Anche nella Rsi la propaganda culturale si fuse con quella razziale

L’ultimo atto del fascismo e della sua propaganda culturale assunsero le sembianze tipiche di un’agonia. L’iconografia della Rsi era improntata al sangue, al lutto, e recava con sè simboli funerei, insegne di morte collocate sullo sfondo di una scenografia tetra. <108 Giovanni Dolfin, ad esempio, riportò assai bene il modo in cui Mussolini guardava al Garda e alla crepuscolare repubblica che vi era sorta intorno: «[…] così ricorda Filippo Anfuso, che pur delinea […] lo scenario del lago di Garda, “quest’acqua klingsoriana” e semi-tropicale che Mussolini non amava e chiamava un “compromesso” […] connessa alla presenza allucinante del mausoleo dannunziano detto “il Vittoriale” […] su cui infine domina […] l’universo germanico, che ai tempi recenti dell’Asse egli (Mussolini) si raffigurava in termini grandiosi […].» <109
Alcuni anni prima della caduta di Mussolini, nel 1941, sembra che alcuni diplomatici italiani avessero captato un ufficiale tedesco il quale aveva sarcasticamente definito il duce come un semplice Gauleiter italiano. Durante gli ultimi anni di Salò, Mussolini divenne esattamente poco più di un governatore (o Gauleiter, per dirla alla tedesca) di un minuscolo e impotente stato collaborazionista. <110 Ciò significa che anche le organizzazioni di propaganda culturale, soprattutto se «delocalizzate» come la Dante da Roma alla RSI, si sarebbero dovute adeguare alle mutate condizioni politiche. Ad esempio, almeno nelle settimane successive all’armistizio del 1943, le sorti della SDA di Copenaghen seguirono quelle del suo fiduciario, Berengario Gerola. Quest’ultimo, infatti, rimase in Danimarca sino al settembre del 1943, dopodiché fu costretto a emigrare in Svezia per evitare le rappresaglie naziste. Continuò, però, a insegnare lingua e letteratura italiana presso l’università di Göteborg. <111
Invece, come anticipato, quanto successo alla SDA di Oslo venne riassunto da una lettera di Rulli del 1946. Cogliendo l’occasione per illustrare la possibilità di riaprire un comitato della SDA nella capitale norvegese, Rulli ricostruì le vicende più drammatiche e «scomode» in cui precipitò l’ambiente diplomatico italiano in Norvegia. Innanzitutto, raccontò come Kristofer Sindig-Larsen, pittore (a giudizio di Rulli) di non eccellente valore, fosse in realtà più a suo agio negli ambienti mondani rispetto a quelli culturali. Nonostante una certa permeabilità nei confronti del fascismo, era stato costretto a dimettersi nel 1942 per «indebito intervento della nostra Gerenza degli Affari Consolari» (sono le parole di Rulli) che: «[…] avrebbe voluto, contro la volontà dei soci norvegesi, che la Dante funzionasse anche durante il periodo di occupazione tedesca del paese […]». <112 Tuttavia, già prima dello scoppio del conflitto, si erano verificati numerosi scontri tra gli organi diplomatici italiani e il direttivo della SDA di Oslo. La pretesa, infatti, era quella che la SDA di Oslo si trasformasse da associazione culturale norvegese in un’organizzazione di propaganda italiana. La sezione norvegese, però, si era sempre rifiutata di includere nella programmazione culturale imposizioni spudoratamente propagandistiche. Ad eccezione di qualche ospite «illustre», inviato appositamente dall’Italia, la SDA di Oslo aveva sempre mantenuto una propria indipendenza culturale. Benché non avesse mai avuto una sede fissa, pare che esistesse una piccola raccolta di libri presso la Legazione italiana. Questa minuscola
«biblioteca» venne poi trasferita proprio laddove, tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, sorse la cosiddetta «Casa d’Italia». Sulla vicenda, risultano preziose alcune informazioni fornite ancora da Rulli: «[…] Casa d’Italia, fondata a quell’epoca, negli stessi locali dove esisteva la “Casa tedesca” e che, prima dell’occupazione, erano stati sede della massoneria locale. […]» <113
Nella versione di Rulli, però, esistono alcune inesattezze che vanno opportunamente corrette. La «Casa d’Italia» si insediò effettivamente in Nedre Slottsgate 1, presso l’edificio nel quale precedentemente aveva sede una delle logge massoniche locali. Ma quegli spazi non risultavano essere, nel contempo, la sede della cosiddetta «Casa tedesca». Infatti, se Rulli si riferiva ragionevolmente a quella che veniva chiamata Deutsches Haus («Casa tedesca», appunto), allora si trattava di una palazzina situata lungo la Karl Johans gate al numero 37. <114 Dopo l’occupazione, infatti, i tedeschi l’avevano trasformata in una sorta di «circolo» per gli ufficiali all’interno del quale era presente anche un ristorante esclusivo.
Stando alle vecchie accuse rivolte da Amadori a Tranås in merito al suo anti-fascismo massonico e considerando quanto riportato da Rulli sullo «sfratto» nei confronti di una loggia massonica locale, il caso della SDA di Oslo aprirebbe anche una piccola parentesi sulla storia della massoneria norvegese durante l’occupazione tedesca. Sebbene il ricordo dei norvegesi fosse più negativo nei confronti degli occupanti tedeschi, non si può certo dire che il livore anti-massonico italiano avesse lasciato un’immagine positiva di sé. Si trattava di temi sui quali, pochi anni prima, persino personaggi come il danese Clausen e il norvegese Quisling, si erano mantenuti cauti. I due leader della destra scandinava, infatti, erano: «[…] appartenenti a Paesi dove la massoneria era così radicata, persino a corte, da non permettergli eccessive reazioni senza essere accusati di sovversione […]» <115.
Riguardo alla SDA di Stoccolma, invece, le notizie sono assai sporadiche e frammentarie. Nel novembre del 1943, la Sede Centrale della SDA, in seguito all’occupazione tedesca di Roma, fu costretta a trasferirsi presso la città di Como. Il comunicato stringato che giunse a quasi tutti i comitati esteri, compreso quello di Stoccolma, riportava: «[…] gli uffici di questa Sede Centrale si sono trasferiti temporaneamente a Como […] Con l’occasione esprimo la certezza che vorrete dare ancora la Vostra appressata [sic] opera perché la nostra Associazione possa continuare, compatibilmente coll’attuale situazione, la sua benefica attività […].» <116
Ma perché proprio a Como? Forse per volere tedesco. Una possibile risposta potrebbe risiedere nel fatto che, d’accordo con le autorità germaniche, a Como venne istituito uno speciale ufficio del Minculpop per la diffusione del materiale di propaganda nell’Italia invasa. <117 Stando a quanto scritto da Filippo Caparelli, però, esisterebbero alcune incongruenze o, almeno, imprecisioni. Il Caparelli, infatti, riportò che la sede centrale, guidata ormai dall’anziano ma «indomabile, adamantino» (così lo definiva l’autore) Enrico Scodnik, era rimasta a Roma. L’intero gruppo dirigente della SDA, nel frattempo, si era frantumato e disperso, naturalmente a causa della decimazione bellica. La sede di Como, invece, veniva definita dal Caparelli come un «ufficio distaccato» della segreteria generale. <118
Infine, per provare a ricostruire parzialmente ciò che accadde in Finlandia, si potrebbe ripartire dalla fatidica estate del 1943. In particolare, seguendo le tracce dell’ormai nota Liisi Karttunen e degli uffici dell’ambasciata finlandese a Roma. L’11 novembre del 1943, la comunità italiana di Helsinki si riunì presso l’ambasciata su invito del Ministro Guarnaschelli per festeggiare il compleanno di Vittorio Emanuele III. <119 Nel suo discorso, il ministro esortò gli italiani a restare fedeli alla corona e sottolineò che, nonostante il dramma bellico, le relazioni tra Italia e Finlandia erano sempre buone. Tuttavia, solo tre mesi dopo, nel febbraio del 1944, la residenza d’Italia a Helsinki (situata presso Tehtaankatu 32) venne danneggiata da una bomba. Il 14 marzo 1944, il governo italiano decise quindi di chiudere l’ambasciata a Helsinki. L’ambasciatore non ne attribuì il motivo a un deterioramento delle relazioni italo-finlandesi, bensì a una valutazione di opportunità concordata insieme agli alleati. Il 14 marzo, anche l’ambasciatore di Finlandia a Roma venne richiamato. Così, a Roma rimasero l’incaricato d’affari e tre cancellieri. Il 12 maggio 1944, però, venne chiusa definitivamente: il personale si preparò per un viaggio di ritorno attraverso l’Europa in fiamme. Liisi Karttunen era fra coloro che erano rimasti a Roma e, prima di andarsene, comunicò: «[…] Fra poco saremo in viaggio verso la Patria. Sarà un viaggio pericoloso e solo il Creatore sa se arriveremo a destinazione vivi […]» <120.
I rappresentanti finlandesi si misero in viaggio il 27 maggio 1944 e giunsero alla fine di giugno del 1944 a Helsinki dopo essere passati attraverso Vienna, Berlino e Stoccolma. In seguito alla rottura delle relazioni diplomatiche, prima la Svezia e poi la Svizzera rappresentarono gli interessi della Finlandia a Roma. I compiti dell’ambasciata finlandese a Roma vennero trasferiti all’ambasciata presso la Santa Sede, in via del Parco Pepoli. Si scoprirà più tardi, a guerra terminata, che le relazioni italo-finlandesi vennero sospese per volere britannico e non sovietico come credettero inizialmente in Finlandia. <121
Nel frattempo, il «vecchio amico» della Finlandia, Alessandro Pavolini, era diventato segretario del nuovo partito fascista repubblicano (il Pfr, ossia la versione «salotina» del Pnf). <122
La propaganda culturale fascista proseguì, in modo assai diverso, dalle rive del lago di Garda. Rispetto ai tempi del fascismo-regime, il repertorio della propaganda fascista repubblicana cambiò significativamente in conformità alle esigenze belliche. Campeggiava la retorica sull’imperativo morale di servire la patria, così come la necessità di difendere la propria famiglia dagli artigli dei presunti liberatori. Essi, infatti, venivano dipinti come esseri inquietanti dalle sembianze animalesche: assassini, sfruttatori e stupratori. Un calzante esempio di tale materiale propagandistico erano le illustrazioni del già ampiamente noto Gino Boccasile. I suoi manifesti reclamizzavano l’arruolamento nella legione SS italiana, così come il mito della crociata contro il comunismo e le popolazioni slave. In un manifesto raffigurante una mano russa colpita da una baionetta tedesca, il fascismo repubblicano riassumeva essenzialmente l’obiettivo storico dell’Asse: fermare l’invasione dagli slavi e dai bolscevichi che, si diceva, avrebbero voluto fare piazza pulita dell’antica e superiore civiltà europea. Tuttavia, anche tra gli italiani (fascisti) e gli americani era in corso una guerra fuori dal comune. Nel manifesto intitolato «Non prevarranno», ad esempio, si insisteva sullo scontro di civiltà dove da un lato stava un popolo di conquistatori (quello latino, dunque italiano) che aveva civilizzato il mondo, dall’altro una nazione (gli Stati Uniti) imbarbarita dalla contaminazione con la razza «inferiore» dei neri. Sempre su questa linea si concentravano altri due manifesti particolarmente diffusi intitolati «Difendila! Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia» e «Crocifisso». Essi rappresentavano il canone classico della propaganda razzista, secondo cui i «liberatori» americani, spesso soldati di pelle nera, erano preda dei più brutali istinti ai danni delle donne e della religione. <123
La nuova «formula» nazi-fascista, ormai completamente coartata dalla regia tedesca, tentò di ripartire dagli ipotetici «simboli» di una presunta rigenerazione repubblicana del fascismo. La propaganda ricorse a personaggi come Attilio Regolo, Alberto da Giussano, Gabriele D’Annunzio. Tutte le icone dell’eroismo italiano vennero ripescate e sbattute in copertina. I pezzi forti della campagna, tuttavia, vennero estratti dall’epoca risorgimentale, con un preciso criterio selettivo, volto a mantenere una rigorosa impronta repubblicana. Tutto era buono purché utile a sottrarre alla monarchia la fama usurpata di levatrice dell’unità d’Italia e patrocinatrice di un’Italia popolare. Riemersero così i profili di Cattaneo, Cairoli, Manin, Mazzini, Garibaldi, ma anche dei triumviri romani. <124
Nonostante gli investimenti economici e umani, le attività culturali si ridussero quasi all’osso: erano venuti meno molti degli intellettuali che, nel corso del Ventennio, avevano animato il panorama culturale del regime. Gentile era stato ucciso da mano ignota nell’aprile del 1944, Mascagni si preoccupava di difendere la propria villa dai bombardamenti mentre Marinetti era morto a Bellagio nel dicembre del 1944. L’unico evento culturale degno di nota furono le solenni celebrazioni dannunziane nel marzo del 1944. Gli intellettuali rimasti nell’Italia settentrionale tentavano di non compromettersi più con il regime, convinti ormai che ne fosse vicina la fine. Parecchi fuggirono in Svizzera oppure si rifugiarono in campagna sperando di passare inosservati. Tra gli intellettuali estremisti, naturalmente, si schierava ancora Alessandro Pavolini, da sempre ambizioso giornalista e scrittore. <125
A tutto ciò si aggiunse una propaganda razziale antiebraica che andò assai oltre i provvedimenti delle leggi del 1938. Nel manifesto programmatico di Verona del 14 novembre 1943, si affermò testualmente che gli appartenenti alla «razza» ebraica erano dichiarati «stranieri» e, dunque, trattati di conseguenza. Vennero così disposti provvedimenti come l’arresto, l’internamento e il sequestro dei beni di tutti gli ebrei, a prescindere dalla nazionalità. Uno dei motori della virulenta campagna antisemita nella Rsi era Giovanni Preziosi, già tra i protagonisti de «La difesa della razza». Lamentava una scarsa applicazione dei provvedimenti razziali all’interno della repubblica sociale e fu per questo che, in un memoriale del 31 gennaio 1944, inviò da Monaco di Baviera un comunicato a Mussolini e, per conoscenza a Hitler. In esso sottolineava che fosse necessario eliminare totalmente gli ebrei e scovare tutti coloro che avessero in sé almeno una goccia di sangue ebraico. Lo stesso valeva per chi era appartenuto alla massoneria. Benché persino Mussolini si sentisse troppo condizionato da una simile dichiarazione, in particolare perché portata a conoscenza di Hitler, dovette tuttavia promuovere Giovanni Preziosi alla suprema carica del razzismo ufficiale. Con la nomina del 15 marzo 1944, infatti, fu posto alla guida della Direzione dell’Ispettorato per la razza, alla dipendenza della Presidenza del Consiglio. A tutto ciò seguirono numerosi progetti di legge destinati alla persecuzione di ebrei, meticci, massoni ed ex-massoni. <126
Come nel Terzo Reich a partire dal 1933, anche nella Rsi la propaganda culturale si fuse con quella razziale.
[NOTE]
108 L. GANAPINI, La repubblica delle camicie nere. I combattenti, i politici, gli amministratori, i socializzatori, Garzanti, Milano, 1999, p. 7.
109 Ivi, pp. 463-464. Klingsor, nel Parsifal di Wagner, era un personaggio malefico che aveva incantato e fatto sedurre, nel proprio castello, i cavalieri del Graal.
110 C. GOESCHEL, Op. cit., 2018, p. 269.
111 DIZIONARIO BIOGRAFICO DEGLI STUDI STORICI TRENTINI, Berengario Gerola, Studi Trentini di Scienze Storiche, Link: http://www.studitrentini.eu/berengario-gerola/
112 SDA-CE-OSL, Lettera di Guglielmo Rulli al Presidente della Società Dante Alighieri, Vittorio Emanuele Orlando, datata 10.06.1946.
113 Ibidem.
114 OSLO HANDELSSTANDS FORENING, (OHF), Tilbakeblikk: Karl Johans gate 37 under krigen, Sito ufficiale dell’organizzazione, Link: http://www.ohf.no/tilbakeblikk-karl-johans-gate-37-krigen/. Quanto al materiale fotografico, invece, si faccia riferimento al sito: Oslobilder.no, Link: http://oslobilder.no/OMU/OB.F19150f
115 M. CUZZI, Op. cit., 2005, p. 156.
116 SDA-CE-STO, Comunicazione del Presidente della Sede Centrale alla Legazione svedese, datata 17.11.1943.
117 P. V. CANNISTRARO, Op. cit, 1975, p. 478. Il 25 settembre 1943 Mussolini aveva già messo piede a Villa Feltrinelli, presso Gargnano e ne fece la propria residenza. La sede della presidenza del Consiglio venne fissata a due passi da casa, presso la Villa delle Orsoline. La capitale, dello stato, unico caso sinora noto, non esisteva nemmeno: Salò era semplicemente la nuova sede dell’Agenzia Stefani. Il nuovo governo, invece, nacque ufficialmente il 24 settembre.
All’Educazione Nazionale si insediò Carlo Alberto Biggini, mentre alla Cultura Popolare venne nominato Fernando Mezzasoma. Mussolini si tenne il ministero degli Esteri con Serafino Mazzolini sottosegretario (Cfr. R. CHIARINI, L’ultimo fascismo, Storia e memoria della Repubblica di Salò, Marsilio, Venezia, 2009, pp. 50-52.
118 F. CAPARELLI, Op. cit., 1985, p. 148. La Dante si era temporaneamente trasferita in Via Garovaglio 5, a Como. Caparelli lo descriveva come un ufficio dotato di «due stanzette più i servizi essenziali» e pare che le attività culturali proseguissero con una frequenza sorprendente. Proprio la sezione della SDA di Como, presieduta da Liprando Longhi, nel 1944 organizzò una conferenza di Guido Manacorda dedicata a San Francesco.
119 Dopo la caduta di Roma e la fuga delle autorità della Rsi verso il Nord, anche le residue strutture della propaganda, del Minculpop e dell’agenzia Stefani, vennero spostate nelle città settentrionali, principalmente a Salò e a Venezia. Mentre Mezzasoma si era già spostato al Nord prima del 23 settembre 1943, a Roma era rimasto Cristoforo Mercati che si firmava con lo pseudonimo di Krimer ed era il responsabile dell’ufficio propaganda del Minculpop a Roma (Cfr. R. H. RAINERO, Propaganda e ordini alla stampa. Da Badoglio alla Repubblica sociale italiana, FrancoAngeli, Milano, 2007, 140).
120 La Residenza d’Italia in Finlandia. Italian Residenssi Suomessa. 100 anni di storia-100 vuotta historiaa, Istituto Italiano di Cultura, Ambasciata d’Italia a Helsinki, 2015, pp. 112-113. Fonte: AMBASCIATA D’ITALIA A HELSINKI, Link:
http://www.ambhelsinki.esteri.it/ambasciata_helsinki/it/ambasciata/news/dall_ambasciata/2015/11/libro-residenza.html
121 Ibidem.
122 Ferdinando Mezzasoma, invece, era diventato il nuovo ministro della Cultura Popolare della Rsi a partire dal settembre del 1943. Mezzasoma si sforzò, senza successo, di mantenere la massima continuità amministrativa possibile all’interno del Minculpop. Sotto questo profilo, la perdita di Celso Luciano (che dopo il 25 luglio aveva lasciato il posto a Gilberto Bernabei in qualità di capo di gabinetto del ministro) fu gravissima. A sua volta, Bernabei venne rimpiazzato il 30 aprile 1944 da Giorgio Almirante. Tutti i vecchi direttori generali, così come buona parte dei funzionari e degli esperti del Minculpop, dovettero essere sostituiti. Il ministero della Cultura di Salò, dunque, funzionò a livelli assai inferiori rispetto a quelli del passato. Il giovane Mezzasoma (aveva trentasei anni all’epoca dell’incarico), tuttavia, era dinamico ed era stato vicesegretario del Pnf nonché capo delle organizzazioni giovanili. Ciecamente fanatico e fedelissimo a Mussolini, credeva ancora nell’infallibilità del suo duce. Il ministero venne così profondamente riorganizzato e, in funzione delle circostanze belliche, fortemente accentrato. Le vecchie direzioni generali per la stampa furono unificate con l’Ispettorato per la radiodiffusione in due nuove direzioni generali, rispettivamente della stampa e radio interna e della stampa e radio estera. Cinema e teatro vennero incorporati in una direzione generale dello spettacolo. Vennero poi create due nuove sezioni amministrative: la direzione generale per gli scambi culturali (che comprendeva l’Ufficio razza) e la direzione generale per gli sport e il turismo. Mezzasoma, inoltre, ampliò enormemente il potere e le competenze degli addetti stampa. Essi potevano così vigilare e assistere i giornali, le stazioni radio, le librerie, le case editrici, i gruppi teatrali, le sale cinematografiche, gli enti turistici e sportivi così come qualsiasi altra attività propagandistica (Cfr. P. V. CANNISTRARO, Op. cit., 1975, pp. 324-328).
123 Le didascalie proposte sono reperibili tra le illustrazioni all’interno del volume R. CHIARINI, Op. cit., 2009. Per un’ulteriore panoramica più generica e complessiva della propaganda grafica durante la RSI, inoltre, si raccomanda: U. A. GRIMALDI, La stampa di Salò, Bompiani, Milano, 1979.
124 R. CHIARINI, Op. cit., 2009, pp. 76-78.
125 P. V. CANNISTRARO, Op. cit, 1975, pp. 329-330.
126 Cfr. R. H. RAINERO, Op. cit., 2007, pp. 158-160
.
Fabio Ferrarini, Italiani e tedeschi alla conquista culturale del “Grande Nord”. (1922-1945), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2018-2019

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Non vedo con eccessivo favore un controllo molto profondo e incisivo dei Servizi da parte del parlamento

Accade anche nel resto del mondo, ma di certo i disastri provocati in Italia dallo spionaggio svilito a grossolana e interessata delazione, hanno caratteri peculiari. Quel genere di spioni e di controspioni si chiamano anche agenti segreti e se ne trovano a iosa al ministero della Difesa e al ministero dell’Interno, nei più riservati recessi degli Stati Maggiori, alle dipendenze di carabinieri, polizia e Guardia di Finanza.
Altri ancora montano la guardia alla NATO e ai suoi segreti o al Vaticano e alla sua circospetta ritrosia. Fin qui sembrerebbe essere l’iniziativa pubblica a tenere il campo, ma c’è da mettere in conto anche l’iniziativa privata. Società e imprese nazionali, multinazionali casalinghe e forestiere spiano e sono spiate. Oggi molto più di ieri perché l’età degli amanuensi è stata spazzata via da quella più duttile e pretenziosa del hi-tech. Gli amanuensi erano la vecchia frontiera, dopo la fine della guerra fredda è venuto il tempo della nuova frontiera. I suoi figli e figliastri parlano molto, e rigorosamente in inglese, di intelligenza (intelligence, electronic intelligence) e di sicurezza (security, security governance), mentre è spesso la stupidità a trionfare. Ognuno fa la sua corsa, da solo o con l’accompagnamento della banda alla quale è aggregato. E dato che lo spionaggio è il furto organizzato di informazioni, accade che, quando si smarrisce la diritta via del rispetto delle regole, si finisce nella selva oscura del crimine.
È già capitato, continua a capitare e capiterà ancora.
Perciò, prima di avventurarsi lungo i calamitosi sentieri battuti dagli agenti segreti – siano essi agghindati funzionari, spioni da quattro soldi, sicofanti o delatori della porta accanto – è il caso di dare un’occhiata a qualche tipico frammento del loro mondo, delegandone la descrizione a notabili competenti in materia. Un certo numero di quei notabili riversò il proprio sapere (fatto salvo il bavaglio del segreto di Stato) nel seno della Commissione affari costituzionali della Camera che nel 1987 condusse un’indagine conoscitiva sui servizi di sicurezza [4. La precedenza va data, per il carattere di sintesi pedagogica della sua testimonianza, al deputato democristiano Oscar Luigi Scalfaro, fino a poco più di tre mesi prima ministro dell’Interno. Questa la sintesi che trasmise alla Commissione: «Che in questo dopoguerra siano avvenuti fatti che hanno creato sfiducia e discredito verso i servizi di sicurezza penso non abbia bisogno di dimostrazione. Mai un giorno ho dimenticato il passato con le sue degenerazioni, le sue presunte astuzie, le contaminazioni allarmanti, le lotte nel mondo politico e tra le alte gerarchie militari, la terribile serie di sospetti, la catena viscida e torbida di personaggi in qualche modo legati ai servizi e pronti a ogni ricatto. Ma se si esclude lo sfociare di questa attività criminosa nel mondo della politica ben poco rimarrebbe. Se il politico vigila e si rifiuta a ogni prevaricazione viene meno la spinta alla degenerazione dei servizi di sicurezza».
L’onorevole Scalfaro non era tipo da esasperare e distoreere i dati della realtà – almeno in quel caso – mettendosi a fare l’espressionista: l’irrazionale, il satirico e il grottesco non rientravano nel suo stile.
Chiaro dunque chi spingeva (e ancora spinge) e chi tacendo ubbidiva (ubbidisce).
E allora, quale possibile alibi resta ai politici? È la parola “deviazione”. La sfoggiò un altro deputato democristiano, Emilio Pennacchini, che aveva presieduto il Comitato parlamentare per il controllo dei Servizi. Disse: «Nel corso della loro storia i servizi segreti hanno sempre dato luogo a deviazioni. E un rischio ineliminabile». Ossia i colpi di testa di cui ciclicamente sono protagonisti capoccia e sottoposti è solo robaccia che si cucinano gli spioni tra di loro, i politici ne restano quasi sempre all’oscuro. E invece tutto il mondo sa, anche se fa mostra del contrario, che parlare di deviazioni è soltanto un patetico eufemismo. Le deviazioni non esistono (o se esistono riguardano scivolate individuali, non istituzionali), nella prassi seguita dai servizi di sicurezza italiani esiste invece una vera e propria normalità degenerata. Un prete la chiamerebbe peccato originale.
A meno che non si voglia applicare il semplicistico appellativo di deviazione anche all’appartenenza dell’intera cupola dei servizi segreti alla loggia massonica P2. Tirò in ballo quella loggia fatale il senatore repubblicano Libero Gualtieri, anch’egli con un passato da presidente del Comitato di controllo. Disse: «Un fenomeno turbativo come quello piduista avrebbe dovuto essere bloccato ed eliminato assai prima che producesse i guai che ha causato». Naturalmente lo disse rivolgendosi al presidente della Commissione d’indagine, che era il socialista Silvano Labriola. E visto che da otto anni Labriola si portava appresso la tessera di socio della P2 avrebbe dovuto essere considerato deviato anche lui? Ma c’era un’altra drammatica questione sul tappeto ed era la seguente: come valutare l’immane giacimento di fascicoli informativi che si erano venuti accatastando per generazioni? Secondo i conti del senatore Gualtieri erano almeno quindici milioni. Negli uffici dei servizi molto si crea e niente si distrugge, parte di quei fascicoli risalivano addirittura alla disfatta di Caporetto (autunno 1917). Succedeva perciò, almeno nel 1987, che stando all’ex ministro democristiano della Difesa Attilio Ruffini «nessun Governo è in grado di controllare singolarmente i fascicoli, che sono milioni, per verificare se rientrano o meno nell’ambito dei compiti istituzionali dei servizi. Ci si deve necessariamente fidare di quanto affermano i direttori dei servizi o i loro subordinati». Magari ascoltandoli con riserva. Perché, come è a tutti noto, quando il gatto non c’è i topi ballano.
All’ex ministro della Difesa fece da sponda l’ammiraglio Fulvio Martini, da tre anni e mezzo abbondanti capo del Sismi, penultima sigla del servizio segreto militare. Con tono disteso e colloquiale raccontò che quando un presidente del Consiglio gli chiese se poteva affermare in parlamento l’inesistenza negli archivi di qualcosa che potesse prestarsi a un giudizio negativo «gli risposi che non potevo dargli questa assicurazione perché negli archivi esistevano circa 18 milioni di pratiche. E poi se devo essere onesto non vedo con eccessivo favore un controllo molto profondo e incisivo dei Servizi da parte del parlamento». Niente gatti, non sono graditi dai topi che si aggirano tra forse 15 o forse 18 milioni di fascicoli. Anche perché le pratiche e i fascicoli sono molti di più. Nel conto vanno infatti aggiunti quelli in cura negli archivi dei carabinieri, della polizia e della Finanza nei quali nessun gatto si è mai sognato di mettere il muso. E probabilmente all’archivio dei carabinieri che spetta il primato, venendo incessantemente alimentato con una cifra iperbolica di informazioni. Bastava che un cittadino qualunque decidesse di partecipare a un concorso per un posto in ferrovia o per una sedia da travet ministeriale che il meccanismo degli accertamenti scattava e scatta come una macchina impazzita frugandone fedina penale, opinioni politiche e regole di vita. Una apoteosi di verifiche e di controlli che entusiasmava il generale Giuseppe Cento, arrivato a comandare la Divisione carabinieri di Roma dopo aver vissuto i giorni infausti della Repubblica Sociale dalla parte di Mussolini (nel suo caso le informazioni raccolte non risultarono evidentemente controindicate all’assunzione del comando della Divisione). Davanti a una commissione d’inchiesta impiantata nel 1967 per mettere in chiaro le mascalzonate combinate dal SIFAR il generale, quasi annunciando la buona novella, tuonò: «Noi ne abbiamo milioni di fascicoli. Intendiamoci bene, non i fascicoli di cui parla il SIFAR e compagnia bella. Per ogni persona, per ogni individuo, c’è un fascicolo. Milioni di fascicoli. Li abbiamo tutti, è il nostro mestiere. Come si fa a lavorare se non abbiamo i dati?» <5. Per farla breve e per farsi almeno una pallida idea, nell’anno 1957 i carabinieri raccolsero e catalogarono circa quattordici milioni di informazioni; undici anni dopo, nel 1968, le informazioni raccolte furono il 50% in più, vale a dire 21.158.949. Figurarsi se si tirassero le somme a partire dagli albori della Repubblica. Agli albori c’erano il SIM e l’OSS, poi vennero il SIFAR e la Cia <6. L’obbligo alla degenerazione non fu certo scritto negli accordi di pace, era già implicito fin dagli anni d’anteguerra quando il SIM si dedicava ai safari degli antifascisti.
[NOTE]
4 Commissione affari costituzionali, I servizi di sicurezza in Italia, Camera dei Deputati, Roma 1988 (le citazioni successive fanno riferimento a questa fonte).
5 Commissione Stragi, Relazione sulla documentazione concernente gli «omissis» dell’inchiesta SIFAR, 11 gennaio 1991.
6 II SIM (Servizio Informazioni Militare) fu creato nel 1925, abolito nel 1945 e nel 1947 gli subentrò il SIFAR (Servizio Informazioni forze Armate). L’OSS (Office of Strategie Services) statunitense fu sciolto nel 1945 e sostituito nel 1947 con la CIA (Central Intelligence Agency).
Gianni Flamini, Il libro che i servizi segreti italiani non ti farebbero mai leggere. Spie, dossier e spari nel buio, Newton Compton, 2012

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La persecuzione contro gli ebrei era quindi motivo di mobilitazione e resistenza

Come si vede da questi esempi citati, i principali organi clandestini dei partiti che componevano il CLN diedero notizia nelle loro edizioni romane della retata del 16 ottobre <94.
Stupisce in questo contesto il silenzio invece dell’Avanti!, che nei numeri usciti quel mese non riportava l’episodio in modo esplicito ma ne faceva probabilmente riferimento nell’articolo comparso a inizio novembre dal titolo “Le solite atrocità tedesche”, all’interno del quale, dopo aver parlato delle deportazioni subite da civili, uomini politici, lavoratori e carabinieri, scriveva: «Sono decine di migliaia gli ebrei che da tutte le città d’Italia vengono strappati alla casa ed avviati ad una vita di miserie e di stenti inenarrabili, che nella maggior parte dei casi li condurrà a morte» <95. Al contrario, l’edizione clandestina piemontese stampata a Torino riservava spazio all’operazione nazista a Roma <96.
[…] reazione ai nuovi provvedimenti antiebraici di Salò di fine novembre ’43. È in questo momento che nei giornali partigiani si prende coscienza di come la politica di sterminio nazista sia arrivata definitivamente anche in Italia e cominci ad avere la collaborazione concreta delle autorità fasciste. Dalla lettura di questi primi articoli, la politica antiebraica tedesca ad Est risulta essere conosciuta, seppur non nei minimi particolari: non si ritrova ancora alcun riferimento alle camere a gas o ai forni crematori, poi citati col passare dei mesi, né compaiono i nomi dei luoghi dello sterminio. Del resto, questi non appaiono nemmeno nei documenti ufficiali scambiati ad esempio dalle autorità di polizia italiane, fonte di informazione per la Resistenza, all’interno dei quali si utilizzano formule neutre come “evacuati al nord” oppure “per ignota destinazione”, espressioni riprese spesso all’interno degli stessi articoli della stampa partigiana <98.
Tuttavia emerge la consapevolezza che per gli ebrei la deportazione nei campi di concentramento nazisti significa la morte: pare esclusa la possibilità che questi finiscano ai lavori forzati e viene quindi più volte detto che le vittime di queste operazioni non sono uomini in grado di lavorare, ma donne, anziani e bambini. Resta tuttavia in queste righe un senso di stupore e di impreparazione di fronte a un evento che non si credeva potesse coinvolgere anche la popolazione italiana: in questo senso, sembra quasi che permanga una certa speranza verso l’atteggiamento delle autorità di Salò, alle quali si dichiara certamente guerra in caso di collaborazione con gli occupanti ma che sono anche sollecitate con appelli (spesso sotto forma di minacce e ritorsioni) per dissuaderle dal collaborare in tali pratiche repressive e inumane ritenute, da molti, estranee all’attitudine degli italiani.
Particolarmente significativo è l’articolo comparso sull’Unità, nell’edizione romana del 7 dicembre 1943. La dettagliata descrizione della misura di polizia appena presa da Salò si spiega probabilmente perché il testo del provvedimento fu pubblicato su tutti i giornali ufficiali della RSI, con tanto di commenti a margine. Il pezzo dell’organo comunista riprendeva i contenuti già espressi in occasione della retata del 16 ottobre: “Or è qualche giorno è stata diramata per immediata esecuzione ai capi delle varie province (cioè ai ras dello squadrismo locale) un’ordinanza di polizia che commina per tutti gli ebrei senza eccezioni l’invio in campo di concentramento, il sequestro e la successiva confisca dei beni; e per i nati da matrimonio misto (“ariani” secondo le leggi razziali fasciste) la sottoposizione a una speciale vigilanza da parte della polizia. I Romani, i quali hanno assistito con orrore, nello scorso ottobre, all’inumana e bestiale razzia operata dalle SS tedesche contro questi infelici; che hanno conosciuto in questi giorni le feroci torture e le innominabili sevizie a cui venivano sottoposti da parte dei criminali di Palazzo Braschi quelli di loro che non erano in grado di far le spese di esosi ricatti, comprendono benissimo qual sinistro e delittuoso disegno si annunzi sotto il pretesto di “prendere misure cautelari nell’interesse d’Italia” secondo l’espressione di un autorizzato (che val quanto dire prezzolato) giornalista. I Romani non possono permettere che tale disegno venga attuato e i cattolici romani non possono limitarsi a deplorarlo. Non si deve tollerare che si ripeta in Roma l’orrendo misfatto di intere famiglie innocenti smembrate e deportate a morire di freddo e di fame chi sa dove. C’è un senso di solidarietà umana che non si può offendere impunemente. Queste vittime infelici della bestiale rabbia nazifascista debbono essere non solo soccorse perché si sottraggano alle ricerche e alla cattura, ma anche attivamente e coraggiosamente difese. I Romani debbono avere chiaro che, difendendo i loro concittadini ebrei, essi difendono anche se stessi, le loro famiglie, le proprie case. Nelle prossime settimane, man mano che gli eserciti alleati si andranno avvicinando a Roma, i nazifascisti tenteranno di mettere in pratica i loro piani di razzie in massa della popolazione valida e di devastazione della città, come già a Napoli. Un solo argomento può consigliare al nemico di desistere da questi piani: esso è costituito dalla ferma determinazione della popolazione romana di difendersi, di impedire con le armi qualsiasi tentativo di violenza. Non bisogna dunque perdere nessuna occasione per creare nel nemico questa convinzione; per dimostrargli che nessuna violenza può essere commessa impunemente; per indurlo a fare anticipatamente il bilancio delle sue perdite. Non è solo dunque il sentimento della solidarietà umana che deve spingersi alla difesa dei nostri concittadini ebrei; è anche il senso della nostra stessa conservazione, la certezza che si avvicina il momento in cui tutti potremmo essere attaccati nella nostra persona, nelle nostre case e che per prevenire questo pericolo occorre rintuzzare audacemente fin da ora ogni tentativo isolato o organizzato di violenza” <99.
Come si vede, il provvedimento contro gli ebrei costituisce un motivo in più per mobilitare le forze e combattere contro il nazifascismo, aspetto che si evince già dal titolo “Le persecuzioni anti-ebraiche debbono essere impedite”. L’invito ad agire era rivolto ai romani e ai cattolici, questi ultimi criticati, sebbene in maniera non esplicita, per essersi limitati a “deplorare” solo a parole la persecuzione. Secondo l’Unità, e i comunisti dunque, la mobilitazione doveva andare oltre la semplice assistenza e sfociare nella difesa (anche armata) di queste persone.
Elemento emerso nell’articolo del 26 ottobre, proteggere e difendere gli ebrei significava combattere per salvare tutta la popolazione romana <100. E forse rientra proprio in questo discorso la comparsa, qualche mese più tardi, di un pezzo che descriveva un episodio avvenuto il 30 marzo (1944) in una strada del centro di Roma: si raccontava che un gruppo di donne (addirittura 200), riuscì a salvare dalla polizia italiana, anche di fronte alla minaccia delle armi, un ebreo venditore ambulante con i suoi tre figli, ricercato dalla Gestapo <101. Ancor più che per gli articoli usciti a commento della retata del 16 ottobre, in questa occasione risulta evidente la differenza d’approccio che i vari giornali hanno nei confronti della misura antisemita di Salò: ad esempio quella che divide Il Popolo dall’Unità. Nella sua edizione romana, infatti, l’organo dei popolari pubblicò solo un breve riferimento ai provvedimenti antiebraici, nonostante negli stessi giorni (o forse ne fu una conseguenza?) l’Osservatore Romano prendesse esplicitamente posizione di fronte alle nuove misure di polizia, in particolare a favore di coloro che erano considerati appartenenti alla categoria dei “misti” (ovvero gli ebrei sposati con ariani e i loro figli) <102. Nel numero del 12 dicembre ’43 de Il Popolo, l’accenno agli ebrei era inserito all’interno di un pezzo sugli ultimi passi intrapresi dal Consiglio dei ministri della Repubblica sociale e si soffermava soprattutto sull’aspetto economico della disposizione del ministro dell’Interno Buffarini Guidi: «[…] Ed eguali penose considerazioni si traggono da tutti gli altri provvedimenti: dal licenziamento degli impiegati che onestamente […] si son rifiutati di accettare il crimine repubblicano-fascista, al ripristino del Tribunale speciale ed alle ennesime rapine antiebraiche» <103. Nessun riferimento agli arresti era fatto nemmeno negli altri pezzi che elencavano alcune operazioni naziste (definite “misfatti”): significativa tuttavia era la presenza ad esempio della riflessione in prima pagina di Alcide De Gasperi (a firma Demofilo), nella quale si ritrovava un passaggio sul futuro Stato democratico, «il quale contro ogni intolleranza di razza e di religione, si fonda sul più rigoroso rispetto alla libertà delle coscienze […]» <104. Poche righe che testimoniavano e riassumevano quei principi basilari, più volte ribaditi sulle pagine del giornale, su cui costruire il nuovo corso democratico dell’Italia liberata, e che sottintendevano l’opposizione a determinate leggi e provvedimenti fascisti.
Come avvenuto per l’Avanti! in occasione del 16 ottobre, a stupire in questo frangente è l’assenza di un esplicito riferimento all’ordinanza n. 5 nell’Italia Libera. Nemmeno l’edizione romana, così attenta in precedenza agli eventi che riguardavano la persecuzione antiebraica, ne riportava la notizia. Un rapido accenno alla sorte degli ebrei era inserito nell’articolo “Dovere nazionale” comparso in prima pagina nel numero del 9 dicembre e che invitava a non fidarsi dei nazisti e a continuare la lotta <105, un appello che ritorna anche successivamente, ad esempio a metà gennaio, quando si ribadiva l’invito ai romani a resistere all’occupazione nazifascista: «La popolazione di Roma è seriamente impegnata nella resistenza contro l’invasore. E chi rifiuta la propria assistenza a un ebreo, a un militare o a un civile ricercato per motivi politici commette appunto una grande vigliaccheria […]» <106. La persecuzione contro gli ebrei era quindi motivo di mobilitazione e resistenza: mancava tuttavia l’esplicita menzione dell’ordinanza di arresto e internamento degli ebrei e di sequestro dei loro beni, una notizia che difficilmente passò inosservata a chi stava dietro al giornale azionista ancor più perché comparsa, come detto, sulle prime pagine dei giornali di Salò. È un’assenza nelle varie edizioni cittadine che colpisce maggiormente se messa in relazione con ciò che avviene invece a livello locale, in Toscana e in particolare a Firenze, nel primo numero di dicembre de La Libertà, “Periodico toscano del Partito d’Azione. Italia libera”, giornale clandestino fondato a Firenze dagli azionisti Tristano Codignola, Enzo Enriquez Agnoletti e Carlo Ludovico Ragghianti. L’uscita di questo numero fu annunciata nel Rapporto fatto al Comitato centrale del Pd’A a Roma («qui esce fra pochi giorni terzo [numero] de La Libertà con intonazione spiccatamente sociale» <107) che Ragghianti inviò a Riccardo Bauer da Firenze il 26 novembre 1943: nel testo compariva un appunto in cui si diceva che in città vi erano stati «arresti oltre 150 ebrei e saccheggio molte loro case da parte di singoli fascisti» <108, in riferimento alle operazioni naziste di inizio e fine novembre contro gli ebrei e la Sinagoga nel capoluogo toscano. L’articolo in questione si soffermava dunque sulla retata dei nazisti a Roma, descritta nei minimi dettagli: raccontava delle terribili condizioni di viaggio dei deportati, di cui i fiorentini ebbero una testimonianza diretta al momento del loro passaggio per la stazione fiorentina («Da Chiusi alcuni treni vigilati da tedeschi transitavano verso le 16 del 18 ottobre: i prigionieri erano in uno stato così pietoso che all’arrivo dei convogli a Firenze veniva dato l’allarme. I deportati ebrei romani ascendono a circa quattromila»); continuava con la descrizione delle operazioni naziste a Firenze il 6-7 novembre e quelle del 26-27 dello stesso mese al Monastero delle Filippine, dove erano rifugiati degli ebrei; si chiudeva con un riferimento al recente provvedimento della RSI: “Il decreto per cui tutti gli ebrei dovranno venire inviati in campi di concentramento, anche i discriminati, per cui i figli di matrimoni misti saranno sottoposti a sorveglianza di polizia, decreto che viene dopo le razzie e i pogroms sanziona in ritardo quello che, per ordine tedesco, è già avvenuto” <109.
Anche qui si ritrova l’utilizzo del termine “pogrom”, che insieme alla parola “razzia” sembra rimarcare ancor di più la gravità dei fatti: il governo di Salò aveva cioè fissato giuridicamente azioni considerate invece frutto della bestialità umana e al di fuori di ogni principio di legalità. In questo passaggio, inoltre, ritornava l’idea che la politica antisemita fascista fosse una conseguenza dell’alleanza con i nazisti prima e dell’occupazione dopo, idea già espressa in parte nel primo numero de La Libertà uscito nell’agosto del 1943 (che all’epoca si chiamava Oggi e domani. Periodico del Partito d’Azione) all’interno del quale si diceva che le leggi razziali erano state imposte dai tedeschi <110.
Anche il giornale socialista l’Avanti! riservò una certa attenzione al provvedimento della RSI: se nell’edizione di Roma uscì un breve accenno a quanto stabilito da Salò in un articolo che elencava le prime decisioni formulate dal nuovo governo repubblicano111, l’organo stampato a Milano si soffermava con una lunga riflessione sul significato del razzismo fascista. In queste righe, al contrario di quanto avveniva nell’edizione romana, si puntava decisamente sulle responsabilità italiane e si confutava con forza l’idea che gli ebrei fossero una presenza estranea al paese: tuttavia traspariva anche una visione quasi dimessa e impotente di fronte a ciò che stava accadendo ai perseguitati, solo sfumata dalla considerazione conclusiva sull’inevitabile affermazione di “una nefasta società futura” qualora si fosse permesso al fascismo di rimanere al potere: “Non c’è italiano che non abbia accolto con raccapriccio il primo concreto provvedimento del sedicente governo della sedicente repubblica sociale italiana: l’ordine di arresto e di spoliazione degli ebrei. […] In vent’anni il regime aveva perseguitato gli italiani
individualmente, nominalmente; ed essi nel fascio di miseria e di dolori si sentivano uniti; oggi si fa di più; si dividono gli italiani di dentro, si perseguitano si sopprimono statisticamente […] Legge bestiale e vile. Si comincia a dividere arbitrariamente l’umanità e la stessa comunità nazionale in razze (arbitrio scientifico e politico); ma non basta. Delittuosamente si predica e si attua la persecuzione di razza entro la stessa nazione; e non basta ancora; è il fascismo che decide, che crea le condizioni di appartenenza ad una o ad altra razza; che decide in contrasto anche con quanto già deciso chi debba intendersi ariano e salvarsi; e chi ebreo sparire. Ma non basta. La sua legge, contro ogni legge, agisce retroattivamente; così che persone già definite ariane e salve, oggi diventano – per decreto fascista – ebree e condannate […] Se dovunque la grazia segue alla condanna, la vita al rischio di morte, nel fascismo è la condanna che segue alla grazia, la morte segue alla promessa di vita. Ebrei arrestati a migliaia, vilmente depredati di tutto. Ma essi erano, sono italiani; nati in Italia, cittadini italiani, da cittadini italiani; qui crebbero, studiarono, lavorarono, combatterono, soffrirono anche per l’Italia; hanno diviso con noi il lavoro, il pane, il sole, la terra, l’amore, il dolore, il dovere. Le loro vite si confusero con le nostre, i loro figlioli giocarono accanto ai nostri. Sofferenze e gioie comuni, espresse nella nostra lingua comune. Ora ci sono tolti improvvisamente dal nostro fianco; inviati in campi di concentramento, quando non sono gettati come cani in fondo al lago, o schiacciati in vagoni piombati, all’uso nazista. Invano li cercheremo questi uomini, queste donne, questi vecchi, questi bambini tremanti che ci lasciano il ricordo dei loro visi stravolti, smarriti, prima di scomparire – migliaia di innocenti – nella strage ordinata dai moderni Erodi fascisti e “sociali” ” <112.
Il riferimento all’estraneità italiana all’antisemitismo e l’insistenza sul ruolo importante che le persone di origine ebraica avevano avuto nella storia dell’Italia sono gli aspetti su cui puntava anche l’articolo comparso nel gennaio del 1944 su Risorgimento liberale, a commento delle misure antiebraiche della RSI: in esso si ripercorreva così quanto avessero fatto gli ebrei per il paese durante il Risorgimento, nell’Italia liberale e nel corso della Prima guerra mondiale; si raccontavano le violenze e gli arresti subiti, nonché le pessime condizioni nelle quali erano deportati nei vagoni piombati. Il pezzo invitava tutti a non considerare gli uomini secondo le razze e si concludeva con una ferma condanna delle misure antiebraiche e di coloro che collaboravano alla persecuzione, ma sembrava ricadere in quelle distinzioni razziali poste al centro della critica al nazifascismo: «Sì, in questa tregenda può ben constatarsi un’assenza di ogni senso di italianità. Noi neghiamo viscere, cuori, intelletti d’italiani ai miserabili che deliberano e a coloro che eseguono il provvedimento contro i fratelli italiani di razza semitica». <113
[…] Nel luglio del 1944 fu l’Italia Libera invece a pubblicare un messaggio dalla Polonia di Szmul Zygielbojm (testimone del ghetto di Varsavia), completamente incentrato sullo sterminio degli ebrei in quel paese <126. Anche l’Unità, nelle sue edizioni cittadine diede spazio alla violenta persecuzione della popolazione ebraica in Europa ad opera della Germania, che «pagherà per gli ebrei sotterrati vivi, con il capo a fior di terra mentre i loro carnefici ridevano: “Ci siam fatti una bella scacchiera!”» <127. Un mese prima lo stesso articolo era apparso sulle pagine dall’altro giornale comunista, ‘La nostra lotta’, al quale fece seguito, qualche settimana dopo, un pezzo sulla situazione che le truppe sovietiche avevano trovato nei territori un tempo occupati dai nazisti, a dimostrazione di quanto in quel periodo cominciassero a circolare le notizie provenienti dall’Est: «I soldati sovietici che hanno liberato la loro patria e hanno trovato nelle città distrutte il deserto e l’orrore delle fosse comuni nelle quali si ammucchiano a decine di migliaia i resti di donne e di bambini, di Russi e di Ucraini, di Ebrei e di Polacchi […]» <128.
Ultimo esempio che vale la pena citare è quello di Risorgimento liberale, che nell’aprile del ’44, riflettendo su ciò che era accaduto alle Fosse Ardeatine, sceglieva di accennare alle bestiali operazioni antiebraiche naziste nell’Europa orientale così da rimarcare la differenza tra l’attitudine dei soldati tedeschi e quella degli italiani sul fronte russo: i primi sterminavano civili, i secondi invece, secondo una testimonianza riportata, prendevano con loro come infermiera una donna ebrea per salvarla dall’uccisione <129.
[NOTE]
94 La notizia viene anche riportata sulle pagine del giornale ‘L’Italia del popolo’, di ispirazione repubblicano-rivoluzionaria e dal quale l’organo ufficiale del partito repubblicano, ‘La Voce repubblicana’, prende subito le distanze (quest’ultima non cita la retata del 16 ottobre nelle sue edizioni). Nell’articolo dedicato all’operazione antiebraica di Roma, intitolato ‘Il Papa e gli ebrei’, si pone soprattutto l’accento sulla solidarietà mostrata in quell’occasione nei confronti delle vittime della persecuzione, simbolo anche qui del nuovo corso della storia italiana antifascista: «A Roma i tedeschi imposero alla comunità ebraica la taglia di 50 kg. di oro, si ripete: cinquanta chilogrammi d’oro da consegnare entro 24 ore pena la cattura di cento ostaggi e ben sappiamo che cosa ciò significhi. Risaputa la rapinatrice e barbara richiesta, il Papa inviò immediatamente venti chilogrammi di oro e poiché la disperata comunità ebraica non riusciva a raccogliere il resto – i ricchi sono da tempo in fuga – la popolazione a gara contribuì con umili offerte di oggetti ben più cari che preziosi fino a raggiungere l’enorme peso richiesto. Naturalmente i tedeschi non tennero fede alla promessa e gli arresti di ebrei continuarono; ma più alto della selvaggia rapina e dello spergiuro disonorevole, splende promessa e certezza d’avvenire questa sacra gara di umana fraternità che all’odio, alla violenza, alla truce ferocia, oppone la realtà di un mondo nuovo per il quale si combatte e si muore» – L’Italia del popolo (Edizione stampata clandestinamente a Milano), 1 novembre 1943, p. 2, Il Papa e gli ebrei.
95 Avanti! (Edizione stampata clandestinamente a Roma), n. 7, 5 novembre 1943, p. 2, “Notiziario”, Le solite atrocità tedesche.
96 Avanti! (Edizione stampata clandestinamente a Torino), dicembre 1943, p. 2, Cronaca nera del nazismo: «[…] A Roma, fine ottobre i tedeschi hanno fatto una retata di ebrei. Su carri bestiame sigillati uomini, donne e bambini sono stati istradati per destinazione ignota».
98 Cfr. A. Sullam Calimani, I nomi dello sterminio, Einaudi, Torino 2001.
99 L’Unità (Edizione stampata clandestinamente a Roma), n. 27, 7 dicembre 1943, p. 4, Le persecuzioni anti-ebraiche debbono essere impedite [corsivo mio].
100 Il senso di queste righe ricorda i versi della poesia attribuita a Martin Niemoller, Prima Vennero…: «Quando i nazisti presero i comunisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero comunista./ Quando rinchiusero i socialdemocratici/ io non dissi nulla/ perché non ero socialdemocratico./ Quando presero i sindacalisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero sindacalista./ Poi presero gli ebrei,/ e io non dissi nulla/ perché non ero ebreo./ Poi vennero a prendere me./ E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa ».
101 L’Unità (Edizione stampata clandestinamente a Roma), n. 11, 20 aprile 1944 , p. 2, Cronaca di Roma, A via Sabotino le donne strappano dalle mani della polizia un ebreo.
102 L’Osservatore romano, 3 dicembre 1943, p.1, Carità civile; 4 dicembre 1943, p.1, Motivazioni; 30 dicembre 1943, p.1, Carità cristiana.
103 Il Popolo (Edizione stampata clandestinamente a Roma), 12 dicembre 1943, p. 2, Rubrica La Settimana, Nuovo consiglio dei ministri della “repubblica”.
104 Ivi, p. 1, La parola dei democratici cristiani, I- Primato della coscienza morale.
105 L’Italia Libera (Edizione stampata clandestinamente a Roma), n. 14, 9 dicembre 1943, p. 1 Dovere nazionale.
106 L’Italia Libera (Edizione stampata clandestinamente a Roma), n. 15, 0 gennaio 1944, p. 4, Intimidazione.
107 Una Lotta nel suo corso. Lettere e documenti politici e militari della Resistenza e della Liberazione, a cura di S. Contini Bonacossi, L. Ragghianti Collobi, Neri Pozza editore, Venezia 1954, p. 15.
108 Ivi, p. 6.
109 La libertà. Periodico toscano del Partito d’Azione. Italia libera, n. 3, 5 dicembre 1943, p. 2, Criminalità nazifascista.
110 Oggi e domani. Periodico del Partito d’Azione, n. 1, agosto 1943, p. 1, Abolizione delle leggi razziali.
111 Avanti! (Edizione stampata clandestinamente a Roma), n. 9, 15 dicembre 1943, p. 2, “Fascismo Repubblicano”, Le prime realizzazioni: «[…] sono venuti così i recenti bestiali provvedimenti contro gli ebrei, derubati dei loro avere ed internati in massa senza riguardo a discriminazioni di sorta, in campi di concentramento di pretta marca nazista[…]».
112 Avanti! (Edizione stampata clandestinamente a Milano), 13 dicembre 1943, p. 1, Terrore “sociale”. In questo pezzo sembra trasparire una certa familiarità dell’autore con alcune pratiche della religione ebraica e con i testi sacri, ad esempio al rituale di Pesach nel passaggio che vede più volte ripetuto il “non basta” («Quante benevolenze il Signore ci ha concesso! Se ci avesse fatto uscire dall’Egitto, ma non avesse fatto giustizia degli egiziani: ci sarebbe bastato! Se avesse fatto giustizia degli egiziani, ma non dei loro dei: ci sarebbe bastato! […]») o alla Bibbia, nella parte finale quando si parla di “strage ordinata dai moderni Erodi fascisti”. Ringrazio Michele Sarfatti per avermi suggerito di riflettere anche su questo aspetto.
113 Risorgimento liberale (Edizione stampata clandestinamente a Milano), n. 1, 15 gennaio 1944 (uscito col nome “Risorgimento”), p. 2, La Questione raziale [sic].
126 L’Italia libera (Edizione stampata clandestinamente in Lombardia), 10 luglio 1944, p. 4, Quadrante internazionale, Messaggio d’addio di Szmulzygielbojn.
127 L’Unità (Edizione stampata clandestinamente in Liguria), 8 marzo 1945, p. 3.
128 La nostra lotta, n. 4, 20 febbraio 1945, p. 1, L’insegnamento della conferenza di Crimea.
129 Risorgimento liberale (Edizione stampata clandestinamente a Roma), n. 3, 13 aprile 1944, p. 4, Sangue.
Matteo Stefanori, La Resistenza di fronte alla persecuzione degli ebrei (1943-1945), Edizioni del CDEC, Milano, 2015

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

“Stella Rossa” dovrà rassegnarsi a veder pian piano cooptati nel PCI quasi tutti i suoi membri

rg1

Questa più percepibile “vicinanza” di Moscatelli al Pci non impedì comunque che, ancora nell’agosto del 1944, “Stella rossa” – organo del Partito comunista integrale, assai critico verso il Pci, «comunisti imborghesiti e invigliacchiti che paralizzano l’azione rivoluzionaria» <25 – pubblicasse un articolo dal titolo “Moscatelli” nel quale Cino era elogiato con queste parole: «È diventato l’incubo dei mercenari fascisti, ma rimane un bravo compagno, come prima, anche se è un eroe. Ma che importa? Sembra dire il nostro Moscatelli […] Infatti […] eroe lo hanno fatto le circostanze […] Ma un idealista, un uomo nuovo destinato a creare i nuovi valori della rivoluzione, lo è sempre stato. E questo è l’importante. Non è vero, compagno Moscatelli?» <26.
In questo passo il mito di Moscatelli dimostra una certa universalità e al Partito comunista poteva effettivamente far comodo una figura che sapesse attrarre attorno a sé – e quindi, implicitamente, intorno al partito – anche la simpatia dei “sinistri” di “Stella rossa”. Se il mito di Moscatelli poteva effettivamente agire come una sorta di argine a forme di deviazionismo, che lasciasse “sfogare” al proprio interno elementi estranei alla militanza comunista per poi recuperarli entro percorsi ortodossi, in questo caso la sua figura sembra invece svolgere la funzione di una sorta di “testa di ponte” nello schieramento dei “sinistri”, che poteva creare consenso attorno al Pci proprio mediante la simpatia suscitata dalla sua figura.
[NOTE]
25 La democrazia operaia, in “Stella rossa”, [a. I, n. 13], novembre 1943. L’organo della federazione comunista torinese “Il grido di Spartaco” rispose lanciando un durissimo attacco contro il curatore di “Stella Rossa” Temistocle Vaccarella, «già diffidato per i rapporti da lui avuti con funzionari dell’infame polizia fascista (Ovra) oggi si smaschera quale agente al servizio della Gestapo. Egli pubblica un giornale (“Stella rossa”) dove si insulta il Partito della classe operaia per la sua coraggiosa lotta contro il nazismo […] Additiamo al disprezzo e alla vendetta degli operai quest’agente prezzolato del nemico più implacabile della classe operaia» (Diffide, in “Il grido di Spartaco”, a. I, n. 10, 25 novembre 1943). Ad ogni modo, rapporti più distesi si ebbero di lì a qualche mese: in L’imperativo dell’ora: lotta con tutti i mezzi contro il capitalismo nazifascista (“Stella rossa”, a. I, n. 16, gennaio 1944), i comunisti integrali annunciarono la cessazione delle polemiche col Pci per concentrarsi sugli obiettivi immediati e comuni della lotta.
26 Moscatelli, in “Stella rossa”, a. I, n. 20, agosto 1944.
Stefano Sala, Un mito disciplinato: Moscatelli “eroe comunista”, in “l’impegno”, a. XXX, n. 2, dicembre 2010, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia

Le “Brigate Autonome Militari Stella Rossa” e la lotta partigiana
Come abbiamo avuto occasione di scrivere in precedenza, i militanti di “Stella Rossa” si adoperarono attivamente già dal settembre 1943 per rendere effettiva la lotta contro l’invasore nazifascista, reperendo armi e promuovendo mobilitazioni e azioni di protesta. Questa attivazione sul territorio, spontanea e aliena dagli ordini della dirigenza comunista, avvantaggiò il movimento dissidente a discapito del PCI, ma non gli permise mai un reale radicamento nelle brigate partigiane di montagna, che invece i comunisti ufficiali ebbero modo di organizzare e coordinare.
In realtà, secondo lo storico Raimondo Luraghi, tra le brigate garibaldine piemontesi «lo spirito di indipendenza era fortissimo [e] anche i più elevati in grado erano in genere comunisti di base, […] talvolta non erano nemmeno iscritti al partito» <123. Potrebbe risultare singolare, allora, che un movimento come “Stella Rossa”, fortemente critico nei confronti della linea ufficiale del partito ed incline ad una demagogia molto apprezzata dalla base comunista, non riuscisse ad instaurare un legame con le formazioni partigiane <124.
Se, però, si pensa alla composizione sociale dei militanti integralisti, per lo più operai di mezza età ed ex militanti di partito, ci si rende conto di come effettivamente mancasse tra le loro fila un nucleo giovanile che, per motivi ideologici o per semplice necessità dettata dalla leva obbligatoria, avesse intenzione di prendere la via della clandestinità e della lotta partigiana. A ciò va aggiunto che lo stesso PC Integrale, per come era andato sviluppandosi nella città di Torino, necessitava in massima parte di una concentrazione di forze nell’ambito delle lotte di fabbrica e della lotta armata cittadina dei GAP.
In realtà, “Stella Rossa” riuscì a creare dei propri Distaccamenti autonomi <125 in Val di Susa, nel Vercellese e in Val di Lanzo.
Proprio il Distaccamento delle valli di Lanzo, guidato da Giovanni Rigola, morto durante un rastrellamento nel maggio del 1944, «trovò tra i garibaldini la più fraterna accoglienza, ed entrò, in seguito, nelle file della II Divisione Garibaldi» <126; in Val di Susa invece «le formazioni del movimento sono poste sotto il comando di Della Valle e Magnetti» <127.
Secondo una testimonianza di Pasquale Rainone <128, inoltre, sembra che le armi accumulate nel già citato deposito gestito da Anna Fattori venissero regolarmente consegnate dagli integralisti alle brigate partigiane della Val di Lanzo e della Valle Po, queste ultime comandate dal fratello del martire Renato Viola, detto “Mirko” <129.
E’ certa anche la formazione, da parte di “Stella Rossa”, di alcune proprie squadre GAP, la cui gestione venne affidata a Carlo Bacciarini: «Tra i militanti più indomiti e coraggiosi va ricordato Piero Cordone <130, catturato dai fascisti nella primavera del 1944. Molti sono gli aderenti che rimangono sul terreno e molti anche quelli che finiscono deportati in Germania. Tra essi citiamo Lorenzo Della Valle e Mario Sapone, caduti in combattimento in Val di Susa; nei pressi di Rivalta cadono inoltre Tullio Robotti, Rainieri, Lorenzo e Riccardo Mondiglio; in Val di Lanzo viene ucciso Rigola e a Torino Banderali, Giovanni Bruno e Mimmo Jori. Nei campi tedeschi perdono la vita Colombini e Sesia» <131.
2.5 L’omicidio di Temistocle Vaccarella
Nella primavera del 1944 “Stella Rossa” era una realtà ben strutturata sul territorio torinese, e sembra che intrattenesse anche «alcuni tenui contatti con la Liguria, la Toscana e la Lombardia» <132.
Temistocle Vaccarella, che all’epoca ricopriva la carica di segretario del PC Integrale, aveva infatti promosso una serie di incontri con diverse anime della dissidenza comunista non solo a Torino, ma in gran parte del nord Italia. Parallelamente, “Stella Rossa” intrattenne rapporti con diversi nuclei della Resistenza partigiana, come dimostrerebbero i contatti avuti «con uno dei più prestigiosi capi partigiani, Cino Moscatelli» <133.
Non infrequenti furono le riunioni con la dirigenza del Partito Comunista Internazionalista di Torino, che gli integralisti incontrarono almeno in due occasioni ufficiali. Durante il primo incontro, l’8 maggio 1944, <134 i due gruppi tentarono addirittura di creare un fronte comune tra gli «elementi di base aventi istinti e coscienza rivoluzionaria» <135, ma ben presto si dovettero scontrare con le rispettive divergenze; se, infatti, gli internazionalisti non potevano accettare la linea stalinista di cui si faceva portavoce Pasquale Rainone, allo stesso tempo “Stella Rossa” criticava la “posizione attesista” che i primi avevano assunto nei confronti della lotta partigiana.
In seguito, «i rappresentanti del PC Internazionalista chiesero che Luigi Cavallo venisse sostituito, nelle riunioni successive, da un altro militante “meno di destra”» <136, a causa del suo acceso filosovietismo, e ciò avvenne nella seconda riunione, probabilmente svoltasi lo stesso mese, con l’esclusione di Cavallo dalle trattative.
L’idea di creare un “fronte unico rivoluzionario” prese forma in questa occasione, durante la quale sembra che Vaccarella avesse chiesto ai portavoce del PC Internazionalista «di essere presentato a Milano ai vari gruppi ed elementi di sinistra – citando espressamente Fortichiari, Repossi, Basso e “Bandiera Rossa”» <137.
Proprio grazie al contatto con Lelio Basso, leader del movimento milanese “Bandiera Rossa”, Vaccarella venne a conoscenza di una riunione tra diversi gruppi dissidenti nel giugno 1944. Vaccarella, però, recatosi a Milano la prima volta il 12 giugno, probabilmente insieme al compagno Mazzini <138, non riuscì ad incontrare nessuno, e così accadde anche durante un viaggio nel capoluogo lombardo di alcuni giorni dopo.
Il 19 giugno fu ufficialmente convocata una riunione presso la sede milanese del giornale dissidente “Il Lavoratore” dei fratelli Venegoni, i quali però avrebbero in seguito sostenuto di avere organizzato l’incontro per conto del PCI <139 in modo da creare un «abboccamento con elementi [dissidenti] di altre regioni» <140.
Dopo la riunione, a cui parteciparono probabilmente anche alcuni responsabili del PCI, Vaccarella e Mazzini si recarono, nel tardo pomeriggio, presso il Parco Sempione, dove avrebbero dovuto incontrare delle persone la cui identità è tuttora sconosciuta. Qui Vaccarella fu ucciso, crivellato da sei colpi di pistola. “Mazzini” fece ritorno a Torino in stato di shock, ma senza avere subito danni tangibili. La notizia dell’accaduto venne riportata dal “Corriere della Sera” del 21 e 22 giugno, nel quale si alludeva alla “morte di un commerciante di Torino pieno di volantini e propaganda”, secondo quanto sostenuto da Pasquale Rainone <141.
L’omicidio di Temistocle Vaccarella, per molti anni nascosto dalla storiografia ufficiale della Resistenza, è da ricondurre, con ogni probabilità, ad una decisione del PCI, intenzionato a stroncare sul nascere l’ipotesi di un’azione comune tra diversi gruppi della sinistra dissidente. La morte del più importante dirigente del PC Integrale segnò infatti un deciso cambio di rotta nella linea politica del movimento, la cui gestione venne allora affidata, nella sua totalità, a Pasquale Rainone.
Questa nuova guida sancì definitivamente il passaggio di “Stella Rossa” su posizioni staliniste, al quale seguì un progressivo riavvicinamento al PCI e un definitivo abbandono dei rapporti con il PC Internazionalista, «anche perché Arnò, Francesconi e Costa – i più vicini collaboratori dello stesso Vaccarella – erano stati arrestati da tempo» <142.
[NOTE]
123 LURAGHI R., Il movimento operaio torinese durante la Resistenza, cit., p.242
124 «Le più personali opinioni circolavano tra i combattenti, e tutte confluivano in una comune aspirazione alla giustizia sociale, alla libertà e all’uguaglianza che vedeva nel comunismo il contraltare ideale dell’ingiustizia, della brutalità e della violenza fascista, e nell’Unione Sovietica il simbolo della lotta e della vittoria del popolo contro il fascismo». Ibidem
125 La sigla “Brigate Autonome Militari Stella Rossa”, presente nel titolo del paragrafo, è stata da me
utilizzata in seguito al rinvenimento di un timbro con la medesima dicitura presente su diverse carte del
fondo “Pasquale Rainone”.
126 Testimonianza di Gianni Dolino, commissario politico della II Divisione Garibaldi, a Raimondo Luraghi in LURAGHI R., Il movimento operaio torinese durante la Resistenza, cit., p.242
127 PEREGALLI A., L’altra Resistenza. Il Pci e le opposizioni di Sinistra, cit., p.248
128 Intervista di Fulvio Borghetti a Pasquale Rainone
129 Per ulteriori approfondimenti rimandiamo alla nota 5.
130 Piero Cordone, nome di battaglia “Gagnu”, agiva nei GAP di zona San Donato. Fu catturato poco dopo l’uccisione dei GAP Dante Di Nanni, Giuseppe Bravin e Francesco Valentino.
131 PEREGALLI A., L’altra Resistenza. Il Pci e le opposizioni di Sinistra, cit., p.249
132 Ibidem, p.248
133 FRISOLI G., SALLUSTI A., La lunga Resistenza operaia contro il fascismo. 1922-’45, cit., p.125
134 Per gli internazionalisti presiedono il segretario federale “Francesco”, “Tosco”, “Cesare” e “Paglia”, mentre per gli integralisti erano presenti Temistocle Vaccarella, Luigi Cavallo e Pasquale Rainone. I dettagli della riunione sono presenti nel verbale Riunione allargata delle Commissioni del PC Internazionalista e di “Stella Rossa” e nel “verbale n.2”, non datato, entrambi rinvenibili presso il fondo “Pasquale Rainone”.
135 Ibidem
136 PEREGALLI A., L’altra Resistenza. Il Pci e le opposizioni di Sinistra, cit., p.367
137 Ibidem, p.278
138 Intervista di Fulvio Borghetti a Pasquale Rainone
139 Soverchiato dalla propaganda comunista, infatti, il gruppo de “Il Lavoratore” si trovò costretto ad accettare l’assimilazione nel PCI il 25 giugno. Nella lettera con cui Carlo Venegoni sancisce lo scioglimento del gruppo, riferendosi all’incontro del 19 giugno si sostiene: «Conoscemmo, così, per la prima volta, alcuni dirigenti di “Stella Rossa”, di Torino. Ma fin dai primi colloqui nacquero in noi dubbi sulla sincerità di qualche elemento. Questi dubbi ci spinsero ad approfondire le indagini, e alfine convincemmo che, uniti ad elementi in buona fede, agivano alla testa di questo movimento agenti provocatori, pagati e sostenuto dalla polizia». Non è chiaro quante di queste indiscrezioni fossero state fornite dalla dirigenza del PCI. PEREGALLI A., L’altra Resistenza. Il Pci e le opposizioni di Sinistra, cit., p.321
140 Ibidem
141 Intervista di Fulvio Borghetti a Pasquale Rainone
142 PEREGALLI A., L’altra Resistenza. Il Pci e le opposizioni di Sinistra, cit., p.279
Tommaso Rebora, Oltre il PCI: “Stella Rossa” e i gruppi dissidenti nella Resistenza italiana, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Torino, Anno Accademico 2012/2013

Un altro soggetto interessante da valutare, coevo a “Bandiera Rossa” ma nato a Torino, è il Partito Comunista Integrale, meglio conosciuto con il nome di “Stella Rossa”, derivato dal suo giornale. Pasquale Rainone e Temistocle Vaccarella ne sono i principali animatori, per un soggetto che, al massimo del suo successo, agli stabilimenti cittadini della FIAT conterà ben 500 militanti. <107 La critica che “Stella Rossa” muove al PCI è simile nei modi a quella di “Bandiera Rossa”, e pur definendo il partito di Togliatti un partito centrista, in una terminologia cara all’opposizione trozkista, il gruppo non è antistaliniano, come possiamo notare da questo estratto: “Stalin, quando chiederà il resoconto della nostra attività, non potrà non riconoscere il profondo divario esistente tra il Partito Comunista Integrale e i comunisti imborghesiti e invigliacchiti che paralizzano l’azione rivoluzionaria.” <108
E ancora: “Essi, sotto l’insegna del CLN, cercano di indurre i lavoratori italiani ad abbandonare il terreno della lotta di classe e a versare il proprio sangue per instaurare un regime democratico, in cui lo sfruttamento capitalista della massa lavoratrice continuerebbe pressoché indisturbato.” <109
Anche nei riguardi di “Stella Rossa” il PCI non tarderà ad utilizzare i metodi di delegittimazione che ben conosciamo, fatti di accuse di collusione con il fascismo o addirittura con l’OVRA, <110 andando a legittimare del resto quelle che sono le conclusioni fornite dallo stesso Peregalli nel suo volume, ovvero che, seguendo l’atteggiamento tenuto da Togliatti e dai suoi uomini nei confronti della dissidenza, il tratto comune fa sì che “chiunque si ponga il fine della rivoluzione socialista non può che essere un alleato dei fascisti”, <111 un cortocircuito ideologico piuttosto palese, ma che è facilmente comprensibile proprio se si pone come pregiudiziale a questa logica l’assoluta necessità da parte del Partito Comunista Italiano di farsi garante di un ordine costituzionale e di una ricostruzione nella quale il partito stesso si candidava a divenire protagonista, portando in dote non una carica distruttiva, rivoluzionaria o intransigente, bensì un partito mansueto, con una base disposta ad accettare gli oneri dei nuovi rapporti di forza e completamente educata, nelle intenzioni del vertice, al nuovo contesto repubblicano e democratico. Paradossalmente il PCI trova maggiore resistenza nell’adozione di questa linea proprio tra coloro che, memori delle esperienze passate più radicali, faticavano ad accettare il nuovo corso, avendo magari vissuto le stagioni del Biennio rosso, o direttamente la nascita del partito, coltivata su basi nettamente diverse rispetto all’evoluzione che andava palesandosi negli anni della Resistenza. Il “largo ai giovani” <112 predicato dal partito togliattiano proprio in questi anni può infatti essere letto come una ulteriore conferma della necessità di costruire un soggetto politico nuovo, in assenza anche fisica di pericolose influenze esterne o ereditate da un passato ormai impresentabile per il nuovo corso. Morto Temistocle Vaccarella in circostanze poco chiare, <113 “Stella Rossa” dovrà rassegnarsi a veder pian piano cooptati nel PCI quasi tutti i suoi membri, in un destino molto simile a quello di formazioni coeve e di uguale impostazione. Una cooptazione molto intelligente, che in primo luogo porta il PCI a promettere e ad adottare posizioni e terminologie vicine a quelle dei gruppi cooptati, ma in un campo meramente verbale e dichiaratorio, campo del resto in cui diventa molto facile inserire proclami anche radicali, ben sapendo che poi la linea d’azione sarà totalmente diversa, con dei nuovi militanti che, giocoforza, dovranno adeguarsi alle successive direttive di partito da un lato per evitare l’emarginazione, dall’altro per conservare il proprio posto all’interno di quello che deve per forza rimare l’unico soggetto politico deputato a rappresentare il comunismo (o il ricordo di esso) in Italia, secondo le direttive del vertice. <114
[NOTE]
105 Cfr. Marcello Flores, Nicola Gallerano, Sul PCI, una interpretazione storica, Bologna, Il Mulino, 1992
106 Arturo Peregalli, L’altra Resistenza, il PCI e le opposizioni di sinistra, Genova, Graphos, 1991, pag. 243
107 Cit., pag. 249
108 Cit., pag. 261
109 Cit.,. 257
110 Arturo Peregalli, L’altra Resistenza, il PCI e le opposizioni di sinistra, Genova, Graphos, 1991, pag. 266
111 Cit., pag. 269
112 Cit., pag. 271
113 Cit., pag. 278
114 Cit., pag. 286
Alessandro Catto, Palmiro Togliatti, il PCI e la democrazia progressiva tra lotta antifascista e costituzionalizzazione, Tesi di Laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno Accademico 2015/2016

Le esperienze che, nell’ambito del movimento resistenziale, tentarono di dare un indirizzo comunista rivoluzionario alla lotta antifascista, da Stella Rossa (Torino) a Bandiera Rossa (Roma) a Il Lavoratore (alto milanese), furono soffocate dallo stalinismo e non ebbero continuità temporale, e non poteva che essere così: pesava, nella dura situazione della clandestinità e della guerriglia, la mancata comprensione del ruolo imperialista dell’URSS e della sua natura sociale capitalistico-statale, il che favorì il loro isolamento ed il riassorbimento nel PCI filo-russo. I quadri migliori rivoluzionari cadevano sotto il piombo del nemico di classe, sia che si presentasse sotto la veste fascista che quella stalinista: da Mauro Venegoni, comandante garibaldino che si rifiutò di rientrare nel PCI, torturato ed ucciso dai fascisti grazie all’isolamento settario provocatogli dagli stalinisti, a Temistocle Vaccarella, dirigente di Stella Rossa, a Fausto Atti e Mario Acquaviva, internazionalisti uccisi dagli stalinisti per aver propagandato il comunismo rivoluzionario presso le brigate partigiane.
E’ indubbio che una parte sempre maggiore della “canaglia pezzente” temprata dalla lotta antifascista, di fronte alla continuità dello sfruttamento di classe tra regime fascista ed istituzioni democratiche abbia continuato a ricercare, nel corso dei decenni successivi alla fine della guerra, un percorso che la portasse fuori dalla retorica interclassista; l’esperienza dissidente di Azione Comunista, ispirata appunto da quadri ed elementi usciti dall’esperienza resistenziale, ne è un valido esempio.
stradivari, Resistenza e lotta di classe, pagine marxiste, 30 aprile 2005

Roberto Gremmo, storico esponente della cultura autonomista, è autore di numerosi e documentati saggi storici sempre caratterizzati dal massiccio impiego di una documentazione spesso inedita. Questo lodevole modo di condurre le sue ricerche gli permette di esprimere considerazioni innovative su argomenti già indagati da altri studiosi oppure di fare luce su episodi lasciati in ombra o trascurati dalla storiografia ufficiale.
È il caso del suo ultimo lavoro, I partigiani della “Stella Rossa” (Storia Ribelle, 2021) dove Gremmo riscopre il ruolo del “Partito Comunista Integrale” nella Resistenza torinese.
Nei mesi successivi al colpo di Stato del 25 luglio, fra gli operai torinesi il gruppo che si proclama “Partito Comunista Integrale”, stampa il periodico “Stella Rossa”, diventa la forza politica più conosciuta nelle fabbriche e le sue idee di intransigenza classista hanno largo seguito perché sono quelle che maggiormente corrispondono ai sentimenti dei ceti popolari, stanchi del fascismo ma anche ostili alla normalizzazione capitalista.
Resta un mistero come poche persone che non hanno alle spalle una riconosciuta militanza nel movimento proletario riescano a influenzare un gran numero di lavoratori, sostenendo idee in contrasto con la politica unitaria e ‘collaborazionista’ con la famiglia Agnelli e le forze borghesi sostenuta invece dal Partito Comunista ufficiale.
Non c’è da stupirsi se, messa in crisi la propria egemonia politica, invece di confrontarsi con loro apertamente, i dirigenti del P.C.I. abbiano calunniato i capi della “Stella Rossa” senza alcun ritegno bollandoli sprezzantemente come agenti della Gestapo e traditori.
Sono accuse vergognose, anche perché nei primi mesi della lotta di liberazione, sono soprattutto i militanti del gruppo dissidente ad organizzare, anche con coraggiosi colpi di mano ed ‘espropri proletari’, il sostegno concreto ai primi nuclei partigiani nelle Valli di Lanzo.
Tuttavia, la vita del raggruppamento classista si rivela breve ed effimera e termina già nella primavera del 1944 quando il suo più attivo esponente viene ucciso con tre colpi alla nuca in circostanze mai chiarite.
Gremmo sottolinea questo aspetto oscuro della vicenda: l’uccisione al Parco Sempione di Milano di Temistocle Vaccarella, l’uomo che “parlava di comunismo a Torino”, avvenuta quasi in contemporanea con la morte misteriosa nelle Valli di Lanzo di Giuseppe Rigola, altro esponente di “Stella Rossa”.
A proposito di questo episodio mi permetto di inserire un ricordo personale: le considerazioni ripetutamente espresse a questo proposito da anziani valligiani che avevano vissuto in periodo bellico. Erano molto scettici sulla versione ufficiale fornita dall’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) secondo la quale Rigola sarebbe morto a Bogliano di Mezzenile, il 3 maggio 1944, aggrappato a una mitragliatrice, secondo una iconografia più tipica della retorica fascista. Ho quindi particolarmente apprezzato l’analisi espressa nel saggio.
Riprendendo le considerazioni su I partigiani della “Stella Rossa”, Gremmo sottolinea come la successiva, anche un po’ umiliante, confluenza nel P.C.I. degli uomini di “Stella Rossa” venga considerata inevitabile e necessaria poiché un gruppo che ha soltanto un radicamento locale non viene ritenuto in grado di competere con il partito di Secchia e Togliatti, forte d’una adesione di massa e che alle spalle ha il sostegno attivo della Russia di Stalin.
Il saggio di Roberto Gremmo, come al solito, è arricchito da un ricchissimo apparato di note. Propone una serie di approfondimenti e di spunti di riflessione su questa vicenda, di fondamentale importanza per la Resistenza torinese, sulla quale la storiografia ufficiale, salvo poche eccezioni, ha voluto quasi sempre tacere. Approfondimenti molto importanti per chi non voglia appiattirsi su una visione schematica e manichea della Resistenza, momento tanto rilevante nella vita della nostra Nazione.
Milo Julini, Roberto Gremmo riscopre il ruolo del “Partito Comunista Integrale” nella Resistenza torinese, Civico 20 News, 14 aprile 2021

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il plotone di esecuzione era formato da elementi misti della GNR e della Brigata Nera

Savona: la Torretta. Fonte: Mapio.net

Genovese Giacomo: nato a Catanzaro, Capitano della Brigata nera “Briatore” <1
Interrogatorio del 12.5.1945 nelle carceri di Savona:
Mi sono iscritto al PFR il 2 novembre 1943 ed in data 15 gennaio 1944 sono stato assunto all’Ente Assistenza Fascista in qualità di impiegato. Fondate le brigate nere mi sono iscritto con il grado di milite conseguendo successivamente il grado di tenente ed essendo già redattore capo della Gazzetta di Savona, sono stato confermato nell’incarico. Nell’assenza del direttore responsabile Caporilli Mario, ne assumevo io la direzione. Ho partecipato a 7 o 8 rastrellamenti ed eseguito numerosi fermi. Gli ordini venivano impartiti direttamente dal federale oppure dal comandante della GNR, dalla San Marco o dai tedeschi ai quali eravamo aggregati. Ammetto che i detenuti politici fermati dalla federazione venivano sottoposti ad interrogatorio e talvolta malmenati da tutti i componenti dell’ufficio politico e precisamente: Ten. Simone Osvaldo, Rebora, Ronchi, Bedotti Cesare, Crescenzi, Piano Pietro, Bernarda (padre), Gori ed il noto Lombardo Michele ed il famigerato Petronelli, del quale può dare ampie notizie l’ex Questore Nitti.
Io personalmente ho colpito con due pugni un giovane di Vado Ligure perché all’atto del fermo si era nascosto in casa sua per sottrarsi al fermo. Altro individuo che era classificato dal Petronelli quale partigiano lo colpii con lo scudiscio. Preciso che nel corso dei rastrellamenti da me effettuati e che non si è mai avuto modo di sparare un colpo, quando non era possibile catturare elementi partigiani, venivano da noi fermati ed accompagnati in federazione uomini di età giovane e che all’apparenza potevano essere sospettati di essere tali. Come sopra detto noi dipendevamo in special modo dal comando tedesco del quale eravamo organi esecutivi in quanto nessuna operazione poteva essere effettuata senza il loro preventivo permesso. Anche i rastrellamenti venivano in parte proposti da noi ed autorizzati dal comando tedesco mentre altri venivano direttamente ordinati dal comando tedesco. In seguito all’uccisione del Maggiore Massabò della GNR, si venne nella determinazione di ottemperare ad una disposizione voluta dal Prefetto Mirabelli o dal federale, secondo la quale per ogni fascista ucciso dovevano essere passati per le armi dieci antifascisti. Per caso in quei giorni si era venuti alla scoperta di un’organizzazione femminile clandestina, facente capo alla signora Paola Garelli ed avente lo scopo di distribuire manifestini, procurare denaro ed indumenti per elementi partigiani, carpire notizie militari e fuorviare elementi della San Marco. Unitamente alla Garelli venivano per tanto arrestati altri elementi femminili e maschili fra cui le signorine Ernestina Berruti, Pallavidino Maria ed altre ragazze di cui non ricordo i nomi. Il Capitano Petronelli assumeva la direzione dell’inchiesta e unitamente al Federale Aicardi procedeva all’interrogatorio degli imputati con metodi che posso definire inumani. E’ inutile ricordare i metodi adottati dal Petronelli e dall’Aicardi perché erano noti in tutto l’ambiente cittadino. Con tale sistema quasi tutti i fermati ammisero le loro colpe ed allora il federale ed il Petronelli decisero le rispettive condanne, dichiarando che coloro che dovevano subire la pena capitale dovevano essere dieci. Il famoso tribunale per tali condanne non si è mai riunito e semplicemente una mattina l’Aicardi convocò tutti gli ufficiali ai quali furono letti i verbali di interrogatorio e le conseguenti sentenze. Ricordo che per tale procedura il Commissario Straordinario per la Liguria, Sangermano, protestò energicamente deprecando il sistema. Il plotone di esecuzione era formato da elementi misti della GNR e della Brigata Nera, al comando di un ufficiale della Guardia che non sono in grado di precisare. Credo sia stato il Tenente Peghini. Posso affermare che gli uccisori del curato Don Peluffo sono quelli che appartenevano all’Ufficio Politico della federazione. In seguito al lancio di bombe a mano contro la sentinella in federazione, Trentarossi, che rimase ferito, il Federale Pini impartì l’ordine al Tenente Simone, dell’Ufficio Politico, di prelevare un detenuto che si trovava nelle celle della federazione per passarlo per le armi. Vennero incaricati dell’esecuzione il Ten. Contini Ennio, il Ten. Simone Osvaldo, Rebora, Ronchi e probabilmente anche Piano Pietro. Agenti informatori della federazione erano: Zunino Alberto, Scotto Arturo, signora Sterlich, signora Sanguinetti, amante del Federale Pini, la signora Brazzino e la signora Giusti, tutti residenti a Savona. Ai rastrellamenti hanno partecipato i seguenti ufficiali della brigata nera: Caporilli Mario, Aicardi Quinzio, Polo Pini, Grossi Arturo, Sguerso Carlo, Raimondi Alberto, Paderni Renato, Petronelli Carlo, Lombardo Michele, Montorri Guerrin e gli ufficiali del San Marco Ricciardi Onofrio e Sesta Vincenzo che erano i comandanti del reparto di pronto impiego. Vi era anche il ten. Novella, il Tenente Giglio, Bacchiocchi Primo ed il Ten. Simone Osvaldo. Complessivamente la forza della brigata si aggirava sulle 150 unità, ripartite fra Vado, il posto di blocco di Albisola e servizio fisso al comando tedesco. Vi erano poi tre distaccamenti: Varazze, Albenga ed Alassio, comandati rispettivamente da Felice Uboldi e Fabbrichesi a Varazze, da Scippa prima e poi Sesta ad Albenga e ad Alassio Capello prima ed Esposito poi. Tutti questi reparti erano alle dipendenze dei tedeschi ed anzi aggiungo che i reparti di Alassio ed Albenga dovevano effettuare i servizi di pattuglia per conto dei tedeschi.
Dichiarazione del Genovesi su elementi della brigata nera rimasti a Savona come franchi tiratori:
Sottotenente Novella che credo abbia raggiunto la moglie parrucchiera ad Albenga. Sottufficiale Bini Tancredi, ha una mano offesa da una ferita da fucile con lunga cicatrice che va dall’alto in basso della mano. Brigata nera Secchi Gavino, abitante in un vicolo vicino al Duomo. Brigata nera Traccaro Renato, rimasto a Vado Ligure, profugo napoletano. Brigata nera Vercellino Aldo, del distaccamento di Vado Ligure. Brigata Nera Cuneo, probabilmente ancora a Savona, postino della brigata. Sottotenente Sguerso Carlo, in colonna fino ad Albisola. Brigata nera Gandussi Guglielmo, del posto di blocco di Albisola. Fratelli Esposito di Alassio. Brigata nera Ristorto, rimpatriato da Mentone.
1 Giacomo Genovese venne fucilato a Vado Ligure in località Fosse S. Ermete il 29 giugno 1945 dopo essere stato prelevato con altri dal carcere di Finalborgo dove era detenuto.
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 – Liguria: Imperia – Savona – La Spezia, StreetLib, Milano, 2019

Vennero così arrestati a Savona in pochi giorni Stefano Peluffo, organizzatore del FdG, Franca Lanzoni, Paola Garelli e Giaela Lombardi, mentre alcuni altri, tra cui Francesco Vigliecca “Kamo”, evitarono l’arresto per una serie di coincidenze fortunate. La Lombardi, delegata del Partito Repubblicano per i contatti con il CLN, fu catturata in casa di Teresa Viberti, attivista dei Gruppi di Difesa della Donna sfuggita fortunosamente all’arresto; tornò in libertà dopo tre mesi di carcere senza aver rivelato elementi utili agli inquirenti. Franca Lanzoni era stata arrestata mentre tentava di far disertare alcuni “marò” nella frazione di Santuario, mentre ad incastrare la Garelli era stato invece il materiale destinato ai partigiani rinvenuto nella sua abitazione. Così, quando i sapisti uccisero in pieno giorno il maggiore della GNR Giorgio Massabò, responsabile dell’arruolamento di lavoratori da inviare in Germania, si scatenò una nuova rappresaglia. Dopo aver minacciato di morte i pompieri (noti fiancheggiatori della Resistenza) che avevano trasportato il corpo dell’ufficiale nella vicina caserma, sulla base dell’autopsia che chiariva come Massabò fosse stato ucciso da alcune fucilate sparate dall’alto, i fascisti arrestarono alcune persone tra cui la settantenne Luigia Comotto, residente in un appartamento da cui si sospettava fossero partiti i colpi. Sottoposta a violenti interrogatori, l’anziana donna non parlò. Così, il 1° novembre 1944, alla Fortezza del Priamar di Savona furono fucilati per rappresaglia Paola Garelli, Franca Lanzoni, Luigia Comotto, Stefano Peluffo, il sapista Giuseppe Baldassarre e l’ex carabiniere Pietro Cassani.
Stefano d’Adamo, Savona Bandengebiet – La rivolta di una provincia ligure (’43-’45), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999/2000

Petronelli Carlo: ufficiale della Brigata Nera “Briatore”, Ufficio Politico
Interrogatorio del 12.12.45: Alla data dell’8 settembre mi trovavo militare a La Spezia nella Regia Marina. A seguito dello sbandamento rientrai a Savona dove gestivo un negozio in Via Montenotte, gestivo commestibili, frutta e verdure. Nell’ottobre del 1943 mi iscrissi al PFR e da allora cominciai a frequentare sporadicamente la federazione come facevano altri fascisti.
[…] Ricordo che verso la fine di ottobre del 1944 mi presentarono in federazione un maggiore paracadutista con tre militi della San Marco, dei quali mi pare che uno si chiamasse Monopoli ed un sergente di cui non ricordo il nome, quest’ultimo aveva consegnato un pistola a tale Paola Garelli, pistola che fu poi trovata in casa di tale Baldassarre. Costoro riferirono di aver scoperto le persona che provvedeva all’arruolamento dei partigiani fra gli elementi dell’esercito repubblicano. Uscimmo una prima volta seguendo le indicazioni del maggiore, il Federale Aicardi, io, i tre militi della San Marco ed alcuni elementi della brigata nera. Se non ché l’appostamento non ebbe esito in quanto il maggiore disse che evidentemente eravamo stati scoperti. Successivamente uscirono di nuovo il federale ed alcuni militi che rientrarono con la Lanzoni che fu interrogata dal federale, da me, dal Genovese e dal Raimondi. Dopo l’interrogatorio il federale uscì portando con se la Lanzoni, accompagnati da alcuni militi. Poco dopo ricevetti una telefonata dal federale che mi inviata a recarmi con un autocarro in Via Montenotte. Qui incontrai l’Aicardi con la Lanzoni e la Garelli. Entrammo quindi nella casa della Garelli dove trovammo un certo quantitativo di farina, indumenti e medicinali destinati ai partigiani. La sera, in federazione, fu interrogata la Garelli da me presente e dal solito gruppo. Il mattino seguente, l’Aicardi, che per l’occasione aveva indossato una divisa della San Marco, applicandosi un cerotto al naso ed accompagnato dai tre militi della San Marco e da una ventina di militi della brigata nera,
partirono per una corriera alla volta del santuario. Questa spedizione aveva lo scopo di catturare il Baldassarre, il quale si sarebbe dovuto rintracciare con la parola d’ordine “Come va il naso?”. Nelle prime ore del pomeriggio, l’Aicardi con il resto dei militi, tornò portando dietro il Baldassarre. Egli manifestò subito il proposito di passarlo per le armi, dato che era stato trovato in possesso della pistola data alla Garelli dal sergente della San Marco. Io gli feci osservare che era meglio prima interrogarlo ed accertare bene il fatto, dato che il Baldassarre dava segni di squilibrio mentale e chiese perfino di arruolarsi nella brigata nera. Nel corso delle indagini venne accertata anche la complicità del Peluffo Stefano. Complessivamente in quei giorni furono arrestate circa una quarantina di persone, tutte indiziate di appartenere all’organizzazione che faceva capo a certa Luciana che non fu arrestata, benché io ne sapessi il nascondiglio. Quando fu ucciso il Maggiore Massabò, il Federale Aicardi mi chiamò in federazione e mi disse, che d’accordo con il Questore Nitti, bisognava fucilare 10 ostaggi. A quanto mi venne poi riferito il plotone di esecuzione era comandato dal Capitano Messa della GNR, della brigata nera e so che ha presenziato il Ten. Sguerso ma non so in che vesti.
Leonardo Sandri, Op. cit.

I prelevamenti illegali continuarono in un lento stillicidio che aveva il suo epicentro sulle alture di Segno, dove furono seppelliti numerosi fascisti eliminati con procedimenti sommari. Tra questi, in particolare, i brigatisti neri Antonio Grosso (già condannato a 10 anni di reclusione per collaborazionismo) ed Ernesto Roveda, uccisi il 26 giugno presso Sant’Ermete di Vado insieme a Giacomo Genovese, anch’egli tenente della “Briatore” responsabile di diversi rastrellamenti ma anche inviso redattore capo della “Gazzetta di Savona”. Pare che Genovese sia stato addirittura sepolto vivo, ma non vengono citate le testimonianze al riguardo <135. Un ultimo, clamoroso episodio di questo genere costò la vita a quattro tra i peggiori elementi dell’Ufficio Politico Investigativo di Savona. Il capitano della GNR Luigi Possenti, ex comandante del campo di prigionia dell’istituto Merello a Spotorno (nel quale erano stati incarcerati gli scioperanti del 1° marzo ’44 poi deportati nei lager nazisti) e Alberto Zunino, noto torturatore di partigiani erano stati regolarmente condannati a morte insieme a Genovese il 23 giugno 1945, come riportato dal “Corriere Ligure”.
Coimputato nello stesso processo era l’imperiese Zeffirino Gastaldi, che aveva riorganizzato le polizie fasciste a Savona, e che morì per le conseguenze delle ferite riportate durante un bombardamento, risparmiando lavoro alla Corte e al plotone d’esecuzione <136. Anche Franco Zunino, fratello di Alberto e temuto picchiatore, e il genovese capitano Mario Bazzan erano stati condannati a morte in quel periodo. Il 24 giugno alcuni ex partigiani, penetrati all’interno del carcere di Sant’Agostino dove erano detenuti i principali condannati, lanciarono una bomba a mano nel cortile, uccidendo due prigionieri. In seguito a questo avvenimento i fratelli Zunino, Bazzan e Possenti furono trasferiti nel carcere di Finalborgo “per motivi di sicurezza”. Qui i quattro furono prelevati da partigiani della polizia ausiliaria in possesso di documenti apparentemente regolari (ma in realtà falsificati), che li portarono nella zona di Segno, al cosiddetto “Campo Stringhini” (località forse identificabile con il “campo dei Francesi”, così ribattezzata dal soprannome di uno dei fascisti ivi uccisi, Antonio Ghibaudo “Stringhini”), e li uccisero. La sorella dei fratelli Zunino ha riferito recentemente ad un quotidiano che nel ’53, quando le salme furono riesumate, il parroco del luogo disse che era impossibile perdonare gli assassini <137. Considerando chi erano gli uccisi, mi si permetta per una volta di dissentire. La morte degli Zunino, di Bazzan e di Possenti chiuse la fase della violenza insurrezionale, anche se per molti mesi, come accenneremo brevemente, si verificarono altri omicidi ad opera della banda detta della “Pistola Silenziosa”.
[NOTE]
135 M. Numa, La stagione del sangue, Savona, La Ricerca, 1991, pp. 82 e 220.
136 Ibidem, pp. 28-29.
137 Ibidem, pp. 30 e 116-118. Si noti, a proposito di Antonio Ghibaudo, sergente della GNR, che in Badarello-De Vincenzi, op. cit., p. 186, era stato dato per ucciso nella sparatoria che era costata la vita a Furio Sguerso, il 20 ottobre 1944 a Villapiana. A meno che non si trattasse di un suo parente stretto anch’egli sergente della GNR, il dato è errato.
Stefano d’Adamo, Op. cit.

L’interregno partigiano a Savona, con i suoi cinque giorni, fu il più lungo registrato in Liguria. Tra il 25 ed il 30 aprile è accertato che persero la vita non meno di 215 persone (ma probabilmente di più) <13 sulle 316 uccise in totale all’interno della Seconda zona fino al 30 giugno. Le esecuzioni succedutesi tra la Liberazione e i primi giorni dell’estate possono essere grossolanamente suddivise in alcune categorie:
a) Uccisione, dapprima in prevalenza in combattimento, poi a freddo, di militari della divisione “San Marco”;
b) Eliminazione di appartenenti ad altri corpi armati della RSI e del PFR: guardie repubblicane, brigatisti neri, questurini, ecc.;
c) Prelevamenti illegali di prigionieri, regolarmente detenuti in attesa di processo in carceri e campi di concentramento, portati via e uccisi (Cadibona, 11 maggio <14 e a S. Ermete, 26 giugno <15);
d) Uccisione di singoli civili più o meno compromessi con il fascismo;
e) Stragi di intere famiglie accusate di spionaggio e/o connivenza con il nemico, compiute sovente anche per rapina o per beghe di paese.
[NOTE]
13 Calcoli tratti da M. NUMA, La stagione del sangue, Savona 1991.
14 Prelevati dal Carceri Penali e Giudiziarie di Alessandria.
15 Prelevati dal Reclusorio di Finalborgo.
Antonio Martino, La riorganizzazione delle forze di polizia nel dopoguerra a Savona (1945-1946), pubblicato in “Atti e memorie della Società Savonese di Storia Patria”, n.s., vol. XLVII, Savona, 2011, pp. 177-204

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Dopo che De Gasperi si decise a far uscire il PCI dal governo, venne fissata la data delle prime elezioni legislative per il 18 aprile 1948

Per il Partito Comunista Italiano il 1947 fu un anno di terremoti che portarono a delineare la politica che il partito stesso avrebbe adottato negli anni successivi. Alla segreteria del partito vi era Palmiro Togliatti, storica guida del PCI sin dal 1926 e molto apprezzato negli ambienti del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS). Il clima internazionale ebbe dei riverberi all’interno della politica nazionale italiana; il cambio di politica promosso dal presidente statunitense Truman aveva portato anche a modificare il suo orientamento verso una politica estera pienamente internazionalista abbandonando la precedente tendenza ad un certo isolazionismo. In questo senso si crede che il PCI abbia assunto il ruolo d’opposizione per controbilanciare la strategia «imperiale» statunitense. La questione essenziale è rappresentata dalla natura del comunismo occidentale <18, ovvero il legame che dal 1947 intercorse tra i partiti comunisti del mondo e il partito comunista di Stalin. E’ ancora solo parzialmente corretto attribuire la natura dei rapporti tra i vari partiti comunisti solamente a delle logiche esterne; piuttosto la politica adottata in generale dai vari partiti comunisti nel mondo e nello specifico da quello italiano va intesa come un processo non lineare, creatosi sia come conseguenza di fratture di natura esterna che da altre di natura endemica, risultato di una pluralità di fattori con scontri di ideologie, di interessi e di culture.
Interessante è cercare di analizzare il peso che il contesto politico nazionale ebbe nella determinazione dell’esito della rottura della solidarietà resistenziale (Governo Nazionale) contro il fascismo, che fece allontanare il PCI dalla compagine di governo. Come sopradetto bisogna tener conto del fatto che il tutto accadeva su uno sfondo internazionale ricco di mutamenti, ma che vi erano anche delle forti motivazioni interne. Il PCI aveva riscontrato insormontabili difficoltà nel tentativo di conciliare la cultura politica italiana con la lealtà alla linea politica dell’Unione Sovietica con effetti destabilizzanti sull’intero sistema politico italiano, ma in particolare all’interno del PCI. I temi su cui la mediazione risultava veramente complessa erano quelli dello sviluppo economico oltre che dell’impostazione sociale ed istituzionale che i vari partiti intendevano promuovere per la ricostruzione del paese. In Italia, essendo stato un paese storicamente sotto l’influenza occidentale, si riscontravano reali incongruenze tra i principi proposti dalla linea staliniana e la loro applicazione in un contesto culturale lontanissimo da quello russo. Le difficoltà nel mantenere cariche ministeriali per i ministri comunisti e allo stesso tempo seguire la dottrina sovietica risultarono una sfida estremamente complessa per il PCI. Un chiaro esempio concreto di queste difficoltà fu rappresentato proprio dalla questione del confine orientale o questione di Trieste che creò forti imbarazzi in seno al PCI, ponendo lo stesso partito tra due fuochi: da una parte il desiderio di favorire la Jugoslavia in quanto paese comunista e dall’altra la difesa degli interessi italiani.
Il nodo politico cruciale che il PCI si trovò ad affrontare in politica interna era relativo allo sviluppo economico e al reperimento delle risorse necessarie per la ricostruzione del paese. L’Unione sovietica non aveva le possibilità di sostenere economica un progetto ambizioso di ricostruzione postbellica. L’unica potenza che si offrì di fornire quanto necessario al rilancio dell’Europa, dettando però anche una serie ben precisa di condizioni, furono proprio gli Stati Uniti. I comunisti sapevano, o per lo meno avevano intuito, che un eventuale aiuto americano avrebbe potuto essere subordinato a determinate prese di posizione, tra cui l’eventuale allontanamento delle sinistre dal governo e una maggior integrazione dell’Italia nella sfera d’influenza occidentale. I partiti di centro e di destra si rendevano ben conto che la polarizzazione tra gli ideali occidentali e quelli orientali portava con sé anche una polarizzazione all’interno del governo antifascista nato dopo la guerra. La presenza comunista di fatto era un deterrente per ricevere gli aiuti americani. Lo stesso PCI era spinto da due forze centrifughe; si rendevano conto che per rappresentare al meglio il proprio blocco elettorale, cioè i lavoratori delle fabbriche, i contadini e i dipendenti, avrebbero dovuto trovare il modo per rilanciare la produzione. D’altro canto, l’unico modo per raggiungere l’obiettivo era trovare appoggi nei ceti borghesi vicini agli Stati Uniti e dialogare con essi.
Il partito di Togliatti non si sentiva nella condizione di rompere completamente con i moderati sui temi di politica economica proprio perché si rendeva conto dell’impraticabilità di strade alternative. La situazione drammatica di carenza di materie prime insieme alla continua crescita dell’inflazione, colpivano le fasce più deboli e povere della popolazione rendendo proprio le classi che il PCI rappresentava sempre più insofferenti e insoddisfatte.
La posizione che il PCI ricopriva al governo imponeva una logica riflessiva e moderata in merito alle questioni economiche e non un’impostazione di lotta come invece le classi più povere bramavano. Questa contraddizione paralizzava l’operato del PCI sia a livello decisionale governativo sia nell’aspetto di lotta di cui era sempre stato il principale motore, era il partito della classe operaia ma era anche quello garante della legalità in quanto al governo. Il PCI non solo doveva riconoscere che solamente gli USA avevano offerto quegli aiuti che l’Italia necessitava come l’aria ma anche che le proposte degli economisti di formazione marxista erano in totale contrapposizione con quelle degli economisti del Governo Militare Alleato (GMA), che, a sua volta, continuava ad avere una forte influenza nelle decisioni importanti del governo italiano. A complicare ancora di più la posizione comunista era il fatto che gli aiuti economici proposti dagli americani andavano principalmente nella direzione di una convinta difesa e ripresa della produzione; perno inamovibile per la DC e de facto a grande vantaggio della classe operaia. In questa situazione era difficilmente discutibile l’accettazione da parte dell’Italia degli aiuti d’oltreoceano perché andavano a sostenere nella realtà quotidiana proprio le fasce più colpite dalla crisi, che poi erano l’elettorato del PCI. I comunisti italiani sapevano anche che non potendo offrire valide alternative avrebbero dovuto sostenere anche un costo politico dal momento che, con l’inasprirsi della guerra fredda, gli Stati Uniti avrebbero sicuramente posto delle limitazioni o dei cambiamenti nella composizione del governo italiano. Emilio Sereni <19 sintetizzò il problema nell’aprile 1947: «Il prestito estero si farà contro di noi o con noi?» <20. In queste condizioni il Partito Comunista non poteva rifiutare gli aiuti e anzi avrebbe dovuto dare prova di grande senso di responsabilità. I membri però si erano anche resi conto delle implicazioni di queste accettazioni, e cioè che c’era uno schieramento internazionale che andava delineandosi sullo sfondo della dottrina del contenimento <21.
Verso la metà del 1947 Palmiro Togliatti sembrava non avere alternative se non accettare e assecondare la scelta di De Gasperi di propendere sempre più verso il mondo dell’industria e della finanza per rientrare nei parametri di ricezione degli aiuti economici, cercando così di stabilizzare la crisi sociale che stava dilagando. Il segretario del PCI non avrebbe mai accettato una esclusione delle sinistre dal governo, ma rendendosi conto della situazione, comprendeva bene che l’unico modo per continuare ad avere un piccolo peso all’interno dell’esecutivo si basava solamente sulle assicurazioni che il presidente del consiglio Degasperi poteva promettergli. Assicurazioni che non bastarono perché la parte radicale delle sinistre continuava ad attaccare l’operato dei moderati e la parte dei moderati che già erano favorevoli ad una sua esclusione non accettava più le incomprensioni spingendo De Gasperi ad una nuova fase di alleanze. La crisi politica si era consumata.
Il quadro che emerge dalla situazione sopra descritta evidenzia come il PCI mancasse di progettualità e fondasse il suo riconoscimento politico sulla resistenza fatta durante la guerra contro la dittatura fascista e non possedeva un vero disegno di riforme e di politica economica. Le diverse filosofie all’interno del partito, tra chi sosteneva la linea sovietica e chi invece credeva fosse necessario adattare i principi comunisti al contesto culturale nazionale, finirono per indebolire la compagine comunista italiana. Parte della sinistra credeva che l’esclusione fosse temporanea, invece il maggio 1947 segnò un cambiamento epocale nella storia politica italiana e riportò il PCI alla lotta politica, terreno che storicamente sentivano più loro e, paradossalmente, si liberò delle contraddizioni che lo stare al governo aveva portato al proprio interno. Il maggio 1947 rappresentò la consacrazione della decisione del governo italiano di schierarsi con le forze filoccidentali e l’inizio della strada che portò alle elezioni politiche nazionali che si sarebbero tenute nell’aprile 1948.
[NOTE]
18 Guiso, Andrea. “I Partiti Comunisti e La Crisi Del 1947 in Italia e in Francia. Una Riconsiderazione in Chiave Comparativa.” Ventunesimo Secolo, vol. 6, no. 12, 2007, pp. 131–168. JSTOR, http://www.jstor.org/stable/23719683. Accessed 4 Nov. 2020.
19 Emilio Sereni dopo aver svolto un ruolo importante nella Resistenza come rappresentante, insieme a Luigi Longo, del Partito Comunista nel CLNAI di Milano e come componente del comitato insurrezionale costituito nell’aprile 1945, nel 1946 entra nel comitato centrale del PCI (vi resterà fino al 1975) e fu due volte ministro sotto Alcide De Gasperi.
20 Guiso, Andrea. “I Partiti Comunisti e La Crisi Del 1947 in Italia e in Francia. Una Riconsiderazione in Chiave Comparativa.” Ventunesimo Secolo, vol. 6, no. 12, 2007, pp. 131–168. JSTOR, http://www.jstor.org/stable/23719683. Accessed 4 Nov. 2020.
21 La politica del contenimento venne delineata per la prima volta da George F. Kennan nel suo famoso lungo telegramma. Kennan sosteneva che lo scopo primario degli USA doveva essere di impedire la diffusione del comunismo nelle nazioni non comuniste; ovvero di “contenere” il comunismo all’interno dei suoi confini.
Tommaso Cortivo, Politiche ufficiali ed ufficiose condotte dall’Italia nel biennio 1947/1948 al confine orientale, Tesi di Laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, Anno Accademico 2019/2020

La DC invece utilizza al massimo lo spazio concesso dal PCI, attendendo il momento più opportuno per estromettere i suoi esponenti dal governo. Nel 1947 le pressioni sulla DC delle ali più conservatrici della Chiesa e, ancora di più degli americani, che si manifestano in maniera evidente nel famoso viaggio del gennaio del 1947 negli Usa di De Gasperi, diventano fortissime e non più eludibili. Infatti, l’Italia, a causa della sua fragilità economica, necessita di aiuti finanziari, che gli Usa subordinano alla cacciata delle sinistre dall’esecutivo. In maggio, incoraggiato anche da una serie di avvenimenti internazionali, De Gasperi forma un nuovo governo di centro contando sull’appoggio di socialdemocratici, repubblicani e liberali <21.
È la fine della coalizione antifascista e l’inizio del cosiddetto centrismo, del periodo della guerra fredda e del PCI all’opposizione.
1.5 Il PCI all’opposizione
Nel 1947, subito dopo la cacciata delle sinistre dal governo, Togliatti crede che alla rottura si può porre riparo. Nella pazienza e moderazione mostrata dal segretario si scorge un obiettivo importante: guadagnare tempo prima dello scontro con la DC, il tempo necessario affinché la Carta costituzionale venga approvata dal Parlamento senza impedimenti <22. Il testo è tra i più avanzati d’Europa, costituisce un argine contro tentazioni reazionarie e nel voto si formalizza la legittimazione di tutte le forze della Resistenza <23. Ma dietro quella fiducia vi è anche l’errata convinzione che in Italia la sinistra sia diventata troppo forte elettoralmente e socialmente e che quindi vada isolata. È questa convinzione che porta nel dicembre del 1947 il PCI ad allearsi con i socialisti, fondando il Fronte Democratico Popolare, in vista delle prossime elezioni politiche <24. Tutto questo offre alla DC la possibilità di presentarsi come il solo schieramento in grado di far confluire nelle proprie fila cattolici e liberali, ceti medi e piccoli contadini, accreditandosi come l’unico partito che rappresenta l’Occidente e la libertà contro il “Fronte” guidato dai comunisti e asservito a Mosca.
Il 18 aprile 1948 il popolo italiano va alle urne e decretando la vittoria della DC sceglie di essere parte integrante del campo occidentale.
[NOTE]
21 Cfr. P. Ginsborg, op. cit., p. 145-148.
22 Cfr. L. Magri, op. cit., pp. 100-101.
23 Ibid.
24 Cfr. P. Ginsborg, op. cit., pp. 152-156.
Vincenzo Aristotele Sei, Il partito comunista nella società italiana da Togliatti a Berlinguer, Tesi di laurea, Università della Calabria, 2010

Dopo questa tornata elettorale la situazione politica iniziò lentamente a muoversi, ponendo le condizioni per l’uscita dei partiti di sinistra dal governo: un esito che De Gasperi voleva realizzare dopo la firma del trattato di pace, per non inimicarsi l’Urss e che i comunisti cercarono di impedire fino all’ultimo, limitando però la loro azione di governo a questo scopo e ostacolando un’azione riformatrice più intensa nei ministeri di propria competenza, ad esempio nel settore agricolo. <44
La definizione del trattato di pace fu discussa alla conferenza di Londra del settembre 1945. L’Italia era presente come paese sconfitto; né il cambio di regime né la Resistenza né la cobelligeranza valsero ad impedire che nel luglio 1947 le venisse tolta la Venezia Giulia e che Trieste fosse internazionalizzata e che infine le venissero tolte le colonie. La flotta fu smembrata e l’esercito ridotto ai minimi termini e furono infine stabilite riparazioni per i paesi aggrediti. <45
La tensione internazionale tra USA e URSS stava raggiungendo il momento apicale: l’Unione Sovietica rispondeva alla ratifica del Piano Marshall di sostegno alle economie dei paesi dell’Europa occidentale con la formazione del Cominform, (Ufficio di informazione dei Partiti Comunisti e Laburisti).
L’amministrazione americana riteneva che i totalitarismi prosperassero in paesi colpiti dalla miseria, perciò il sostegno economico risultava decisivo per porre i paesi strategicamente decisivi sotto la propria influenza geopolitica. Fu perciò elaborato il piano Erp (European Recovery Program), noto come Piano Marshall, dal nome del segretario di stato che l’aveva promosso. Tramite 29 miliardi di sovvenzioni gli USA miravano a ricostruire il potere d’acquisto dei paesi
dell’Europa, in modo da costruire un mercato di sfogo per i propri capitali e per le proprie attività produttive, che erano enormemente cresciuti durante gli anni della guerra. La propaganda americana era molto forte anche sul piano dell’immaginario e il governo americano sin dallo sbarco in Sicilia utilizzò il suo cinema come soft power. <46
Due importanti personalità politiche che in questi mesi ricoprirono incarichi ministeriali centrali furono Luigi Einaudi, ministro del Tesoro e Mario Scelba, ministro degli Interni: il primo intervenne con decisione nella sfera economica per tenere l’inflazione sotto controllo, con una politica deflazionista che, se da un lato ridusse il tasso d’inflazione, dall’altro provocò un crollo degli investimenti e della produzione industriale e di conseguenza un’ondata di licenziamenti e quindi una fase di depressione dell’economia che durò fino al 1950. Scelba caratterizzò il suo ministero con una rigida politica di repressione del dissenso sociale e politico. Polizia e carabinieri vennero epurati da tutti gli elementi partigiani e incoraggiati ad intervenire in modo brutale nei confronti delle agitazioni contadine e operaie. <47
Infine, dopo che De Gasperi si decise a far uscire il PCI dal governo, venne fissata la data delle prime elezioni legislative per il 18 aprile 1948.
[NOTE]
44 P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., p. 58.
45 F. Barbagallo, La formazione dell’Italia democratica, cit., p. 94.
46 S. Lanaro, Storia del miracolo italiano, cit., p. 167.
47 P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., p. 149.
Luca Ciampi, Il Partito Comunista Italiano, la Patria, la Nazione. Studio de «l’Unità» del 1948, Tesi di Laurea Specialistica, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2013-2014

Pubblicato in Senza categoria | 1 commento

Un segreto nella fine di Giuliano

Negli anni ’50 l’Italia è una Repubblica neonata alle prese con il secondo dopoguerra, ma, da un punto di vista giornalistico, sono gli anni dell’immobilismo, le cui uniche eccezioni sono costituite dalle fondazioni de L’Espresso, nel 1955, e de Il Giorno, nel 1956.
In questi anni l’unica inchiesta degna di nota è quella che nasce il 16 luglio 1950, giorno in cui sul settimanale L’Europeo viene pubblicato l’articolo Un segreto nella fine di Giuliano. Di sicuro c’è solo che è morto. Il pezzo di Tommaso Besozzi ricostruisce i fatti riguardanti la morte del famoso bandito siciliano Salvatore Giuliano avvenuta dieci giorni prima, delineandone una versione completamente diversa da quella fornita dai Carabinieri e dal Viminale. Il lavoro di Besozzi è un esempio eclatante nella storia del giornalismo italiano di come la verità dei fatti possa essere ristabilita attraverso un’inchiesta <197.
Secondo la versione ufficiale, riportata su tutti i giornali <198 e fornita dal Capitano Perenze del Cfrb <199, che partecipa all’azione, Giuliano sarebbe morto alle 3.50 della notte a Castelvetrano, dove si trova in attesa di espatriare verso la Tunisia: il bandito siciliano sarebbe infatti caduto in una trappola tesa dai Carabinieri che, sfruttando la vanità di Giuliano, sono andati in giro per le campagne con un furgone della polizia camuffato con scritte pubblicitarie ma dotato di ricetrasmittente e con una troupe di finti cineoperatori spargendo la voce che sarebbero stati felici di intervistare il bandito. I Carabinieri avrebbero quindi incontrato Giuliano, in compagnia di un altro uomo, in una strada periferica di Castelvetrano e da lì sarebbe nato lo scontro a fuoco. Il gregario di Giuliano riesce a scappare mentre l’altro è inseguito per le strade del paese quando, mentre tenta di rifugiarsi in un’abitazione, il mitra gli si inceppa e, prima che possa prendere la pistola di riserva, il Capitano Perenze lo uccide con una raffica di mitra.
La versione dei Carabinieri tuttavia non convince i giornali di sinistra: L’Avanti in un articolo del 7 luglio parla infatti di “punti oscuri e inverosimiglianze” mentre per L’Unità la versione ufficiale “non attacca, non convince e non soddisfa nessuno”. Ci si domanda come sia possibile per un fuorilegge tanto scaltro cadere in una trappola tanto ingenua come quella del falso camion per riprese cinematografiche; come il misterioso accompagnatore di Giuliano abbia potuto sottrarsi tanto facilmente ai carabinieri, e come, infine, sia stato possibile per il bandito, di cui è nota l’abilità nell’uso delle armi, non mettere a segno nessun colpo in un conflitto tanto movimentato <200. Di diverso parere il Corriere della Sera, che, accettando la versione ufficiale, festeggia la fine del banditismo in Sicilia <201.
Intanto, il reporter de L’Europeo, Tommaso Besozzi, giunto a Castelvetrano da Venezia, si accorge subito che la storia non è come è stata raccontata; inizia così le sue indagini, parla con gli abitanti, interroga i testimoni e comparando i dati da lui raccolti con la versione ufficiale capisce che la verità è ben diversa.
Gli abitanti di Castelvetrano gli raccontano di aver sentito fin dalla mezzanotte un rumore di tegole smosse sui tetti e un bisbiglio: un primo elemento di contrasto in quanto secondo la versione dei Carabinieri il bandito sarebbe capitato lì per caso, intorno alle 3.50 della notte. Gli unici svegli a quell’ora erano i garzoni della panetteria Lo Bello, cui i Carabinieri intimarono di sprangare la porta. Nel suo pezzo Besozzi riporta inoltre le testimonianze degli abitanti di via Gagini, dove avrebbe avuto inizio lo scontro a fuoco; tuttavia nessuno sembra aver sentito gli spari. I residenti di via Mannone ripetono invece di aver sentito prima cinque o sei colpi di pistola, poi due raffiche di mitra distanziate da un breve intervallo mentre i militari riferiscono di raffiche di mitra esplose da Giuliano, altre raffiche dei Carabinieri, poi la pistola del bandito ed infine il mitra del Capitano Perenze.
Ci si chiede inoltre perché Giuliano non avesse un soldo addosso o perché portasse solo una semplice canottiera pur essendo lui vanitoso e a suo modo elegante e, soprattutto, perché non avesse l’orologio da polso cui era tanto affezionato. Proprio questi dettagli, le ferite tumefatte, la cintura dei pantaloni infilata solo in due passanti come se gliela avessero messa frettolosamente, abrasioni e graffiature su un braccio, come se qualcuno avesse trascinato il cadavere, rivelano, secondo Besozzi, una ben diversa verità: il bandito Salvatore Giuliano è stato ucciso in un altro luogo e, solo successivamente, trasportato nel cortile a Castelvetrano.
Le indagini del reporter rivelano che Salvatore è stato ucciso da un suo fedelissimo, su ordine della mafia <202 che aveva poi concesso alle forze dell’ordine di effettuare la messa in scena dello scontro a fuoco.
Besozzi descrive dettagliatamente le varie sequenze dell’assassinio di Giuliano ma non scopre subito il vero esecutore <203; la verità definitiva sarà rivelata nel successivo numero de L’Europeo, del 23 luglio, con un articolo di Nicola Adelfi intitolato ‘Lo uccise Pisciotta nel sonno‘, in cui si ricostruisce la vicenda a partire dall’arresto dei due fedelissimi di Giuliano, Mannino e Badalamenti <204.
La nuova realtà svelata mina gravemente la credibilità, agli occhi dell’opinione pubblica, delle istituzioni rappresentate dal Ministro Scelba e dal Presidente del Consiglio De Gasperi che, all’indomani dell’uccisione di Salvatore Giuliano, avevano parlato di una vittoria dello Stato sul banditismo. Il merito del successo dell’indagine è sì da attribuire all’abilità ed alla determinazione di Besozzi, ma certamente non è da sottovalutare anche il coraggio dell’editore Benedetti che aveva acconsentito alla pubblicazione dell’inchiesta su L’Espresso “mettendo a nudo le nudità dello Stato” <205. La ricostruzione di Besozzi e Adelfi, che scrive il secondo articolo in quanto Besozzi è bloccato a Palermo in stato di semiclandestinità per il timore di rivalse degli apparati, viene confermata dallo stesso Pisciotta, arrestato a Montelepre dopo cinque mesi di latitanza. Il cugino di Giuliano morirà infine avvelenato il 9 febbraio 1954 nel carcere palermitano di Ucciardone.
[NOTE]
197 FARINELLI G., PACCAGNINI E., SANTAMBROGIO G. e VILLA A. I., Storia del giornalismo italiano. Dalle origini ai giorni nostri, UTET, Torino, 1997, p. 404.
198 Ex multis: Stanotte alle ore tre e trenta a Castelvetrano – Il bandito Giuliano ucciso in un conflitto con il Cfrb, in Giornale della Sicilia, 5 luglio 1950; Ucciso Salvatore Giuliano dalla squadriglia del Cfrb, in La Sicilia, 5 luglio 1950; Quattro carabinieri nel cuore della notte affrontano e uccidono Giuliano dopo mezz’ora di fuoco, in Corriere della Sera, 5 luglio 1950.
199 Comando Forze Repressione Banditismo dei Carabinieri.
200 SOMASCHINI C., La morte del bandito Giuliano e le rivelazioni dell’Europeo, in Problemi dell’Informazione, fasc. 4, 1980, p. 531.
201 Da oggi in avanti non si parlerà più di banditismo in Sicilia, in Corriere della Sera, 6 luglio 1950.
202 Cinque anni prima Giuliano aveva ucciso a Partinico alcuni capi mafiosi ed ora la mafia aveva espresso la sua condanna a morte. Si trattò quindi di un regolamento di conti.
203 Essendo rischioso mandare un sicario la mafia cominciò a togliere la protezione ai suoi rompendo la legge dell’omertà e imponendo che quelli della banda, ovunque fossero, dovessero essere segnalati alla polizia. Il bandito fu quindi ucciso da uno dei suoi fedelissimi in precedenza arrestati dalla polizia e che, una volta entrato nella camera dove era nascosto Salvatore Giuliano, non ebbe il coraggio di svegliarlo e condurlo fuori, preferendo sparargli a bruciapelo nel sonno.
204 Pisciotta, cugino di Giuliano, si lasciò convincere da un affiliato monrealese, prigioniero del bandito, che chiunque sarebbe stato vicino a Giuliano prima o poi avrebbe fatto una brutta morte e decise di collaborare con la polizia. Così mentre Pisciotta si recava da Giuliano, il monrealese stava già abboccandosi con un ufficiale superiore del Cfrb: gli spiegò come erano andate le cose e gli disse che Pisciotta chiedeva immunità e taglia. Il Colonnello Luca si fece un rapido conto: 30 milioni a Pisciotta, altri milioni all’astuto monrealese, altri milioni per gli uomini che avrebbero tenuto i collegamenti con Pisciotta a Castelvetrano e altri a chi nel cortile De Maria avrebbe dato una mano a Pisciotta; Luca chiese così al ministro dell’interno Scelba che il premio fosse portato da 30 a 50 milioni. Pisciotta chiese quindi ospitalità per la notte al cugino Giuliano e quando ebbe la certezza che questo dormiva, gli si avvicinò in camicia e piedi scalzi tenendo la pistola dietro la schiena. Pisciotta tremava; il primo colpo, diretto alla nuca, colpì Giuliano alla schiena, il secondo, immediatamente dopo, sotto l’ascella. Sono i due colpi che all’esame necroscopico risultano esplosi a bruciapelo. Lo choc psichico dei due spari fu terribile per Pisciotta che fuggì nella notte, a piedi nudi, reggendo in una mano i pantaloni; scappò verso una Millecento dei Carabinieri, salì a bordo e nessuno ha più saputo niente di lui. Il cadavere di Giuliano fu portato nel cortile, lo sventagliarono con una raffica di mitra, accorse gente, la polizia dette una versione capace di coprire i confidenti, Pisciotta e forse anche qualcuno della casa De Maria.
205 MANNUCCI E., I giornali non sono scarpe. Tommaso Besozzi una vita da prima pagina, Baldini & Castoldi, Milano, 1995, p. 169.
Nicolò Maria Salvi, Il requisito della verità della notizia nel giornalismo d’inchiesta, Tesi di laurea, Università LUISS Guido Carli, Anno accademico 2015-2016

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il termine Usonia ha un’origine misteriosa

Per tutelare la propria eredità artistica già nel 1940 l’architetto statunitense aveva istituito la Frank Lloyd Wright Foundation che ancora oggi custodisce tutti i progetti incompiuti del maestro.
Solo gli edifici che vengono approvati dalla Fondazione nel programma “Original Unbuilt Program” e messi in atto da architetti appartenenti alla Frank Lloyd Wright School of Architecture, ovvero dai cosiddetti architetti di Taliesin, possono essere considerati originali e quindi inseriti all’interno dell’elenco di edifici originali. Il problema del Copyright sui progetti di Wright alimenta da anni molte aspre polemiche e sarà affrontato più approfonditamente nel paragrafo successivo.
I disegni della Massaro House non sono mai appartenuti alla scuola di Taliesin poiché facevano parte dell’eredità privata dei Chahroudi. La presenza di un ente di controllo sull’eredità del maestro però non consentiva al nuovo committente di attribuire legalmente il progetto a Wright se non dietro pagamento dei diritti d’autore.
[…] Nelle intenzioni di Joe Massaro però non c’era la volontà di far diventare la villa un museo né un luogo visitabile dai turisti, quanto la voglia di utilizzare la casa unicamente come residenza estiva, lasciandola vuota nei mesi invernali quando il lago è ghiacciato.
Heinz per costruire la villa il più fedelmente possibile alle intenzioni dell’autore ha dovuto effettuare una lunga ricerca. Nei mesi precedenti la stesura del progetto ha visitato decine di edifici di Wright in modo da estrapolare le fondamentali linee guida, soprattutto facendo riferimento alle case dello stesso periodo nei dintorni del lago Mahopac ovvero la “Usonian Community di Pleasentville” che comprende la “Friedman Residence” (1948), la “Serlin Residence” (1949) e la “Reisley Residence” (1951).
Secondo quanto affermato da Heinz, Wright non aveva avuto il tempo di trasformare il disegno in modello tridimensionale perché il progetto era stato bloccato. “Noi avevamo solo cinque disegni”, ha detto Massaro, “Lo scheletro strutturale non era definito al 100%, ma c’erano sufficienti indicazioni sulla dimensione delle stanze e sugli arredi”.
[…] L’analisi progettuale di questa opera, molto differente da quella che sarà esplicitata nei capitoli seguenti ed inerenti le opere Michelucci/Sacchi, ha comportato la necessità di uno studio approfondito dell’opera di Wright. È risultato infatti necessario conoscere le altre opere realizzate da Wright per poter interpretare correttamente i disegni eseguiti dal maestro per questo edificio. […] La pianta della Massaro House ha una maglia strutturale triangolare, che segue uno schema simile a quello di altre villette unifamiliari risalenti all’ultimo periodo di vita dell’architetto, che è comunemente detto il periodo Usonia. Nel corso della carriera Wright adottò diverse tipologie di distribuzione interna: da un primo periodo, caratterizzato dalla libertà stilistica tipica dell’eclettismo, passando per la griglia quadrata o a girandola delle “Praire House”, fino ad approdare alle suddivisioni triangolari ed esagonali della maturità, sintomo della sicurezza acquisita dall’artista. In queste produzioni, al contrario che nelle “Praire House”, la griglia è esplicita, a partire dall’orditura della struttura, passando dalla forma delle mattonelle o dei listelli di legno di rivestimento delle pareti fino ai più piccoli dettagli delle suppellettili e degli arredi. La sua passione per i triangoli rettangoli è la chiave per comprendere molti dei suoi ultimi progetti.
La genesi di questa disposizione avveniva componendo due triangoli rettangoli con gli angoli di 30 e 60 gradi ed appoggiando il lato corto dell’uno sull’ipotenusa dell’altro in modo tale che le due ipotenuse formassero un angolo di 120 gradi, come mostrato dall’immagine seguente.

Figura 69: Disposizione tipica delle piante a maglia triangolare del periodo Usonia <97. Fonte: Andrea Masi, op. cit. infra
Figura 70: Principali adiacenze nelle case Usonia di Wright <98. Fonte: Andrea Masi, op. cit. infra

Nelle case più piccole veniva usato anche un solo triangolo. <99 Wright aspirava alla realizzazione delle “Usonian House” che dovevano distinguere gli abitanti degli Stati Uniti dalle altre popolazioni del continente, creando case bellissime a poco prezzo per un’America democratica.
Il termine Usonia ha un’origine misteriosa ed anche lo stesso Wright ammise che non aveva un significato ben preciso <100 . Qualcuno ipotizza che derivi dalla sigla United States of North
America con l’aggiunta di una “i” eufonica. <101
L’era Usonia ebbe inizio, secondo molti critici, con la “Prima Casa Jacobs” del 1936 anche se, secondo la dichiarazione di Wright del 1953, i primi edifici Usonia furono le case californiane a blocchi del 1923. In particolare l’autore fece riferimento a “La Miniatura”, ovvero la “Millard Residence di Pasadena”, il primo dei quattro edifici costruiti con la tecnica Textile Block nella zona Californiana. In realtà, infatti, nella Prima casa Jacobs vengono sviluppati dei temi già sperimentati per le case a blocchi e poi perfezionati nei progetti del periodo della Depressione.
Le interpretazioni sono molteplici anche perché la produzione di questi anni è molto eterogena e risulta impossibile raccoglierla sotto un unico nome. Il concetto delle Usonian House, infatti, riguardava soprattutto lo spazio da vivere interno e non tanto la struttura per cui le linee guida si riscontrano sia negli edifici costruiti con la tecnica del Textile Block, ovvero semi prefabbricato, che nelle case con pianta a emiciclo solare o a maglia triangolare.


Figura 71: Prima Casa Jacobs (1936, Madison Winsconsin) <102. Fonte: Andrea Masi, op. cit. infra

Quando Wright si accorse che la disposizione a girandola era più adatta alla classe abbiente, a causa delle superfici necessarie per sviluppare i progetti, cercò un’emancipazione dei suoi principi progettuali in modo da renderli applicabili ad ogni esigenza, soprattutto a quelle delle classi meno facoltose. La parte centrale della pianta, il workspace, comprensivo di cucina, lavanderia e attrezzature domestiche era importante dal punto di vista spaziale e collocava l’attività della casalinga al centro della vita della popolazione appartenente alla classe media americana dell’epoca. Per comodità la zona pranzo era collocata in adiacenza alla cucina. Lo spazio dell’attività quotidiana, ovvero il soggiorno, estendeva la pianta in un senso, mentre la zona notte era sviluppata in senso opposto. Le adiacenze fondamentali sono sempre rispettate secondo il seguente schema predefinito.
La disposizione così pensata portò naturalmente alla composizione di piante a L con un modulo quadrato e a piante in linea. Altra peculiarità delle Usionan House era quella di essere disposte su di un solo piano. Nella camera da letto matrimoniale, nel soggiorno e nella camera degli ospiti di queste abitazioni di solito si trova un camino.
Nel soggiorno almeno una parete è occupata da una parete vetrata dal soffitto al pavimento (Window wall dette windowall) non portanti. Le altre pareti in genere sono realizzate con i cosiddetti drywall: un muro a sandwich composto da tre strati in legno avvitati tra loro di cui uno interno in compensato che fungeva da isolante termico e due esterni di listelli. Questo espediente, più economico rispetto al cartongesso tradizionale, durante la Grande Depressione americana fu accolto con entusiasmo dal mercato. Dopo la seconda Guerra Mondiale la muratura divenne invece lo standard. Anche per il legno, così come per le murature, Wright aveva la tendenza ad utilizzare se possibile materie prime provenienti dal luogo di edificazione. Egli aveva una predilezione per il legno sin dal periodo delle “Praire House”, nel primo decennio del secolo, ed infatti scrive: “Per l’uomo il legno è universalmente bello. L’uomo ama lo stretto legame che ha con esso, vuole sentirlo sotto la sua mano, gradevole al tatto e all’occhio”. <103
L’aggetto della copertura, come vedremo anche per la Massaro House, è una caratteristica fondamentale. La sporgenza del tetto deriva dalla tecnica di progettazione dell’architetto che partendo da una scatola muraria semplice arretrava i muri perimetrali in modo tale da avere un diverso senso dello spazio e una migliore vivibilità degli ambienti interni. L’ulteriore aggetto, già introdotto nelle Praire House, proteggeva dall’ingresso della luce diretta. Tuttavia in questo modo gli spazi più lontani non potevano godere di una buona illuminazione naturale. Da qui l’esigenza di avere dei lucernai e le pareti vetrate di cui sopra. Il claristorio permette l’ingresso di una striscia di luce che penetra fino in fondo all’edificio garantendo un’illuminazione completa fino al tramonto del sole.

Figura 72: Il funzionamento dei claristori <104. Fonte: Andrea Masi, op. cit. infra

Quasi sempre presente nelle Usonian House è anche l’elemento galleria (gallery), termine che Wright preferiva a corridoio (hall way), che porta alle camere da letto sulla quale si allineano le stanze e ripostigli il tutto illuminato dall’alto dai claristori. Per far risparmiare il cliente, al posto del box auto prediligeva l’utilizzo di una tettoia esterna per la macchina, chiamata carport.
Dal suo viaggio in Giappone, terminato nel 1922, Wright era rimasto affascinato dall’idea del riscaldamento a pavimento. Lo aveva potuto apprezzare nelle case private giapponesi, ed in particolare, per la prima volta, nella residenza del Barone Okura, rappresentante dell’imperatore all’Imperial Hotel, nella stanza detta coreana, dal nome del paese dove questa tecnologia era stata inventata.
Nella stanza coreana le piastrelle del pavimento riscaldato trasmettono il calore per irraggiamento. L’architetto utilizzò questo tipo di riscaldamento in quasi tutte le case Usonia. I tubi correvano sotto il pavimento che questo fosse in semplice cemento colorato sia che fosse rivestito di mattonelle. Chiamò questo sistema “riscaldamento per gravità” poiché si basa sul semplice principio fisico dell’innalzamento dell’aria calda e della conseguente spinta dell’aria fredda verso il pavimento.
In alcuni progetti successivi, come la seconda casa per Louis Penfield (1953), Wright sviluppò l’idea pura della camera coreana creando un sistema di riscaldamento ad aria attraverso i tubi del pavimento e un impianto ad aria condizionata.
La modalità costruttiva che Wright preferiva per questo tipo di abitazioni consisteva nel costruire prima il tetto, “poggiato” sopra i setti in muratura e successivamente montare le Windowall ed i
pannelli sandwich di tamponamento. La Prima Casa Jacobs fornì a Wright l’opportunità di testare i concetti che stava ipotizzando da anni, sia dal punto di vista della funzionalità per gli occupanti sia per la durabilità dei materiali.
Le innovazioni tecnologiche inserite nel progetto si rivelarono durature. Lo stesso architetto aveva definito i drywall come “a prova di termite” e il passare del tempo ha confermato questa teoria. <105
I pannelli murari si rivelarono stabili e durevoli, tuttavia avevano dei problemi per l’isolamento acustico ed infatti il loro rendimento può essere paragonato a quello di una parete in cartongesso: non è abbastanza se si pensa ad esempio alla divisione tra due camere da letto.
La Massaro House si inserisce di diritto nella tipologia delle Usonia.
[NOTE]
97 A. Storrer William, Frank Lloyd Wright, Il Repertorio, Zanichelli, 1997, p. 329
98 C. Lind, Frank Lloyd Wrights Usonian houses, Washington: Archetype press, 1994
98 C. Lind, Frank Lloyd Wright’s Usonian houses, Washington: Archetype press, 1994
99 A. Storrer William, op. cit., p.1
100 J. Sergeant, Frank Lloyd Wright’s Usonian Houses the casa for organic architecture, Whitney Library of Design, 1 Marzo 1984
101 C. Lind, Frank Lloyd Wrights Usonian houses, Washington: Archetype press, 1994
102 A. Storrer William, Frank Lloyd Wright, Il Repertorio, Zanichelli, 1997, p.242
103 F.L. Wright, Architectural records, 9 Maggio 1928, p. 20
104 A. Storrer William, Frank Lloyd Wright, Il Reperorio, Zanichelli, 1997, p. 225
105 F.L. Wright, The Natural House, Orizon Press, 1954
Andrea Masi, Problematiche di progetto e costruzione delle opere postume, Tesi di Dottorato, Università di Firenze, 2013

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La presidenza Johnson resta tuttavia tristemente legata agli insuccessi maturati in campo internazionale

A poche ore dalla scomparsa di Kennedy, Lyndon B. Johnson prestò giuramento come nuovo Presidente degli Stati Uniti ad interim, mantenendo la carica fino alle elezioni dell’anno successivo, quando ottenne un’investitura trionfale (il 61% dei consensi) confermando il titolo di presidente degli Stati Uniti <701. Nel corso del suo mandato, il nuovo presidente si trovò ad affrontare un periodo di grandi cambiamenti sociali, caratterizzato soprattutto dal risveglio delle sinistre, precedentemente indebolite dal maccartismo e dalla crisi ungherese del 1956, dall’attivismo del movimento studentesco e dalle contestazioni giovanili. I movimenti studenteschi statunitensi attaccavano l’autoritarismo e lo sfruttamento, l’ossessione del profitto e l’alienazione della vita quotidiana su cui era basata la società capitalista americana. Essi non fecero tuttavia appello, come in Europa, a modelli di tipo marxista e non ebbero, almeno fino al 1964, un preciso obiettivo politico.
La presidenza Johnson resta tuttavia tristemente legata agli insuccessi maturati in campo internazionale, che oscurarono le conquiste conseguite dal nuovo presidente in campo sociale ed economico: dall’esperienza in Vietnam, al progressivo incrinarsi della preminenza statunitense in campo militare ed economico <702. L’escalation militare in Vietnam ebbe inizio nell’estate del 1964, con l’operazione del Golfo di Tonchino <703. Pochi giorni più tardi il Congresso approvò una Joint Resolution che “al fine di mantenere la pace e la sicurezza nel Sud-Est asiatico”, autorizzava il presidente a “prendere tutte le misure necessarie […] incluso l’uso della forza armata […] per fronteggiare un attacco alle forze statunitensi e per prevenire future aggressioni” <704. In questo modo gli Stati Uniti si ritrovarono coinvolti in una guerra di dimensioniedeffetti ben più vasti di quelli inizialmente calcolati.
Il conflitto in Vietnam aveva un’importanza simbolica più che effettiva. Johnson temeva infatti le conseguenze politiche e psicologiche di un ritiro dal Vietnam. Nella logica del bipolarismo, ritirarsi avrebbe rappresentato una sconfitta degli Stati Uniti, e il Presidente sarebbe stato accusato di eccessiva debolezza nei confronti del comunismo internazionale. Attraverso un coinvolgimento militare in Vietnam, al contrario, Johnson dimostrava autorevolezza nei confronti del comunismo e garantiva allo stesso tempo la necessaria copertura politica per il suo programma di riforme sociali, tanto avversato dalla destra <705. Il 31 gennaio 1968, primo giorno del capodanno buddista (Tet), i vietcong lanciarono una potente offensiva contro i capoluoghi del Sud, contro basi americane e contro la stessa Saigon, riportando una vittoria schiacciante e riuscendo ad ottenere il controllo di 36 città sudvietnamite. Nonostante gli Usa riuscissero, attraverso una risposta durissima, a riconquistare il controllo delle basi perdute attraverso bombardamenti aerei, l’offensiva del Tet dimostrava all’opinione pubblica la capacità dei vietcong di combattere nelle condizioni più disperate e di resistere al di là di ogni aspettativa <706. Lo shock dell’offensiva del Tet finì col travolgere l’amministrazione Johnson, che annunciò di non volersi ricandidare, e diede il via ad una progressiva de-escalation in Vietnam <707.

Dal punto di vista della supremazia internazionale, nella seconda metà degli anni Sessanta la forbice tra le capacità nucleari degli Usa e quelle sovietiche si ridusse drasticamente. Il primato atomico e tecnologico americano rimaneva indiscusso (tab. 1), ma gli investimenti sovietici per la difesa e la capacità nel campo della produzione di missili Icbm cominciavano a crescere a ritmi accelerati. Da “santuario” inattaccabile, gli Usa divenivano un potenziale bersaglio di un attacco atomico e vedevano diminuita la loro capacità di poter agire preventivamente (first strike) per difendere il territorio americano e gli stessi alleati. In altre parole, perdeva fondamento la condizione principale su cui fino a quel momento si era basata la strategia nucleare statunitense.
Anche dal punto di vista dell’economia, il primato di cui gli Stati Uniti godevano a partire dalla fine della seconda guerra mondiale iniziò a vacillare. Il livello degli investimenti federali e degli indici di produttività iniziava a crescere a ritmi assai più ridotti del passato e di altre economie emergenti, soprattutto Germania federale e Giappone. Il conseguente mutamento dei rapporti di forza nel mondo capitalistico avviò un processo graduale fondato sulla fine della centralità del dollaro e del primato del sistema industriale statunitense <708.
Rispetto alla questione delle interferenze statunitensi nella lotta al comunismo in Italia, gli anni del mandato di Johnson comportarono grandi cambiamenti rispetto al passato, a partire dalla realizzazione del primo governo di centrosinistra <709. Sin dai primi giorni del suo mandato, Johnson proseguì il cammino intrapreso da Kennedy in favore dell’apertura a sinistra e seguì con interesse le trattative di Moro e Nenni per la costituzione del governo <710. Il primo incontro ufficiale di Johnson avvenne proprio in relazione alla situazione italiana.
[NOTE]
701 S. M. Gillon, The Kennedy Assassination – 24 Hours After. Lyndon B. Johnson’s Pivotal First Day as President, New York, Basic Book, 2010; R. A. Caro, The Years of Lyndon Johnson. The Passage of Power, New York, Kopf, 2012.
702 Gli anni della presidenza Johnson furono contraddistinti da un ampio programma di riforme politiche e sociali finalizzati alla creazione di una “grande società” (Great Society) senza discriminazioni razziali e povertà. E. F. Goldman, The Tragedy of Lyndon Johnson, New York, Knopf, 1969, p. 617; B. Muse, The American Negro Revolution. From Nonviolence to Black Power, London, Indiana University Press, 1968, p. 181.Per le vicende legate all’esperienza in Vietnam: R. D. Schulzinger, A Time for War. United States and Vietnam 1941-1975, Oxford-New York, Oxford University Press, 1997, pp. 154-214, L. B. Johnson, The Vantage Point: Perspectives of the Presidency, 1963-1969, New York, Holt, Rinehart and Winston, 1971, pp. 42-68; H. Y. Schandler, The Unmaking of a President: Lyndon Johnson and Vietnam. Princeton, Princeton University Press, 1977, pp. 3-32.
703 F. Logevall, Choosing War: The Lost Chance for Peace and the Escalation of War in Vietnam, Berkeley, University of California Press, 1999; D. Kaiser, American Tragedy: Kennedy, Johnson, and the Origins of the Vietnam War, Cambridge, Harvard University Press, 2000.
704 Public Law 88-408, Joint Resolution To promote the maintenance of international peace and security in southeast Asia, [H. J. Res. 1145] , 10 agosto 1964, disponibile al link: https://www.govinfo.gov/content/pkg/STATUTE-8/pdf/ STATUTE-78-Pg384.pdf.
705 R. Dallek, Lyndon B. Johnson. Portrait of a President, Oxford, Oxford University Press, 2004, pp. 208 e ss.
706 E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, cit. p. 1125.
707 R. J. Samuelson, La guerra del Vietnam, Los Angeles, La Case Books, 2014.
708 M. Del Pero, Libertà e impero, cit. p.
709 A. M. Schlesinger, I Mille giorni, cit., p. 873.
710 U. Gentiloni Silveri, L’Italia e la nuova frontiera, cit. p. 228.
Letizia Marini, Resistenza antisovietica e guerra al comunismo in Italia. Il ruolo degli Stati Uniti. 1949-1974, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Macerata, 2020

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Da parte sua il generale De Gaulle si rifiutava persino di stringere la mano al generale Magli, il vero liberatore della Corsica

La Corsica, occupata dalle forze dell’Asse nel 1942, è stato l’unico paese in cui, dopo l’8 settembre, le divisioni italiane “Cremona” e “Friuli”, insieme alle loro unità di supporto, hanno combattuto secondo i metodi di guerra convenzionali avendo la meglio su una divisione corazzata tedesca ed una brigata motorizzata SS. Il merito principale va al comandante delle “truppe italiane della Corsica”, generale Giovanni Magli, ed ai suoi uomini, rimasti disciplinati e bene inquadrati. È questo un esempio, altamente significativo, di ciò che si sarebbe potuto ottenere anche altrove, con il prestigio di capi simili a quel generale. Alcuni giorni prima dell’armistizio era pervenuta al Magli la “memoria 44”, sul comportamento da tenere con i tedeschi, in caso di loro probabili reazioni. Perciò, la situazione era tenuta sotto controllo. A nulla valsero le due visite del generale Kesselring nell’isola, per indurre il comandante italiano ad una stretta collaborazione. Così, quando la 90a divisione tedesca, proveniente dalla Sardegna, si accinse ad attraversare la Corsica per imbarcarsi a Bastia, facendosi scudo della brigata SS, fu lo scontro, a volte durissimo, lungo tutti gli itinerari di movimento. Negli ultimi giorni di settembre giunsero in aiuto, ad Ajaccio, unità francesi della 1a divisione marocchina, ma solo dopo che gli italiani avevano ormai sopportato la parte più dura dei combattimenti. Da quel momento, le operazioni sul fronte di Bastia proseguirono congiuntamente, fra italiani e francesi. La 90a corazzata tedesca e la brigata SS furono costrette ad imbarcarsi dopo aver subito gravissime perdite ed abbandonato gran parte del loro materiale, tanto che questo episodio potrebbe paragonarsi alla Dunkerque tedesca della seconda guerra mondiale. I bersaglieri italiani, entrati per primi nella città ormai distrutta di Bastia, cedettero questo onore ai francesi. Alle unità italiane vennero in seguito ritirate le armi pesanti, per consegnarle agli alleati, secondo le clausole armistiziali. Da parte sua il generale De Gaulle si rifiutava persino di stringere la mano al generale Magli, il vero liberatore della Corsica. Vi fu grande amarezza fra gli italiani. Quelle due nostre divisioni rientrarono nella primavera del ’44 in Patria, per costituire i due omonimi gruppi di combattimento della guerra
di liberazione.
Ilio Muraca, Quando soldati e ufficiali scelsero di battersi per la libertà, Patria Indipendente, 11 aprile 2010, n° 33

L’8 settembre, come s’è visto, gli alti comandi militari italiani capitolarono, nella loro quasi totalità, in modo pietoso e deplorevole di fronte alle intimazioni naziste […] Ma non possiamo non rilevare un fatto: mentre gli alti comandi residenti in Italia, quasi senza eccezione, capitolarono senza nemmeno abbozzare un tentativo di resistenza, i comandi delle unità dislocate nelle isole o nei territori di occupazione – a eccezione del comando della IV Armata di stanza in Francia – tennero, in generale, un contegno molto più fiero, e difesero strenuamente, con le armi alla mano, fino al supremo sacrificio, l’onore militare e la volontà dell’Italia.
In Corsica, su settantacinquemila Italiani, appena sette-ottocento militi fascisti furono a fianco dei Tedeschi. La “Cremona” e la “Friuli” contribuirono, accanto a forze “degolliste” e partigiane corse, a contenere prima, e scacciare poi, i Tedeschi, meritandosi l’elogio più pieno del generale Louchet.
Luigi Longo, Un popolo alla macchia, Milano, Mondadori, 1952

Frequentata l’Accademia di Modena, dalla quale era uscito sottotenente, Clemente Primieri aveva partecipato alla Prima guerra mondiale meritando il grado di capitano. Dopo una brillante carriera militare, nel 1942 Primieri aveva assunto in Sardegna il comando della Divisione “Cremona” ed aveva guidato l’operazione “C2”, che portò all’occupazione della Corsica. Dopo l’8 settembre 1943 aveva impedito l’invasione dell’isola da parte dei tedeschi e l’aveva consegnata alle truppe della “Francia libera”. Nell’ultima decade del novembre ’44, con la trasformazione della Divisione in “Gruppo di combattimento Cremona”, Primieri si trasferisce con i suoi soldati nella zona di Ascoli. La sera del 12 gennaio 1945, dopo aver sfilato per le vie di Roma, l’unità si porta in zona di operazioni nel settore Ravenna-Alfonsine, fra la II Brigata Canadese e la 28ª Brigata partigiana “Mario Gordini”. Rinforzato dall’afflusso di volontari partigiani, il “Gruppo di combattimento” guidato da Primieri svolge un ruolo di prim’ordine negli ultimi mesi della Guerra di liberazione. Sostiene gli attacchi tedeschi e, il 10 aprile, compie un’azione di sfondamento che porta alla liberazione di Alfonsine e quindi all’inseguimento dei nazisti in rotta, fino a Venezia, liberata il 29 aprile. Primieri, che aveva compreso il ruolo determinante dei volontari partigiani nella lotta contro i nazifascisti, non seppe opporsi alla decisione delle autorità alleate e dello stato maggiore monarchico di “epurare” in massa il “Cremona”, proprio da quei volontari. Il generale comandò la Divisione di Fanteria, (che riassunse l’originaria denominazione), sino alla fine degli anni Cinquanta, quando fu collocato in congedo e si ritirò a San Remo. Le città di Ravenna e Alfonsine hanno conferito al comandante del “Gruppo di combattimento Cremona” la cittadinanza onoraria. Primieri è stato anche insignito delle onorificenze di Cavaliere dell’Ordine militare d’Italia, di Grande Ufficiale dello stesso Ordine e di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Quando è deceduto ha voluto essere sepolto nel cimitero di Ravenna, dove sono stati raccolti i resti dei 200 caduti del “Gruppo di combattimento” in quel settore di operazione. A Ravenna una strada porta il nome di Clemente Primieri.
Redazione, Clemente Primieri, ANPI, 25 luglio 2010

Dopo aver validamente contribuito alla liberazione della Corsica, le Divisioni Cremona e Friuli erano state disarmate dai francesi e costrette a imbarcarsi per la Sardegna. Qui erano rimaste in pessime condizioni fino al settembre 1944, quando erano state richiamate nel continente.
La Divisione Cremona, in particolare, giunge a Napoli decimata dalla malaria, malvestita, malnutrita e con organici ridottissimi. Dislocata ad Altavilla Irpina (AV), assume il nome di Gruppo di combattimento Cremona e, indossata l’uniforme alleata inglese, ma con la striscia tricolore e il suo emblema, la spiga, sul braccio sinistro, e dotata di nuove armi, il 4 dicembre è trasferita nella zona di Ascoli Piceno.
Il Gruppo, al comando del gen. Clemente Primieri, risulta composto dal 21° e dal 22° Reggimento di Fanteria, entrambi con una Compagnia mortai e una Compagnia cannoni, dal 7° Reggimento Artiglieria, da un Battaglione misto Genio, oltre ai servizi.
Nonostante l’arruolamento di numerosi volontari ex partigiani, quando comincia l’addestramento il Gruppo è ancora sottodimensionato di circa 2500 unità. Si completerà solo in seguito, quando sarà già schierato sul fronte, per l’arrivo di altri partigiani toscani, romagnoli e marchigiani (che costituiranno il 60 % dei reparti di fanteria), raggiungendo il numero di 9244 uomini. Alle dipendenze del Gruppo è, inoltre, la Brigata partigiana Mario Gordini che, guidata dal tenente Arrigo Boldrini, medaglia d’oro al valor militare, l’affiancherà durante tutte le operazioni successive.
Il 14 gennaio 1945 viene affidata al Cremona la responsabilità di un settore difensivo posto in corrispondenza delle Valli di Comacchio. Di fronte c’è il 76° Panzer Corp tedesco, composto prevalentemente di austriaci.
Redazione, Gruppo di combattimento CREMONA, ANCFARGL Roma Capitale MOVM “Salvo D’Acquisto – Gastone Giacomini”

Nel momento più difficile, più doloroso e più drammatico della storia militare italiana, dall’8 settembre 1943, la Divisione “Friuli” si trovava schierata nella parte settentrionale della Corsica da circa 10 mesi. Quando venne, insieme alla notizia dell’armistizio con le Nazioni Unite, l’ordine di tenersi pronti a reagire contro qualsiasi tentativo di imposizione tedesca alla nostra volontà e libertà di azione, i Comandi e gli uomini della “Friuli “ non esitarono a scegliere la via dell’ubbidienza agli ordini e del dovere. I tedeschi non tardarono a manifestare il loro stato di animo ostilissimo al nostro paese e alle nostre truppe, tentando, fin dalla notte sul 9 settembre, cioè poche ore dopo la notizia dell’armistizio, un colpo di mano in forze per impadronirsi del porto di Bastia. Questa azione nettamente ostile stimolò lo spirito combattivo nella coscienza dei nostri uomini e li convinse della necessità di combattere per la loro stessa libertà e difesa personale. L’occupazione tedesca del porto di Bastia fu effimera: dopo poche ore gli Italiani riconquistavano il porto e disarmavano le forze tedesche di occupazione. L’occupazione del porto di Bastia avrebbe rappresentato un notevole successo per il nemico, in quanto i tedeschi, a questo modo, avrebbero tagliata, alle nostre truppe le via dell’imbarco e dell’eventuale ritorno in Patria e, nello stesso tempo, avrebbero avuto piena libertà di iniziativa e di scelta per lasciare l’isola o per costringere le nostre truppe, alla resa, o al combattimento nelle condizioni più sfavorevoli per noi.
Malgrado questo successo iniziale delle forze italiane, la situazione era sempre oscura. La reazione italiana in Corsica e il complesso della situazione generale avevano consigliato i tedeschi ad abbandonare la Sardegna, trasferendo in Corsica i notevoli contingenti di truppe corazzate che avevano in quell’isola. L’obiettivo delle truppe corazzate tedesche della Sardegna era quello di tenere occupata la parte settentrionale dell’isola, di raggiungere il porto di Bastia, per conservare, il più lungamente possibile, il dominio sulla Corsica e per prepararsi una via di ritirata senza difficoltà nel momento jn cui non avessero più ritenuto conveniente il mantenere l’occupazione di questa isola.
Di fronte a questa attività tedesca, la Divisione “Friuli “riceveva dal Comandante delle Forze Armate della Corsica l’incarico di costituire tre raggruppamenti tattici nella zona assegnata alla Divisione stessa, con obbiettivi ben definiti. Il primo raggruppamento tattico aveva lo scopo di impedire, dal caposaldo di Casamozza, l’afflusso delle truppe corazzate nemiche al porto di Bastia; il secondo quello di manovrare dal Colle del Teghime su Bastia, e quindi, in direzione sud, verso l’aeroporto di Biguglia, rastrellando tutte le truppe e i depositi tedeschi ivi esistenti; il terzo quello di puntare, dalle colline a ovest dell’aeroporto di Biguglia, sull’aeroporto stesso, per impadronirsene, sopraffacendo l’eventuale reazione difensiva tedesca.
La Divisione, sino allora, era stata schierata prevalentemente a scopo di difesa dell’isola. Le caratteristiche di questo schieramento erano state quelle di adattare il potenziale della Divisione allo scopo di impedire sbarchi nella parte nord-occidentale dell’isola. Per assolvere questo compito le forze della Divisione avevano dovuto essere piuttosto sparpagliate e suddivise in piccoli gruppi. La trasformazione dello schieramento in atto in un dispositivo offensivo obbligava a spostamenti difficili e pericolosi con disponibilità inadeguate di mezzi di trasporto. Il nuovo schieramento era pressoché completo alla mattina del 12 settembre, all’infuori che nel raggruppamento tattico sud, cioè in quel raggruppamento che avrebbe dovuto occupare saldamente il caposaldo di Casamozza per impedire il transito delle truppe corazzate tedesche dirette a Bastia. Questo raggruppamento tattico venne a trovarsi in difficoltà poiché, durante le operazioni di schieramento, il nemico catturò il comandante di un reggimento, il comandante di un battaglione e un comandante di gruppo diartiglieria, mentre effettuavano una ricognizione. Tale doloroso incidente, mentre privava dei suoi capi una parte notevole delle truppe operanti, consentiva al nemico di venire in possesso dell’ordine di operazioni diramato dal Comando della Divisione e pertanto mettersi perfettamente al corrente sulle nostre intenzioni.
I movimenti e le operazioni degli altri due raggruppamenti tattici continuavano regolarmente. Il raggruppamento disposto al Colle del Teghime moveva su Bastia, la raggiungeva e proseguiva verso l’aeroporto di Biguglia, infliggendo al nemico perdite notevoli in uomini e materiale. I tedeschi concentravano i loro sforzi sul caposaldo di Casamozza che ritenevano in piena crisi e lo attaccavano con il fuoco dei loro semoventi e dei loro lanciafiamme. La località era circondata da vegetazione assai fitta che la lunga siccità aveva resa arida: i cespugli e le piante quindi prendevano assai facilmente fuoco sotto l’azione dei lanciafiamme, circondando così i difensori del caposaldo con un anello di fuoco dentro il quale avrebbero fatalmente dovuto soccombere senza poter ostacolare efficacemente i movimenti del nemico. L’incendio fece molte vittime fra le truppe del caposaldo e consentì al nemico di conquistare il controllo della rotabile fra Bonifacio e Bastia, procurandosi, con questo, libertà di movimenti nell’isola. A questo modo tutto il materiale che era stato sbarcato a Bonifacio poté liberame nte affluire verso la parte settentrionale dell’isola. Alla mattina del 13 settembre il nemico aveva concentrato nella piana di Bastia circa 200, fra carri armati, semoventi, autoblinde e autocarri, opponendo alle fanterie della “Friuli “ una imponente massa d’urto dotata dei più moderni mezzi d’assalto.
Con coraggio ed abnegazione le fanterie della “Friuli“, ponendo mine direttamente sotto i cingoli dei carri nemici, appoggiate dall’eroismo degli artiglieri che non cessarono il loro fuoco se non quando gran parte dei pezzi e spesso se stessi non rimasero schiacciati dall’urto dei carri pesanti, sostennero l’impari lotta che, senza alcuna possibilità di un esito favorevole, non poté continuare a lungo.
Le artiglierie e le fanterie ricevettero l’ordine di portarsi sulle colline ad est ed a nord-est di Bastia, dove l’azione dei carri armati non avrebbe potuto esplicarsi che lungo le rotabili. Su queste colline venne occupata una linea difensiva che doveva impedire al nemico di dilagare nella parte occidentale dell’isola e nella depressione centrale, ove erano dislocati il Comando Superiore delle Forze Armate italiane e tutti i nostri magazzini di viveri e di materiali.
Dal 14 al 24 settembre non si ebbe vera attività di combattimento; le posizioni difensive occupate vennero mantenute e le truppe, duramente provate, vennero riordinate, mentre si attendeva lo sbarco delle truppe francesi che dovevano riprendere l’azione offensiva per la liberazione dell’isola. Il Comando italiano promosse accordi con il Comando francese e venne stabilito che la Divisione” Friuli “avrebbe dovuto concorrere all’azione offensiva contro i tedeschi, a fianco delle truppe francesi, con tutto il 350 artiglieria, con un gruppo di artiglieria di Corpo d’Armata e con il III battaglione dell’880 fanteria, rinforzato da due compagnie mortai, da una compagnia lanciafiamme e da un plotone semoventi. Inoltre veniva utilizzata tutta l’organizzazione dei servizi logistici della Divisione, un battaglione del Genio, 200 automezzi e 120 muli. Compito delle truppe italo-francesi era quello di procedere alla riconquista di Bastia: compito specifico del III battaglione deIl’880 Fanteria, quello di attaccare frontalmente il Colle del Teghime, sovrastante il porto di Bastia, sul quale erano schierate le maggiori difese nemiche.
Alle ore 6 del giorno 29 settembre il III battaglione iniziava la sua azione offensiva conquistando, nella giornata successiva, località molto vicine all’obbiettivo e respingendo tutti i successivi contrattacchi nemici. Nella giornata del 2 ottobre, il battaglione, che era stato duramente provato, veniva scavalcato da truppe fresche marocchine, che raggiungevano il Colle del Teghime ed erano nuovamente affiancate, il giorno successivo, dal III battaglione dell’88° fanteria. Con questo successo alle ore 10 del 4 ottobre la liberazione di Bastia era un fatto compiuto ed era finita la occupazione tedesca in Corsica.
Il compito delle truppe italiane in Corsica era ormai finito, ed era anche finito il primo atto di guerra delle truppe della “Friuli” contro il nemico tedesco, grandemente superiore nei mezzi e nell’equipaggiamento.
Ad una lettera del Generale Comandante della “Friuli“, il Generale Louchet, Comandante la Fanteria della 14a Divisione marocchina da montagna, rispondeva con una leale e chiara attestazione che riconosceva il valore e la collaborazione avuta dalle truppe italiane. E’ interessante conservare e ricordare il testo della lettera, che viene qui sotto riportata:
COMMANDEMENT DES OPERATIONS EN CORSE
4e DIVISION MAROCAINE DE MONTAGNE
INFANTERIE DIVISIONNAIRE – ETAT-MAJOR n° 63 S. P. C.,
le 10 octobre 1943
Le Général LOUCHET – Commandant l’Infanterie de la 4 a D. M. M.
A Monsieur le Général DE LORENZIS
Commandant la Division d’ Infanterie “Frioul”
Mon Général,
J’ai été très touché par les sincères félicitations que vous bien voulu adresser à mes troupes et à moi-m~me à la suite des operations qui ont abouti à la reprise de Bastia et à la liberation totale de fa Corse.
J’ai spécialement apprécié le concours efficace que m’a été apporté sans réserve par les troupes de votre Division, non seulement dans l’organisation des communications et des transports, mais encore dans leur partecipation directe au combat.
Les unités que le Commandement Italien avait tenu à mettre directement sous mes ordres, par un geste auquel j’ai été particulièrement sensible se sont distinguées par leur courage et leur ardeur. Elles ont sostenu une lutte dure, dont témoignaient les pertes subies. L’artillerie divisionnaire et de Corps d’Armée aux ordres du Colonnel Brunelli, qui a été pour moi un précieux collaborateur, a montré toute sa valeur militaire et technique. Mon infanterie a rendu un hommage unanime à l’action précise et constante des batteries italiennes, qui ont appuyé au plus près nos attaques en dépit de la réaction ennerme.
Je suis donc heureux de vous exprimer toute ma reconnaissance pour votre aide entière et généreuse et je vous demande de transmettre également a vos troupes mes remerciements et mes compliments.
Veuillez agréer, mon Général, l’assurance de ma haute considération
Général LOUCHET

Redazione, Gruppo di combattimento FRIULI, ANCFARGL Roma Capitale MOVM “Salvo D’Acquisto – Gastone Giacomini”, 24 febbraio 2022. Questo volume è stato compilato a cura del Comando “Friuli” in occasione del primo anniversario (20 settembre 1945) della costituzione del gruppo di combattimento.
Collaboratori:
Ten. Col. Guido Vedovato
Ten. Mario Attilio Levi (già nel Fronte Militare Clandestino Aeronautica – Roma)
S. Ten. Attilio Vassallo (per la documentazione fotografica)
Editore: Istituto Italiano di Arti Grafiche – Bergamo

Solo in Sardegna e in Corsica la vicenda armistiziale ebbe un esito fausto, soprattutto perché i tedeschi avevano deliberato di non chiudervisi a riccio. Al comandante superiore in Sardegna, generale Basso, il comandante tedesco della 90a divisione aveva chiesto semplicemente che gli si desse libero passaggio per trasbordare in Corsica, e di là sul continente, le sue truppe. Così avvenne. I tedeschi furono invece attaccati, in Corsica, dalle forze del generale Magli, che persero settecento uomini negli scontri, ma non ebbero la forza di impedire il deflusso delle unità in ritirata.
Indro MontanelliMario Cervi, Storia d’Italia. L’Italia della guerra civile. Dall’8 settembre 1943 al 9 maggio 1946, Rizzoli, 1983

All’indomani dell’Armistizio l’esercito italiano si ritrovò abbandonato a sé stesso e centinaia di migliaia di soldati furono catturati dai tedeschi e internati nei campi in Germania.
Alcuni reparti, invece, ebbero la possibilità di combattere con valore. Fra di essi, quelli di stanza in Corsica, che riuscirono a cacciare i tedeschi e a facilitare lo sbarco alleato nell’isola. Gli scontri durarono quasi un mese e furono durissimi: vi morirono più di 600 soldati italiani, di cui 143 appartenenti alla Divisione Friuli. La Brigata “FRIULI” si costituisce a Milano il 1° novembre 1884. Partecipa al primo conflitto mondiale operando nella zona del Carso di Monfalcone.
Nel 1939 si costituisce la 20a Divisione di fanteria “FRIULI” con sede in Toscana a Livorno. Durante il secondo conflitto mondiale la Divisione è schierata in Corsica (Teghime, Bastia), poi si ricostituisce, nel 1944, come Gruppo di combattimento “FRIULI” del rinato Esercito Italiano e partecipa attivamente alla guerra di Liberazione. Il 10 febbraio 1945 è in linea sulle posizioni difensive di Brisighella. Forzato di slancio il fiume Senio, supera combattendo le resistenze nemiche e procede verso Bologna ove i suoi reparti avanzati entrano per primi il mattino del 21 aprile 1945.
Redazione, Livorno non dimentica i Caduti della Divisione Friuli, nove da Firenze, 4 ottobre 2018

L'”Associazione Reduci del Gruppo di Combattimento Friuli” nasce nel 1953 da un gruppo di ex Combattenti di Milano, per 40 anni, con il Presidente Bertoncelli, e la “Brigata Friuli”, nel Sacrario di Zattaglia ha ricordato i Caduti della Friuli nella battaglia del Senio che portò alla liberazione di Bologna e nel Sacrario di Livorno i Caduti in Corsica della “Divisione Friuli”, nei combattimenti vittoriosi sostenuti contro i Tedeschi dopo l’8 settembre del 1943 che portarono alla liberazione dell’isola.
[…] Nel novembre 1942 la Divisione Friuli partecipa all’occupazione della Corsica dopo la caduta del governo di Petain e l’invasione da parte Tedesca del territorio Francese di Vichy.
In Corsica la “Divisione Friuli” come truppa di presidio, assieme alla “Divisione Cremona” al “Raggruppamento Granatieri” al “Raggruppamento Celere” e a due Divisioni costiere 225a e 226° vive i drammatici avvenimenti del 1943. La resa in Tunisia delle truppe dell’Asse, l’invasione della Sicilia, la caduta di Mussolini il 25 di luglio, ed infine l’armistizio dell’otto settembre.
Il comandante del “VII Corpo d’Armata” in Corsica generale Magli (viste le ambigue direttive che si susseguono dello Stato Maggiore) il 30 agosto si reca a Roma ed esige ordini precisi sul comportamento da tenersi con i Tedeschi in caso di armistizio con gli Alleati, e li ottiene.
L’otto settembre 1943 passa nell’immaginario collettivo come la data della dissoluzione del nostro esercito come il giorno del “tutti a casa” dell’internamento in Germania dei nostri soldati qualcuno addirittura parlerà di, morte della Patria.
Niente di più sbagliato, si parla e giustamente, dell’eroica, ma sfortunata difesa di Roma, delle tragedie di Cefalonia e di Lero, dell’affondamento della Corazzata Roma, ma ci si dimentica, delle nostre divisioni nei Balcani, che, non solo, non si arresero, ma parteciparono autonomamente come Regio Esercito, alla liberazione di quei territori, ci si dimentica delle truppe di stanza in Puglia: marinai del San Marco, fanti della “Divisione Legnano”, paracadutisti della “Nembo”, che all’indomani dell’armistizio liberarono Taranto, Foggia, Bari e cacciarono i Tedeschi da quella regione senza aiuto Alleato.
E ci si dimentica soprattutto di quanto fecero i nostri soldati in Corsica.
All’indomani dell’otto settembre le truppe Tedesche sull’isola erano costituite dalla “16° brigata corazzata Reichsfuhrer SS” (quella, per capirci, delle stragi di Sant’Anna di Stazzema e di Marzabotto), nei giorni a seguire, abbandonata la Sardegna, giunge sull’isola la “90 Divisione Leggera”, una delle migliori unita Tedesche sullo scacchiere del Mediterraneo, che aveva dato filo da torcere, per anni, agli Inglesi in nord Africa, e ne darà ancora per tutta la campagna d’Italia.
Queste truppe di prim’ordine, al comando di Frido Von Senger (futuro comandante delle truppe Tedesche a Cassino) tentano di disarmare il Presidio Italiano della “Divisione Friuli” di Bastia, questo reagendo con forza (supportato dal Raggruppamento Granatieri), dal 10 di settembre al 4 di ottobre con uno scarsissimo aiuto da parte di truppe Francesi sbarcate sull’isola, butta letteralmente a mare i Tedeschi liberando l’Isola ed iniziando di fatto la vittoriosa Guerra di Liberazione Nazionale. Vittoria pagata al costo altissimo di 624 caduti (in gran parte Friulini).
Redazione, Mission e storia, Associazione Nazionale Reduci della Friuli

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento