Le nuove generazioni italo-americane identificavano nella figura di Joe Di Maggio la propria aspirazione di adattamento all’American way of life

Il fascismo pensava la comunità italiana all’estero come un organismo compatto e unito a carattere nazionale, che doveva fondere le piccole associazioni etniche, espressione dei localismi tipici dell’emigrazione italiana di massa.
La Casa d’Italia, cioè l’edificio pensato per il ritrovo degli italiani in cui avevano talvolta sede alcune associazioni di immigrati, doveva rappresentare il riferimento della comunità, dal momento che in essa «è sempre presente un tricolore, e accanto al Crocifisso sono sempre in onore le effigi del Re e del Duce». Grande importanza aveva anche il dopolavoro che, organizzato sulla base delle caratteristiche locali, doveva organizzare il tempo libero dell’immigrato, coinvolgendolo fascisticamente in attività sportivo ricreative e di apprendimento della lingua italiana.
La propaganda fascista rivendicava la propria capacità di aver favorito l’unione degli italiani all’estero, anche se in realtà spesso il regime provocò spaccature nelle comunità fra sostenitori e oppositori di Mussolini.
Negli Stati Uniti, dove l’associazionismo era fortemente caratterizzato a livello locale, la stampa etnica filo-fascista promosse a modello la coesione fra il duce e il popolo italiano; questo, però, non impedì accesi scontri come a Detroit, dove le attività del console Giacomo Ungarelli per fascistizzare la Little Italy provocarono un’aspra reazione degli antifascisti locali.
[…] Nel ventennio in cui Mussolini rimase al potere la comunità italo-americana modificò molto la propria fisionomia. All’inizio degli anni venti i figli degli immigrati italiani di prima generazione risultavano già più numerosi dei loro genitori e la maggior parte di essi giunse alla piena maturità nei primi anni quaranta. Si trattava di una generazione dall’identità ibrida, intrisa dei valori «italiani» dei genitori e di quelli «americani» propri del contesto in cui crescevano e dell’istruzione scolastica che veniva loro impartita. Non pienamente accettati dalla società americana Wasp per la loro condizione di “dagoes”, gli italo-americani di seconda generazione vissero anni di ambivalenza e marginalità sociale, costretti fra le tradizioni contadine dei genitori, che enfatizzavano il ruolo del nucleo familiare, e i modelli consumistici americani che spingevano, invece, verso l’emancipazione dalla famiglia. Se da un lato la famiglia patriarcale italiana imponeva il controllo dei comportamenti economici e sessuali dei figli, dall’altro le seconde generazioni italo-americane si orientavano verso la progressiva assimilazione nella società statunitense, vestendo all’americana, facendo sport, ascoltando musica e guardando i film di Hollywood.
Tale situazione provocò il disappunto della prima generazione che si rifugiò in un’immagine mitizzata della vecchia Southern Italy, «a place without history» in cui si conservavano valori ormai persi oltre oceano a causa del «demone» americano, che induceva i giovani al libertinaggio e al vizio.
Contemporaneamente le nuove generazioni italo-americane identificavano nella figura di Joe Di Maggio la propria aspirazione di adattamento all’American way of life. Figlio di immigrati italiani, Di Maggio divenne un eroe del baseball statunitense salendo anche agli onori delle cronache per una relazione sentimentale con la nota attrice Marylin Monroe. Nell’immaginario popolare egli rappresentò il “dago” che, superando i tradizionali pregiudizi anti-italiani, era riuscito ad affermarsi nella società statunitense ottenendone il rispetto e l’ammirazione.
Matteo Pretelli, Cultura e lingua italiana come strumenti di propaganda fascista e affermazione d’italianità fra gli immigrati italiani e i loro figli negli Stati Uniti d’America, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Trieste, 2005

A tentare di trasformare lo sport in un fenomeno sociale di massa in Italia, come strumento di controllo, era stato il regime di Mussolini, proponendolo, allo stesso tempo come vetrina internazionale della superiorità della razza italiana e dell’ideologia fascista (De Grazia 1992; Dogliani 2000; Martin 2006; Giuntini 2009; Landoni 2016).
Il modello di sport in camicia nera attirò, sul momento, l’interesse e l’ammirazione, anche degli Usa e della comunità degli italo americani, in occasione delle Olimpiadi di Los Angeles del 1932.
L’attenzione per lo sport italiano, dopo il 1929, considerato maturo e d’avanguardia, da parte di una componente della cultura americana, indirettamente, rimandava ad un interesse ben più sostanziale, per il sistema delle corporazioni, come possibile soluzione per la crisi economica, poi individuata nel New Deal (Palla 1992).
Declinò, così, anche la curiosità per lo sport fascista negli Stati Uniti, nel breve volgere di pochi anni. All’interno della comunità degli italo americani, quindi, lo sport divenne sì un fenomeno rilevante, ma di integrazione culturale nella società statunitense.
Il tema dell’eroismo associato all’impresa sportiva, enfatizzato dal regime fascista a fini politici, e sviluppato anche in America in modo originale, finì per coinvolgere i primi atleti italo americani.
All’interno della comunità degli italo americani, quindi, lo sport divenne sì un fenomeno rilevante, ma di integrazione culturale nella società statunitense. Il tema dell’eroismo associato all’impresa sportiva, enfatizzato dal regime fascista a fini politici, e sviluppato anche in America in modo originale, finì per coinvolgere i primi atleti italo americani.
Esemplare il caso e la figura di J. Di Maggio. Di origine siciliana, divenne una icona dello sport nazionale a stelle e strisce come il baseball (Rader 1993). In Di Maggio la categoria del campione e dell’eroe trovarono una compiuta realizzazione, fino al suo matrimonio con l’icona della bellezza del tempo, M. Monroe, richiamante, per certi versi, i protagonisti del romanzo di Roth Pastorale americana.
Legata proprio al football, lo sport di Pastorale americana, emerse un altro storico esempio di italo americano di successo, come Vince Lombardi, a cui non fu affidato il ruolo di atleta eroico, ma di guida, in qualità di coach, capace di portare la sua squadra, i Green Bay Packers, ben cinque volte al titolo negli anni sessanta, fino al punto di vedersi intitolare il trofeo più ambito, nella sfida del Superbowl (Piasio 1999; Marannis 1999).
Di Maggio, come Lombardi, erano americani, non italiani, ormai completamente osmotici al modello a stelle e strisce, praticanti i più americani degli sport (Cramer 2000).
Per certi versi il mito Di Maggio era servito per mostrare alla società statunitense il grado di affidabilità degli italiani come buoni americani, aprendo la strada a generazioni di campioni italo americani nelle varie discipline e uomini di successo nel mondo della politica, della cultura e dell’economia.
Altri eroi sportivi italo americani contribuirono, in tal senso, al compiuto inserimento nella società d’oltre oceano della comunità italiana ivi emigrata.
In alcuni casi, tuttavia, i tratti tipici dell’italianità emersero in modo riconoscibile e distintivo, assumendo grazie allo sport un certo grado di consacrazione. Non perché si trattasse di sport “italiani” ma, piuttosto per il modo di interpretare tali discipline sportive all’italiana.
Emblematico fu il caso del pugilato, in cui la caparbietà, lo spirito di sofferenza e di sacrificio degli italiani vennero issati a modello vincente nella società Usa. I pugili italo americani, erano prima di tutto americani, ma si distinguevano per il loro tratto sportivo italiano, basato su valori quali la forza di volontà, la determinazione, la capacità di sopportare le sofferenze e sacrificarsi.
Esempi ne furono Rocky Marciano e Jack La Motta, talmente eroici per le loro gesta, al punto da divenire soggetto di due celebri film come Lassù qualcuno mi ama con P. Newman e Toro scatenato con R. De Niro, fino a ispirare una saga “epica” come Rocky Balboa, di S. Stallone, non casualmente altro italo americano.
Se paragonata alla storia di Primo Carnera, evidente appare la differenza: in questo caso un pugile italiano e le sue gesta vennero usati come elemento di propaganda estera dal regime fascista, finendo per scomparire, una volta iniziato il suo declino sportivo (Marchesini 2009); i pugili italo americani, invece, elevarono il loro tratto italiano al servizio della nazione ospitante, per entrarne a far parte stabilmente, contribuendo a spianare la strada ad intere generazioni future di italo americani di seconda e terza generazione, non solo e non tanto come sportivi, ma finalmente semplicemente come americani.
Saverio Battente, Eroismo sportivo. Emigrazione ed immigrazione tra cultura nazionale e società multietnica nella storia d’Italia: esperienze a confronto in (a cura di) Raymond Siebetcheu, Dinamiche sociolinguistiche e didattica delle lingue nei contesti sportivi, Edizioni Università per Stranieri di Siena, 2020

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E proprio dello scandalo si serve Vitaliano Brancati come sottile arma dell’ironia

Esiste una stretta connessione, secondo la maggior parte della critica, tra il tema politico e quello del gallismo nelle opere brancatiane, sia quelle giovanili che quelle più recenti. Nonostante il gallismo emerga maggiormente nei tre romanzi Don Giovanni in Sicilia, Il bell’Antonio e Paolo il caldo, romanzi che, appunto, costituiscono la “trilogia del gallismo”, e nella commedia La governante, è nei romanzi giovanili L’amico del vincitore e Singolare avventura di viaggio che esso inizia a prendere forma, come rileva Giuliano Manacorda, il quale ammette che il fascismo coincide con il gallismo. Quest’ultimo, per Manacorda, consiste «nella metafora della società fascista tronfia e vanagloriosa, millantatrice di avventure impossibili, conquistatrice a parole del mondo» <65 che ha affascinato lo scenario italiano.
La notorietà di Vitaliano Brancati è soprattutto legata al tema del gallismo che, per la maggior parte della critica, lo rende addirittura, come afferma Giulio Ferroni, «una “caratteristica” della letteratura, un “minore” attento più a tracciare figurine paradossali di siciliani variamente allupati, ossessionati dal desiderio della donna, e soprattutto dal piacere di discorrere sulla donna». <66
Secondo Vitaliano Brancati, “il gallismo consiste principalmente nel dare a intendere di essere in possesso di una straordinaria forza virile. Molti uomini italiani sono bruciati da questa smania, e in modo particolare gli uomini politici. Mussolini sarebbe ‘durato’ pochi mesi, se fosse stato un impotente o un casto. Hitler non fu preso sul serio per parecchio tempo in Italia, a causa principalmente di una voce che correva sulle sue prerogative maschili”. <67
Quindi il gallismo può essere interpretato come tutto quello a cui qualsiasi uomo aspira, anche se spesso, come è stato per il fascismo, ne consegue la delusione nel momento in cui non si ottiene ciò che si desidera. Questo va a confermare «l’atteggiamento di potenziale consenso verso il regime dei casti amatori del Don Giovanni in Sicilia e il potenziale e scandaloso dissenso dell’inettitudine sessuale di Antonio Magnano ne Il Bell’Antonio». <68
Secondo Emilio Cecchi, il gallismo può essere considerato una «festosa trasposizione di motivi di costume locale in stile balletto o d’opera giocosa, in una prosa di letteratura giornalistica, scanzonata e beffarda, saturata di sensualità vigorosa resa più ghiotta con i condimenti di un indiavolato e tuttavia innocente scandalismo». <69
E proprio dello scandalo si serve Vitaliano Brancati come sottile arma dell’ironia per beffeggiare quella società un po’ bigotta e conservatrice, tipica soprattutto dei paesi del sud Italia, che egli critica fortemente, come tutto ciò che inneggia il fascismo: giovinezza, violenza, obbedienza, nazionalismo e conformismo.
Marco Romanelli ha messo in risalto l’equivoco, da parte della critica, secondo cui il percorso di Vitaliano Brancati incentrato sul gallismo avesse delle fratture. In un primo momento lo scrittore annulla «la sensualità nel grottesco del gallismo (Don Giovanni in Sicilia, I Piaceri, Don Giovanni Involontario)», per proseguire, successivamente, all’esaltazione della donna «in cui predomina la categoria del “candore” (Agata Borrello nelle Nozze difficili, Barbara Puglisi ne Il Bell’Antonio)», terminando con il riconoscersi nell’opposizione «tra Eros e Logos, che tende ad individuare nel sesso la disfatta della ragione (La governante, Paolo il caldo)». <70 Romanelli, di contro, riconosce il gallismo in maniera determinante nel romanzo Don Giovanni in Sicilia e nella commedia Don Giovanni involontario e in maniera velata nella prima parte de Gli anni perduti e in alcune prose de I piaceri. Invece con Il bell’Antonio e Paolo il caldo Vitaliano Brancati si distacca dal tema del gallismo. Sono anni in cui si «definisce il suo antifascismo e si precisano i contorni dell’equivoco in cui è caduto». <71 E l’inganno a cui fa riferimento, quello del regime fascista, è strettamente connesso al gallismo.
Mentre nel romanzo del 1949, Il bell’Antonio, il gallismo può apparire, secondo Peritore, come «una metafora polemica e politica», <72 Paolo il caldo, il “romanzo di crisi”, è considerato dalla critica come il romanzo in cui il tema del gallismo si estende fino a identificarsi con altre forme: stupidità, rovina e senso della morte. Secondo Emilio Cecchi il gallismo si trasforma «in una malattia di natura diabolica. Paolo Castorini è un ossesso, un vero e proprio dannato». <73 Dello stesso parere è Enrico Falqui quando dice che in Paolo il caldo “tutta quell’orgia di gallismo, […] peggiorata dalla circostanza d’esser più fantastica che realizzata, più lambiccata che goduta, gli si era mutata in cupa ossessione. E dalla farsa della superpotenza era trascorso nella farsa dell’impotenza; dall’apoteosi all’ignominia; dal rigurgito di vita al rattrappimento della nevrosi; dall’elogio al disprezzo della carne”. <74
Forse, quindi, l’intento di Brancati era quello di venire fuori dalla ‘prigione’ del gallismo, in cerca di una salvezza a cui aspirava da tempo, come traspare anche nei precedenti romanzi: in Don Giovanni in Sicilia il gallismo è vissuto con spensieratezza dal protagonista e descritto con ironia dall’autore, ma nel finale quest’ultima lascia spazio alla sconfitta della sensualità; ne Il bell’Antonio lo scrittore assume toni tragici poiché il gallismo descritto è solo immaginato, non reale. È un ‘gallo’, quindi, quello che Brancati rappresenta sotto tre diversi aspetti: vitale in Don Giovanni in Sicilia, fittizio ne Il bell’Antonio ed espiato in Paolo il caldo, surrogato, probabilmente, dello stesso Brancati, che attraverso i suoi personaggi giunge alla purificazione dalle colpe del passato.
[NOTE]
65 P.M. SIPALA, Vitaliano Brancati, Firenze, Le Monnier, 1978, p. 120.
66 G. FERRONI, Lo scrittore più meridionale d’Italia, cit., p. XL.
67 V. BRANCATI, Diario Romano, in Opere, cit., p. 380.
68 MARCO MANOTTA, Il malumore del liberale. Vitaliano Brancati e il suo tempo, a cura di Neil Novello, Roma, Carocci editore, 2004, p. 76.
69 EMILIO CECCHI, Brancati e l’opera buffa, in «Corriere della Sera», 27 ottobre 1954.
70 MARCO ROMANELLI, L’equivoco di Brancati, in «Studi Novecenteschi», vol. 17, n° 39, giugno 1990, p. 168, https://www.jstor.org/stable/43449101 (data di ultima consultazione 25/08/2019)
71 Ibidem.
72 GIUSEPPE AMOROSO, Brancati, Firenze, Le Monnier, 1978, p. 106.
73 E. CECCHI, Paolo il caldo, a cura di Geno Pampaloni, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1975, p. XV.
74 Ivi, p. XVI.
Viviana Cannata, Vitaliano Brancati: itinerario critico tra Sciascia e Moravia, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari di Venezia, Anno accademico 2018/2019

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La tragedia della miniera di Monongah

Il 6 dicembre 1907 avviene una terribile esplosione nella miniera di carbone della Fairmont Coal Company, di proprietà della Consolidated Coal Mine of Baltimore. L’incidente provoca parecchie vittime prevalentemente d’origine italiana, ungherese e polacca. Tra gli italiani ci sono moltissimi molisani.
La commissione nominata dal Coroner titolare dell’inchiesta giudiziaria con il compito di identificare i morti parla di circa “350 scomparsi”. Il Monongah Mines Relief Committee, costituito per distribuire gli aiuti ai familiari degli scomparsi nel disastro, dopo complessi contatti con le autorità dei paesi di provenienza delle vittime ed elaborate ricerche, proporrà nel novembre del 2008 la cifra di 358, che resterà quella “ufficiale”. Ad essa aggiungeva l’indicazione di 250 vedove e di circa 1000 orfani, rimasti senza sostegno. La maggior parte degli scomparsi – 171 – risulterà essere di origine italiana, provenienti in grande maggioranza da regioni meridionali come il Molise (87), la Calabria (44), l’Abruzzo (14), la Campania (14), la Basilicata (6), la Puglia (1), ma anche da altri comuni del Piemonte (1), del Veneto (1), del Lazio (1). Tra le località di provenienza dei minatori, due comunità sono drammaticamente colpite: Duronia, in Molise, che nel disastro perde 36 dei suoi concittadini, e San Giovanni in Fiore, in Calabria, che ne vede scomparire 30.
Gli altri comuni molisani coinvolti sono: Frosolone (con 20 morti), Fossalto (8), Torella del Sannio (12), Bagnoli del Trigno (3), Vastogirardi (1), Pietracatella (7).
Per quanto riguardo il paese di Torella del Sannio, un’emigrato di prima generazione, intervistato durante la ricerca sul campo, racconta che suo nonno è morto durante l’esplosione. Dalla sua storia di vita si evince come la terribile sciagura che ha coinvolto i suoi predecessori abbia avuto delle ripercussioni anche sulla sua vita. La nonna, rimasta vedova, è tornata in Molise e questo ha reso difficile il ritorno dell’intervistato negli Stati Uniti. Si riporta un passaggio estrapolato dall’intervista.
D.: Mi puoi raccontare la tua storia?
R.N.: La mia storia è lunga. Noi eravamo in Italia e non facevamo quasi niente avevamo la terra, vigna, uliva, facevamo assai di quella roba mio padre l’aveva. E noi se vuoi sapere, mia madre è nata qua in America per questo io e mia sorella ci troviamo qua perché il padre di mia mamma è immigrato in West Virginia. Lui stava qua e mia nonna sarebbe stata e andata dopo con mia zia, una bambina che è nata in Italia se le portata qua. Poi è diventata incinta era mia madre che è nata in West Virginia e è scoppiata la miniera nel 1908 in West Virginia e ci sono stati 280 morti. C’è qualche altro del paese mio che forse lavora con lo Stato, con la provincia forse, che ha intervistato a mia sorella al paese e a mio cognato qua, tramite il computer, per la miniera perché erano 12 o 13 che sono morti e hanno fatto una lapide al paese con i nomi di questi che sono morti questo lo hanno fatto 7 o 8 anni fa. Mio nonno è morto in questo incidente a 24 anni. Io conoscevo le famiglie degli altri. So, allora, mia madre è nata qua in West Virginia è tornata in Italia aveva due anni e non è mai più venuta qua ed è morta in Italia. Tre sorelle e mia nonna sono tornate al paese ci avevano la terra e la campagna perché allora a quei tempi non c’era benefici qua, anzi si è svelato che hanno dato qualcosa per l’incidente ma roba di poco, forse la compagnia della Miniera per l’incidente ha dato qualcosa alle famiglie, hanno pagato il biglietto. Mia nonna, dunque, è tornata in Italia vedova e si cresceva le tre figlie poi è diventata malata pure essa, non so esattamente quando e le tre figlie sono rimaste da un fratello di mia nonna e sarebbe stato poi mio zio e questi qua, lui e la moglie, l’hanno cresciute alle figlie e poi sono cresciute e si sono sposate. Poi la storia mia è che la legge americana se eri nato in mezzo a questi numeri di anni pigliavi la cittadinanza dei tuoi genitori ma se sei nato prima o dopo a quella cifra che avevano non potevi venire. C’erano due sorelle, la legge era dal ’37 al ’42 una sorella essa era del ’38 e ci coglieva dentro però aveva finito i 21 anni di età e ha perso il diritto e la legge finiva nel ’42 io sono nato nel ’43 e per un anno ho perso il diritto di pigliare la cittadinanza di mia madre. So, a me mi hanno punito perché sono nato un anno più tardi (ride) hai capito! So mia sorella che era più piccola ha pigliato la cittadinanza e essa è venuta qua (…) <190
Dopo una lunga pausa di silenzio, a metà degli anni Cinquanta, sarà il reverendo Everett Francis Briggs, in servizio fino alla sua morte, avvenuta nel 2006, nell’area del West Virginia dove era avvenuto l’incidente minerario, a riaprire il caso adoperandosi per assistere, sia pure a distanza di mezzo secolo, i parenti degli scomparsi e costituendo una commissione avente il compito di erigere una statua commemorativa. Egli dirà che la presenza di lavoranti non registrati rende poco attendibili le stime ufficiali e che, in ogni caso, si deve realisticamente pensare a una cifra di scomparsi superiore alle 500 unità.
Qualche anno fa il periodico italo-americano “Gente d’Italia” è tornato sulla questione e ha condotto una vera e propria campagna volta a contrastare la secolare rimozione della vicenda e a sensibilizzare le autorità nazionali e locali, in Italia e negli Stati Uniti, sulla più grave tragedia mineraria accaduta negli USA e sul sacrificio che gli emigrati italiani hanno subito.
La questione delle responsabilità dell’incidente, evocata fin dalle prime ore dai parenti delle vittime e dagli altri minatori che vivono nella zona, viene ripresa ed enfatizzata dagli organi di stampa americani e da quelli italiani pubblicati negli USA. La voce più diffusa è che, essendosi succeduti alcuni giorni di festa per la ricorrenza di Santa Barbara, patrona dei minatori, e per quella di San Nicola, lo stesso giorno dell’incidente, i ventilatori siano stati fermati dalla ditta per risparmiare energia. I gas, in questo modo, si sarebbero accumulati nelle gallerie, con la conseguenza di favorire le esplosioni non appena ripresi i lavori di scavo. La Compagnia rigetta le accuse e ritiene che la vera causa delle esplosioni deve essere fatta risalire a disattenzione di qualcuno degli stessi minatori, che non avrebbe osservato le regole di sicurezza previste per lo scavo del minerale. Restano in campo, dunque, solo congetture, come quella che fa risalire l’incidente all’imprudenza di qualcuno dei “raccoglitori d’ardesia”, i giovani aiutanti dei minatori, o quella che collega l’innesco dell’esplosione al trancio di un cavo elettrico da parte di un carrello fuori controllo. Sul piano tecnico, anche se le formali conclusioni delle inchieste parlano di uno scoppio o di casuale incendio della polvere di carbone, l’ipotesi più compatibile con le gravi devastazioni verificatesi sembra quella di un’esplosione di grisou, che avrebbe provocato l’incendio degli strati di polvere sottile di carbone.
La sciagura ha un’enorme eco nell’opinione pubblica del Paese. All’epoca della tragedia di Monongah la legislazione sulla sicurezza nelle miniere degli Stati Uniti è assai carente, e tale rimane per lungo tempo. Nel 1910, sulla spinta del dramma di Monongah, il Congresso statunitense istituì il Bureau of Mines (Ufficio delle Miniere), ente del Department of the Interior (Ministero dell’Interno), allo scopo di condurre ricerche per ridurre il numero degli incidenti. A quel tempo gli Statunitensi considerano gli Italiani – e in particolare i meridionali – più simili ai neri che ai bianchi.
Nel 2007 è stato eretto – per la prima volta negli Stati Uniti – un monumento dedicato alle vedove e agli orfani di tutti i minatori morti in incidenti sul lavoro. La statua, “All’Eroina di Monongah” – per la quale il Comune di Falerna (CZ) ha erogato un contributo di 150,00 euro – in marmo di Carrara, è stata collocata presso il municipio della cittadina. Recentemente alcune testate giornalistiche destinate agli Italiani all’estero – fra cui il quotidiano “La Gente d’Italia” e il settimanale “Oggi7” – hanno meritoriamente contribuito a riportare alla luce questa triste pagina di storia italiana e a diffondere i risultati delle ricerche sulla catastrofe di Monongah. Recentemente è stato realizzato un film-documentario che ha attinto immagini storiche fornite dal Museo dell’Immigrazione di Ellis Island di New York, e da materiale fornito dal Museo dell’Emigrazione di Gualdo Tadino, dall’Istituto storico Ferruccio Parri di Bologna e dal Museo etnografico di Bomba. A Frosolone (Isernia), in piazza Municipio, un’epigrafe ricorda il sacrificio dei quattordici frosolonesi scomparsi nell’incidente. In Calabria la tragedia ebbe un tale effetto sulla comunità che ancor oggi, quando si vuole indicare un avvenimento particolarmente drammatico, si usa dire che è una minonga; a San Giovanni in Fiore tuttora si utilizza l’espressione non vado mica a minonga quando si vuole intendere che non si ha intenzione di scomparire senza lasciare traccia. Il 1 maggio 2009 il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha conferito la Stella al merito del lavoro alla memoria dei lavoratori deceduti il 6 dicembre 1907 nella miniera di carbone di Monongah.
190 Estratto dall’intervista n. 4, effettuata in data 19 luglio 2011. Per la versione integrale vedi l’allegato.
Paola Melone, Ver Sacrum dell’Italia del Sud. Emigrazione meridionale a New York: l’identità dei giovani italoamericani e il caso di studio del Molise, Tesi di dottorato, Università degli Studi del Molise, Anno Accademico 2011/2012

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La Camera del Lavoro invita i lavoratori ad essere vigilanti contro tentativi di provocazione che elementi estranei alla classe studentesca organizzano per fini politici

Roma: Palazzo Venezia

Le manifestazioni per gli eventi ungheresi videro in prima fila i neofascisti. Il 30 ottobre 1956, a Roma, circa cinquemila studenti delle scuole superiori decisero di disertare le lezioni e confluirono a piazza Venezia. Lì, «fomentati da attivisti missini e capeggiati all‘On/le Pino Romualdi e dal Consigliere Comunale Caradonna Giulio», diedero alla dimostrazione «una tipica impronta di manifestazione fascista, cantando inni del cessato regime» <434 nonostante le esortazioni della polizia a non farlo. La relazione del questore Musco è ricca di dettagli sullo svolgimento degli eventi: “Dopo aver tentato, invano, di superare gli sbarramenti di polizia disposti a protezione del palazzo DONGO in via delle Botteghe Oscure, si portavano in piazza Venezia, cercando di penetrare nell‘omonimo palazzo: anche questo tentativo veniva frustrato dall‘immediato intervento delle Forze di Polizia, che, nello stesso tempo, espellevano dal Palazzo quattro elementi, che, riusciti a penetrare come visitatori dell‘annesso Museo nell‘interno del Palazzo, avevano esposto, da una delle finestre, un drappo tricolore. Successivamente i dimostranti si allontanavano defluendo per Piazza Colonna e Via Nazionale, da dove facevano ritorno, in Piazza Venezia, sempre seguiti e controllati dalle Forze di Polizia, con le quali avevano uno scontro in via Quattro Novembre dinanzi all‘U.E.S.I.S.A., dove si rendeva necessario caricare per disperderli. Giunto il corteo a Piazza Venezia e visti inutili altri tentativi di penetrare nell‘interno di Palazzo Venezia, i dimostranti, ancora una volta, cercavano di superare gli sbarramenti di Polizia all‘altezza di Via delle Botteghe Oscure. Aizzati dagli attivisti e senza dubbio dai predetti ROMUALDI e CARADONNA, essi, al canto di inni fascisti e gridando invettive contro i comunisti e contro le stesse forze di Polizia impegnavano colluttazione con le forze dell‘ordine con lancio di sassi, bastoni e mazze di ferro. La Polizia, a questo punto, esaurite tutte le esortazioni, dopo i tre regolamentari squilli di tromba ed invito alla voce, si vedeva costretta, per evitare il peggio, a respingere con la forza la massa dei dimostranti, che, sempre lanciando sassi e tumultuando, si riversava sull‘Altare della Patria. Nell‘occasione venivano operati alcuni fermi fra i più accesi. […] Durante i tafferugli, nel corso dei quali le Forze dell‘Ordine hanno dato costante prova di senso di responsabilità, di equilibrio e della maggiore prudenza, subendo le esuberanze dei giovani per evitare più gravi incidenti, sono rimasti feriti o contusi N. 16 dipendenti ed alcuni fra funzionari ed Ufficiali di Polizia e dell‘Arma dei Carabinieri”. <435
Il 4 novembre 1956, mentre era in corso la crisi ungherese, il Msi svolse una manifestazione al teatro Adriano per le celebrazioni del 4 novembre, alla presenza di duemila persone. Secondo Musco, solo De Masarnich svolse un discorso pacato e misurato, mentre gli altri oratori si erano «trasportati su di un piano di smaccata apologia del fascismo, dando grossolane e fazione interpretazioni della situazione mondiale, riecheggiando i più vieti motivi della propaganda della repubblica di Salò» <436. Nel corso dell‘evento furono mandati saluti a Giulio Caradonna e agli altri fermati durante le manifestazioni dei giorni precedenti.
Queste giornate di cortei ebbero molto importanza per il Msi, che da un lato si impegnò per richiedere (senza successo) un dibattito parlamentare sugli eventi ungheresi, dall‘altro non fu estraneo ad azioni squadristiche contro sedi diplomatiche e centri culturali sovietici, scuole e università, «segnando una prima affermazione della piazza missina» <437.
Anche i democristiani, comunque, tentarono di mobilitarsi, ma con meno successo. Alcuni attivisti della Dc di Centocelle, ad esempio, hanno ricordato che “nel ‘56, quando scoppiarono i fatti di Ungheria, noi [giovani democristiani] andammo a finire tutti al commissariato, ci portarono via con le camionette, perché? Perché c‘era tutto quel fermento e noi eravamo tutti presi dal sacro terrore, no? Che il comunismo di un certo tipo, lo stalinismo oppressivo della realtà ungherese, portasse qualche danno anche da noi”. <438
Per quanto riguarda i partiti e le organizzazioni di sinistra, come accennato, gli eventi ungheresi ebbero una portata deflagrante. Il 3 novembre la Cgil, che non appoggiava l‘intervento sovietico, organizzò una sospensione del lavoro di cinque minuti «per i tragici avvenimenti di Ungheria, contro gli eccidi dei dirigenti sindacali e democratici e contro l‘aggressione colonialistica all‘Egitto» <439. Tuttavia, nei giorni successivi, si trovò in una situazione delicata: il pericolo, infatti, era quello di veder accomunate le sue posizioni con quelle dei missini. In vista del «corteo nazionale studentesco» del 7 novembre, quindi, la Cdl [Camera del Lavoro] emanò un comunicato in cui chiedeva di fare attenzione alle provocazioni: “L‘esperienza dei giorni passati dimostra che i dirigenti missini tentano di utilizzare le masse studentesche per trascinarle in manifestazioni provocatorie indirizzate contro le organizzazioni dei lavoratori. La Camera del Lavoro invita i lavoratori ad essere vigilanti contro tentativi di provocazione che elementi estranei alla classe studentesca organizzano per fini politici, e fa appello agli studenti di non prestarsi a essere cieco strumento di persone e di organizzazioni, che speculando su drammatici avvenimenti ungheresi, mirano a stornare l‘attenzione dell‘opinione pubblica dal reale pericolo di guerra, che si addensa sul Mediterraneo a seguito dell‘aggressione all‘Egitto”. <440
Mentre in Francia venivano assaltate le sedi del Parti communiste français (Pcf) e del quotidiano «L‘Humanité», suo organo ufficiale <441, la Cdl scrisse in un comunicato che anche in Italia «la campagna di stampa di odio, di rissa e di preparazione alla guerra, organizzata dai giornali fascisti e da quelli notoriamente finanziati dai gruppi monopolistici» aveva avuto lo scopo «di intralciare e possibilmente impedire l‘attività delle organizzazioni dei lavoratori, facendo ricorso all‘azione di aperta provocazione fascista»: «La reazione, una volta fallito l‘obiettivo che si era prefisso, attraverso le manifestazioni degli studenti, di creare una pubblica opinione contraria alle organizzazioni dei lavoratori, tenta di utilizzare i vecchi arnesi fascisti in manifestazioni di piazza, nell‘identico modo di come sono stati utilizzati in Francia» <442.
L‘11 novembre, si tenne di fronte alla Basilica di Massenzio una manifestazione a favore degli insorti ungheresi, in cui, davanti a circa quattromila partecipanti, intervenne il generale Giovanni Messe, che nel dopoguerra aveva iniziato una carriera parlamentare nelle fila dei monarchici. Al termine dell‘evento, un gruppo di circa cinquanta persone, con labari e rappresentanze delle varie organizzazioni combattentistiche, si spostò verso l‘Altare della Patria. All‘altezza di via Cavour, però, “buona parte dei convenuti che regolarmente defluivano dalla Basilica, eccitati da elementi estremisti, inseritisi nella manifestazione, tentavano di superare lo sbarramento delle forze di polizia premendo fortemente sui cordoni. Il deciso atteggiamento delle forze dell‘ordine è valso a far desistere i manifestanti dal loro proposito. In tal modo il piccolo corteo con le bandiere ha proseguito regolarmente per raggiungere l‘Altare della Patria, compostamente e senza incidenti”. <443
A piazza Venezia, si erano, intanto, radunati alcuni gruppi di militanti comunisti, «con l‘evidente scopo di disturbare la manifestazione» <444: la polizia, intervenuta, fermò 169 persone, in gran parte attivisti di partiti di sinistra.
Gli eventi ungheresi, tuttavia, ebbero un riflesso anche sui divieti contro l‘attività comunista. Come ebbe a spiegare, all‘inizio del 1957, il capo della polizia in risposta a un‘interrogazione dell‘onorevole Umberto Calosso, infatti, nei mesi precedenti le questure avevano deciso di vietare i comizi all‘aperto del Pci, «per evitare turbativa dell‘ordine pubblico in quanto l‘atteggiamento assunto dai dirigenti comunisti di giustificare l‘intervento sovietico – contrastante con le manifestazioni di protesta della maggioranza della popolazione – avrebbe potuto dar luogo a gravi incidenti» <445. In effetti, Tambroni, con una circolare del 14 novembre, espresse ai prefetti e ai questori «opportunità virgola al fine evitare occasioni turbamento ordine pubblico che non (dico non) siano autorizzati comizi del P.C.I. all‘aperto» <446. Ancora una volta, era il contenuto – tra l‘altro immaginato – dei comizi a determinare il loro divieto, per quanto fosse pienamente legittimo e garantito dalla libertà di espressione sancita dalla Costituzione.
[NOTE]
433 Acs, Mi, Ps, 1954, b. 33, f. Roma, Movimento sociale italiano. Rapporto di Musco dell‘11 ottobre 1954.
434 Acs, Mi, Gab, 1953-56, b. 18, f. 1269/1 Roma, Incidenti vari. Relazione di Musco del 30 ottobre 1956.
435 Ibidem.
436 Acs, Mi, Ps, 1956, b. 29, f. Roma, Movimento sociale italiano. Comunicazione di Musco del 4 novembre 1956.
437 D. Conti, L’anima nera della Repubblica. Storia del Msi, Laterza, Roma-Bari 2013, p. 20.
438 Portelli, Bonomo, Sotgia, Viccaro, Città di parole, cit., p. 116.
439 Archivio storico Cgil Lazio, Cdl Roma, Comunicati, 1956. Comunicato del 3 novembre 1956.
440 Ivi. Comunicato del 7 novembre 1956.
441 Cfr. D. Tartakowsky, Les manifestations de rue en France, 1918-1968, Publications de la Sorbonne, Paris 1997, pp. 645-47.
442 Archivio storico Cgil Lazio, Cdl Roma, Comunicati, 1956. Comunicato dell‘11 novembre 1956.
443 Acs, Mi, Ps, 1957, b. 3, f. Roma, Manifestazioni pro popolo ungherese. Fonogramma della questura dell‘11 novembre 1956.
444 Ibidem.
Ilenia Rossini, Conflittualità sociale, violenza politica e collettiva e gestione dell’ordine pubblico a Roma (luglio 1948-luglio 1960), Tesi di dottorato, Sapienza Università di Roma, Anno accademico 2014-2015

Anche Giancarlo Pajetta, su «l’Unità» del 28 ottobre, spiega le ragioni per le quali bisogna appoggiare la repressione sovietica. Nell’editoriale dal titolo «La tragedia dell’Ungheria», Pajetta sostiene come «coloro i quali hanno impugnato le armi hanno infranto ogni legge, hanno messo in pericolo ogni conquista, minacciato di portare il paese sull’orlo della catastrofe». Per questo motivo, «le armi dovevano rispondere alle armi per impedire che si precipitasse ne baratro». Gli argomenti sono gli stessi a cui ha fatto ricorso Ingrao: i rivoltosi hanno fatto ricorso alle armi, il che ha reso legittimo l’intervento militare, e inoltre una mancata repressione avrebbe riportato il capitalismo e il fascismo. «Bisognava agire, bisognava difendere […] quelle basi senza le quali non c’è altra alternativa che il ritorno alla oppressione e alle miserie del capitalismo, al fascismo che ha insanguinato e sfruttato per decenni l’Ungheria» <67.
Il 30 ottobre scende in campo Togliatti. Il quotidiano di partito riporta un editoriale scritto dal segretario per «Rinascita», intitolato «Sui fatti di Ungheria». In apertura, il Migliore ammette che vi è stato, sia in Polonia che in Ungheria, un «incomprensibile ritardo dei dirigenti del partito e del paese nel comprendere la necessità di attuare quei mutamenti e prendere quelle misure che la situazione esigeva, di correggere errori di sostanza che investivano la linea seguita nella marcia verso il socialismo». Questo ritardo però non giustifica una rivolta di questa entità, una «sommossa […] a quanto sembra, organizzata, che ha una sua ben elaborata tattica, obiettivi precisi, e non finisce quando, nell’ambito del regime esistente, sono attuate misure tali che garantiscono nel modo più ampio un indirizzo politico del tutto nuovo». Non sono quindi operai e studenti a ribellarsi. È chiaro che dietro la rivolta ci sono i governi imperialistici, per i quali «la promessa della liberazione dal socialismo è stata […] uno dei cardini della […] politica». La conclusione è sempre la stessa: è giusto intervenire.
[…] Dopo l’intervento delle truppe sovietiche il 4 novembre, i dirigenti comunisti che avevano appoggiato la repressione possono festeggiare. «L’Unità» esulta titolando «Sbarrata la strada alla controrivoluzione e alle minacce di provocazioni internazionali – Le truppe sovietiche intervengono in Ungheria per porre fine all’anarchia e al terrore bianco». Giancarlo Pajetta, in un dibattito alla Camera il 6 novembre, discutendo con il ministro Martino grida «Viva l’Armata Rossa» <76. Un giovane delegato di Caserta, Giorgio Napolitano, afferma come l’azione sovietica abbia evitato «che nel cuore dell’Europa si creasse un focolaio di provocazioni» e che «l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione», contribuendo «in maniera decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo» <77. Mario Alicata, uno dei più stretti collaboratori di Togliatti, arriva addirittura a sostenere che «in questo momento l’esercito sovietico sta difendendo l’indipendenza dell’Ungheria» <78. Pietro Secchia, fervente stalinista, e Giuseppe Alberganti, la sera del 4 novembre entrano nell’ufficio di Lajolo (direttore de l’Unità di Milano) gridando «Viva i carri armati sovietici» <79. Vedono con favore l’intervento anche Emilio Sereni e Umberto Elia Terracini, per il quale «i fatti ungheresi dimostrano il fallimento di un metodo, non di un principio», quindi l’intervento sovietico «a scudo dei combattimenti per la costruzione del socialismo […] non può che trovare unanime appoggio e solidarietà in tutti i veri democratici e socialisti italiani» <80.
[NOTE]
67 G. Pajetta, «La tragedia dell’Ungheria», «l’Unità», 28 ottobre 1956
76 F. Froio, op. cit. p. 119
77 A. Frigerio, op. cit. pp. 166-167
78 N. Ajello, Intellettuali e PCI. 1944-1958, Laterza Editori, Roma-Bari 1979, p. 414
79 Ibid. p. 402
80 Ibid. p. 408
Edoardo Annecker, Il Partito comunista italiano e la rivoluzione d’Ungheria del 1956, Tesi di laurea, Università LUISS “Guido Carli”, Anno accademico 2014-2015

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La crisi del 1929 colpì duramente anche le imprese elettriche e i loro finanziatori

La storia dell’industria elettrica italiana ha radici profonde, a cavallo fra Otto e Novecento. Inizialmente protagonisti furono i privati, organizzati in imprese specializzate nella generazione di corrente elettrica, o in aziende il cui settore di competenza era altro ma che, abbisognando di elettricità, arrivarono esse stesse ad autoprodurla. La fonte energetica maggiormente utilizzata ad inizio secolo scorso era quella idrica, grazie alla particolare conformazione orografica del Paese.
Il primo grande impianto idroelettrico fu realizzato dall’Edison già nel 1898 a Paderno d’Adda (per quanto già prima fossero presenti piccole centrali idrauliche a Terni e a Treviso) <1, collegato, tramite una linea di 32 km, a Milano <2. Già precedentemente, tuttavia, la Città usufruiva di un impianto termoelettrico da 2.200 kW, che in seguito divenne sussidiario della centrale di Paderno. Anche un altro grande centro, Genova, poteva contare fin dal 1896 di un discretamente potente impianto termoelettrico da 3.300 kW [3.
I casi di Genova e Milano sono abbastanza isolati: l’utilizzo di fonti termiche quali il carbone non era molto redditizio per il semplice fatto che l’Italia ne era sprovvista. L’energia termoelettrica era per lo più usata per implementare l’energia idroelettrica o era prodotta in regioni, quali le due isole maggiori, in cui vi era scarsità di acqua, destinata ad altri scopi <4.
In questa prima fase a partecipare dal punto di vista tecnologico all’edificazione di nuove centrali erano industrie straniere, per lo più tedesche, come la Siemens, che fondò, insieme all’Halske, un ufficio tecnico per l’Italia nel 1894.Tuttavia fu solo nel 1898 che la ditta tedesca iniziò ad impegnarsi seriamente nella Penisola, con la creazione della Società Italiana Siemens per Impianti Elettrici con sede a Milano, una vera e propria piccola società per azioni <5. Una parte di rilievo la ebbe pure la svizzera leader nella produzione di materiale elettrico a livello europeo. Nel 1898 acquistò una concessione idraulica nei pressi di Benevento, fondando l’anno successivo la Società Elettrica di Benevento, che iniziò a fornire energia elettrica per illuminazione e forza motrice alla Città già nel 1900 <6.
Le imprese italiane erano limitate nella costruzione di piccoli impianti. Fra queste vi erano la Tecnomasio Cabella, Officine di Savigliano, le Officine Morelli, la Franco e Bonamico, la Guzzi ed altre. Altre industrie italiane erano maggiormente attive nella produzione di materiale elettrotecnico e attrezzature, fra cui macchinari idraulici e cavi, nella cui fabbricazione era specializzata la Pirelli che già nel 1896 contava 1500 dipendenti ed era attiva in tutto il mondo <7. Va ricordato infine il ruolo di Giuseppe Colombo, ingegnere e professore che intrattenne rapporti con Thomas Edison e che fu pure Presidente della Camera nel biennio 1899-1900. Colombo può essere considerato il vero fondatore dell’industria elettrica italiana. <8
La bontà dello sviluppo energetico italiano fu testimoniata dalla rivista americana Electrical World, la quale indicava l’Italia al quarto posto assoluto e al primo in Europa tra i Paesi dotati di impianti di trasmissione superiori a 70 kV9. Alla fine del 1898 l’Italia aveva una potenza elettrica totale di circa 86.500 kW10.
Vista la sempre maggiore importanza che l’elettricità andò acquisendo fino al primo conflitto mondiale, si accese presto in seno al governo italiano il dibattito sulla necessità o meno di nazionalizzare tale fonte energetica. Si era nell’epoca del liberismo e le proposte, anche le più prudenti, come quella del futuro Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti <11, si scontrarono con lo scetticismo di quanti ritenevano lo Stato incapace di garantire uno sviluppo impetuoso dell’industria, soprattutto a causa dell’onere che un tale compito avrebbe avuto sulle finanze pubbliche.
Si creò quindi alla vigilia della Prima Guerra Mondiale un oligopolio industriale e finanziario che ruotava intorno all’industria elettrica. La sinergia fra quest’ultima ed il settore bancario portò ad una crescita notevole di quest’ultimo. In particolar modo, i maggiori istituti di credito italiani investirono in ciò che sembrava la chiave di volta per una rapida industrializzazione del Paese. Fra questi vi erano la Banca Commerciale Italiana, il Credito Italiano, la Banca Italiana di Sconto e il Banco di Roma. Per questa ragione, oltre che per quelle già elencate in precedenza, la pubblicizzazione dell’industria elettrica non trovò ampie sponde nel mondo politico, proprio perché il connubio industria-finanza appariva come una formula di successo.
Tale idillio terminò proprio in concomitanza con lo scoppio della Grande Guerra. Come in altri Paesi coinvolti nel conflitto, anche l’Italia sviluppò un’embrionale economia di guerra ed ovviamente il settore energetico non poteva rimanere escluso da un controllo più attivo. Si fissò una canonizzazione delle acque per cui i privati erano obbligati a versare una quota esigua allo Stato. Lontano dalla nazionalizzazione, il cosiddetto decreto Bonomi era comunque lo spettro di un possibile controllo indiretto dell’energia idroelettrica da parte dello Stato <12. I maggiori gruppi attivi nel settore energetico, fra cui l’Edison, non opposero particolare resistenza poiché la durata della concessione, pari a cinquant’anni, sembrava rappresentare un margine abbastanza largo di azione. Questo decreto apparve invece ai grandi autoproduttori di energia elettrica un chiaro attacco contro di loro, poiché sembrarono favoriti i potenti gruppi elettrofinanziari, i quali potevano sottrarre loro una cospicua fetta del settore.
Terminata la Prima Guerra Mondiale e prima dell’avvento di Benito Mussolini al potere, Bonomi, di nuovo come Ministro dei Lavori Pubblici, tentò, nel 1919, dopo il parziale successo nell’intervento statale sulla produzione di energia, di porre qualche controllo sulla gestione delle tariffe, eccessivamente variegate a livello nazionale, con partecipazioni azionarie nelle singole società. I tempi erano tuttavia troppo prematuri e i gruppi elettrofinanziari trovarono vari modi per aggirare le disposizioni ministeriali.
Pure il d.d.l. 1 dicembre 1921, emanato ancora da Bonomi in qualità di Presidente del Consiglio dei Ministri e teso ad aumentare i poteri dello Stato in tema di reti elettriche fu un discreto fallimento.
L’idea di uniformare in un’unica linea elettrica nazionale gli elettrodotti delle singole regioni non ebbe successo, sia per l’opposizione delle società elettriche che a causa della profonda varietà di tensioni (intese come Volt) presenti da località a località. Infatti la lunghezza di una certa linea è direttamente proporzionale al voltaggio, il quale a sua volta può avere valori alti solo se la pure la potenza (intesa come Watt) è elevata. I centri italiani, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, non avevano consumi elevati e di conseguenza le più diffuse erano le reti a medio o basso voltaggio, con assenza totale di elettrodotti con tensioni nell’ordine di 200-250 kV, i quali avrebbero coperto un’estensione fino a 400 km. Infine ad opporsi alla costruzione di elettrodotti furono pure i proprietari terrieri che vedevano a rischio i loro possedimenti. In sostanza la rete elettrica italiana appariva estesa ma poco integrata ed a tratti obsoleta. Tale fenomeno ebbe notevoli ripercussioni sull’elettrificazione dell’Italia, lasciandola ancora in completo affidamento ai grandi gruppi elettrocommerciali, i quali gestivano le rispettive sfere di influenza con proprie tariffe e unità di misura.
I brevi governi del Primo dopoguerra, poi, cercarono di attuare una politica volta a modernizzare, tramite le fonti idroelettriche, il Mezzogiorno. Tale idea, su cui credevano fortemente sia Francesco Saverio Nitti, Presidente del Consiglio fra il giugno 1919 ed il maggio 1920, che Ivanoe Bonomi si basava, inoltre, sull’assunto che nel Meridione vi fossero ancora notevoli fonti idriche da poter sfruttare, cosa che non era possibile nell’Appennino settentrionale a causa di difficoltà di natura geologica. In più, si pensava che, disarticolando il sistema agrario meridionale, basato sul bracciantato a favore della creazione di piccole aziende diretto-coltivatrici, sarebbero venuti meno alcuni fenomeni come il brigantaggio e la mafia. I governi liberali non riuscirono, tuttavia, ad attuare tali riforme e nemmeno l’avvento del Fascismo, che in linea di massima era favorevole a questo progetto, riuscì a scardinare il blocco agrario che si oppose ad ogni tentativo di cambiamento dello status quo <13. Gli impianti idroelettrici, quindi, non arrivarono ad avere un peso determinante per una possibile industrializzazione del Mezzogiorno.
Per quanto riguarda proposte di nazionalizzazione, queste non furono più presenti ed il Paese entrò poco dopo nel ventennio fascista. Il settore dell’energia elettrica rappresentava un forte veicolo di ammodernamento dell’Italia e ciò produsse un continuo alternarsi di alleanze fra alcune industrie energetiche ed il Regime, tanto più che tra il 1923 ed il 1927 si ebbe una spaccatura interna allo stesso fronte dell’Associazione Esercenti Imprese Elettriche (AEIE), presieduta dalla Società Idroelettrica Piemontese (SIP) e sostenuta dalla Banca Commerciale, con la fondazione dell’Associazione Nazionale Industrie Elettriche (ANIE), voluta dall’Edison <14.
Sta di fatto che la produzione di energia elettrica segnò un incremento notevole, favorita pure da un rafforzarsi della cooperazione fra capitani d’industria ed istituti di credito, cosa già presente prima dello scoppio della Grande Guerra. Fra 1921 e 1930 la produzione di energia elettrica, ottenuta in particolar modo grazie alla forza idrica, crebbe notevolmente. Si giunse all’elevata cifra di 10.320 milioni di kWh <15.
L’influenza dei gruppi elettrofinanziari sul governo si mostrò in occasione dell’applicazione della cosiddetta “quota novanta”, quando, oltre a lanciare il rafforzamento della lira verso la sterlina, era stato approvato un decreto ministeriale volto alla riduzione delle tariffe dei servizi pubblici. Non solo nel settore elettrico tali tariffe non diminuirono, ma subirono addirittura un rialzo.
Tuttavia, la crisi del ’29 colpì duramente anche le imprese elettriche e i loro finanziatori, in particolar modo gli istituti di credito. Grandi produttori come la SIP piemontese o potenti banche come la COMIT, uscirono duramente provate dalla situazione economica e fu solo grazie all’intervento dello Stato, che si concretizzò con la creazione dell’IRI nel 1932, che l’industria elettrica ed italiana in generale non subì un decisivo tracollo. Ciò che non si era riusciti a realizzare prima della Grande Guerra, si realizzò invece in modo involontario con la crisi economica, cioè la nazionalizzazione di numerose imprese elettriche. Tuttavia, tale pubblicizzazione rappresentò una chimera, poiché la dirigenza dell’IRI, rappresentata da Alberto Beneduce, ricollocò presto le aziende in mani private ad eccezione della SIP. Non tutti poi i gruppi elettrici vedevano di buon occhio un’eccessiva invadenza dell’Istituto per la Ricostruzione: manifestazione ne è la politica mantenuta da Giuseppe Cenzato, presidente della Società Meridionale di Elettricità, il quale utilizzò ogni possibile espediente per evitare che l’IRI risultasse essere una presenza troppo ingombrante all’interno della sua Azienda <16. Prova della rinata forza delle potenti industrie elettrofinanziarie era costituita dal fatto che negli anni immediatamente successivi alla depressione, la percentuale di concentrazione <17 del mercato elettrico raggiunse quota 0,51 nel 1938 su una scala da 0 ad 1. Ciò stava a significare come la produzione ed il commercio di elettricità fossero divenuti un affare oligopolistico, a seguito anche delle battaglie vinte dai grandi gruppi contro autoproduttori e consorzi. Al 1929 tale valore era di 0,40, mentre per trovare un indice analogo bisogna tornare al 1917, in piena Grande Guerra, dove esso era di 0,50. A dimostrare che tale forza era più economica che di impianti stava il fatto che nel 1938 le prime otto società elettrocommerciali detenevano il 54,4% del capitale totale, mentre un risicato 17,3% della potenza installata. Più che industrie produttrici esse erano delle holding finanziarie che controllavano il mercato, gestendo ed inglobando numerose imprese satelliti <18. Ciò aveva come conseguenza il fatto che spesso le centrali, costruite durante la Grande Guerra, non furono ammodernate, con costi assai onerosi, a volte addirittura esse erano solo nominalmente mantenute in esercizio per aumentare il valore contabile totale; o ancora, succedeva che esse fossero vendute a prezzi gonfiati. Il tutto per trarre il maggior numero di profitti, ponendo sovente in secondo piano il problema dello sviluppo del Paese.
Nonostante ciò, è indubbio che l’Italia fascista conobbe un’evoluzione industriale imputabile ad un uso maggiore dell’energia elettrica. Se nel 1940 il consumo di elettricità nel totale di consumi energetici deteneva ancora una quota assai bassa (appena l’8,8%), è pure vero che questa conobbe una crescente destinazione per usi industriali, favorendo il potenziamento di settori come l’elettrosiderurgia e l’elettrochimica, a scapito di altri più tradizionali e basati sull’uso della forza motrice. I primi furono i veri artefici dell’uscita dell’Italia dalla crisi economica, mentre subirono una battuta d’arresto negli anni dell’autarchia <19.
Superata la sfavorevole congiuntura finanziaria mondiale e nonostante gli interessi finanziari che sottostavano alle meccaniche industriali del Paese, la produzione di energia elettrica ricominciò a crescere, sebbene con ritmi meno impressionanti del primo decennio fascista. Per favorire la ripresa economica, che transitava necessariamente per la lastricata strada dell’energia, alcuni gruppi elettrofinanziari tesero a rendere più flessibili le tariffe, specie per quanto riguardava i consumi domestici. Fra questi vi furono la SIP, la Società Meridionale di Elettricità (SME) e la Unione Esercizi Elettrici (UNES). La Edison, invece, si oppose strenuamente a tale politica, attraverso il suo presidente Giacinto Motta. La situazione fu infine risolta nel 1936 quando, con l’adozione di un nuovo blocco tariffario, ciascuna impresa fu lasciata libera di stipulare contratti ad hoc con i singoli utenti, portando a situazioni alquanto bizzarre e differenziate: a contratti particolarmente esosi si affiancavano tariffe più modeste.
Tuttavia, fu proprio in questo periodo che si ricominciò a parlare di una rete unica elettrica nazionale. Gli scopi erano però cambiati da un decennio prima. I gruppi elettrici del Nord invece che voler sfruttare le cospicue risorse, specie idrauliche, del Sud, erano ora intenzionati a rivendere gli eccessi di produzione. La polemica, sorta nel 1934, vedeva contrapposti i particolare Beneduce e Motta. Alla fine a prevalere fu il primo, fautore di uno status quo. Alla fine di una rete nazionale non se ne fece nulla e si tornò a parlare di tale faccenda solo in seguito al conflitto.
Va infine detto che dalla fine degli anni Venti si era assommata pure la produzione di energia geotermica e la politica autarchica del regime condusse, dalla metà degli anni Trenta, ad uno sfruttamento sempre più intensivo delle fonti nazionali. Ciò condusse ad un alto livello di specializzazione dei tecnici italiani che si sarebbe rivelata assai utile nei decenni successivi sia in ambito nazionale che internazionale.
[NOTE]
1 Mortara, La nascita di un gigante, p.434.
2 Fontana, Il nuovo paesaggio, p.116.
3 Mortara, Ivi, p.438.
4 Bottiglieri, L’industria elettrica dalla guerra agli anni del “miracolo economico”, p. 61.
5 Hertner, Il capitale tedesco nell’industria elettrica italiana, pp. 217,218.
6 Segreto, Capitali, tecnologie e imprenditori svizzeri, p.183.
7 Giannetti, La conquista della forza, p.76, 77.
8 Angelini, Cento anni d’industria elettrica in Italia, pp.80-82.
9 Giannetti, Ivi, p. 82.
10 Marin, Nascita ed evoluzione dell’industria elettrica, p.4.
11 La proposta di Francesco Saverio Nitti era che l’industria elettrica dovesse essere gestita da privati ma come concessione statale, dietro il pagamento di un canone molto basso per un periodo sufficientemente lungo da permettere di ammortare le spese: il controllo sarebbe rimasto pubblico mentre il management era affidato ai privati, garantendo il decollo dell’economia italiana.
12 Il decreto Bonomi fu una misura varata dall’allora ministro dei lavori pubblici Ivanoe Bonomi nel settembre 1916. Vi era una maggiore facilità nella concessione per l’uso di fonti idrauliche a privati i quali, tuttavia, a distanza di sessant’anni avrebbero dovuto cedere tutte le opere, infrastrutture e diritto d’utilizzo della concessione allo Stato. Nel decreto era previsto pure un trattamento favorevole alle imprese che si sarebbero accollate i costi per l’edificazione di generatori ed impianti. In: Harold, Capitalismo familiare, p. 207.
13 Barone, Mezzogiorno e modernizzazione, pp. 86, 99.
14 Giannetti, Ivi, pp. 94,95
15 Bottiglieri, Ivi, p. 64.
16 Scalfari, Storia segreta dell’industria elettrica, pp.82, 83.
17 Per concentrazione industriale si intende un fenomeno economico caratterizzato dall’ampliamento delle unità produttive e dal raggruppamento di esse, in funzione della diminuzione dei costi di produzione e dell’aumento del profitto.
18 Giannetti, Ivi, pp. 36-38.
19 Giannetti, Elettricità e industrializzazione, p.598.
Davide Bernardi, Acqua, luce e gas. ENEL ed AMAG: aziende pubbliche e municipalizzate, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno accademico 2014/2015

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Lettere che registrano il progressivo disincanto di Alvaro di fronte alla guerra

Anche se ci vorrebbe, per documentarlo, tutta una ricerca a se stante, credo che basti al momento il rinvio a casi come quello, non ben conosciuto peraltro, <94 di Corrado Alvaro di cui son note invece le prove letterarie sulla guerra, dai versi in “grigioverde” usciti già nel suo corso alle altre imprese, memorialistiche e narrative, confluite nel 1930 in “Vent’anni”, il romanzo autobiografico sulla guerra coetaneo della sua raccolta di racconti più famosa e artisticamente meglio riuscita ossia “Gente in Aspromonte”. Anche “Vent’anni”, però, molto asciugato e sin troppo rimaneggiato nell’edizione “ne varietur” del 1953, costituisce un’opera di notevole importanza e forse, per quanto qui ci riguarda, uno dei più penetranti ritratti, in Italia, di esperienze belliche in cui sia stato fatto spazio empatico alla donna e al ruolo che le attribuivano i combattenti “di cultura” <95 come appunto il giovane sottotenente calabrese Luca Fabio, protagonista di questo “libro in costume”, come ebbe a definirlo il suo autore che dietro a quel nome celava se stesso. Luca, dopo una breve permanenza a Firenze dove subisce il fascino di Eva Ammeri, una donna avventurosa e più anziana di lui reduce dall’America, appena ultimato l’addestramento, raggiunge in prima linea il reparto a cui è stato assegnato sul fronte del Carso e qui, passati appena pochi mesi, viene ferito, nella terza battaglia dell’Isonzo, durante un assalto al monte Sei Busi. Così nel romanzo e, per l’epilogo che valse ad Alvaro una medaglia al valore, così anche nella realtà da cui deriva, in Alvaro «un approccio all’erotismo che non è mai sereno», <96 ma sempre ricco di suggestioni e dove la figura letteraria di Eva Ammeri può riprendere i sembianti di colei che di fatto era stata la prima madrina dello scrittore e con la quale egli aveva intrattenuto sino al ferimento un sintomatico carteggio. Non a caso esso giunse a una svolta il 13 novembre del 1915 quando una sobria comunicazione, diretta «Alla Signorina Ottavia Puccini, a Firenze», recitava:
“Sono ferito, non gravemente ad ambo le braccia e come vede mi [servo] della cortesia di un collega per notificarglielo. Mi trovo all’ospedale della Croce Rossa H 42 a S. Giorgio di Nogaro, ma spero presto di poter venire in un ospedale territoriale di codesta Città. Affettuosamente Corrado Alvaro”.
Prima di sostituirla, molti mesi più tardi, con Laura Babini, la giovane bolognese che da infermiera lo avrebbe accudito e seguito nel passaggio forzoso ai servizi sedentari – prima di diventare, nel 1918, sua moglie – Alvaro aveva scritto a questa gentildonna fiorentina, e visibilmente ricevuto da lei, varie lettere, recuperate di recente da Vito Teti, <97 che registrano il progressivo disincanto di Alvaro di fronte alla guerra: la stessa guerra, cioè, che in precedenza, da interventista con qualche scivolamento nel dannunzianesimo, egli aveva sostenuto con forza e appoggiato con adolescenziale entusiasmo. Pur senza rinnegare il proprio originario patriottismo da giovane studente di provincia, Alvaro adesso, “salvando” solamente le donne, manifesta invece ribrezzo e sdegno per il comportamento di quanti, da lui definiti “vigliacchi” (ossia «giornalisti, nazionalisti, letterati, e commercianti») non sembrano comprendere cosa significhi vivere e mettere a repentaglio la vita in trincea. A questo preciso proposito, un mese prima di essere ferito, aveva scritto in questi esatti termini alla Puccini:
“Da Alvaro Sottotenente 123° M.M.
Dal Fuoco 28-X-1915
Ho ricevuto, Signorina, l’ultima sua del 23 mentre son dispiaciuto di non aver potuto leggere quel che lei aveva scritto a proposito di quello scempiatissimo rondò. E come Lei doveva esser già abbastanza irritata per quel mio stupido silenzio a Firenze che era una mia fissazione fanciullesca (parlo di quelle serate quando mi mettevo la museruola e che ora rimpiango). E così ora dovrà essere a bastanza delusa di questo imbecille che è in guerra, al fuoco da agosto, e che non le scrive altro che qualche avventura di retrovia quando scende a riposarsi e a mangiare senza mosche gialle ed a pulirsi un po’ della terra sanguigna e a cambiare il guasto abito. Ebbene oggi sono in vena; e se finirò questa lettera stasera ne sentirà qualcuna graziosa.[…] parentesi: ho paura di scrivere lettere di guerra. Ai miei scrivo solo saluti e firma. Ho paura che per volermi troppo bene mi facciano fare figuracce d’occasione sulle rubriche dei giornali. Ma di lei mi fido. Dunque. Se voi sapeste in Italia che cosa è il Carso non sareste così stupidamente leggeri nel giudicarci. Dunque noi siamo a più di trenta chilometri dal vecchio confine. Trincee sull’altopiano. L’altopiano. Sassoso, scoglioso, pieno di valli, di reticolati. Noi siamo gente miracolosa, mi-ra-co-lo-sa. Attaccare il nemico metterlo in fuga, tra un fuoco d’inferno, tra traditori, contro gas, contro Dio, quasi, l’opera da diavoli […] Ma si va avanti. E in Italia non ci credono; sono volgari i vigliacchi. Le sole donne valgono più di codesti rognosi rimasti costì. A me sembra di non poter sopravvivere a questo inferno nel quale io vivo sereno e freddo come nella sua Impruneta, al pensiero solo. Perché penso che se dovrò morire, morirò anche se lontano, anche se riparato […]. Io nel mondo, del resto, non lascerei nulla se non un vuoto nel cuore di mia madre. Tutti mi dimenticherebbero presto, anche i miei amici che mi scrivono ogni giorno. Questo mi dispiacerebbe: non poter compiere la mia missione. Perché dopo la guerra urlerò tanto che mi prenderanno per pazzo o per un forte. E poi io son venuto alla guerra volentieri. E quando ero con Lei mi vergognavo dei miei gambali lustri. Io non ho credenze. Capisco poco di mondo. M’interessa solo quel che può essere tradotto in Arte. Niente più. Penso che starei bene dovunque. Son venuto alla guerra dunque. Perché sono un uomo d’onore, perché non vorrei restare e fare il Chanteclair con le donne che han lontani i mariti per diventare più giovane, più forte. Per potere vantarmene e sputare sul viso ai vigliacchi (vedi Giornalisti, nazionalisti, letterati, commercianti). Perché voglio persuadermi di essere forte. Di qui, però, il mondo è lontano – La linea bianca dell’Isonzo, il Friuli che vapora lontano, gli automobili che vengono e vanno incessanti a centinaia, la morte vicina, gli alberi dell’altopiano, scheletriti anche loro. Ma voi, lontano, ci pensate. Questo ci basta. Mandi lana ai soldati: molta lana inciti a mandare. Cucia con le sue dita leggere e agucchi con i suoi occhi incomprensibili. Scriveteci. Mi perdoni questo sfogo. Sa che non è mia abitudine sventolare i miei panni. Mi meraviglio di aver scritto così a lungo e se domani avrò vena Le scriverò qualcosa di gentile. Alvaro”
Forse sfoghi di questo genere, come suggerisce Teti, non vanno sopravvalutati e vanno considerati anzi «nel momento e nelle circostanze in cui nascono». Tuttavia «dalle lettere di Alvaro (ma bisognerebbe conoscere quelle inviate a lui dalla Puccini) si evince un legame profondo, confidenziale, intellettuale. È stato un legame importante? Sembrerebbe di sì. La Puccini manterrà sempre sentimenti di grande stima e affetto per lo scrittore». E in effetti in una intervista del 1941 Alvaro dirà che Ottavia forse era innamorata di lui, «mentre lui aveva [solo] sentimenti di ammirazione e di affetto» nei confronti della donna, anacronisticamente sua prima “madrina di guerra”.
[NOTE]
94 Ma cfr. almeno Corrado Alvaro e la letteratura tra le due guerre, a cura di A. Giannanti e A. Morace, Cosenza, Pellegrini, 2006.
95 Uno spazio in effetti cospicuo perché accanto a quella visione, importante, ma tutto sommato complementare, di una «dimensione della comunità virile» pressoché corporativa che Mondini intravede e segnala quale elemento distintivo della prosa autobiografica di Alvaro sulla guerra (Mondini, La guerra italiana, cit., pp. 208-210) esiste, sia nei romanzi che nei racconti dello scrittore calabrese, una sensibilità acuita e dominante rispetto alla donna. Per il suo ruolo di sostegno e di conforto si vedano alcune citazioni testuali riportate appresso, mentre per le immagini femminili si rilegga anche solo il passo in cui Alvaro rievoca l’atmosfera, alla vigilia del conflitto, della vita di caserma in un ambiente in cui «quella comunità, quei contatti, quella convivenza, e non fare altro che comandare e obbedire, e non pensare ad altro che al nemico [pareva] non suggerissero altro che l’idea dell’altro sesso per analogia […] Il vicino di Fabio gli disse: “Oh, vedessi che bambina che ho. Ha delle manine, delle tettine, e poi…”. Lo stesso maggiore, teneva che fossero eleganti e piacessero. Se li incontrava con donne, rispondeva al saluto con una malizia
dignitosa, e alla prima occasione vi alludeva. Una donna era un diploma di validità e di umanità […] Certi cartelloni che cominciavano ad apparire, raffiguravano l’Italia come una bella donna, con un elmo irto sul capo, nuda sotto la corazza, e intorno alla vita, dove l’ombelico segna un incavo e fa della carne qualche cosa di mosso e di avventuroso […] Stranamente, sembrava si fosse scalzata per quella raffigurazione, e che avesse smesso i panni moderni che ne avevano modellato il corpo per tanti anni. Perciò la sua nudità era più nuda» (C. Alvaro, Vent’anni, con una prefazione di E. Siciliano, Firenze Giunti, 1995, p. 27).
96 G. M. Ghioni, “Non c’era che la guerra”: l’esperienza bellica nella scrittura di Corrado Alvaro, in Piredda, The Great War, cit., pp. 41-49.
97 V. Teti, Stracci di Alvaro. La scoperta letteraria. Le carte giovanili dello scrittore di San Luca custodite dal Fondo Lico e ora riportate alla luce, inserto ne”Il Quotidiano della Calabria”, 26 gennaio 2013.
Emilio Franzina, Al caleidoscopio della gran guerra. Vetrini di donne, di canti e di emigranti (1914-1918). VIII. Le donne di Alvaro, Cosmo Iannone Editore, 2017

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Gli agenti del SIM, anche se inizialmente accolti con sospetto, ben presto collaborarono attivamente a fianco dei servizi inglesi e americani

Un documento dell’OSS datato 20 novembre 1943 – Fonte: Michaela Sapio, Op. cit. infra

Attività come il sabotaggio e la guerriglia, nonché la creazione di gruppi di resistenza clandestini e il loro coordinamento avrebbero dovuto essere prerogativa dei servizi segreti, avendo a disposizione, solitamente, personale adeguato per tali delicati compiti. Perché dunque non affidarsi a loro e creare o tentare di creare degli organismi ad hoc? Innanzitutto per il gran numero di personale del Servizio Informazioni Militare (SIM) che rimase fedele al Re e non aderì alla Repubblica Sociale Italiana e quindi la conseguente difficoltà di avere un sufficiente numero di agenti a disposizione <42. Già a metà settembre 1943 infatti, il SIM riusciva a ricostituirsi sotto la guida del colonnello Pompeo Agrifoglio. La struttura del servizio italiano si presentava divisa in tre Sezioni: C.S. (Controspionaggio) con sede a Bari o “Bonsignore”, Offensiva o “Calderini” e una Situazione o “Zuretti” <43. Gli agenti del SIM, anche se inizialmente accolti con sospetto, ben presto collaborarono attivamente a fianco dei servizi inglesi e americani. Si deve parlare di “servizi” al plurale poiché non solo gli Alleati non avevano un servizio informativo comune ma sia Regno Unito che Stati Uniti disponevano di diversi servizi ciascuno. Gli inglesi potevano contare sul Secret Intelligence Service (SIS o MI6) il quale, nei territori occupati dall’esercito britannico svolgeva principalmente attività di controspionaggio. Lo spionaggio e il sabotaggio era demandato allo Special Operation Executive (SOE), organo creato appositamente da Winston Churchill per operare nell’Europa occupata dai nazifascisti e coordinare i movimenti partigiani locali. Gli Stati Uniti d’altro canto avevano a disposizione il G-2, lo spionaggio dello Stato Maggiore dell’Esercito e la sua controparte avente compiti di controspionaggio, il Counter Intelligence Corps (CIC). Nel 1942, il generale William Donovan creò inoltre l’Office of Strategic Services (OSS) basandosi sul SOE britannico e aggiungendo però una sezione di contro-spionaggio, l’X-244. È proprio l’attività di controspionaggio svolta in azione comune da organi alleati e il SIM che ci permette di ricostruire l’azione dei nazifascisti nel Sud Italia. D’altronde la sezione italiana del controspionaggio divenne l’unica sezione sviluppata adeguatamente e la cui azione era permessa, seppur nei limiti del controllo alleato. Lo spionaggio era infatti limitato al supporto all’attività partigiana di concerto con l’OSS e il N.1 Special Force (il nome che il SOE assume in Italia) ma nell’ambito del quale i due servizi alleati la facevano da padrona <45. Il SIM era inoltre fondamentale sul suolo italiano data la vasta conoscenza dell’organizzazione e dei metodi dei servizi segreti tedeschi da parte del nostro servizio <46.
[NOTE]
42 Per una storia dei servizi segreti italiani nel secondo conflitto mondiale (anche se il biennio 1943-1945 è poco trattato) vedi G. Conti, Una guerra segreta. Il SIM nel secondo conflitto mondiale, Il Mulino, Bologna, 2009. Maggiori informazioni sulla struttura e sull’attività del SIM nel periodo preso in considerazione si possono trovare in M. G. Pasqualini, Carte segrete dell’intelligence italiana 1919-1949, Tipografia del R.U.D., Roma, 2007, pp. 240-267.
43 Ivi, pp. 246-249.
44 Per una trattazione generale sugli organi di spionaggio nel corso della Seconda Guerra Mondiale vedi N. West, Historical dictionary of World War II intelligence, Lanham, Scarecrow, 2009. Sull’OSS in generale vedi G.C. Chalou (a cura di), The secret wars. The Office of Strategic Services in World War II, Washington D.C., Nara, 2002. Per un’analisi sull’operato dell’OSS in Italia, quasi esclusivamente però della sezione Secret Intelligence (SI) vedi M. Sapio, Spie in guerra, Milano, Mursia, 2015. Esistono inoltre alcune testimonianze autobiografiche sull’operato dei servizi americani in Italia nel corso della Seconda Guerra Mondiale, vedi M. Corvo, La campagna d’Italia dei servizi segreti americani, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2006; P. Tompkins, L’altra resistenza, Milano, Il Saggiatore, 2005 e dello stesso autore Una spia a Roma, Milano, Il Saggiatore, 2002.
45 M. Berrettini, La Resistenza italiana e lo Special Operation Executive 1943-1945, Firenze, Le Lettere, 2014, p. 20.
46 TNA, WO 204/6763 German intelligence service in Italy: report on personalities, Italian Intelligence Service, 14 settembre 1943.
Nicola Tonietto, La genesi del neofascismo in Italia. Dal periodo clandestino alle manifestazioni per Trieste italiana. 1943-1953, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, anno accademico 2016-2017

La costituzione della Sezione italiana e albanese del SI dell’OSS, nel luglio 1942, fu affidata a Earl Brennan, il quale si avvalse, all’uopo, della collaborazione degli italo-americani di origine siciliana, avvocato Vincent Scamporino e maggiore Max Corvo, i quali, mentre si stava preparando l’operazione Torch, cioè l’invasione congiunta dell’Africa settentrionale da parte di Gran Bretagna e Stati Uniti dell’8 novembre 1942, posero in atto una vasta rete di reclutamenti, attingendo tra riconosciuti esponenti dell’antifascismo italiano in America, in vista dell’organizzazione ed esecuzione di un piano d’infiltrazione in Sicilia che avrebbe segnato l’avvio della “campagna d’Italia”.
Come sarà reso evidente nei capitoli successivi e, in particolare, nel terzo, la politica dei reclutamenti dell’OSS costituì un profilo di notevole criticità in quanto, mentre i dirigenti furono, in generale, reclutati nei più alti ranghi della società americana, al contrario, gli agenti operativi e gli ufficiali di collegamento con la Resistenza, furono spesso scelti in ossequio al principio della necessità militare e secondo criteri che non avevano in alcuna considerazione il possesso di competenze specifiche, la fede politica ovvero la conoscenza del territorio e, talora, della lingua locale, mentre si privilegiarono altri requisiti quali la brillante sagacia, la spericolatezza, l’audacia, il coraggio dell’azione aggressiva.
Il SOE fu, invece, più oculato nella selezione del personale che, in generale, fu dotato di maggiore professionalità: gli italiani furono relativamente pochi; suoi numerosi membri furono esperti conoscitori della realtà italiana ed ebbero collegamenti che si rivelarono utili. Inoltre, vari esponenti dell’antifascismo e, in particolare, del CLNAI, ebbero con essi e, talora, con lo stesso SOE rapporti personali: tipico fu l’esempio di Leo Valiani, esponente azionista di spicco <9.
Collegata all’OSS in Italia, fu l’Organizzazione per la Resistenza Italiana (ORI), costituita al Sud nel novembre 1943, in area azionista, che stabilì contatti al Nord, soprattutto con gruppi e ambienti della Resistenza dello stesso orientamento politico <10.
Al SOE fu, invece, collegata la “Franchi”, organizzazione creata per iniziativa di Edgardo Sogno, nome in codice “Franchi”, ufficiale dell’esercito italiano che, dopo l’8 settembre, collaborò con i servizi segreti inglesi. Quest’ultima, a differenza della prima, ebbe carattere eminentemente attivistico e di formazione militare autonoma con funzioni, oltre che di lotta attiva, di coordinamento, in un sistema centralizzato, delle stazioni radio e del personale delle varie missioni e organizzazione di aviolanci e sabotaggio <11.
Controverso fu, invece, il rapporto dell’OSS con il ricostituito Servizio Informazioni Militari (d’ora in poi SIM) del Regno d’Italia, il cui ruolo, come rilevò De Felice, è stato sino a oggi, se non ignorato, di certo troppo sottovalutato. Ottenuta l’autorizzazione degli Alleati nell’ottobre ’43, il Governo Badoglio e il Comando Supremo, una volta insediatisi a Brindisi, ricostituirono il SIM, la cui prima sezione, diretta dal colonnello Pompeo Agrifoglio, fu investita della funzione di collegamento con il nascente Movimento partigiano. La collaborazione con i servizi segreti alleati, soprattutto inglesi, fu limitata, tuttavia, ad alcuni specifici settori e, in particolare, a quelli della raccolta d’informazioni oltre la linea del fronte nemico e del trattamento dei partigiani nelle zone via via liberate. Quanto alle attività di rifornimento alle formazioni partigiane, invece, il SOE fece ben presto sapere non solo di non disporre di “un’organizzazione adatta che potesse far fronte alle necessità derivanti dai bisogni di una presunta (…) guerriglia (…) ma [di non avere] intenzione, né interesse di armare in Italia un esercito” e, al più, si proclamò disponibile a effettuare qualche operazione di “aviorifornimento di materiale (…) soprattutto per qualcuno dei nuclei più decisi e operanti nei settori che maggiormente potevano interessare la loro specifica attività <12.
Entro questi limiti, dunque, il SIM, soprattutto in collaborazione con il SOE, dall’ottobre 1943 all’aprile 1945, poté inviare, oltre le linee nemiche, missioni speciali, alcune italiane e altre miste, e, dal gennaio 1944 all’aprile 1945, tonnellate di rifornimenti. I rapporti con l’OSS, invece, come si evidenzierà in particolare nel capitolo quinto, non furono sempre cristallini e, soprattutto, agevolmente definibili, a causa dell’eterogeneità degli orientamenti politici intestini all’OSS. Infatti, mentre alcuni agenti dell’OSS, quali il capitano André Bourgoin, arruolato da Donald Downes a Tangeri per il distaccamento dell’OSS presso la V Armata, privilegiarono l’azione coordinata con i servizi segreti italiani, altri ufficiali, quali l’agente del SI, Peter Tompkins, strinsero rapporti preferibilmente con l’area della Resistenza di fede comunista e socialista, mantenendo le distanze rispetto all’antifascismo di chiara fede monarchica e nutrendo dubbi sulla stessa utilità di qualsivoglia collegamento dei servizi segreti americani con quelli italiani. Ciò ovviamente, alimentò contrasti all’interno dello stesso OSS, che si ripercossero anche sul buon esito delle missioni lanciate nell’Italia occupata e, in definitiva, sulla stessa congruenza dei rapporti stilati dai suoi agenti sul campo.
In ogni caso, a prescindere dalle divergenze di giudizi intestine all’OSS, è un fatto, riconosciuto anche dal SI, che il controllo del ricostituito SIM fu, per la massima parte, in mano inglese <13.
[NOTE]
9 Sulla natura dei rapporti tra Leo Valiani e i servizi segreti inglesi, a tutt’oggi non chiara, si confronti il recente lavoro di Mauro Canali, Leo Valiani e Max Salvadori, I servizi segreti inglesi e la Resistenza, in “Nuova Storia Contemporanea”, n. 3 del 2010.
10 Raimondo Craveri, La campagna d’Italia e i servizi segreti. La storia dell’ORI. (1943-1945), La Pietra, Milano 1980.
11 Si cfr., a tal proposito, E. Sogno, L’organizzazione Franchi, il Mulino, Bologna, 1997.
12 Relazione del SIM al Comando Supremo in data 25 luglio 1944 sull’attività svolta dal 1° ottobre 1943 al 30 giugno 1944 “per organizzare il movimento di resistenza nell’Italia occupata” citata in R. De Felice, Mussolini l’Alleato, II, La guerra civile 1943-1945, Einaudi, Torino 1997, nt. 2, pp. 204 e 205.
13 A tal fine, è illuminante un lucido memorandum inviato dal responsabile della sezione italiana del SI, Vincent Scamporino, al suo diretto superiore Earl Brennan, sul significato dei rapporti con il SIM, per la cui trattazione si rinvia al capitolo quinto del presente lavoro.
Michaela Sapio, Servizi e segreti in Italia (1943-1945). Lo spionaggio americano dalla caduta di Mussolini alla liberazione, Tesi di Dottorato, Università degli Studi del Molise, 2012

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Alla maniera di Nizza e Morbelli…

Il Feroce Saladino – Fonte: Giorgio Perlini art. cit. infra

[…] La rivista radiofonica I 4 moschettieri realizzata da Angelo Nizza e Riccardo Morbelli – due piemontesi non ancora trentenni – si configura come caso esemplare di cosa poté provocare un prodotto spettacolare alle origini della cultura di massa. La trasmissione andò in onda dal 1934 al 1938 suscitando una vera e propria moschettierimania, che non manca di essere ricordata ancora oggi in occasione di anniversari e di revival, ma rimane in fin dei conti poco studiata. Tornare a quegli anni e a quella trasmissione è perciò calarsi nella Storia del nostro paese, in particolare vuol dire osservare uno dei primi esempi del passaggio cruciale da cultura popolare a cultura di massa, ai tempi della letterale “esplosione” del mezzo radiofonico.
Negli stessi anni il giovane Orson Welles ordisce uno scherzo radiofonico “diabolico” con la messa in onda di La guerra dei mondi. Facendo leva sull’effetto di realtà suscitato dalla radio – una trasmissione viene interrotta per un annuncio straordinario – e sull’ancestrale paura del diverso, del nemico invasore, venuto da lontano (addirittura i marziani), il radiodramma provoca un terrore incredibile tra gli ascoltatori, tanto che in molti scendono per strada, si rifugiano nelle chiese, con tafferugli, scontri, addirittura dei morti, almeno secondo le cronache ormai leggendarie di quegli anni. In Italia la forza ipnotica della radio esplode invece con un programma di intrattenimento, collegato a un concorso a premi: non la paura dunque, ma l’umorismo, le canzoni, il fascino del gioco, la speranza per il premio e soprattutto la forza, e la voglia, dell’illusione sono gli ingredienti principali di una trasmissione che si rivelò anche una enorme e collettiva valvola di sfogo.
[…] Il punto di partenza è sempre I 4 moschettieri di Nizza e Morbelli, la prima “rivista radiofonica”, cioè la prima trasmissione che recuperò l’allora viva tradizione del teatro di rivista, traducendola in linguaggio sonoro. Andò in onda dieci anni dopo l’inizio ufficiale delle trasmissioni in Italia e si avvaleva di un ricco repertorio di canzoni e canzonette dell’epoca, delle quali venivano riscritti buona parte dei testi, adattandoli alle storie raccontate o a fatti di cronaca e di attualità, ricercando sempre effetti umoristici e ironici, tramite giochi di parole, associazioni strampalate, paradossi e parodie. Oltre a essere il primo vero grande successo della radio italiana I 4 moschettieri può vantare molti primati, a partire dalla sua natura seriale: sostanzialmente la prima trasmissione “a puntate”, ibridando il romanzo d’appendice, con il riferimento parodiato all’opera di Dumas, alle modalità proprie di molti fumetti, in particolare quelli ruotanti attorno alle avventure di uno specifico eroe (il debutto di Nizza e Morbelli alla radio fu in effetti con Le avventure di Topolino). Primo programma ad avere uno sponsor privato, la Buitoni-Perugina, e ad essere intimamente connesso alle logiche della pubblicità e del commercio, con la promozione della cioccolata italiana e dello stesso mezzo radiofonico (in soli quattro anni gli abbonati passeranno da 480.000 a più di 800.000). Lo sponsor darà vita a una campagna pubblicitaria “d’autore” con l’indizione del primo concorso legato a una raccolta di figurine. Il disegnatore Angelo Bioletto (poi tra i disegnatori di La rosa di Bagdad e nel dopoguerra anche coinvolto, solo per qualche anno, nella Disney – suo L’inferno di Topolino, parodia dell’Inferno dantesco) realizza cento figurine, inserite nei pacchetti di caramelle e cioccolata della Perugina. Il concorso, inizialmente pensato per ragazzini, ha un successo straordinario e inaspettato, coinvolgendo tutte le fasce d’età. Il mix tra cioccolata, radio, spettacolo è esplosivo; nel 1935 i quattro moschettieri arrivano in mongolfiera alla Fiera di Milano, li attende una folla esultante di diecimila persone, come fossero i Beatles.
Con la consegna dell’album completo di figurine si riceve in premio il libro illustrato da Bioletto, che raccoglie le avventure della rivista radiofonica (ne verranno stampate centomila copie). Centocinquanta album completi danno diritto alla tanto desiderata Topolino (ne verranno distribuite più di centino). Il Feroce Saladino è la figurina introvabile, che innesca la nascita di vere e proprie borse nere, tipografie illegali, smerci clandestini… con sdegno del regime che bloccherà tutto nel 1938. La leggenda dice che perfino le partite di calcio di serie A furono spostate di mezz’ora per permettere l’ascolto completo della trasmissione. Nel film Il Feroce Saladino (1936) di Mario Bonnard un illusionista, cacciato dalla sua compagnia di teatro di varietà, si ricicla, durante gli spettacoli, come venditore ambulante di caramelle Perugina, con allegate le famose figurine. Per una sorta di suggestione collettiva, l’illusionista riesce a far credere a tutto il pubblico presente nella sala teatrale di trovarsi tra le mani l’agognata figurina, con l’effetto di urla, grida e varie escandescenze. È una testimonianza diretta, e anche sottile, di quello che fu la moschettierimania e dell’impressionante potenza di manipolazione della radio, ancora giovanissima. Il successo favorì la produzione di gadget di vario tipo, che contribuirono a una narrazione diffusa e capillare: tra i primissimi esempi di avventura multimediale e, direbbero oggi i sociologi, di crossmedialità.
A distanza di ottant’anni mettersi sulle tracce di I 4 moschettieri vuol dire perciò osservare l’origine di molti processi entrati prepotentemente in uso, compiere uno scavo da archeologia dei media, rintracciare un episodio nel quale tecnologia, narrazione e ricerca di un pubblico di massa trovano una combinazione felice e rappresentano una sorta di centrifuga, dove ottocento e novecento si incontrano e si scontrano, con un’accelerazione rapida della Storia, prima del precipizio della guerra. Insomma già Dumas a metà ottocento aveva scelto i quattro eroi, catapultandoli nel seicento del Cardinale Richelieu, per raccontare passaggi e cambiamenti d’epoca. Nizza e Morbelli li recuperano, cambiando completamente lo scenario circostante e affiancando loro un incongruente Arlecchino, servitore fedele, deus ex machina, anello di congiunzione tra la carta dei romanzi d’appendice, l’etere della radio, le avventure alla corte del Re di Francia, secoli lontani e sovrapposti…
I Sacchi di Sabbia, dopo essersi impegnati nella realizzazione di un radiodramma, con espedienti semplici ed efficaci, applicati alle voci dei personaggi e agli effetti caricaturali dei rumori, si sono cimentati con la scena, per una sorta di traduzione “a rovescio”: non dal teatro alla radio, ma dalla radio al teatro, con lo spettacolo I quattro moschettieri in America. Radiodramma animato. In scena ci sono un moschettiere (Giovanni Guerrieri), una narratrice che introduce e spiega i fatti, cantando sulle melodie della storica trasmissione (Giulia Gallo), una rumorista che segue la vicenda con contrappunti vocali (Giulia Solano), un disegnatore che sul fondale tratteggia personaggi e ambientazioni. L’immaginazione del “puro” ascolto viene riattivata dalla costruzione in diretta di continue suggestioni visive: il “radiodramma animato” è fatto soprattutto di “cartone” e di carta, intrecciati alla presenza viva degli attori. A volte sembra di “leggere” le strisce di un fumetto, con le voci registrate del radiodramma, spesso si aprono libri pop up, realizzati appositamente per lo spettacolo, che rappresentano scenari di metropoli americane nelle quali si svolgono fughe e inseguimenti. Così il libro si apre e diventa città, un libro giocattolo, come miniatura del mondo. Poi si usano ombre cinesi, sagome, maschere e costumi di carta, tanti disegni e figurine, distribuite alla fine dello spettacolo, accompagnate da un piccolo album, sempre di Guido Bartoli. Questa semplice costruzione artigianale suscita continue sorprese per “effetti speciali” realizzati con mezzi poveri, ma con una buona dose di fantasia, dando allo spettacolo un forte senso ludico. Lo spettacolo si presenta suddiviso in tre puntate (ma esiste anche la versione canonica tutta di fila), ognuna delle quali di poco più di venti minuti, che innesca un meccanismo giocoso di partecipazione, di suspense, di attesa, ingredienti tipici della narrazione seriale, utilizzati assai spesso da televisione e radio, più rari in campo teatrale, almeno nelle sue declinazioni strettamente narrative. Stuzzicando la curiosità dei bambini, si valorizza la magia del rito del teatro, che si esalta nell’incontro ripetuto, preparato, atteso.
[…] In effetti la traduzione visiva della rivista radiofonica in uno spettacolo costruito attorno ai giochi dei bambini era stata un’intuizione dei primi anni della messa in onda. La Miniatura Film produsse nel 1936 I quattro moschettieri per il cinema, un film assai complesso, completamente realizzato con le marionette della famiglia Colla, per la regia di Carlo Campogalliani (anche lui proveniente da una famiglia di burattinai). Primo film italiano interamente pensato per marionette, fu da alcuni considerato una sorta di risposta autarchica all’esplosione dei cartoni animati di Walt Disney. Marionette, pop up, maschere, figurine… un immaginario “antico” di giochi infantili a contatto con i bambini paiono non sentire la polvere del tempo, al contrario si riattivano con leggerezza, e probabilmente anche per questo l’esperimento ha dato buoni frutti.
Oltre a questa linea strettamente legata all’immaginario dell’infanzia corre parallelo un altro filo, quello narrativo, che si porta dietro questioni anche più adulte, soprattutto negli attriti che i quattro eroi generano a contatto con il mondo circostante. I Sacchi di Sabbia utilizzano la parodia come motore della narrazione e poiché la parodia è anche alla base della rivista di Nizza e Morbelli, questo spettacolo pare quasi una sorta di sequel, ottant’anni dopo la messa in onda. Le storie di Nizza e Morbelli ruotano attorno alle implicazioni assurde che scaturiscono dal confronto costante tra il mondo “di carta” e romanzesco dei moschettieri e il mondo nuovo, in cui sono immersi, nel quale pare impossibile compiere nuove avventure, se non per effetto del disordine crescente della realtà. I quattro moschettieri, giocando con il modello di Jules Verne, devono compiere il giro del mondo per una sfida lanciata dal Cardinale Riciliù. Per questo ogni episodio racconta di un paese, una nazione o di un continente. I quadri che si tratteggiano sono ogni volta come “cartoline”, illustrazioni esotiche di un mondo che pare aver perso ogni elemento di realtà e volersi mostrare come pura rappresentazione, a scopo smaccatamente economico. Le regole dell’onore, della parola data, della fiducia non funzionano più in un mondo dove tutto ruota attorno al denaro, e in queste contraddizioni si gioca molto dell’umorismo di Nizza e Morbelli (che in parte si dissolve nella nebbia del passato, per i tanti riferimenti alle cronache del tempo non sempre comprensibili).
C’è una sorta di divertita ebbrezza distruttiva e un po’ cinica nel raccontare di un mondo costruito sempre più come set cinematografico, dove i barcaioli del Volga sono solo attori squattrinati che ricreano il colore locale per i turisti, e dove in Argentina si vendono in piazza, a procuratori europei, dei bambini abilissimi a giocare a pallone (mezzo secolo prima che Maradona sbarchi a Napoli!) […]
Rodolfo Sacchettini, I 4 moschettieri, 80 anni dopo, gli asini, 17 maggio 2016

Fonte: Giorgio Perlini art. cit. infra
Morbelli, Nizza e Bioletto – Fonte: Wikipedia

Se pensate alle figurine del concorso promosso nel 1936 dalla Perugina e dalla Buitoni, oppure alle prime serie di Topolino, o ancora alle illustrazioni di molti libri per ragazzi come David Copperfield e I ragazzi della via Paal, ebbene tutte portano la firma di un torinese: Angelo Bioletto, per gli amici “Nino”. Il futuro autore di tante storiche illustrazioni nasce nel capolugo piemontese il 30 settembre 1906. A Torino compie i suoi studi e nel 1926 comincia a lavorare in uno studio grafico dove conosce un disegnatore, Cinico Angelici, appassionato di musica. Il futuro direttore d’orchestra trasmetterà a Bioletto la passione per la batteria, ma anche per il disegno. Così quattro anni dopo Bioletto trova un impiego al quotidiano La Stampa, realizzando rubriche o vignette singole, spesso satiriche, come “Bioletto ha visto”, “Bioletto in città”, “Taccuino di Bioletto”.
Il 1934 è un anno fondamentale per la carriera dell’artista torinese: in quel periodo, ogni domenica, verso l’una del pomeriggio, gran parte dell’Italia si ferma per ascoltare la trasmissione radiofonica I quattro moschettieri ideata da Angelo Nizza e Riccardo Morbelli e sponsorizzata dalle ditte Perugina e Buitoni. La trasmissione è condotta da Nunzio Filogamo. Bioletto propone di realizzare delle figurine raffiguranti i personaggi della serie e di distribuirne una per ogni prodotto delle due ditte finanziatrici. Sarà un enorme, inaspettato, successo. Le figurine, da passatempo per bambini, diventano un fenomeno di massa. L’album, sempre realizzato da Bioletto, raccoglie 100 figurine. Se completato, dà diritto a un premio. Chi riesce a completare ben 150 album ottiene in regalo una “Topolino”, l’utilitaria della Fiat più famosa di quel periodo. Tra le figurine più particolari, si ricordano il jolly (che sostituisce una figurina mancante), nonché le rarissime “Il Feroce Saladino” e “La Donna Fatale” (caricatura di Greta Garbo).
Nel 1939 Federico Pedrocchi, a capo di alcune testate della Mondadori, chiede ed ottiene la collaborazione di Bioletto. Dopo la realizzazione dei disegni per una storia sceneggiata da Pedrocchi stesso (la riduzione a fumetti del Don Chisciotte), diversi progetti gli vengono proposti, tra i quali una produzione de I quattro moschettieri in Francia e l’ambizioso film La Rosa di Bagdad, il primo lungometraggio a disegni animati italiano, al quale avrebbe lavorato pure Pedrocchi. Nel film, diretto da Anton Giulio Domeneghini, il tratto di Bioletto è particolarmente espresso nei personaggi da lui disegnati, come i tre consiglieri del califfo Oman III, Tonko, Zirko e Zizibè che ricordano un po’ i nani di Biancaneve. Il film è la storia di Zeila, detta la Rosa di Bagdad, figlia del saggio califfo Oman III. Il padre vuole trovarle un giusto marito ma il malvagio Jafar, con l’aiuto del mago Burk, utilizza la magia per conquistare la ragazza. Amin, il giovane maestro di musica di Zeila, risolverà la situazione con l’aiuto della gazza ammaestrata Kalimà.
Bioletto inizia anche a collaborare per la neonata rivista Il Caroccio. La Seconda guerra mondiale e la morte dell’amico Pedrocchi portano Bioletto alla decisione di interrompere tutte queste attività. Nel 1948 incomincia a collaborare, come disegnatore, per Topolino giornale. La sua prima storia, sceneggiata da Guido Martina, è Topolino e il Cobra Bianco […]
Redazione, Nati il 30 settembre: l’illustratore torinese Angelo Bioletto, padre del Feroce Saladino, Piemonte Top News, 30 settembre 2018

Fonte: Giorgio Perlini art. cit. infra

La cinematografia era l’arma più forte, ma quella di maggior diffusione era la radio. Un medium che è stato forse uno dei primi grandi fenomeni legati all’industria culturale di massa, e che, come vedremo, giocherà un ruolo importante nella carriera di Sordi. Oltre alla funzione propagandistica (innescata direttamente da Mussolini) la radio assume immediatamente pieno possesso delle dinamiche che legheranno i mezzi di comunicazione con la nascente società dei consumi. Un esempio (interessante dalla nostra prospettiva) lo regalano le ditte Perugina e Buitoni che patrocinavano la rivista musicale radiofonica “I quattro moschettieri”. Forti della promozione radiofonica, esse decidono di abbinare alla trasmissione un concorso di figurine ispirate ai personaggi del serial. Commissionano all’illustratore del quotidiano La Stampa, Angelo Bioletto, la traduzione dell’universo sonoro dei personaggi creati da Angelo Nizza e Riccardo Morbelli, in bozzetti da stampare su figurine da collezione.
In ogni confezione dei prodotti Perugina-Buitoni, pasta, cioccolatini, torroni si trovava un esemplare da incollare su di un album. Tutti gli affezionati clienti che riuscivano a completare la collezione potevano ambire a ricchi doni, dal valore che cresceva in ragione del numero d’album completati. Con l’invio di centocinquanta album si riceveva addirittura una FIAT Topolino ed a dispetto di qualsiasi regola di sana alimentazione, duecento collezionisti avevano raggiunto l’ambito premio. Nella capitale s’erano create delle borse dove avvenivano gli scambi: la più famosa ed attiva di tutte (con autentici listini di quotazioni ed elenco di sequestro dei falsi) risiedeva in via dell’Umiltà. A causa, però, di un errore di stampa non tutti gli esemplari delle figurine di Bioletto erano stati inseriti nelle confezioni in uguale misura. Così la ricerca della figurina più rara, il feroce Saladino, aveva scatenato una sorta di frenetica ricerca.
Il clamore mediatico, si direbbe oggi, del feroce Saladino viene immediatamente sfruttato dalla Produzione Capitani Film ed il consorzio ICAR (Industrie Cinematografiche Artistiche Romane), due piccole case di produzione che s’erano create approfittando della favorevole congiuntura economica avvenuta in Italia tra il fallimento della Cines e la costruzione di Cinecittà. Esse affidano al giovane Ettore Maria Margadonna la stesura di una sceneggiatura per una commedia che portasse il titolo della famosa figurina. Ed il futuro sceneggiatore di Pane, amore e fantasia (Luigi Comencini, 1953) e delle relative sequele s’ingegna a confezionare una trama che possa sfruttare l’umorismo di Angelo Musco.
Questi era un comico siciliano, piccolo, un po’ storto, dotato di una comicità farsesca costruita attorno alla marcata caratterizzazione siciliana ed alla frenetica mobilità del corpo. La regia viene affidata a Mario Bonnard. L’argomento di “Il feroce Saladino” possiede molti tratti comuni al soggetto del chapliniano “Luci della ribalta” (Charles Chaplin, 1952)]. Al posto di Chaplin/Calvero, Angelo Musco interpretava il ruolo (praticamente autobiografico) di un artista di varietà ormai giunto al fine carriera. Un vecchio attore che viveva solo, abbandonato dalla moglie e dai figli, che, per sbarcare il lunario, era costretto a vendere dolciumi in un teatro. Il caso vorrà che proprio dai cioccolatini nasca la sua fortuna. Accade, infatti, una sera durante uno spettacolo, che in molte confezioni dei dolcetti da lui venduti in sala escano le rarissime figurine del feroce Saladino. La sorpresa, la confusione, la gioia trasformano la sala in un’allegra festa tanto da suggerire all’impresario di mettere in scena un’omonima rivista musicale in cui il vecchio artista interpreterà la parte del protagonista. La rivista ha successo e la giovane cantante (pupilla dell’anziano attore) trova la propria affermazione artistica interpretando la Bella Sulamita, l’altra rarità del concorso.
Ludovico Longhi, Radici culturali della comicità di Alberto Sordi. Ipotesi d’approccio biografico 1920-1954, Tesi di dottorato, Universitat Autònoma de Barcelona, 2011

Nunzio Filogamo nella parte di Aramis (1934) – Fonte: Wikipedia
Fonte: Giorgio Perlini art. cit. infra

Le prime sette avventure radiofoniche di Topolino del 1933 sono la strenna che Radio2 Rai regala ai suoi ascoltatori per le festività natalizie. I file delle «Radiofantasie» di Angelo Nizza e Riccardo Morbelli sono disponibili in podcast, sul sito Radio2.Rai.it.
Nel Natale del 1932, grazie all’editore fiorentino Giuseppe Nerbini, esce nelle edicole italiane, anticipando di un mese la pubblicazione americana, il primo numero di «Topolino», settimanale illustrato interamente dedicato al nuovo eroe dei ragazzi creato da Walt Disney. Ed ecco, un anno dopo, le «Radiofantasie», dedicate alle avventure di Topolino, che nascono come favole rivolte ai più piccoli e rappresentano il debutto radiofonico della coppia di piemontesi che divennero poi celebri l’anno successivo con la parodia de «I quattro Moschettieri» di Dumas.
Nizza e Morbelli crearono un linguaggio radiofonico innovativo, combinando insieme poesia, musica, letteratura e attualità in un pastiche parodistico di grande comicità, presentando i personaggi quali il Gatto mammone, l’elefante Jumbo, il Topo Rosicante e il Re Topone che recita nel suo componimento Il cacio: «Cos’è il cacio? è una parentesi rosa fra due digiuni». Molto divertenti le canzoni che precorrono successi come Tulipan e Bababaciami piccina, scritte anni dopo dallo stesso Morbelli. […]
Redazione, Il primo Topolino radiofonico del 1933, La Stampa, 27 dicembre 2013

Dieci anni dall’inizio ufficiale delle trasmissioni radiofoniche, in ottobre del 1934 andò in onda la prima puntata de “I 4 moschettieri / parodia di Nizza e Morbelli con musiche di Egidio Storaci”. La “radiorivista”, per usare la definizione del tempo, fu il primo caso italiano di sponsorizzazione e in poche settimane si impose come un vero e proprio fenomeno di costume, lasciando un segno indelebile nell’immaginario collettivo.
Angelo Nizza e Riccardo Morbelli, due giovani autori piemontesi ideatori e conduttori del programma – andato in onda ininterrottamente per quattro anni – si erano ispirati al romanzo “I tre moschettieri” di Alexandre Dumas padre, riscrivendolo in chiave umoristica, aggiungendo alle voci narranti le musiche originali composte da Storaci e ai protagonisti del libro una serie di personaggi e situazioni che si rifacevano alla cultura popolare dell’epoca, inaugurando così e portando al successo un nuovo genere: la “rivista radiofonica basata sulla parodia”.
I Sacchi di Sabbia, il gruppo toscano vincitore di due premi Eti “Il debutto di Amleto”, del premio speciale Ubu e nel 2011 del Premio della critica, a ottant’anni di distanza dalla “trasmissione più seguita di tutti i tempi” ha proposto un suo sequel con uno spettacolo teatrale dedicato ai bambini e intitolato “I 4 moschettieri in America”. Lo spettacolo, debuttato nel 2015, ora va in scena all’ITC Teatro di San Lazzaro di Savena, sabato 27 gennaio alle 21.00.
Il “radiodramma animato”, come recita il sottotitolo dello spettacolo ideato da Giovanni Guerrieri e Rodolfo Sacchettini, porta sul palcoscenico dell’Itc le atmosfere e i personaggi della trasmissione radiofonica. Ambientato nell’America degli Anni Trenta, tra gangster, pupe e sparatorie e i famosi eroi di Dumas che si ritrovano a inseguire il sogno di una nuova grandezza, il pastiche si avvale – alla maniera di Nizza e Morbelli – di gustose contaminazioni: dal cinema di Billy Wilder, ai testi di Jules Verne, alle moderne graphic novel. […]
Redazione, I quattro moschettieri in America, ITC Teatro, 27 gennaio 2018

La commedia attinge alle storie di due fortunati volumi, fatti pubblicare, a fine promozionale, dalla Perugina- Buitoni: il primo, I quattro moschettieri, uscì come strenna natalizia nel dicembre 1935. Visto il grande successo, nel 1937 fu pubblicato un secondo volume, intitolato Due anni dopo. Le illustrazioni erano ad opera di Angelo Bioletto. Gli autori, Angelo Nizza e Riccardo Morbelli, nei due libri avevano raccolto e adattato in forma narrativa i testi, da loro stessi creati e sceneggiati in rima e in prosa, del celeberrimo programma EIAR (la RAI di allora), Le avventure dei quattro moschettieri, che all’epoca fece scalpore.
Vaime e Fano hanno percorso a ritroso questo passaggio e ci restituiscono l’elaborazione drammaturgica di quelle storie, una satira di costume animata da personaggi caricaturali e da canzoni parodiate, rievocando l’atmosfera e il gusto dell’epoca. Un tempo in cui, nel quotidiano, lo spirito della gente comune, nonostante il regime, riusciva a mantenere un piglio ingenuo e scanzonato. […]
Redazione, I quattro moschettieri di Enrico Vaime e Nicola Fano, da Nizza e Morbelli, Teatro Stabile dell’Umbria, Stagione 2003/2004

La caricatura di Aldo Fabrizi di cui all’art. di Giorgio Perlini cit. infra

No, non parleremo delle celebri cento figurine Perugina – Buitoni derivate dal programma radiofonico, perché ne hanno già parlato in molti (1) (ed ogni tanto l’argomento torna alla ribalta), dunque il fenomeno è stato ampiamente raccontato, da parte degli storici con la curiosità verso ingenui entusiasmi di massa che sconfinavano nell’isteria in un’epoca in cui andavano avvicinandosi grandi drammi, e da parte dei pubblicitari con l’invidia verso una forma di reclame dalle dinamiche davvero inaspettate e soprattutto irripetibili.
Proveremo invece a prendere in esame due libri collegati alle suddette figurine, libri che, sebbene anni fa fossero chimere collezionistiche ed oggi siano disponibili a poche decine di euro, non hanno mai trovato una giusta attenzione critica. La motivazione di questa mancanza credo si identifichi nel loro essere tanto calati nelle circostanze sociali dell’epoca e tanto specifici in una satira di costume domestico ma velocemente transeunte, da risultare poco comprensibili al di fuori del periodo in cui vennero concepiti. Solo chi visse il loro tempo (e non ne restano molti) potrebbe ancora riderne appieno. I volumi in questione si intitolano I 4 moschettieri (del 1934) e 2 Anni dopo (1937), entrambi concepiti come premi per le raccolte complete delle suddette figurine con relativo album, scritti dall’affiatata coppia Angelo Nizza e Riccardo Morbelli, non ancora trentenni, e disegnati da Angelo Bioletto. Da una dichiarazione rilasciata dall’artista anni dopo sappiamo che fu proprio lui a suggerire ai due autori l’idea delle figurine, e così egli divenne il creatore grafico dell’intero progetto, che contemplò anche il cofanetto I 4 moschettieri in Russia con tre dischi Durium in cartone.
Ma torniamo ai libri; scritti con brio, partono dalla parodia di opere di Alexandre Dumas, confidando nella frequentazione di tali romanzi da parte di quel pubblico borghese che ascoltava appassionato le trasmissioni dell’EIAR; su questa base vengono poi aggiunte citazioni raccolte dalle massime opere letterarie o poetiche miscelate con citazioni pescate soprattutto dalle canzoni (ma anche dal cinema e dagli spettacoli di varietà) del tempo, da far sì che moschettieri si trovino convolti in avventure spalleggiati da attori comici. Il pastiche risultante, che oggi sarebbe scontato e poco moderno, per l’epoca era nuovo ed intrigante. Dal punto di vista della grafica, il passaggio dalle figurine alle illustrazioni potrebbe sembrare semplice, uno slittare di immagini da un formato minore a qualcosa di più grande, magari con lievi trasformazioni per non perdere in definizione, in fondo sempre di disegno si tratta. Ed invece il lavoro, sebbene basato sui personaggi già codificati dalle figurine ed amatissimi dal pubblico è decisamente mutante. Bioletto, con la sua linea sciolta, si sposta dalle figure singole, perfette per lo spazio-figurina, alla coralità di scene d’azione esibite con gestualità teatrale, quale era stata forse suggerita proprio dalla trasmissione radiofonica. Le illustrazioni si gremiscono di comprimari accalcati, il clima è sempre festoso, pressoché carnevalesco, come spesso lo si riscontrava in quegli anni anche nei cartoni animati americani. Gli ambienti dove i personaggi agiscono non solo vengono elaborati con gusto scenografico ma anche inquadrati da punti di vista complessi. Scorci dall’alto o dal basso, profonde fughe prospettiche laterali, tagli arditi che lascino spesso le figure oltre lo spazio visibile, facendole intuire da veloci inserimenti di braccia e gambe. L’artista si rivela un esperto uomo di spettacolo, uno scenografo le cui intuizioni possono in certi momenti sostituire il lavoro dei due registi-sceneggiatori, dei quali resta giusto il plot. Fondamentale, nelle coloratissime illustrazioni a piena pagina, è la ricerca di atmosfera. Nonostante si tratti di un’opera farsesca compaiono scene notturne in esterno e sotterranei fiocamente illuminati, poi altre scene solari con tripudio di costumi elaborati. Per i disegni più piccoli, tipo vignetta, si sceglie di lavorare in bianco e nero, oppure si aggiunge un solo colore. Questi piccoli inserti vengono posizionati dentro al testo cercando sempre un effetto piacevole che in taluni casi raggiunge la perfezione compositiva (si guardi la spettacolare doppia tavola con i moschettieri disposti a “v” contenuta nel secondo albo). Ma le abilità di Bioletto non si fermano qui. Nizza e Morbelli nel loro elaborare prima l’opera radiofonica e poi i libri cercarono riferimenti continui alla contemporaneità, e Bioletto tradusse l’operazione con l’espediente della caricatura. Non è così scontato che un disegnatore, anche abile, sia un bravo caricaturista. La caricatura è un genere specifico, spesso non frequentato neanche da chi disegna fumetti o cartoni animati. In Bioletto le caricature compaiono a getto continuo e sono sempre azzeccate (2). Su tali volti, immediatamente riconoscibili negli anni Trenta, si fonda gran parte delle illustrazioni dei due libri, e sebbene non sia questa la sede per un elenco completo, è doveroso riconoscere alcuni personaggi. In apertura del primo libro compare il taverniere del “Gatto melanconico” ben riconoscibile come Aldo Fabrizi, la cui associazione con l’attività culinaria è sempre stata forte. Dopo una lunga carrellata di personaggi presi tali e quali dalle figurine giungono gli stessi Dumas, padre e figlio, trasformati da scrittori a personaggi letterari, ma anche accusati di facili profitti derivati da una sorta di industria del romanzo, nella quale finisce prevedibilmente anche Verne. Poi si torna alla contemporaneità con l’avventuroso scienziato Auguste Piccard (nella figurina chiamato “Lo stratosferico”) ed il volo in mongolfiera dei moschettieri e di Arlecchino (che parla veneziano). Attualissima anche Marlene Dietrich nei panni dell’imperatrice Caterina, dominatrice di uomini (i moschettieri ma anche il regista Erich Von Strhoneim). Qualche pagina più avanti i rimandi cinematografici proseguono con “L’amaro te del generale Yen” e si intrecciano con quelli musicali di “Shanghai Lil”, brano di cui viene proposto un testo ovviamente parodiato. Dobbiamo considerare che tale canzone era parte della colonna sonora del film “Viva le donne” (“Footlight parade”), eccoci dunque all’operazione, indubbiamente moderna, di citazione nella citazione, di rimando continuo, esempio ante-litteram di quella che Omar calabrese, cinquanta anni dopo, avrebbe definito “età neo-barocca”. Evidentemente l’effetto di moltiplicazione e frammentazione operato dai mass-media era già in atto embrionale prima dell’arrivo della televisione […]
[NOTE]
1) In questo stesso sito compare una sezione dedicata a pubblicazioni con un alto grado di rarità intitolata “Cleopatrae extinte e feroci saladini”: il Feroce Saladino era uno dei personaggi delle figurine del concorso Perugina – Buitoni. Per volere delle ditte quella figurina venne distribuita così poco da farla diventare merce di scambio in una sorta di mercato nero. Il movimento creatosi intorno ne fece il personaggio più celebre dell’album.
2) Tanto Bioletto si rivelò caricaturista efficace nel 1934 che il suo soggiorno in Francia del 1939 era finalizzato alla produzione di una seconda collezione di figurine specifica per il mercato francese. Il disegnatore eseguì così un’altra serie di caricature ma l’opera non vide mai la luce a causa della guerra. Esiste una pubblicazione a cura dello Studio bibliografico Little Nemo, intitolata Il ritorno del feroce Saladino, che riporta tutti i 54 disegni, alcuni dei quali ancora allo stato di bozzetto. Trattasi di un piccolo albo del 1994, oramai diventato anch’esso una rarità.
Giorgio Perlini, Un ironico compendio degli anni Trenta dall’etere alla carta, tu ti libri, io mi libro

Mentre Nizza e Morbelli si dedicano alla rivista radiofonica, Filippo Tommaso Marinetti e Pino Masnata pubblicano nel 1933 il “Manifesto della radia” sulla «Gazzetta del Popolo», dove si dice che la scardinante novità della radio, dovuta al progresso e all’accelerazione della tecnologia, presuppone l’abolizione di tutta una serie di luoghi comuni propri dell’arte, in particolare del concetto stesso di spazio. A differenza del teatro, che ha bisogno di una scena, la radio «abolisce» lo spazio. Abolisce anche le scene rapidissime e simultanee, ma sempre realiste, del cinema. Secondo i futuristi l’abolizione dello spazio porta la radio a una «immensificazione», a realizzare una dimensione non più incorniciabile in una scena, ma di natura universale e cosmica. Un’arte dunque senza spazio, ma anche senza tempo, perché la possibilità di captare stazioni trasmittenti poste in diversi fusi orari determina «la distruzione delle ore del giorno». Sono queste certamente posizioni estreme, non prive di un gusto per la provocazione e per la dissacrazione delle forme consolidate. Gli esiti pratici dei futuristi sono nel campo della radiofonia piuttosto deludenti e molto lontani dalle ambizioni urlate nel manifesto e in successivi articoli. Però giustamente si individua nello spazio, nella costruzione della scena, il centro di una novità di cui la radio è portatrice. Di conseguenza la domanda che la radio condivide con il suo pubblico di ascoltatori riguarda prima di tutto una connotazione geografica: dove siamo? Dove si sta svolgendo l’azione?
L’ebbrezza dei pionieri della radio si esprime proprio nella creazione di molteplici situazioni, nel creare un ritmo narrativo forsennato che si esplicita nel susseguirsi delle azioni e contemporaneamente nel cambiamento delle scene.
“I 4 moschettieri” rappresentano in tal senso il primo e più compiuto esempio di presa di coscienza e di applicazione di questa specifica qualità radiofonica. Questi elementi vengono ancor più esaltati grazie all’utilizzo da parte di Nizza e Morbelli della serialità. Con “Le avventure di Topolino” Nizza e Morbelli, un anno avanti a “I 4 moschettieri”, introducono per la prima volta nella radio italiana il concetto di serialità, realizzando un programma per bambini a metà tra radiorivista e fiaba musicale. Una serie di scene radiofoniche racconta le avventure dell’eroe disneyano, che era appena giunto in Italia con i primi albi pubblicati a partire dal dicembre 1932 dall’editore Nerbini e con il volume antologico stampato dal torinese Frassinelli nella traduzione di Cesare Pavese. Ispirandosi soprattutto al fumetto la radio scopre così la narrazione seriale. Individuato un personaggio specifico, un eroe, si raccontano le sue mille peripezie. Negli Stati Uniti, negli stessi anni, nascono trasmissioni radiofoniche ispirate a eroi del fumetto come Buck Rogers (dal 1932), Dick Tracy (dal 1935), oppure vengono realizzati programmi alla radio che hanno loro stessi la forza di creare nuovi eroi del fumetto come nel caso di The Shadow (dal 1930 al 1954).
Il caso di “I 4 moschettieri” è ancora differente, perché la serialità del fumetto si mescola alla serialità tipica del romanzo ottocentesco d’appendice. Scegliere l’opera di Alexandre Dumas significa rifarsi direttamente a una narrazione pensata in origine a puntate, pubblicata sui giornali a ritmo continuo. Esiste alla base una storia, una quête, secondo la miglior tradizione del romanzo cavalleresco, che tiene assieme l’intera opera, dando una sensazione di unità e permettendo al lettore – o ascoltatore – di ‘rientrare’ in ogni momento nella narrazione, recuperando il filo della vicenda. Questioni tecniche, riferite soprattutto alla lunghezza e al ritmo, creano una liaison stretta tra il romanzo d’appendice e la rivista radiofonica. Così come il contesto nel quale entrambe le produzioni creative sono inserite: il romanzo d’appendice contribuisce alla diffusione dei giornali e allo stesso modo la rivista radiofonica nasce (anche) con lo scopo di promuovere la diffusione dello stesso mezzo radiofonico. “I quattro moschettieri”, novant’anni dopo aver riscosso un enorme successo popolare, escono dalle pagine del giornale per rivivere in forme radicalmente diverse nello spazio dell’etere, accettando nuovamente la sfida di conquistare un largo pubblico, adesso di massa.
Rodolfo Sacchettini, La radio come spazio magico della finzione. «I 4 Moschettieri» di Nizza e Morbelli in giro per il mondo in (a cura di) Nicola Turi, Ecosistemi letterari: luoghi e paesaggi nella finzione novecentesca, Firenze University Press, 2016

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Gli avanguardisti Ciargo, Pilon e Spazzapan esulano dai miei gusti

In riferimento alle esposizioni d’arte, sembra che il quinquennio successivo alla guerra sia bastato a rinnovare le energie e far ripartire gli entusiasmi degli artisti della zona, e dei loro critici di riferimento, dando l’avvio ad una nuova stagione espositiva. Il 1924 infatti è un anno importante, sia per Trieste, che per Gorizia.
A Trieste il Circolo Artistico, fondato nel 1884 e ricostituito dopo la guerra, decise di organizzare un’esposizione d’arte con l’obiettivo di creare un sistema espositivo periodico e stabile, sul modello delle esposizioni internazionali di Venezia: la Prima Esposizione biannuale del circolo artistico <167. La mostra si tenne dal 14 settembre al 26 ottobre 1924 <168. La presentazione di Benco ci offre un quadro della situazione artistica locale e sulla formazione degli artisti del circolo:
“Quasi tutti i migliori pittori delle due ultime generazioni ebbero a primo maestro Eugenio Scomparini […]; ma se qualche cosa di lui è rimasto nella tavolozza di tutti, non ve ne ha due che battono la stessa strada. Così altre influenze, segnatamente veneziane, si sono trascolorate passando attraverso i temperamenti e incrociandosi con gli studi fatti a Monaco e in altre città dell’estero: talchè sembra essersi composto ogni artista di altri elementi, e non v’è orientamente dell’arte moderna che non abbia trovato chi in un modo o nell’altro vi inclini” <169.
In sostanza quello che Benco ci dice è che il tipo di formazione degli artisti triestini era pressoché uniforme, caratterizzato dalla tradizione triestino-veneziana e da elementi di modernità provenienti da altre città nelle quali gli artisti si recavano a studiare, principalmente in territorio austro-ungarico. A questa esposizione parteciparono anche gli artisti sloveni Sergio Sergi, France Gorše, Veno Pilon e Ernest Sesek. La mostra non ebbe alcuna risonanza sulla stampa slovena dell’epoca, ma neanche su quella italiana, forse perché il materiale esposto non accendeva alcun entusiasmo “moderno” nei critici. Osservando il catalogo e le illustrazioni in esso contenute e confrontando l’elenco delle
opere esposte con ulteriori pubblicazioni dell’epoca o successive monografie degli artisti partecipanti, si può notare che furono esposti per lo più ritratti e paesaggi, che rappresentavano appieno la tradizione di stampo veneziano e austriaco.
Più a nord, invece, il Circolo Artistico Goriziano, nato nel 1922 sotto l’egida di Antonio Morassi, decise di realizzare nel 1924, una mostra che richiamasse l’attenzione su Gorizia e che ne ribadisse l’importanza sotto il profilo culturale: la Prima Esposizione Goriziana di Belle Arti. Questa esposizione, al contrario di quella triestina, attirò l’interesse di molti. Innanzitutto molto di ciò che venne detto sulla mostra riguardò le questioni nazionali, e qualcos’altro venne aggiunto sull’attitudine avanguardista e sulla ventata di novità che avrebbe portato Gorizia al livello di altre importanti città d’arte <170. La mostra venne inaugurata il 13 aprile 1924 e portava nel titolo la dicitura “goriziana”, ma era stata aperta ad artisti “nati” o “domiciliati” nella Provincia del Friuli, cosa che scatenerà una serie di equivoci e di prese di posizione <171. La neo costituita provincia del Friuli infatti, come abbiamo già ricordato, era stata il frutto di una manovra per rendere “più italiana” Gorizia, annettendola alla provincia di Udine <172 e abbassando in questo modo la percentuali di sloveni residenti in una sola provincia. Tuttavia l’Esposizione pare andasse contro tendenza, perché metteva in luce la partecipazione degli sloveni, ormai ben integrati nel Circolo Artistico Goriziano. E infatti il ruolo degli sloveni viene sottolineato dalla stampa slovena, che riportò il proprio punto di vista con queste parole:
“Questa è la prima esposizione che raduna le forze che operano in diverse parti della regione: un primo passo nell’educazione del pubblico. Visto il caratteristico bilinguismo che contraddistingue il Friuli, la recente iniziativa del “Circolo Artistico” si è distinta – agli occhi di un esterno – per aver alleviato abilmente questi contrasti. Infatti il trattamento riservato a noi “allogeni” è stato molto ospitale e accurato, sotto ogni aspetto. Tuttavia dal punto di vista interno quest’unione è un miscuglio di due tipi di sangue”. [ant. 21]
Dopo questa introduzione, Veno Pilon, uno degli animatori del Circolo, espose quelle che, a suo avviso, erano state le influenze sulla pittura locale: impressionismo, accademie italiane e scuola di Monaco, che forgiarono gli artisti più interessanti. E continua:
“Gli altri […] sono per lo più di scuola o di amatori più o meno abili, senza particolari annotazioni personali: un compromesso con la provincia. […] Poi il resto, vale la pena dirlo, l’invisibile lavoro della mostra è fatto dagli “allogeni”.” [ant. 21]
Del resto anche la critica italiana vedeva questa esposizione come un saggio delle varie tendenze artistiche apprese nelle Accademie nelle quali gli artisti della regione di norma studiavano. Va detto inoltre che nell’ambiente goriziano gli stimoli visivi si erano diffusi uniformemente, e nel gruppo degli sloveni le tendenze erano molto diverse. Sul periodico del Movimento Futurista Giuliano, intitolato “L’Aurora”, l’esposizione venne così recensita:
Accanto ad artisti illustri e celebrati dalla critica ufficiale quali Italico Brass, hanno esposto i futuristi Luigi Spazzapan, Giovanni Ciargo, Sofronio Pocarini e gli avanguardisti Veno Pilon, Gino de Finetti, Vittorio Bolaffio. Diamo qui qualche riproduzione dei lavori esposti. Ci riserviamo di fare una ampia critica, specialmente dei lavori dei forti e originali pittori futuristi Luigi Spazzapan e Giovanni Ciargo, i quali hanno molto ingegno e che sapranno indubbiamente affermarsi nel mondo artistico, con le loro continue e nuovissime ricerche <173.
L’anonimo critico italiano infatti percepisce Spazzapan e Čargo come futuristi e fa notare che il carattere espressionista e “avanguardista” di Veno Pilon contribuisce all’organicità e varietà dell’esposizione.
“Le opere del Pilon destano vivaci discussioni nel pubblico goriziano, il quale nella grande Esposizione vede ora rappresentate quasi tutte le scuole, tutte le tendenze dell’arte contemporanea. Con l’arrivo dei quadri di Pilon l’Esposizione è del tutto organica ed ha quell’impronta di modernità che assolutamente deve avere al tempo nostro una manifestazione artistica dell’importanza dell’esposizione di Gorizia”. [ant. 48]
Un fattore da considerare è la naturalezza con cui Morassi e Pocarini che organizzarono l’esposizione, accettassero la “presenza di artisti sloveni, anche se allora erano da considerare […] “artisti del Litorale”, “senza distinzioni di razze”” <174.
Tuttavia, non sappiamo cosa abbia scatenato le accese critiche di Chino Ermacora, critico del periodico la “Panarie”: se lo spirito di rivalità che si era acceso tra le due provincie ora riunite, oppure la presenza degli sloveni all’esposizione. Tuttavia la sua critica <175 non passò inosservata e ferì l’orgoglio di coloro che l’avevano organizzata. Sulla stampa italiana rispose Morassi dalle pagine della “Voce di Gorizia”, aggiungendo una postilla:
“Nell’ultimo numero della “Panarie” c’è un articolo su la Mostra Goriziana, di cui noi siam grati alla Rivista Udinese. Ci spiace soltanto – prescindendo dalla diversità di giudizio sugli artisti […] che l’autore neghi il successo dell’Esposizione. Ci spiace, perché noi ci siamo illusi, poveretti, di presentare per la prima volta al Pubblico Goriziano e Friulano alcuni giovani affatto sconosciuti. Ebbene la nostra soddisfazione, per averli rivelati, è grande. abbiamo risposta in loro la nostra piena speranza”. [ant. 54]
Ermacora aveva infatti criticato il frazionamento delle forze e delle iniziative, sottolineando che in questo modo in nessuna mostra gli artisti friulani sarebbero figurati in modo degno. Ma non solo: aveva criticato l’eccessiva fretta nell’allestimento dell’esposizione e il forte contrasto tra “le forme dell’antica e accetta tradizione e le forme di un certo avanguardismo ancor di moda” <176. Del resto egli stesso si dichiara “passatista”, mentre invece trapela la sua preferenza per gli artisti del “Friuli occidentale” che però non vanta “alcun campione futurista”177.
Sulla stampa slovena, invece, Veno Pilon risponde probabilmente a quella specie di “censura” <178 fatta da Chino Ermacora con le parole “Gli avanguardisti Ciargo, Pilon e Spazzapan esulano dai miei gusti e, quindi, dal mio giudizio.“
Pilon infatti scrisse:
“Proprio qui, in questa città, dove due organismi vivono a stretto contatto, si va insinuando la questione del rapporto tra le due comunità. I latini, forti della loro tradizione, estremamente abitudinari nei loro mestieri sono più elastici nell’innovazione. Dall’altra parte ci siamo noi, discepoli ancora grezzi, a mani libere, pronti all’abnegazione, meditativi e noncuranti dei doni ricevuti dalla cultura dei nostri insegnanti. Balbettanti ancora, ma afferenti contenuto. Tra i due gruppi ci sono innumerevoli scambi, mescolanze di sangue da uno all’altro. In noi è evidente la rappresentazione aspra e fortemente ostinata, proveniente dalla concezione lubianese, della modernità in chiave lirica e letteraria. Senza dubbio, la nostra posizione etnografica ci avvicina alla concezione latina della vita, senza però essere in grado di sopraffare l’indole della nostra comunità”. [ant. 21]
In effetti questa, oltre ad essere un’orgogliosa risposta sulla questione nazionale, sembra essere uno sfogo riguardo alla situazione generale degli “allogeni”: una minoranza proiettata in un contesto diverso da quello precedente. Sotto l’Impero asburgico infatti la cultura slovena minoritaria, rispetto a quella tedesca, era sempre stata rispettata. Più in generale, Pilon considerava che quello sloveno fosse un popolo con la chiara consapevolezza di non essere portatore di una tradizione secolare in campo artistico, ma un popolo nuovo che dedicava le proprie energie a stare al passo con le avanguardie e alle novità dell’epoca. E infatti continua:
“In effetti gli italiani hanno mostrato solo un piccolo frammento della loro energia nazionale, mentre noi presentiamo ciò che di meglio abbiamo, ma questo confronto sproporzionato è molto importante per ottenere un’unità di misura assoluta delle nostre forze: i nostri vicini sono diventati molto attenti alla nostra andatura maldestra e hanno diffuso il suo eco ben oltre gli stretti confini della provincia. Per noi questo è l’unica via per raggiungere il mondo: un ponte dalla focalizzazione su se stessi verso il pubblico dei concorsi internazionali”. [ant. 21]
Che sia stata un’effettiva incomprensione dell’arte esibita dal gruppo di sloveni “avanguardisti” a questa mostra, oppure una presa di posizione contro la loro partecipazione, in ogni caso il critico Ermacora non cambiò idea neanche due anni dopo, quando organizzò la Prima Biennale Friulana d’arte. Gli artisti sloveni non vennero infatti presi in considerazione, e anzi, sappiamo che Veno Pilon scrisse a Pocarini lamentandosi per l’esclusione dalla mostra, nonostante lo sforzo di mediazione sostenuto dallo stesso Pocarini <179.
L’unico artista sloveno ammesso fu Sergio Hočevar, che aveva già cambiato il suo nome in Sergio Sergi, e che già aveva superato favorevolmente le critiche di Ermacora riguardanti la Prima Esposizione Goriziana. A quell’epoca il critico si era espresso nei suoi confronti con parole lodevoli riguardanti le grafiche esposte <180.
[NOTE]
167 (1 Esposizione biannuale del Circolo Artistico: autunnale 1924. Catalogo illustrato 1924).
168 Ibidem.
169 Ibidem.
170 “Tra i 49 artisti che hanno esposto le loro opere erano anche presenti anche alcuni che per i loro lavori sarebbero adatti in mostre più grandi e più conosciute, rispetto a quella di Gorizia” [ant. 19]
171 “Non è privo di conseguenze il fatto che tale esposizione si tiene a Gorizia e viene curata da un goriziano: purtroppo il timore di eventuali rimproveri […] si rivelerà fondato. Va detto infatti che se questa esposizione è lo specchio del vario panorama artistico figurativo intorno a Udine e Gorizia degli anni Venti, essa è anche e soprattutto la testimonianza della vitalità culturale della Gorizia del primo dopoguerra, nonché lo strumento attraverso il quale Gorizia può affermare la sua autonomia culturale nei confronti della cultura friulana” (Delneri 2010), p. 15.
172 “E la rabbia e l’umiliazione dei goriziani per l’annessione alla Provincia di Udine non riguardava ovviamente il solo aspetto politico, ma anche quello culturale, dal momento che entrambi gli aspetti erano da sempre radicati nella storia della città, riconosciuti e tutelati dal precedente governo Austro-ungarico, che sin dalla costituzione del 1861 aveva salvaguardato le diverse identità nazionali del suo impero […]”, Ibidem.
173 (Alla prima esposizione goriziana Luglio 1924).
174 (Delneri 2010), p. 15.
175 Cfr. [ant. 53].
176 (Ermacora 1924), p. 162.
177 Ibidem.
178 (Delneri 2010), p. 16.
179 Lettera citata, Ivi p. 18.
180 “Tre splendide xilografie aveva anche Segio Sergi” (Ermacora 1924), p. 166.
Giulia Giorgi, Artisti sloveni in territorio italiano, 1918-1945. Fonti, documenti, critica, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Udine, Anno accademico 2014/2015

Nel 1924 Fiorini stipulò un contratto con Chino Ermacora per stampare “La Panarie”, la rivista più innovativa e importante del tempo, tanto dal punto di vista culturale che da quello grafico.
Chino Ermacora radunò intorno a sé un gruppo di artisti e di studiosi per illustrare modernamente i problemi regionali. Collaborarono con lui il pittore Giovanni Pellis e Arturo Feruglio, mentre per le copertine e la grafica lavorarono tutti i maggiori artisti del periodo: Luigi Bront, Lea ed Ettore d’Orlandi, Carlo Someda de Marco, Dino Basaldella, Ernesto Mitri, Fred Pittino. La rivista era bimestrale, in sedicesimo, conteneva stampe xilografiche fuori testo e si fregiava di una copertina d’autore affidata ai maggiori artisti del tempo. Dopo i primi quattro numeri stampati dalla Libreria Carducci, gli altri furono stampati da Giovanni Fiorini con un contratto stipulato il 31 maggio 1924, e valido fino al 1925, in cui si prevedeva che la composizione tipografica fosse fatta a mano con piegatura dei fogli. Allo stampatore spettavano lire 2000 per ogni numero della rivista per una tiratura di 1750 copie, esclusi clichè e carta, sempre di buona qualità.
Dal 1925 Giovanni Fiorini trasferì la tipografia, denominata “Tipografia Editrice de La Panarie”, al n. 17 di via Romeo Battistig, contribuendo non poco al successo della rivista grazie al suo apporto finanziario e tecnico.
[…] Nell’aprile 1931 Chino Ermacora chiese di recedere dalla società: Giovanni Fiorini assunse le passività e fu costretto a cedere rivista ed edizioni, rinunciando al nome de “La Panarie”. Continuò non di meno la sua attività tipografica tra difficoltà crescenti.
Gabriella Bucco, Giovanni Fiorini. La difficile vita di un editore e tipografo udinese in Tiere Furlane Dicembre 2009 Anno 1 Numero 3

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Radio Londra elogiò il tranello teso dai partigiani

Scaletta Uzzone, Frazione di Castelletto Uzzone (CN) – Fonte: Mapio.net

Isolati all’estremo opposto dello schieramento, e indipendenti de facto e de iure dal Comando [n.d.r.: partigiano savonese di] Brigata, il “Sambolino” e il “Wuillermin” vivevano gomito a gomito con gli autonomi di “Bacchetta” nella zona di Montenotte – Pontinvrea – Giusvalla. La forza complessiva dei distaccamenti garibaldini raggiungeva ormai le novecento unità.
Una nuova serie di “colpi” riusciti accompagnò verso la fine di settembre 1944 la profonda riorganizzazione realizzata in campo garibaldino con la nascita della Quarta, Quinta e Sesta Brigata. Il giorno 18 il distaccamento “Ines Negri” costrinse alla resa nei pressi di Bardineto 23 “marò”, che entrarono più o meno di loro spontanea volontà nei ranghi dei garibaldini
[…] In campo autonomo l’arrivo a fine agosto di “Mimmo” Astengo e dei suoi uomini aveva presto dato nuova linfa all’attività militare. Schierato su tre squadre e dotato di notevole mobilità operativa <48, il distaccamento di “Mimmo” si distinse nelle settimane seguenti per aggressività ed astuzia tattica. Tra le non poche operazioni compiute da questi partigiani, alcune meritano una citazione particolare. Il 10 settembre 1944, tre soldati tedeschi furono disarmati sulla statale per Acqui Terme; subito dopo un’automobile della Wehrmacht fu attaccata e per i tre ufficiali che vi si trovavano non vi fu scampo <49. A seguire, il giorno 20, l’intero posto di blocco della “San Marco” all’Acquabona, tra Sella e Santuario, formato da una ventina di pionieri, fu circondato e catturato senza colpo ferire <50. Non contenti, i partigiani di “Mimmo”, attaccata il 29 settembre la mensa ufficiali di Ferrania infliggendo un morto e diversi feriti al nemico <51, il 12 del mese successivo tornarono ad insidiare il presidio dell’Acquabona, da poco ricostituito e rafforzato con mine, reticolati, mitragliatrici e guardie ventiquattr’ore su ventiquattro. Nonostante l’evidente difficoltà dell’impresa (attaccare una posizione munitissima, già aggredita in precedenza e che quindi stava sempre sul chi vive) gli autonomi di “Mimmo”, per i quali il posto di blocco era divenuto una specie di idea fissa, dopo molte osservazioni giunsero a concepire una clamorosa beffa ai danni dei “marò” di guardia. Un partigiano telefonò da San Bartolomeo ai pompieri di Savona, segnalando la presenza di un incendio (in realtà inesistente). Giunti i pompieri, gran parte dei quali erano amici e simpatizzanti dei partigiani, gli autonomi si fecero consegnare da essi elmi e mantelle invitandoli a restare nella vicina osteria. Una seconda telefonata fruttò a “Mimmo” e soci un camioncino con il quale, in sette, scesero al posto di blocco, dove un sottufficiale li fece passare, ignaro del trucco. Una volta all’interno del dispositivo di difesa nemico, fu relativamente agevole spianare i mitra ed ottenere la resa dei “marò” esterrefatti. I tedeschi si mostrarono più pronti: uno cadde sotto il fuoco partigiano, mentre altri quattro riuscirono a dileguarsi. In pochi istanti il presidio fu spazzato via con la cattura di 25 prigionieri e di un consistente bottino in materiali militari; non venne più ricostituito, sancendo un importante punto a favore della Resistenza.
Il tranello escogitato dagli autonomi di “Mimmo” ebbe persino l’alto onore di essere lodato pubblicamente dal colonnello Stevens, che quotidianamente conduceva le trasmissioni in lingua italiana di Radio Londra <52.
Lo schieramento autonomo che dalle Langhe si protendeva verso Savona ed il suo retroterra fu ulteriormente rafforzato dal passaggio nelle sue file del “Biondino”, che ebbe toni di alta drammaticità. Ai primi di agosto del 1944 a Prunetto, sede di un distaccamento della Sedicesima Brigata Garibaldi (inquadrata nella Sesta Divisione Garibaldi Langhe), si era tenuto il processo a carico del “Biondino”, accusato di furto, assassinio di presunte spie senza processo e indisciplina. Il tribunale partigiano, presieduto dal comandante di brigata “Device”, ascoltata la difesa dell’imputato lo mandò assolto in considerazione delle sue virtù di combattente, pur contestandone l’indisciplina. “Device” era pur sempre il comandante, e minacciò di esautorare il suo sottoposto se non gli avesse consegnato tutte le spie su cui metteva le mani <53. Il problema era molto complesso, perché almeno da giugno il “Biondino” era in costante contatto con gli autonomi di “Mauri”. Addirittura, quando le sue “volanti” catturavano dei tedeschi, egli preferiva consegnarli al Comando di “Mauri” a Marsaglia, nelle Langhe monregalesi, per il semplice fatto che gli autonomi lo ricompensavano con sigarette ed armi che ai garibaldini, sistematicamente ignorati dagli aviolanci britannici, mancavano. Non era poi un mistero che in tutta la subregione delle Langhe gli autonomi stessero tentando di “fare le scarpe” ai garibaldini sottraendo loro uomini e territorio operativo: pare che “Mauri” avesse promesso al “Biondino” il comando di tutto il fronte compreso tra il Todocco e Roccaverano, posto a difesa del campo d’atterraggio di Vesime usato per gli aviolanci e per paracadutare le missioni inglesi, notoriamente avverse ai garibaldini. Ciò contribuì ad accrescere la stima di sé e l’insofferenza del nostro soggetto, il quale, amato dai suoi uomini che manteneva con il ricavato delle rapine e dai contadini che riforniva con i saccheggi degli ammassi, ora si atteggiava ad alto ufficiale, esibendo una fascia tricolore con la scritta “tenente colonnello Biondino”! <54
L’astio che covava da tempo tra il “Biondino”, un Robin Hood per gli amici, duro e spietato con i nemici veri e presunti, insofferente di ogni disciplina, e “Device”, il tipico comunista inquadrato, ottimo e benvoluto comandante ma troppo autoritario, esplose in modo tragico la sera del 29 agosto sul ponte di Cortemilia. Quel pomeriggio “Device” era venuto a sapere dal tenente Remo La Valle “Speranza”, autonomo (da non confondersi col savonese Lelio Speranza), che il “Biondino” e tutti i suoi cento uomini, appena cacciati da Santa Giulia dai tedeschi, volevano passare alle dipendenze di “Mauri”. Furioso, “Device”, intenzionato a tenersi se non gli uomini almeno le loro armi, affrontò il “Biondino” sul ponte che a Cortemilia scavalcava la Bormida di Millesimo e ne nacque un animato diverbio a mano armata troncato dalla raffica con cui il “Biondino”, più per paura che per odio, uccise il comandante garibaldino. Pochi giorni dopo, in un clima da tregenda, aggravato dalle puntate nazifasciste, tutto il distaccamento del “Biondino” cambiò zona passando con gli autonomi. L’episodio aprì una frattura insanabile tra garibaldini e autonomi: se la Sedicesima Brigata, orfana del comandante, non attaccò i “maurini” nei giorni seguenti, lo si dovette solo alla saggia moderazione di cui diedero prova il CLN regionale piemontese e la Delegazione delle Brigate Garibaldi per il Piemonte, che a più riprese intervennero per calmare le acque. Dopo rinvii a non finire, il 30 ottobre un farsesco processo celebrato a Cortemilia da giudici di parte autonoma mandò nuovamente assolto il “Biondino”, ormai rivelatosi prezioso per lo schieramento “maurino” <55.
In generale tutto il dispositivo guerrigliero autonomo resse validamente ogni reazione nemica. Fino alla fondazione della Brigata Savona (7 ottobre) i gruppi alle dipendenze di “Bacchetta” ebbero numerosi scontri a fuoco con tedeschi e fascisti. Il 12 settembre, a Pian del Lazzo, cuore dell’area operativa degli autonomi tra Cairo e Montenotte, una sparatoria durata più di due ore si chiuse con il recupero di armi e materiali vari abbandonati dai rastrellatori in ritirata <56. Dopo alterni combattimenti sostenuti a fine mese a Bragno, sulla strada per Acqui e nei pressi di Dego <57, gli autonomi dovettero fronteggiare un insidioso rastrellamento compiuto il 3 ottobre da colonne di tedeschi e alpini della divisione “Monte Rosa” che puntavano sulla zona di Pian del Lazzo e delle cascine circostanti con l’obiettivo di imbottigliare i “banditi”. Un distaccamento riuscì a mettere in fuga gli attaccanti presso Smoglie dell’Amore, non lontano da Montenotte; ma i nazifascisti, riorganizzatisi, tornarono in forze per trovare il vuoto creato dalla rapida ritirata dei partigiani. Poche ore dopo violenti combattimenti si riaccesero nelle vicinanze di Ferrania, in località “Uomo morto” (nome quanto mai significativo); qui, dopo quattro ore di battaglia, gli autonomi si dispersero per la boscaglia senza perdite, lasciando tedeschi e repubblicani a contare i caduti (trenta secondo i resoconti, ma la cifra è con tutta probabilità sovrastimata) <58. Il gruppo del “Biondino”, reduce da un vittorioso scontro, il 19 settembre, tra Montechiaro e Cartosio, contro i tedeschi, e da un sabotaggio alla ferrovia tra Dego e Piana Crixia il giorno 27, fu attaccato sempre nella giornata del 3, benché in quella zona il rastrellamento fosse in atto fin dal giorno precedente. Due battaglioni di “marò”, tre compagnie di SS italiane e una cinquantina di arditi attaccarono tra la Bormida di Spigno e la valle Uzzone, ben contenuti dagli autonomi. La battaglia fu così violenta che, come ammette lo stesso diario divisionale della “San Marco”, a Savona città si diffusero voci di una grave disfatta dei fascisti. Un plotone di “marò” al comando del sottotenente Carlo Bagnaresi si barricò invano in una canonica. Bagnaresi, ferito, fu catturato e fucilato il 15 novembre a Castino.
Nella giornata del 4 ottobre contrattacchi a fasi alterne portarono ad una situazione di stallo, mentre gli uomini del “Biondino” mettevano in fuga i “marò” sulla “langa” di Cagna, così come avevano fatto il giorno prima a Castelletto Uzzone con gli arditi. Alla fine, il giorno 5, la “San Marco” lamentava 25 morti, 51 dispersi, 46 feriti e molti prigionieri. Ai complimenti del generale von Lieb, comandante della 34a Divisione tedesca ancora in parte stanziata nella zona, Farina rispose secco: “Perché non ci mandate a combattere gli Alleati sulla Linea Gotica, risparmiandoci l’amarezza di veder spararsi Italiani contro Italiani?” <59. L’attacco nemico, per quanto respinto, indusse in seguito “Bacchetta” e la gran parte dei suoi uomini a trasferire definitivamente la base principale a Pezzolo Valle Uzzone, tra le due Bormide; almeno un distaccamento rimase comunque nei dintorni di Montenotte, e le azioni delle pattuglie autonome continuarono a concentrarsi sul territorio savonese <60. Ancora, due giorni prima della nascita della Brigata Savona, un treno scortato da militari fu fermato nella stazione di Sella da pattuglie autonome: due tedeschi rimasero sul terreno, mentre quattro loro camerati e cinque “marò” si arresero <61.
Si giunse così, il giorno 7, alla creazione della prima brigata autonoma della Resistenza savonese: la Brigata Savona, intitolata ad Adriano Voarino, ventenne savonese ucciso a San Michele di Mondovì il 1° marzo <62. La brigata venne fondata a seguito di un accordo, senz’altro preceduto da complesse trattative, tra “Bacchetta”, “Sergio” (Furio Sguerso) e “Mimmo” <63. Le forze dei primi due raggiungevano allora i 210 uomini, mentre alle dipendenze di “Mimmo” se ne trovavano un’altra cinquantina <64. Le cariche vennero equamente spartite: a “Bacchetta” toccò il comando, con “Sergio” in qualità di vicecomandante; “Mimmo” fu messo a capo dello Stato Maggiore di brigata, “Erre” (Giovanni Piccone) divenne commissario e “Katia” (il dottor Angelo Salomone) vicecommissario. Tutti portavano il grado di tenente <65. Il CLN savonese espresse il giorno stesso la sua soddisfazione per la costituzione della nuova unità, promettendo assistenza ed aiuti tramite il Comitato Militare e il Comitato di Assistenza <66. E fu proprio durante un viaggio a Savona compiuto il 20 ottobre per avvertire il CLN dello spostamento del Comando a Pezzolo che “Sergio” restò ucciso in un agguato tesogli nel quartiere di Villapiana, nonostante un disperato tentativo di difesa <67.
[NOTE]
48 M. Calvo, Eventi di libertà. Azioni e combattenti della Resistenza savonese, Savona, ISREC Savona, 1995, p. 103.
49 R. Badarello – E. De Vincenzi, op. cit., p. 296.
50 G. Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, Genova, Cassa di Risparmio di Genova e Imperia – La Stampa, 1985 (3 voll.), ed. 1985, vol. II, p. 194.
51 M. Calvo, op. cit., p. 288.
52 R. Badarello – E. De Vincenzi, Savona insorge, Savona, Ars Graphica, 1973, p. 298.
53 F. Sasso, Folgore – il Biondino. Storia di un Partigiano, Rocchetta di Cairo (SV), GRIFL, 2000, pp. 82-83.
54 F. Sasso, Il Biondino…cit., p. 56-57.
55 F. Sasso, Folgore…cit., pp. 82-102, 106-115 (un intero capitolo ricco di testimonianze e citazioni è dedicato a questa vicenda).
56 Cfr. R. Badarello – E. De Vincenzi, op. cit., pp. 296-298, e G. Gimelli, op. cit., ed. 1985, vol. II, p. 187.
57 M. Calvo, op. cit., p. 288.
58 Ibidem, p. 288.
59 F. Sasso, Folgore…cit., pp. 133 – 136.
60 R. Badarello – E. De Vincenzi, op. cit., p. 298.
61 M. Calvo, op. cit., p. 285.
62 R. Badarello – E. De Vincenzi, op. cit., p. 299.
63 M. Calvo, op. cit., p. 42.
64 G. Gimelli, op. cit., ed. 1985, vol. II, p. 190.
65 R. Badarello – E. De Vincenzi, op. cit., p. 293.
66 Ibidem, p. 293. In realtà, tra gli autonomi la carica di commissario aveva una funzione diversa da quella esistente presso i garibaldini: non si trattava cioè di un commissario politico, ma di una sorta di supervisore – intendente (colloquio – intervista con Lelio Speranza registrato il 31/3/2000, in appendice.
67 Ibidem, p. 292.
Stefano d’Adamo, Savona Bandengebiet. La rivolta di una provincia ligure (’43-’45), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999/2000

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