esercitazioni di lavoro, pure presenti all’interno della relazione di Alicata del 1955.
300 Del fronte riformatore facevano parte i dirigenti dell’Uciim, in particolare Gesualdo Nosengo, fortemente contrario ad incanalare vero una scuola senza sbocchi i figli dell’Italia rurale e più propenso ad una soluzione unitaria per la nuova scuola media. Nosengo riteneva che i cattolici, pur impegnandosi a rivendicare la libertà per la Chiesa di istituire proprie scuole, si dovessero spendere soprattutto nell’animare la scuola statale sulla linea di quella «presenza cristiana» definita negli ambienti dei Laureati Cattolici fin dagli anni Trenta e nel cui ambito si era formato il primo nucleo dirigente dell’Uciim. Tra i conservatori c’erano il rettore dell’Università Cattolica Padre Agostino Gemelli, i pedagogisti rappresentanti del cattolicesimo gentiliano come Mario Casotti e soprattutto i dirigenti dell’Aimc, convinti che per garantire l’obbligo alla massa crescente di iscritti occorresse istituire la sesta, settima e ottava classe elementare affidandola alla cura dei maestri. Vedi Chiosso, I cattolici e la scuola, cit., p.159
301 Ivi, p.185. Nella Commissione Rossi, l’opzione unica era stata promossa da un fronte di carattere interideologico: oltre ai laici Lamberto Borghi e Guido Calogero, si espressero contro la postelementare il pedagogista cattolico Vincenzo Sinistrero e rappresentanti dei Centri didattici nazionali come Giovanni Gozzer, Aldo Agazzi e Camillo Tamborlini
302 Per una ricognizione dell’influenza politica di «Scuola e città» sulle politiche scolastiche negli anni ’50 e nei primi anni ‘60 cfr. Andrea Mariuzzo, Dewey e la politica scolastica italiana: le proposte di riforma di Scuola e città (1950-1960), «Espacio, Tiempo y Educaciòn», III (2016), n.2, pp.225-51
303 Essa si basava infatti su un percorso suddiviso in quattro «sezioni»: l’umanistica classica, la tecnica, l’artistica e la «normale» (che riprendeva la dizione gonelliana), con una precisa gerarchia per i successivi sbocchi: dalla sezione classica si poteva accedere a ogni tipo di scuola superiore, dalla tecnico-scientifica soltanto al tecnico, dall’artistica agli Istituti d’arte o ai conservatori, dalla normale (affidata nuovamente ai maestri, esattamente come avveniva nella postelementare) soltanto ai corsi annuali o biennali dell’Istituto professionale. La sezione normale era riservata ai ragazzi «che si sentono portati al fare dei campi e delle officine». Vedi Stefano Oliviero, La scuola media unica: un accidentato iter legislativo, Firenze, Centro editoriale toscano, 2007, p.28
304 Tristano Codignola, La guerra dei trenti’anni. Come è nata la scuola media in Italia, in Mario Gattullo e Aldo Visalbeghi, a cura di, La scuola italiana dal 1945 al 1983, La Nuova Italia, Firenze, p.127
305 Alessandro Natta, Il progetto sconfitto, in «Riforma della scuola», V (1959), n.12. «Uciim, Adesspi, Fnsm, si sono schierati contro il progetto medici, ed anche nel Congresso di Firenze DC del 1959 sono rimasti in pochi a difenderlo. A parte l’Aimc, […] a difendere il Ministro Medici non sono rimasti che, per dirla con il professor Gozzer, ‘gli ultras della vecchia tradizione gentiliana e pregentiliana, a cui importa soltanto che sia risuscitato il vecchio ginnasio inferiore’ e la destra economica e politica.» Ibid.
306 Ibid.
307 Ancora nel 1949, l’inchiesta Gonella aveva rivelava come i tre quarti degli insegnanti intervistati fossero a favore di una scuola media tripartita, e un risultato molto simile dava un’indagine Doxa sulle famiglie, pubblicata lo stesso anno come rivelava un’indagine Doxa dello stesso anno. Cfr. Marzio Barbagli, Disoccupazione intellettuale e sistema scolastico in Italia (1859, 1973), Bologna, Il Mulino, 1976, p.408
Lorenzo Alba, La politica scolastica del Partito comunista italiano dal 1955 al 1980, Tesi di perfezionamento, Scuola Normale Superiore di Pisa, Anno accademico 2020/21

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Vidali tornava a Trieste

Per scongiurare a Trieste una spaccatura del partito sull’asse nazionale, temendone le conseguenze sul piano interno, Togliatti aveva aperto in città un ufficio del PCI, che funzionasse da punto di riferimento e valvola di sfogo per i militanti italiani sempre più esasperati. Il movimento comunista regionale era infatti lungi dall’essere compatto: a causa dell’intransigenza con cui il gruppo dirigente jugoslavo perseguiva l’obiettivo dell’annessione di Trieste alla Jugoslavia, la scissione su base nazionale era da tempo un rischio concreto <11. La dirigenza slovena, che dal 1944 controllava saldamente il partito triestino, aveva fissato una strategia nella quale obiettivi sociali e nazionali si mescolavano in modo potenzialmente dirompente: bisognava sfruttare la sconfitta del fascismo per imporre il regime comunista e al contempo ricacciare l’Italia dietro ai confini del 1918, annettendo tutta la Venezia Giulia alla nuova Jugoslavia di Tito <12. L’iniziativa di Togliatti, volta a impiantare in loco una rappresentanza permanente del PCI, era stata vissuta dai dirigenti sloveni come un affronto. E peraltro, come ammetteva lo stesso direttore dell’ufficio Giordano Pratolongo, non si era rivelata sufficiente <13. L’unica via d’uscita sembrava quella di mandare sul campo un leader energico a cui affidare l’incarico di rinnovare il partito dal di dentro. Per Togliatti il profilo giusto era quello di Vittorio Vidali. Originario di Muggia, una cittadina alla periferia di Trieste, Vidali era un temuto uomo d’ordine del Comintern e degli apparati sovietici, abituato a lavori di «pulizia» all’interno dei partiti comunisti e circondato dall’aura leggendaria del comandante Carlos della Guerra civile spagnola <14.
Il ritorno di Vidali a Trieste
Vale la pena considerare brevemente le posizioni sulla questione di Trieste assunte da Vidali dalla fine della guerra in poi. Dal Messico, dove si trovava dal 1939, Vidali seguiva con crescente apprensione l’evolversi dei contrasti che interessavano la regione alto-adriatica. Il favore inizialmente annotato nei diari per l’idea autonomista – «Non c’è dubbio che Trieste deve essere una città libera. Così cesserà di essere un pomo della discordia» <15 – cedette man mano il passo a un’aperta condanna della politica annessionista attuata dalla direzione slovena. Siamo in grado di seguire il montare del dissenso di Vidali nella sua corrispondenza con alcuni compagni di partito amici: Giuseppe Di Vittorio, Mario Montagnana, Ivan Regent. Infatti, l’FBI americana lo teneva in costante osservazione e censurava le sue lettere in uscita; dunque sappiamo che «[Vidali] is an outspoken defender of Trieste for the Italians and is strongly opposed to Tito» <16. Se ci fosse bisogno di trovare conferma ai report dell’FBI, possono bastare le parole comunicate a Montagnana all’inizio del 1946: «Credo sia stato un errore del Partito comunista della Regione Giulia dichiararsi per l’unione della Giulia alla Jugoslavia» <17. Del resto, in una lettera lunga e argomentata scritta al fratello Umberto poco prima dell’addio al Messico, si era attribuito un forte sentimento di italianità di matrice «garibaldina» <18. Con lo sloveno Regent, i pareri uscivano appena più sfumati; ma la loro amicizia, sbocciata nelle barricate contro lo squadrismo triestino subito dopo la Grande guerra, era talmente forte che a perorare presso Mosca e Lubiana la causa del suo ritorno dal Messico fu proprio Ivan <19. Se si voleva contenere l’opposizione alla linea annessionista, montante all’interno e all’esterno del partito, consegnando ai comunisti italiani di Trieste la guida che a loro mancava, si doveva puntare su una figura carismatica e di prestigio: per lui non poteva essere che «Toio» <20.
Piuttosto ironicamente, valutazioni in un certo senso uguali e contrarie dovettero iniziare a svilupparle i Governi di unità nazionale al potere nell’Italia liberata dal nazifascismo. La battaglia diplomatica per salvare il salvabile del confine orientale fu una delle prove più angosciose che le nuove classi dirigenti, investite del compito di ricostruire il paese, si trovarono davanti all’indomani della guerra <21. La ricomposizione dell’influenza italiana nel tessuto politico locale, azzerata ancor prima che le ostilità cessassero, sarebbe stata enormemente facilitata dall’intervento di un leader capace di allargare le divisioni del fronte comunista. In altri termini, aveva preso forma una significativa ed eterogenea convergenza di interessi affinché Vidali tornasse finalmente nei luoghi in cui era nato e cresciuto, dopo ventiquattro anni di peregrinazioni per il mondo. Nell’autunno 1946, il PCI e i socialisti in Italia sedevano al governo. Quando le pratiche per la sua partenza si sbloccarono e subirono un’improvvisa accelerazione, il segretario del Partito socialista Pietro Nenni era ministro degli Esteri. La documentazione per il viaggio – un regolare passaporto della Repubblica italiana intestato a suo nome – fu consegnata a Vidali dall’Ambasciata d’Italia in Messico <22. I soldi per affrontarlo, 490 dollari statunitensi, li prese dall’ambasciatore italiano negli USA Alberto Tarchiani <23. Non è questa la sede per raccontare nel dettaglio il percorso tortuoso seguito da Vidali per raggiungere Trieste dal Messico. Basti dire che a Mosca, dove fece tappa prima di sostare a Belgrado e Lubiana, ebbe un incontro significativo con l’ambasciatore italiano Manlio Brosio. Dalla documentazione statunitense, emerge che i due discussero insieme del suo imminente ritorno a Trieste <24. Il fatto che l’episodio fu poi tenuto nascosto ai dirigenti jugoslavi, e che da questi gli fu spesso rinfacciata la «segretezza» delle modalità con cui si realizzò il rimpatrio, può essere una spia del coinvolgimento interessato del governo italiano nella vicenda <25. Solo alle autorità anglo-americane di stanza a Trieste avrebbe confessato, più tardi, che il viaggio gli era stato «pagato dal governo italiano» perché il suo status era quello di «rifugiato del Ministero degli Esteri di Roma presso l’ambasciatore Luigi Petrucci a Città del Messico», producendo le relative certificazioni <26.
Per varcare il confine tra la Jugoslavia di Tito e la zona A del TLT appena costituito, l’attesa di Vidali non fu così lunga quanto la versione delle sue memorie posteriori vorrebbe far credere, nello sforzo di retrodatare i conflitti con i comunisti jugoslavi alla luce dello scisma con Stalin dell’anno dopo. In effetti, in “Dal Messico a Murmansk”, in “Giornale di bordo” e ancor più in “Ritorno alla città senza pace” <27, la tendenza è quella di auto-rappresentarsi a Lubiana come una sorta di prigioniero politico, tenuto sotto esame da autorità ostilmente imperscrutabili e risolute nel rifiutargli il via libera senza un chiaro perché.
La realtà è diversa. Delle divergenze nutrite da Vidali sulla gestione jugoslava del problema di Trieste fino a quel momento, abbiamo detto; ma il suo arrivo era la chiave di volta di un percorso comunque concordato assieme dal PCI e dal PCJ. Nella fondazione di un nuovo partito del TLT, quel percorso trovava appunto lo sbocco e lo strumento per correggere la linea. Vidali doveva essere il garante del progetto, sotto l’alta benedizione sovietica. La sosta in Slovenia può pertanto dirsi «tecnica», funzionale ai due partiti per mettere a punto gli ultimi dettagli dell’accordo. Ebbe modo di presentarsi lui stesso, senza troppi giri di parole, al Comitato esecutivo del Partito comunista della regione
Giulia (PCRG): creato dagli jugoslavi nel 1945 per gettare una prima unificazione amministrativa del territorio contestato, il partito stava ora per passare la mano al PCTLT <28. L’incontro si tenne il 29 marzo 1947 nella zona B occupata dall’esercito di Tito e gli accenti usati da Vidali, più che persuasivi, risuonarono perentori: «Voi vi dovete accingere a questa discussione precongressuale con fede, dovete comprenderla nella linea, dovete comprendere che si apre una nuova fase. La fase passata resterà alla storia» <29. Tradotto: per competere e sperabilmente vincere le elezioni, il partito doveva abbandonare la tendenza al settarismo; da avanguardia della lotta del proletariato doveva aprirsi agli strati più larghi dei ceti medi. In una città nazionalmente polarizzata come Trieste, altro non voleva dire che rinunciare a fare una politica filo-jugoslava (e anti-italiana). L’accordo formale siglato tra PCI e PCJ il 7 aprile a Belgrado per la costituzione del PCTLT recepiva precisamente questi contenuti, sottolineando la necessità di convocare il congresso fondativo al più presto <30. Il Comitato centrale del Partito comunista sloveno (PCS) esprimeva il suo assenso all’invio di Vidali a Trieste e tre giorni dopo, l’11 aprile, lui faceva il suo ingresso nella zona A del TLT <31.
[NOTE]
11 FIG, APCI, M, s. Jugoslavia e Venezia Giulia, fasc. Rapporti di Giacomo Pellegrini dopo il 25 aprile 1945, mf. 093; s. Esteri, fasc. Documenti riguardanti il PC francese, 21/4/1946, mf. 217. Questa è la realtà fotografata dal rappresentante del PCI a Trieste Giacomo Pellegrini, fatta propria da Togliatti in una lettera al segretario del PC francese Thorez nell’aprile 1946.
12 N. Troha, Chi avrà Trieste? Sloveni e italiani tra due Stati, Irsml FVG, Trieste 2009; P. Karlsen, Frontiera rossa, cit., cap. II.
13 FIG, APCI, s. Jugoslavia e Venezia Giulia, fasc. Ufficio informazione del PCI a Trieste 1946-47, Appunti sulla situazione di Trieste, mf. 96, 21/11/1946.
14 Su Vidali, cfr. l’agiografico M. Passi, Vittorio Vidali, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1991 e P. Karlsen, Vittorio Vidali: per una biografia del Novecento. Stato delle conoscenze e problemi metodologici, in «Annali», Istituto Italiano per gli Studi Storici, a. XXV, 2012.
15 Archivio Istituto Livio Saranz (AILS), fondo Ernesto e Laura Weiss, fasc. 45: Vittorio Vidali. Scritti 1930-1985 e s.d., Diario México, doc. 1064, 7/3/1944 (or. spagnolo, trad. mia): qui Vidali commentava le tesi dello scrittore sloveno-americano Louis Adamic.
16 U.S. Department of Justice, Federal Bureau Investigation (FBI), Freedom of Information Act (FOIA), Vittorio Vidali’s File, documenti (docc.) 27937-27940.
17 FIG, Archivio Vittorio Vidali (AVV), s. Fasciscoli personali, fasc. Mario Montagnana, Lettera a Mario Montagnana, 20/1/1946. «Se il partito che dirige il movimento italiano nella Giulia è quello della Democrazia cristiana, predominante nel CLN, la colpa l’abbiamo noi perché, come afferma Regent, “noi non ne facciamo parte”»: Vidali qui si riferisce alla decisione dei comunisti di uscire dal Comitato di liberazione nazionale di Trieste nel settembre 1944.
18 FIG, AVV, s. Mexico, fasc. Lettere dal Mexico, n. 47.
19 Cfr. le lettere tra Regent e Vidali degli anni Quaranta conservate nell’Archivio della Repubblica di Slovenia (ARS): SI AS 1748, 3, 4, 5.
20 Con questo diminutivo del nome proprio Vittorio, Vidali firmava le sue missive a Regent: ivi.
21 M. Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale, cit., cap. VIII; R. Pupo, Fra Italia e Iugoslavia. Saggi sulla questione di Trieste, Del Bianco, Undine 1989.
22 National Archives and Records Administration (NARA), Records of the Army Staff (RAS), Intelligence and Investigative Dossiers Personal Files, Vittorio Vidali File, AC857304, Counter Intelligence Corps, Report, 12/12/1947. L’ambasciatore era Luigi Petrucci.
23 Ibid.
24 Purtroppo, di questo incontro Brosio non ha lasciato traccia nei suoi diari conservati presso la Fondazione Luigi Einaudi di Torino, archivio ad nomen.
25 Archivio dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia (AIRSML), sez. Venezia Giulia, f. Gasperini, doc. 3068.
26 NARA, RAS, Vittorio Vidali File, cit., Counter Intelligence Corps, 12/12/1947, cit. Tutti questi documenti sono conservati e consultabili nel suo archivio personale: AVV, s. México, fasc. Viaggio 1947.
27 Tutti pubblicati dall’editore Vangelista, Milano: rispettivamente 1975, 1977, 1982.
28 FIG, APCI, M, Verbali della segreteria, 7 luglio 1945, b. 438, mf. 271, n. 108; s. Jugoslavia e Venezia Giulia, fasc. Rapporti di Giacomo Pellegrini dopo il 25 aprile 1945, Relazione di Pellegrini, 28 luglio 1945; ivi, Lettera di Pellegrini a Togliatti, 30 luglio 1945.
29 ARS, f. 1569, ae 160.
30 FIG, APCI, M, Verbali della segreteria, 10 aprile 1947, allegati, b. 435, mf. 268, n. 41.
31 ARS, AS 1583, Vidalijev Obaveštajni Centar (1948-1958); NARA, RAS, Vittorio Vidali File cit., Counter Intelligence Corps, 12/12/1947, cit.
Patrick Karlsen, La «terra di mezzo» del comunismo adriatico alla vigilia della rottura fra Tito e Stalin in «Qualestoria», Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, n. 1, giugno 2017

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L’edificio sarebbe stato la prima e unica chiesa realizzata da Rossi durante la sua carriera

Aldo Rossi, Monumento a Sandro Pertini, Milano, 1990. Fonte: Nicolò Ornaghi e Francesco Zorzi, op. cit. infra

Impermeabile alle delicate vicende macroeconomiche Silvio Berlusconi viene eletto presidente di Mondadori il 25 gennaio: il conflitto tra Berlusconi e De Benedetti per il controllo della casa editrice proseguirà nei tribunali per il successivo ventennio. Il primo scontro giudiziario riconosce, il 21 giugno dello stesso anno, la correttezza dell’accordo tra Formenton e CIR di De Benedetti: Mondadori è attribuita a De Benedetti. Il Milan vince la prima Champions League dell’era Berlusconi il 23 maggio ma l’euforia per la vittoria lascia spazio all’amarezza della sconfitta: Berlusconi è costretto a lasciare la presidenza della casa editrice Mondadori.
Le vicende calcistiche sono centrali nella sgangherata situazione economica italiana pre tempesta valutaria del 1992: Italia 90 si gioca dall’8 giugno all’8 luglio. La mascotte ufficiale, Ciao, un pupazzo tricolore piuttosto disarticolato ha per testa un pallone e, come osserva Marco Biraghi, “In effetti, l’Italia del 1990 ha la testa completamente nel pallone.” <82. Milano, come di consueto in questi anni, è l’epicentro di un’ebbrezza diffusa che ristruttura a costi esorbitanti i principali stadi della nazione, costruisce (nella migliore delle ipotesi, considerando che spesso tali strutture non sono completate) i più improbabili residence in zone periferiche scarsamente collegate al centro città e gonfia ad arte i budget per cantierizzare le infrastrutture necessarie per connettere il nuovo edificato. Ad oggi, con Expo in pieno svolgimento, le speculazioni finanziarie su Milano in buona parte terminate o in fase di realizzazione e il caso della Maddalena passato a forza anche attraverso l’apparato digerente della Biennale di Koolhaas <83, possiamo dire che Italia ’90 sia stata un ottimo banco di prova per affaristi, faccendieri e developers senza scrupoli, che, in molti casi, sono rimasti i medesimi del tempo odierno. In Italia, si sa, le cattive abitudini sono dure a morire.
Stadio Meazza. 25 aprile, giorno della liberazione. Inaugura il terzo anello del rinnovato stadio di San Siro. I posti diventano 85.443, tutti a sedere. “Autori del progetto sono gli architetti Giancarlo Ragazzi ed Enrico Hoffer, già progettisti di Milano 2 ed entrambi facenti capo alla società Edilnord. In un’epoca che del sovradimensionamento e dello sperpero di denaro pubblico ha fatto la propria cifra “stilistica”, il rinnovato Stadio Meazza riesce a impressionare con il proprio gigantismo.” <84 Un gigantismo assicurato da alcune integrazioni alla struttura originaria, costituita negli anni ‘20 e rimaneggiata più volte nel tempo: viene aggiunto un terzo anello di gradinate connesso al corpo principale mediante undici torri cilindriche unificate da rampe di accesso che connettono vecchie e nuove costruzioni. Il coup de théâtre è l’elemento strutturale della nuova copertura che protegge dagli agenti atmosferici il volume ristrutturato e le nuove gradinate: quattro poderose travi reticolari di colore rosso, progettate dall’ingegner Leo Finzi del Politecnico di Milano, si intrecciano perpendicolarmente sui quattro lati dello stadio aggettando con sezione diagonale dalle torri angolari dell’edificio. Lo spettacolo è assicurato, la grandeur manifesta.
L’architettura alta non è immune al fascino del nuovo stadio Giuseppe Meazza. Così Pierluigi Nicolin racconta gli interventi di ammodernameno: “Tra il giugno del 1988 e il giugno del 1989 l’IRS capeggiata dall’impresa Lodigiani (divenuta nota nelle varie inchieste sulle tangenti nel settore edilizio) e la società Belleli di Mantova hanno offerto alla città di Milano uno spettacolo di rara emozione. Per trovare qualcosa del genere bisognava risalire alle coinvolgenti
messe in scena del ronconiano Orlando Furioso in piazza del Duomo. L’impresa della costruzione del terzo anello dello stadio di San Siro, se non ha prodotto un capolavoro di architettura, ha certamente messo in atto un gioco alla scala superumana: con carrelli idraulici motorizzati dalla portata di trecento tonnellate l’uno facevano scorrere sul battuto del piazzale antistante travi metalliche lunghe sino a centocinquanta metri. (…) Queste travi, una volta giunte ai piedi dello stadio, venivano sollevate dalle braccia di due bellissime macchine progettate e realizzate in vista della costruzione della centrale nucleare di Montalto di Castro, e riadattate per l’occasione dopo l’interruzione del cantiere a seguito della vittoria antinucleare del referendum del 1987. Il giallo ritto tubolare di quasi cinque metri di diametro e alto sessantaquattro metri, sormontato dalla torretta di rotazione con le due braccia e relativi puntoni e fasci delle funi di sollevamento, ha dominato per tutto quel periodo il panorama del settore nord-ovest di Milano.” <85
Aldo Rossi, impegnato nel progetto (mai realizzato) per il rifacimento del Palazzo dello Sport adiacente allo stadio, visita il cantiere del nuovo impianto e commenta: “abbiamo visto collocare le grandi travi dello stadio di San Siro. Era uno spettacolo grandioso. Insieme abbiamo constatato come la grande dimensione sia parte della grande architettura. (…). Le travi oscillavano nel cielo come provenienti da un altro mondo. (…) Ciò che sulla carta poteva sembrare un’opera qualsiasi acquistava un valore eccezionale. Da tempo penso alla grande dimensione e al rapporto con la qualità o valore della dimensione, la costruzione non tollera ricercatezze stilistiche” <86.
Sono anni intensi per Rossi. Il 1 maggio 1990, inaugura in via Croce Rossa il Monumento a Sandro Pertini. Completamente rivestito di marmo di Candoglia è una variazione sul modello del Monumento ai Partigiani di Cuneo, un progetto giovanile cui fu dedicata, nel 1962, la copertina del numero 276 di Casabella. Quest’opera, che testimonia una sostanziale continuità formale nella produzione rossiana sarà fortemente invisa a Giorgio Armani che, diretto dirimpettaio, cercherà in tutti i modi di liberarsene. <87
Il monumento fece discutere sin dalla sua inaugurazione. “Quel monumento fa parte del paesaggio urbano. (…) Ero amico di Aldo Rossi e ho seguito all’epoca da sindaco tutti i passaggi di questa vicenda. So che c’è chi ha raccontato che era stato rimpicciolito perché non doveva essere costruito lì, ma non è andata così. Fu Aldo Rossi a suggerire di trasformare via Croce Rossa da capolinea tranviario a uno spazio nuovo. (…) All’inaugurazione (…) che coincise con l’apertura della linea 3 della metropolitana (primo tronco Centrale-Duomo opera di Claudio Dini ndr), c’erano Francesco Cossiga, Giovanni Spadolini e Nilde Jotti, ma nessuno di loro ebbe nulla da dire. Ricordo invece, che l’allora consigliere comunale missino Staiti di Cuddia voleva demolirlo con un martello pneumatico. Un gesto più squadrista che futurista, più contro la dedica a Pertini che contro il monumento.” <88
Questi i ricordi di Paolo Pillitteri sindaco socialista all’epoca (fu rieletto per la seconda volta pochi giorni dopo l’inaugurazione del monumento a seguito delle amministrative del 6 maggio) intervistato in occasione dell’infausta e fortunatamente irrealizzata ipotesi di spostamento paventata nel 2010 dal sindaco di Milano Letizia Moratti. Ad un cronista dell’epoca che chiedeva conto delle critiche al monumento Rossi rispose: “I detrattori dicono che ci andranno i drogati a bucarsi. Le sembra questa una obiezione pertinente?” <89
Durante l’anno precedente, il 1989, Rossi ha progettato, tra il resto, Casa Alessi a Suna di Verbania, una serie di progetti in Giappone tra cui una splendida galleria d’arte a Fukuoka dominata da due colonne doriche in ingresso. A Milano o nelle zone limitrofe progetta una “corte del chiodo” a Garbagnate Milanese, l’ampliamento del cimitero di Ponte Sesto a Rozzano, e soprattutto la nuova biblioteca civica a Seregno, un piccolo comune della Brianza, in prossimità di Cesano Maderno. Il lotto di progetto è lungo e stretto, compresso, nella dimensione maggiore, tra edificati di media densità, per il lato minore compreso tra due strade principali. Il progetto di Rossi si inserisce parallelamente
alla dimensione maggiore sfruttando tale giacitura come asse di accesso nord-sud all’edificio. L’apparato architettonico è costituito da tre elementi sostanziali: un cilindro collocato nella zona nord a chiusura del viale alberato di ingresso, un quadriportico risolve invece il rapporto con l’asse stradale principale collocato a sud del lotto. L’intervento principale è collocato nello spazio interstiziale tra i due volumi: un lungo elemento con copertura a volta, “lo spazio voltato della scuola di Atene” <90. Evidente il riferimento al modello di Étienne-Louis Boullée.
“Nell’iniziare il grande progetto per la biblioteca egli pensa allo spazio della scuola di Atene di Raffaello, dove al centro le due figure principali dei filosofi mostrano la concordantia Aristotelis et Platoni, cioè in senso moderno
la composizione o concordanza delle diverse concezioni del mondo attraverso il mondo del sapere. Questa visione illuminista conduce l’architetto francese a vedere proprio nei libri gli elementi costruttivi dell’edificio; la cultura è anche questa massa di carta stampata su cui studia l’umanità” <91.
Lo spazio di Rossi è – basti vedere lo schizzo qui riprodotto – riproposizione letterale dello spazio prospettico di Boullée. “Della grande sala centrale si è detto tutto parlando di Boullée e della scuola di Atene.” <92
Il 1990 è per Rossi un anno fortunato. Non ci riferiamo al premio Pritzker conferitogli in quell’anno, doveroso tributo a una carriera straordinaria ed escludendo progetti fondamentali come il Bonnefantenmuseum a Maastricht o il palazzo del cinema al Lido di Venezia è nostra intenzione tenere in esclusiva considerazione l’ambito milanese. Rossi progetta l’istituto universitario Cesare Cattaneo, dove collabora con Andrea Balzani e dove l’intervento è “nelle sue linee principali un progetto di restauro e conservazione, anche se in realtà costituisce una nuova architettura con le alterazione che si compiono nel disegno generale” <93 dell’ex cotonificio Cantoni a Castellanza. Progetta inoltre un grande complesso misto commerciale-residenziale in zona Lorenteggio-Bisceglie e un nuovo palazzo dei Congressi, riccamente articolato, dove Rossi si riferisce idealmente all’arengario milanese dove “si adunanavano le persone, i mercanti, il popolo per discutere le sorti delle città, ed era un edificio civile e municipale per eccellenza (…). Quando ancora studiavo con calma, mi colpivano le pagine di Camillo Boito e di Carlo Cattaneo sulla architettura lombarda e sull’importanza delle costruzioni civili.” <94
Il nostro interesse vuole però rivolgersi specialmente al progetto per una nuova chiesa a Cascina Bianca. Il lotto di progetto si trova presso il quartiere Barona, una zona a sud-ovest di Milano dove la città si dissolve nei campi agricoli del parco sud. La chiesa è molto semplice, costituita principalmente da tre parti. La facciata bipartita è definita da due materiali, beole e mattoni, con un “ordine gigante” di lesene a tutta altezza che conferiscono
all’edifico il suo principale carattere. Qui trovano collocazione due statue dei santi Ambrogio e Carlo a vegliare su un quadriportico, come altrove a Milano – a Sant’Ambrogio piuttosto che a S.Maria presso San Celso – che dà spazio alla facciata stessa, ne definisce la presenza civile “autorevole nel disordine, come lo fu San Carlo di cui porta il nome. (…) La Facciata è così la presenza della chiesa in una periferia che si dissolve, mentre l’interno è una costruzione più povera, ma con la severità del lavoro e del sacro, severità di ciò che è vivo.” <95 L’interno della chiesa è costituito da un solo volume rettangolare, molto scarno, costituito da una sola navata con strutture a vista. L’edificio sarebbe stato la prima e unica chiesa realizzata da Rossi durante la sua carriera. Paradossalmente infatti, nonostante i molti riferimenti e la tradizione cattolica dell’architetto educato dai gesuiti, nessun luogo di culto compare nel grande numero dei suoi progetti realizzati.

Aldo Rossi, Nuova Biblioteca Civica, Seregno, 1989. Fonte: Nicolò Ornaghi e Francesco Zorzi, op. cit. infra

[NOTE]
82 M. Biraghi, S. Micheli, Storia dell’architettura italiana 1985-2015, Einaudi, Torino, 2013, pg.78.
83 Cfr. R. Koolhaas, Quando la politica tradisce il gusto, Corriere della Sera, 7/10/2009, pg. 38. http://archiviostorico.corriere.it/2009/ottobre/07/Quando_politica_tradisce_gusto_co_9_091007057.shtml I. Beka, L. Lemoine, La Maddalena, video realizzato in occasione della XIV Biennale di Venezia. https://www.youtube.com/watch?v=h7dYewpFMGo
84 M. Biraghi, S. Micheli, Storia dell’architettura italiana 1985-2015, Einaudi, Torino, 2013, pg.85.
85 P. Nicolin, Notizie sullo stato dell’architettura in Italia, Bollati Bolinghieri, Torino, 1994, pg.16.
86 A.Ferlenga,,Aldo Rossi architetture 1988-1992. Opera completa vol. II, Electa, Milano, 1992, pg.158.
87 Cfr. Intervista ad Alberto Ferlenga, pg.219 e A. Stella, «Via il monumento a Pertini» La provocazione di Armani che fa discutere il Quadrilatero, Corriere della Sera, 10/04/2009, pg.6.
88 A. Montanari, Pillitteri; Il monumento a Pertini piaceva anche all’ avvocato Agnelli, La Repubblica, 18/06/2010. http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/06/18/pillitteri-ilmonumento-pertini-piaceva-anche-all.html
89 G. M. Pace, Rossi premiato Rossi contestato, La Repubblica, 22/04/1990. http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/04/22/rossi-premiato-rossi-contestato.html
90 A.Ferlenga, Aldo Rossi architetture 1988-1992. Opera completa vol. II, Electa, Milano, 1992, pg.182
91 A.Ferlenga, Aldo Rossi architetture 1988-1992. Opera completa vol. II, Electa, Milano, 1992, pg.182
92 A.Ferlenga, Aldo Rossi architetture 1988-1992. Opera completa vol. II, Electa, Milano, 1992, pg.183
93 A.Ferlenga, Aldo Rossi architetture 1988-1992. Opera completa vol. II, Electa, Milano, 1992, pg.200.
94 A.Ferlenga, Aldo Rossi architetture 1988-1992. Opera completa vol. II, Electa, Milano, 1992, pg.214.
95 A.Ferlenga, Aldo Rossi architetture 1988-1992. Opera completa vol. II, Electa, Milano, 1992, pg.208.
Nicolò Ornaghi e Francesco Zorzi, Milano 1979-1997. La progettazione negli anni della merce, Tesi di laurea, Politecnico Milano, Anno accademico 2014-2015

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La GNR continuò comunque a combattere

[…] in tale fase si deve inserire una strategia mussoliniana tesa del proprio potere esecutivo, nel quale la stessa militarizzazione del PFR deve essere intesa anche come manovra per limitare la babele di voci interna alla RSI <188.
In parallelo alla costituzione delle Brigate Nere, infatti, Mussolini si adoperò per tentare un rafforzamento del controllo sulle province repubblicane, reso sempre più difficoltoso dalla presenza partigiana, dall’autonomia esercitata dall’occupante in relazione alle maggiori problematiche economiche e militari del Territorio Occupato e dalle stesse spinte centrifughe delle autorità periferiche della RSI.
Dall’agosto del 1944, in particolar modo, alla esigenza di minuta sorveglianza provinciale, espletata sia dalle Brigate, sia dalle tradizionali forze armate e di polizia <189, venne imposta un figura particolare per il governo “regionale” della Repubblica: il commissario straordinario, responsabile teorico del coordinamento dell’attività politica delle prefetture repubblicane nelle regioni di riferimento. I primi commissari regionali vennero nominati il 16 agosto del’44, per l’Emilia e per la Liguria, mentre alla fine di settembre la stessa figura venne imposta in Piemonte e Veneto <190.
Durante l’estate quindi il duce della Repubblica tentò di rafforzare il controllo dal “centro” governativo rispetto alla provincia, con una serie di decreti e nomine particolari che, come abbiamo visto, riguardavano sia il livello governativo nazionale, sia quello provinciale. Nel contesto locale fu proprio l’estate a portare ad una “turnazione” ulteriore delle personalità preposte al governo della provincia, sancendo l’avvio di una parallela strategia di accentramento decisionale, avviata da Buffarini Guidi. Nella stesse considerazioni deve esser inserita la sostituzione di Renato Ricci, avvenuta tra il 16 e il 24 agosto del’44, e da cui conseguì l’inserimento della GNR nelle forze armate di Graziani. Si badi bene tuttavia che tale atteggiamento, definito grossomodo come generale, dovette esser raffrontato alle contingenze provinciali che, pur portatrici di dinamiche politiche simili in questo periodo, ebbero peculiarità proprie, caratterizzate da attori che si erano già raffrontati agli eterogenei equilibri di potere tra autorità occupanti ed italiane nei mesi precedenti.
[NOTE]
188 Dianella Gagliani, Brigate Nere, Bollati Boringhieri, 2017,  pp. 137-139.
189 Il 16 giugno era stato approvato il decreto del duce sul coordinamento delle disposizioni penali militari, con quelle emanate il 16 settembre del’43, citato in ivi, 63, p. 131,
190 Ivi, p. 132.
Jacopo Calussi, Fascismo Repubblicano e Violenza. Le federazioni provinciali del PFR e la strategia di repressione dell’antifascismo (1943-1945), Tesi di dottorato, Università degli Studi Roma Tre, 2018

Ricci aveva il sostegno di Heinrich Himmler, giacché il suo progetto era quello di dare vita ad un esercito al servizio del partito, ispirandosi alle famigerate SS, che controllasse tutte le forze di terra e che facesse capo ad un unico comando.
Paradossalmente, però, trovò delle contrapposizioni proprio tra gli alti militari che avevano aderito alla RSI, tra tutti possiamo ricordare Rodolfo Graziani al tempo Ministro della Difesa e Maresciallo d’Italia, questi avrebbero preferito un esercito nazionale e non partitico atto a reintegrare le truppe che erano state portate in Germania. I tedeschi però non vedevano di buon occhio una tale condizione e quindi la GNR non ricoprì ruoli militari, giungendo ad un compromesso istituendo anche quello che prenderà il nome di Corpo delle Camice Nere. Ricci rimase al comando direttamente sotto Mussolini. <47
L’idea era quella di un controllo capillare a livello territoriale, tramite i comandi locali e provinciali, che mantenevano però l’autonomia di azione.
La GNR era composta da sei reparti diversi che avevano varie legioni al loro interno. Ognuna di queste era focalizzata in un ambito specifico a coprire la rete ferroviaria e quella stradale, le strutture portuali, la rete Post-telegrafonica, così come i territori correlati a montagne e foreste e le frontiere.
Il fatto che la GNR non corrispondesse al dettaglio a ciò che volevano i nazisti fece sì che non fosse vista di buon occhio, tanto da arrivare a rifiutarle in più occasioni, supporti logistici e rifornimenti. Ad una chiara lamentela da parte di Mussolini direttamente al colonnello Jandl, giunsero dei rifornimenti che però si rivelarono inconsistenti in senso numerico ed a livello qualitativo. <48
Nel 1944 tale struttura venne conglobata nelle Forze Armate, diventando un ente accostabile ai Carabinieri con un decreto ministeriale, continuando a sostenere i tedeschi dietro la linea di fronte; il Comando diretto passò a Mussolini e Ricci rimase come una sorta di vice. <49
Nell’agosto del 1944 vennero istruite per contrastare i paracadutisti e l’aviazione, le divisioni GNR Etna comandata dal generale Violante e quella chiamata Vesuvio.
Nonostante i tentativi di miglioramento però, i limiti della GNR vennero alla luce con il crollo della Linea Gustav, sia a livello politico che operativo, rovinò quindi l’idea che tale organizzazione fosse il massimo come organismo per la sicurezza.
Sempre durante l’estate del 1944 la GNR venne drasticamente decimata numericamente, giacché vennero sciolti molti presidi territoriali, inoltre, non si era soddisfatti del comportamento dei Carabinieri, che venivano giudicati non affidabili, per la loro fedeltà al re, quindi il 5 agosto i vertici tedeschi, una volta che ebbero capito che gli elementi della MVSN erano in minoranza e che spesso i carabinieri collaboravano (e in alcuni casi si univano) con la guerriglia partigiana, decisero di procedere con una generale azione di disarmo e cattura dei carabinieri stessi.
I numeri sono terrificanti: su un totale di 11.000 carabinieri che prestavano servizio nell’estate del 1944, più della metà subirono l’arresto. Di questi ne rimasero in servizio, pur non essendo più carabinieri, solo 1400 e vennero comunque utilizzati solo per mansioni burocratiche. <50
L’eliminazione dell’Arma gettò la GNR in una profonda crisi; venne quindi creato un nuovo emendamento volto ad una riorganizzazione, dalla quale furono eliminate le funzioni di polizia, facendo divenire quest’ultima la prima Arma combattente dell’Esercito repubblicano, composta da 35.000 uomini, più 11.000 nelle sezioni dei giovani.
La GNR continuò comunque a combattere sebbene non avesse più una capacità di controllo territoriale soddisfacente, con l’avvicinarsi della sconfitta iniziarono ad arrendersi, concludendo le attività nei giorni 26 e 27 aprile 1945, sciogliendosi definitivamente tra il 28 aprile e il 5 maggio dello stesso anno.
[…] Un altro gruppo paramilitare della RSI fu quello denominato Brigate Nere: prese vita il 30 giugno del 1944 e perdurò fino alla fine del conflitto.
Venne istituito con il decreto legislativo 446-XXII e chiamato: Corpo Ausiliario delle Squadre d’Azione delle Camicie Nere ed era formato da soggetti volontari iscritti al Partito Fascista Repubblicano.
Le Brigate Nere erano formate da una Brigata per ogni provincia nel territorio controllato dalla RSI, per un totale di 41.
A queste erano state accostate sette Brigate autonome e otto Brigate mobili, delle quali una alpina. Le federazioni provinciali divennero comandi di Brigata, controllati da segretari federali, contemporaneamente la segreteria nazionale del PFR veniva gravata delle funzioni di Ufficio di Stato Maggiore del Corpo.
Il comandante generale fu il segretario del partito Alessandro Pavolini. <52
Con l’aumento delle attività della Resistenza erano nate spontaneamente una serie di aggregazioni squadriste atte al sostegno volontario alla RSI; tra i tanti gruppi si possono citare: la Squadra d’azione Garibaldi, il Reggimento Federale Carroccio nella città di Milano e la Xª Legione a Bologna. Dato che non erano controllate né dalle questure repubblicane tantomeno dalla GNR, ma sottostavano alle Federazioni del Fascio, si decise di riunirle sotto un’unica denominazione.
Le BN avrebbero dovuto sopperire alle mancanze della GNR nella contrapposizione ai Gruppi d’Azione Patriottica e al CLN, diventando una vera e propria polizia politica che aveva anche il compito di proteggere i funzionari politici accostando la GNR nel controllo dell’ordine pubblico, alla fine del 1944 divenne un organismo militare. L’idea era quella che ogni Federazione avrebbe dovuto essere formata da 1400 uomini, ordinati in una compagnia comando e tre battaglioni operativi formati ognuno da quattro compagnie. <53
Tuttavia, la complicazione derivò dall’esiguità degli uomini disponibili; tale problematica fu imputata alla richiesta di volontarietà dei soggetti iscritti al Partito, tanto che furono emesse delle circolari nelle quali si sosteneva che l’iscrizione al Partito Fascista Repubblicano per gli uomini tra i 18 e i 60 anni era soggetta alla domanda di reclutamento nelle Brigate Nere, giacché “non merita l’onore di militare nel partito chi non si senta di servirlo in armi”. <54
Veniva quindi evidenziato l’obbligo morale di arruolarsi. <55
In questo modo rimaneva ufficialmente la volontarietà ma di fatto era una vera e propria coercizione. <56
In ultimo si deve ricordare che gli appartenenti alle BN [Brigate Nere] presero il nome di squadristi per rievocare le squadre d’azione degli anni Venti, ed erano divisi in tre tipologie: i Volontari Permanenti, gli Ausiliari di pronto impiego e gli Ausiliari di 2ª categoria. Solo i primi avevano l’obbligo della divisa e della residenza in caserma o nelle Case del Fascio. Le altre due categorie si mobilitavano solo in situazioni di emergenza, questo venne determinato dalla scarsità di armi disponibili.
I membri delle BN erano forniti di tessere e avevano l’autorizzazione di girare armati e di non rispettare il coprifuoco. I Volontari Permanenti ricevevano uno stipendio di 200 Lire al mese. <57
La problematica della carenza di materiale sia a livello di armi che anche solo per i tessuti delle divise, sarà una costante. I tedeschi non supporteranno mai realmente tale associazione, come accadde con le altre, tanto che ad una specifica richiesta al comandante delle forze tedesche in Italia, Albert Kesselring, questi oppose un netto rifiuto alla fornitura di armi, senza dare giustificazioni. Un appoggio minimo giunse dal generale Karl Wolff, comandante delle SS e della polizia tedesca nell’Italia settentrionale, che dopo una lunga attesa, nel luglio 1944 autorizzò una consegna di 3000, che avrebbe dovuto essere seguita da altre 7000 armi da fuoco, cosa che non avvenne mai.
Ma non mancavano solo le armi, anche le uniformi, le derrate alimentari, le strutture logistiche e il carburante erano carenti. Praticamente i membri delle BN dovettero sempre arrangiarsi nel reperimento del materiale, dato che, anche dal Governo italiano veniva favorita prima la GNR. Mancando le divise la unica regola era quella di camicie o maglioni neri e di cordelline poste sulla spalla destra che indicavano le funzioni di comando. <58
Nel mese di gennaio 1945 le BN vennero organizzate a livello gerarchico con gradi permanenti, affini a quelli della GNR. Il servizio prestato dalla BN non fu molto efficiente, proprio a causa di queste limitazioni. Ciò non toglie che furono tra le formazioni più ideologizzate della RSI, i membri perlopiù avevano ripiegato su tale struttura dopo essere rifiutati dalle Forze Armate o dalla GNR, si trattava comunque di elementi ideologicamente radicalizzati e mossi da odio nei confronti di chi aveva tradito il credo fascista, si trattava quindi di soggetti difficilmente controllabili, con poca disciplina ed una estrema violenza negli abusi. <59
Le BN quindi si resero immediatamente invise alla maggioranza del popolo italiano, così come paradossalmente alle autorità. Furono molti i soggetti sottoposti a Commissioni Disciplinari con l’accusa di abusi e violenza. Furono comunque molto attivi e caratterizzati dall’estrema ferocia, nella lotta alla Resistenza, soprattutto in Toscana, Piemonte e alta Lombardia, rendendosi utili agli scopi repressivi della dittatura. <60
[NOTE]
47 Patrizia Dogliani, Il fascismo degli italiani: Una storia sociale, Utet, Torino, 2014.
48 Ibidem.
49 Ibidem.
50 Patrizia Dogliani, op. cit.
52 Giuseppe Rocco, L’organizzazione militare della RSI sul finire della Seconda guerra mondiale, Greco e Greco Editore, Milano, 1998, p. 209 e ss.
53 Lazzaro Ricciotti, Le Brigate Nere, Rizzoli, Milano, 1983.
54 Ibidem.
55 Dianella Gagliani, Brigate nere. Mussolini e la militarizzazione del Partito fascista repubblicano, Bollati Boringhieri, Torino, 1999, p. 373.
56 Giampaolo Pansa, L’esercito di Salò, Mondadori, Milano, 1998, pp. 28-30.
57 Giampaolo Pansa, op. cit.
58 Paolo Marzetti, Uniformi e Distintivi dell’Esercito Italiano 1943-1945, Ermanno Albertelli Editore, Parma, 1981.
59 Giampaolo Pansa, op. cit.
60 Giampaolo Pansa, op. cit.
Marco Bardi, La Repubblica Sociale Italiana alla Spezia tra pratiche repressive e punizione dei crimini, Tesi di laurea magistrale, Università di Pisa, 2019

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La storia di Pio La Torre rappresenta, di fatto, un pezzo della storia di questo povero Paese

Oio La Torre ad un comizio. Fonte: Carlo Dore jr, art. cit. infra

L’essenza di questa storia è racchiusa nella forza di quattro parole, quasi sussurrate dal Generale Dalla Chiesa al termine dell’ennesimo funerale di Stato celebrato a Palermo nella primavera di trentacinque anni fa, nel pieno della mattanza scatenata dai Corleonesi per assicurarsi il controllo di Cosa Nostra. “Generale, perché hanno ammazzato Pio La Torre?”. “Per tutta una vita”.
Sì, per tutta una vita. Per tutta una vita, La Torre aveva alimentato quel maledetto ideale di giustizia appreso tra i contadini di Altarello di Badia, rivendicato nelle lotte per la distribuzione delle terre come nella battaglia contro la base di Comiso, e difeso con la stessa intensità tra la cella dell’Ucciardone e lo scranno di Montecitorio. Per tutta una vita, si era aggrappato alla forza di quell’ideale per denunciare l’evoluzione del fenomeno mafioso nella sua più pericolosa dimensione dei rapporti con il potere istituzionale ed economico, quale strumento di decuplicazione di ricchezze, privilegi e rendite di posizione; per tutta una vita, si era dannato nel tentativo di individuare quel colossale progetto politico in grado di ricondurre ad una matrice unitaria tutti i grandi delitti di Mafia. Per questo La Torre è morto: è morto perché non aveva rinunciato a combattere.
Per tutta una vita.
La storia di Pio La Torre rappresenta, di fatto, un pezzo della storia di questo povero Paese, vincolato per oltre mezzo secolo ad una conventio ad excludendum che, da Portella della Ginestra in poi, tollerava, in nome di inconfessabili interessi superiori, intersezioni neanche tanto celate tra forze di governo e mondo criminale: una storia di guardie e ladri, vittime e carnefici, giudici e spioni, lacrime e illusioni. In questo continuo intersecarsi di volti, vicende, atti di coraggio ed ipocrisie, la storia di La Torre incrocia quella del giudice Terranova, che per primo aveva tentato di trascinare i Corleonesi alla sbarra; quella di Luciano Liggio e dei suoi “canazzi da catena” Riina e Provenzano, futuri protagonisti della stagione di sangue destinata a concludersi con le stragi del 1993; quella di Salvo Lima, Vito Ciancimino e dei cugini Salvo, garanti degli equilibri tra potere politico, esigenze imprenditoriali e ambizioni mafiose saldatisi nella colata di cemento che fece seguito al “Sacco di Palermo” perpetrato alla fine degli anni ’50. Incrocia, soprattutto, la storia di una stagione nella quale la Mafia, lungi dall’assumere i connotati di un fenomeno penalmente rilevante, veniva descritta al massimo come uno stato sociale e ambientale, se non proprio liquidata alla stregua di “un’invenzione dei comunisti per infangare la classe dirigente che stava favorendo il progresso della Sicilia”.
Per tutta una vita, La Torre si era confrontato con questa realtà: da consigliere comunale, aveva denunciato le infiltrazioni mafiose nelle imprese appaltatrici delle grandi opere di urbanizzazione autorizzate da Lima e Ciancimino; da parlamentare, aveva ottenuto l’istituzione di una commissione parlamentare nella quale la Mafia veniva per la prima volta rappresentata al Paese in tutte le sue più autentiche articolazioni, nella sua dimensione di realtà non meramente sociale ma squisitamente criminale. Un lavoro di indagine, di conoscenza, di studio destinato ad influenzare in maniera determinante il contenuto della famosa proposta di legge n. 1581, volta non solo ad introdurre nel Codice penale il reato di associazione mafiosa – cristallizzando così lo “status” di mafioso in una specifica fattispecie di reato -, ma anche a colpire la Mafia nel cuore pulsante dei suoi interessi: il denaro. La ricerca del denaro, la conferma dell’esistenza di contiguità tra coppole e colletti bianchi ispira tanto le misure del sequestro e della confisca dei beni dei soggetti condannati per delitti di mafia, quanto le limitazioni al segreto bancario; soluzioni normative che si riveleranno decisive per assecondare l’intuizione successivamente sviluppata da Falcone e Chinnici: per ricostruire i progetti della Mafia, occorre seguire i soldi.
Era troppo, per Totò Riina che aspirava a completare a colpi di kalashnikov la sua ascesa al vertice di Cosa Nostra; era troppo, per quei settori della politica e dell’economia che avevano accettato la leadership dei Corleonesi all’interno della “zona grigia” di cui il pool di Caponnetto rivelerà in seguito l’esistenza. In quella primavera di sangue del 1982, con le strade di Palermo lastricate di cadaveri e il computo delle vittime drammaticamente aggiornato dalla prima pagina de “l’Ora”, Pio La Torre è uno dei primi a cadere, insieme al suo fidato autista Rosario Di Salvo. Lascia dietro di sé l’approvazione di una legge che porta il suo nome, e che scolpisce la parola “mafia” nella lettera del codice penale; le lacrime dei militanti di un partito che non lo aveva capito fino in fondo, nel suo disperato tentativo di “fare le analisi del sangue”alle imprese assegnatarie degli appalti pubblici; il ricordo struggente di Pertini e Berlinguer, accompagnato da quelle quattro parole sussurrate da Dalla Chiesa a margine dell’ennesimo funerale di Stato: “Generale, perché hanno ammazzato Pio La Torre?”. “Per tutta una vita”.
Carlo Dore jr (Trentanove anni, cagliaritano, dottore di ricerca, ricercatore universitario), “Per tutta una vita”: un ricordo di Pio La Torre, Articolo Uno, 29 aprile 2017

Il 1982 segnò, attraverso il sangue di due uomini delle istituzioni, un passaggio storico: l’approvazione della legge che, sul modello del RICO (Racketeer Influenced and Corrupted Organization act) statunitense inseriva nel codice penale per la prima volta il reato di associazione mafiosa, prevedendo sia severe pene carcerarie sia la confisca dei beni acquisiti dai mafiosi con mezzi illeciti. Il primo delitto fu, il 30 aprile del 1982, quello di Pio La Torre, dirigente comunista con una lunga storia di militanza che lo aveva portato fin da giovane sindacalista a confrontarsi con le minacce e la violenza mafiosa nel periodo delle lotte contadine del dopoguerra. Difatti La Torre era andato a sostituire Placido Rizzotto alla Camera del Lavoro di Corleone dopo la sua scomparsa <352. Successivamente come politico aveva dato voce alle denunce contro il “Sacco di Palermo” e il sistema di potere che con esso si era arricchito. Dal ’72 parlamentare, era il primo firmatario della proposta di legge sul reato di associazione mafiosa: tornato in Sicilia negli anni ’80, sia sulla scia della recrudescenza della violenza mafiosa, sia per organizzare una mobilitazione pacifista contro il dispiego di nuovi missili nella base Nato di Comiso, rimase vittima di un attentato che coinvolse anche l’amico Rosario Di Salvo, volontario della sicurezza del PCI che lo accompagnava. La presenza al suo funerale fu il primo compito ufficiale del neoPrefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, reduce da un determinante successo contro il terrorismo e nominato dal governo per condurre la lotta alla mafie in questo contesto “emergenziale”.
Dalla Chiesa non ricevette un chiaro mandato, ebbe poco tempo, poco sostegno e pochi strumenti di lavoro: subito dopo la sua nomina, iniziò un’opera di delegittimazione nei suoi confronti. Della pericolosità di questa situazione il generale era consapevole, avendo conosciuto la mafia negli anni ’50 come Capitano dei carabinieri – si era occupato tra le altre cose delle indagini sull’omicidio Rizzotto – ma soprattutto avendo combattuto il terrorismo: riteneva che fosse cruciale l’effettivo sostegno sia da parte della politica sia da parte dell’opinione pubblica. Per questo, ebbe molta attenzione a selezionare le frequentazioni nel periodo palermitano, e iniziò a incontrare i giovani studenti nelle scuole. La sua strategia, annunciata in un intervista a Giorgio Bocca, era quella di intensificare i pattugliamenti di polizia, in modo che lo Stato potesse essere più visibile e presente a tutela dei cittadini; affermò poi la centralità di perseguire i patrimoni dei mafiosi, portando alla luce gli investimenti che erano stati fatti in tutto il paese. La sua vita, insieme a quella della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente di scorta Domenico Russo, fu stroncata in una sparatoria la sera del 3 settembre 1982.
L’intensità e la brutalità di queste violenze, ebbero anche un’altra conseguenza: resero fragile l’immagine della “mafia che protegge” mentre resero più visibile la presenza di uomini “giusti” a cui era possibile affidarsi e fare riferimento nelle istituzioni statali. Da una parte fu espressa un’importante reazione dell’opinione pubblica a quest’ultima ed ennesima strage: si diffusero diverse manifestazioni in tutta Italia, si crearono dei comitati soprattutto tra Palermo, Napoli e la Lombardia e il parlamento approvò all’unanimità la proposta di legge presentata da Pio La Torre, attraverso la quale veniva riconosciuta l’esistenza di mafia e camorra come organizzazioni criminali. Inoltre, sia Cosa nostra che la camorra espressero importanti “pentiti”, o meglio affiliati che infrangendo il patto di sangue con l’organizzazione criminale, decisero di collaborare con lo Stato. Ciononostante, e anzi come tentativo di ripristinare una situazione di impunità per i mafiosi, la violenza mafiosa contro agenti dello Stato continuò ancora con grande intensità <353.
[NOTE]
352 Le spoglie di Placido Rizzotto sono state ritrovate nella foiba di Rocca Busambra, nei pressi di Corleone, solamente nel luglio del 2009. Rizzotto, partigiano poi sindacalista della Camera del Lavoro di Corleone, era stato ucciso il 10 marzo del 1948 su mandato del boss Michele Navarra, per le sue lotte per il movimento contadino e l’occupazione di terre. Giuseppe Letizia, un pastore tredicenne che aveva assistito all’omicidio, fu ucciso tre giorni dopo nell’ospedale sempre su ordine del boss nonché medico Navarra: alla clinica era stato portato dai genitori poiché in stato di delirio e shock.
353 In Sicilia tra il novembre ’82 e l’aprile ’85 vennero uccisi l’agente Calogero Zucchetto; il Procuratore capo dell’Ufficio istruzione di Palermo Rocco Chinnici (nella strage di via Pipitone Federico oltre ai feriti, furono uccisi dallo scoppio dell’autobomba anche due carabinieri della scorta e il portinaio); il tritolo destinato al procuratore Carlo Palermo uccise Margherita Asta con i suoi due figli.
Elena Gazzotti, Fuori dal limbo. Teorie e direzioni progettuali di resistenza alle mafie, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, 2016

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Frausin si presentò all’appuntamento, fu caricato su un camion e portato via

L’Unità, 17 gennaio 1950. Fonte: Clionet

Nell’ambito della storia della Resistenza locale, che fu costellata di innumerevoli tragedie (arresti, deportazioni, assassini e delazioni), spesso alcune vicende vengono strumentalizzate a scopo propagandistico e nazionalistico in senso anti-jugoslavo. Una delle storie ricorrenti di questo tipo di strumentalizzazione è la triste vicenda del dirigente comunista Luigi Frausin, che fu arrestato nell’estate del ‘44 nel corso di un’imponente azione repressiva antipartigiana operata dall’Ispettorato Speciale di PS, cioè la famigerata “banda Collotti”.
È “voce” (e specifichiamo: solo di “voce” si tratta, senza alcun riscontro storico) ricorrente che Frausin sarebbe stato arrestato in seguito ad una delazione operata da non meglio precisati “partigiani slavi” che avrebbero tradito Frausin perché si era posto in contrapposizione alle “mire jugoslave su Trieste”, cioè sarebbe stato contrario all’annessione della provincia di Trieste alla Jugoslavia dopo la liberazione dei territori dal nazifascismo.
Che si tratti solo di una “voce”, che come tutte le “voci” non dimostrate è incontrollabile per il male che può fare a livello di rapporti interetnici e politici, dovrebbe essere ben chiaro a chiunque abbia solo una minima conoscenza di quel periodo storico. Ma dato che purtroppo sono molti pochi coloro che hanno questa conoscenza, sono quindi molto pochi anche coloro che, sentendo queste affermazioni infamanti, possono essere in grado di smentirle.
Per questo motivo riassumeremo qui brevemente la storia dell’arresto di Frausin, com’è stata descritta da alcuni storici che si sono basati anche su circostanze processuali oltre che su testimonianze dell’epoca.
Luigi Frausin, nome di battaglia “Franz”, nato a Muggia (una cittadina costiera a pochi chilometri da Trieste il 21/6/98), fu dirigente del Partito Comunista di Trieste. Partigiano del CLN triestino, organizzò le formazioni partigiane della Venezia Giulia. Ucciso l’1/12/44 in Risiera, gli fu conferita nel dopoguerra la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.
Il suo arresto, avvenuto il 24/8/44, seguì di pochi giorni quello del nipote Giorgio, cui era particolarmente legato, anch’egli partigiano, inquadrato della Brigata Garibaldi Trieste.
Frausin fu arrestato nel corso di un’operazione di polizia durata un paio di mesi che falcidiò il movimento partigiano triestino, provocando l’arresto di 75 persone, molte delle quali anche di etnia slovena e membri delle organizzazioni resistenziali facenti capo al Fronte di Liberazione – Osvobodilna Fronta (cioè l’organizzazione che, secondo la vulgata di cui si diceva all’inizio, avrebbe avuto interesse ad eliminare Frausin per le sue posizioni politiche). Ci riesce pertanto difficile credere che la realpolitik dell’O.F. arrivasse a far arrestare tanti propri collaboratori solo per poter eliminare un dirigente politico che si trovava in disaccordo su una cosa della quale si sarebbe comunque dovuto discutere in tempi non tanto vicini. Ed inoltre bisogna ricordare che la posizione di Frausin rispetto alla futura appartenenza politico-amministrativa della Venezia Giulia non era assolutamente di rottura con i dirigenti jugoslavi.
Leggiamo ora quanto appare in un “Estratto” compilato dal dirigente comunista Giorgio Iaksetich, così come riferito da Rodolfo Ursini-Ursic, a proposito di questa ondata di arresti.
< Egli (Iaksetich, n.d.r.) rilevava che l’operazione della Polizia aveva avuto inizio nel rione di San Giovanni, estendendosi poi a tutta la città – colpendo in particolare San Giacomo – nonché a Muggia ed a Monfalcone. A partire dall’arresto di Giorgio Frausin, il 22 agosto 1944, gli arresti procedono a valanga. Dopo pochi giorni, viene decapitato l’organo centrale del Partito del Litorale, con l’arresto di Luigi Frausin. Segue una breve pausa. La Polizia vuol vedere chi sostituirà Luigi Frausin nella carica di segretario, prima di continuare negli arresti. Ed infatti non appena Vincenzo Gigante subentra a Luigi Frausin, pochi giorni dopo viene arrestato. Altra breve pausa. Ermanno Solieri subentra a Gigante: poco dopo viene arrestato. Così pure vengono arrestati tutti i componenti della Sezione stampa e propaganda assieme al responsabile della stessa, Luigi Facchini. L’ultimo dei dirigenti della Federazione ad essere arrestato senza neppur riuscir ad assumere formalmente la carica di segretario, era stato Alfredo Valdemarin, ritornato al lavoro clandestino, dopo alcuni mesi di “brigata”, su sua richiesta, dopo l’ecatombe di tutti i quadri del PCI della zona >.
Sullo specifico arresto di Frausin, Iaksetich riferì quanto gli aveva detto un altro dirigente comunista, Vincenzo Gigante (anch’egli arrestato nell’operazione dell’estate del ‘44), e cioè che il 24/8/44 < alle 14.30 Luigi Frausin ha un appuntamento alla fine di via Pindemonte sopra la Rotonda del Boschetto con uno che doveva dargli notizie del nipote Giorgio > . Frausin si presentò all’appuntamento, fu caricato su un camion e portato via.
Rodolfo Ursini-Ursi prosegue così.
< La Polizia, dopo aver fatto “piazza pulita” nelle fila della “resistenza” italiana a Trieste e provincia, diede il via alle operazioni contro quella slovena. A differenza di quanto era accaduto per i GAP, essa non era riuscita ad infiltrarsi nel VOS e nel suo “braccio armato”, VDV. Pertanto la furia poliziesca si era abbattuta subito, fin dal principio, sul massimo organo del KPS a Trieste. Coinvolgendo per una pura fatalità, pure il segretario organizzativo del Comitato del KPS per il Litorale sloveno, Anton Velušcek, arrestato per l’appunto assieme a Franz Segulin >.
Troviamo a questo punto anche un commento rispetto all’argomento del nostro articolo, cioè la mai sopita polemica che attribuisce a “delazioni slave” gli arresti di Frausin e degli altri dirigenti del PCI italiano, in quanto considerati “non favorevoli” alla politica della Resistenza jugoslava.
Dopo avere riportato le sopra citate parole di Iaksetich, Ursi riscontra un < incredibilmente basso livello del rispetto delle più elementari norme cospirative che regnava nell’organizzazione del PCI di Trieste e provincia e della totale irresponsabilità del capo che avrebbe dovuto presiedere alla “sicurezza” dell’organizzazione e dei suoi dirigenti. Pertanto è sbalorditivo quanto detto da Don Marzari, Giovanni Paladin, Carlo Schiffrer, Vittorio Vidali, Mario Colli, che con una leggerezza stupefacente, si riempirono la bocca – i due ultimi assieme ad altri “eminenti stalinisti” triestini dell’epoca – con asserite “delazioni slave” a danno di Luigi Frausin e di altri dirigenti del PCI del Litorale. Ho già evidenziato (…) come Collotti non avesse nessun bisogno dei “nazional-comunisti slavi” per metter le mani sui dirigenti comunisti di Trieste con alla testa Frausin > .
Per quanto concerne la responsabilità concreta dell’arresto di Frausin, lo storico (sicuramente non sospettabile di simpatie “slavocomuniste”) Galliano Fogar scrive: < probabilmente il delatore di Frausin fu un ex ufficiale partigiano della Garibaldi-Trieste passato al nemico (…) Frausin fu atrocemente quanto inutilmente torturato sia dal Collotti che dalla Gestapo. Al processo della Risiera la vedova (…) raccontò che un suo cugino, rinchiuso in una cella del comando SD-SIPO in piazza Oberdan, vide Frausin in condizioni pietose da far ritenere che poca vita gli restasse > . Stando a quanto emerso in un processo celebrato nel 1946, il traditore del Battaglione partigiano triestino, responsabile dell’arresto di Frausin e dei due fratelli Gaspardis , sarebbe stato identificato in un certo Enzo Marsich (o Marsi), detto “Giulio”, che aveva abitato in via Diaz 10 assieme alla sua amante Mirella Pizzarello, confidente della SS e dell’Ispettorato, responsabile degli internamenti del dottor De Manzini e del maggiore Gaspare Canzoneri. Condannato il 22/3/46 dalla Corte Straordinaria d’Assise a dieci anni < come delatore stipendiato dalle SS >, Marsich fu successivamente amnistiato. Inoltre la Corte < giudicò però insufficienti le prove relative alla delazione e alla cattura del Frausin di cui il Marsi si era vantato > .
È curioso che nell’elenco reso pubblico degli appartenenti alla struttura “Gladio” appaia anche un Enzo Marsi, di Trieste, che ha però un’altra data di nascita.
Queste le risultanze storiche di pubblico dominio. Come abbiamo visto, non c’è alcuna prova, od indizio, che l’arresto di Frausin possa essere attribuito a “delazione slava”: ciononostante questa “bufala” continua ad essere diffusa da divulgatori storici o rappresentanti politici, che, peraltro, al di là della “voce” pura e semplice, non hanno mai portato alcuna prova.
Redazione, Il caso Frausin, La Nuova Alabarda, Ottobre 2005

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