Dossetti elabora il “lutto politico” con una serie di riflessioni giuridiche ed ecclesiologiche

[…] Dossetti non viene sconfitto dentro il partito, anzi dopo l’ “esperimento” della seconda vicesegreteria politica gli si aprirebbero nuove e più concrete possibilità. Neppure abbandona per “motivi personali” di superiore motivazione religiosa. Viene, in modo statutariamente scorretto, estromesso dal “quadro di comando” della DC, quando all’unisono – lui e loro – si rendono conto che la “sponda” vaticana vacilla, è incerta, contraddittoria.

Questo arretramento della “motivazione” che era stata la principale del suo impegno politico, è senz’altro la conseguenza di una brusca virata a destra dell’ambiente che circonda Pio XII, ma in esso forse c’è qualcosa di più.

Dossetti elabora il “lutto politico” con una serie di riflessioni giuridiche ed ecclesiologiche: lascia volentieri la scena politica diretta, perché si rende conto che la sua visione del rapporto tra i due “sistemi” non corrisponde a quella “dottrina sociale” segnata, più che da principi evangelici “sine glossa”, da “idola” religiosi.

Sarebbe interessante, anche ai fini di una ricostruzione storica della deriva del cattolicesimo politico italiano, studiare la sua riflessione ecclesiologica successiva, che matura durante il Concilio Vaticano II, non solo e non tanto come integrazione possibile della “dottrina sociale” della chiesa, che egli riteneva materia spuria, ma come dimostrazione che nel suo percorso di pensiero, anche in quello più strettamente scritturale, non si è mai data rottura di continuità tra la “città di Dio” e la “città dell’uomo”.

Intanto anche per altri era difficile vedere spiragli all’orizzonte del cattolicesimo italiano. Il 23 settembre del ‘52, conclusa la sua ormai solo nominale presidenza dell’AC, Veronese in una lettera accorata a padre Caresana gli chiedeva: “Che faccio? Responsabilità laica? Me e i miei?”. Comunicava poco più di un mese dopo, con non poco disorientamento, a mons. Pignedoli – finito Nunzio a La Paz – le dimissioni imprevedibili di C. Caretto:

“Aci (…) le nomine laiche sono state fatte direttamente (…) Gedda ha ottenuto la testa di Carretto, perché ribelle alla sua dittatura, e perché troppo orientato democraticamente. Spiace che Carretto caschi nell’unica posizione giusta che aveva preso, ma è difficile rimpiangerlo come presidente GIAC: del successore dicono bene, ma era quello voluto da Gedda, ed è stato scelto da don Paoli (si riferisce a M. Rossi, n.d.r.)”. <221.

Mons. Pignedoli, che era stato con ogni probabilità l’immediato artefice della nomina di Dossetti alla vicesegreteria nazionale della DC nel ‘45, chiude la scena di quella complicata collettiva avventura con una risposta salomonica e apparentemente distaccata: “lo svolgersi degli avvenimenti nella chiesa è lento e va per gradi”. <222

[NOTE]

221 Lettera di Veronese a mons. S. Pignedoli, del 5. 11. ‘52, a La Paz, in Asils, FVV, B 9, fasc. 68, sottofasc. 1.

222 Lettera di mons. S. Pignedoli a Veronese, del 14. 11. ‘52, dalla Nunziatura Apostolica in Bolivia, in ib., B 63 fasc. 858, sottofasc. 1. Sempre a Pignedoli, ora cardinale, in una lettera del 19. 6. ‘74, dopo il referendum sul divorzio, Veronese dirà: “(…) ma è possibile, dico io, che dalla Riforma in poi, passando per la rivoluzione francese e russa, e il liberalismo e il socialismo e il materialismo (e per noi italiani Porta Pia e il non expedit e l’azione cattolica politicizzata dai semprevivi e operanti nostri oppositori dell’ultimo dopoguerra), la Chiesa immancabilmente figuri dalla parte dei ritardatari e dei perdenti, non abbia dato tempestivo credito a chi aveva previsto, predetto e scongiurato quello che poi puntualmente (come ora, il 12 maggio!) verificato?”, in Asils, VV, B 110, f. 1308.

a) “Fare politica dichiarando di non volersene occupare”.

La delimitazione del “dossettismo politico” a una breve parentesi storica (in pratica sette anni, dal ’45 al ’51) sembra ormai inadeguata – si è accennato fin dall’inizio di questa esposizione dei fatti – a rappresentare pienamente la complessità del fenomeno e, soprattutto, la molteplicità degli effetti da esso determinati su piani diversi, seppure convergenti. Lo è a maggior ragione se si prende atto, con gli occhi dei protagonisti politici dell’epoca (come si farà in Appendice con una sequenza di fonti orali esemplificative), che in realtà il “ritiro” di Dossetti tra il ‘52 e il ‘55 non solo non fu dalla maggior parte di essi metabolizzato, ma per lo stesso Dossetti, al di là delle proprie “ammirevoli” intenzioni, lo fu solo in parte (quella pubblica), tanto da lasciare aperto in molti un ragionevole spazio di aspettative in un suo prossimo “ritorno” politico a tutti gli effetti. Ritorno che ci fu, appunto, e che non meravigliò più di tanto. La suddetta periodizzazione del dossettismo pare inadeguata, ad una più analitica ricostruzione degli anni Cinquanta del nostro Paese, anche da un punto di vista oggettivo, considerando che il “ritorno” di Dossetti alla ribalta pubblica dal ‘56 al ‘58, proprio per i modi e il luogo (Bologna) in cui avviene, invece che restare confinato in un ambito locale e di politica per così dire “amministrativa” (come egli avrebbe voluto), assunse da subito un rilievo nazionale – sia durante la campagna elettorale, per il contraddittorio con Togliatti sul “tradimento” della Resistenza sia nei mesi successivi, per il dibattito sulle crisi internazionali di Suez e di Budapest che colpirono contemporaneamente i due “blocchi” – un rilievo nazionale.

La sua figura continuerà ad avere un rilievo politico alto, almeno all’interno del cattolicesimo, fino a tutti gli anni Sessanta, tanto che se ne parlerà a lungo proprio in un Congresso <1, ma ciò anche – o forse prevalentemente – per la commistione inevitabile del suo nuovo ruolo ecclesiastico esercitato durante il Concilio Vaticano II e, subito dopo, nel governo di una grande diocesi come quella di Bologna (2. Questa è una successiva “atipicità” della figura di Dossetti nel panorama della politica italiana, e si vorrebbe dire un’ulteriore complessità, anche perché – ad eccezione di un periodo relativamente breve rispetto alla durata complessiva della sua esposizione pubblica, i neppure tre lustri del “ritiro” ecclesiale o “silenzio” palestinese dal ‘72 all’84 (terminato peraltro anch’esso per “obbedienza”) che per lui e per quelli che furono con lui avrebbe dovuto costituire una svolta (“la svolta del 1968”) del loro essere nella ecclésia e nella pòlis – neppure in questo ruolo la sua riflessione scioglierà i nodi delle due “città” (societas humana e societas christiana), dei due “sistemi” (Stato e Chiesa) e delle due “parole” (“la grande riflessione umana” e “la parola di Dio”). Anzi, se possibile li riannoderà ancor di più, rendendo teologicamente inefficace o almeno inevitabilmente storicizzata , secondo la sua ermeneutica, la reiterazione di percorsi ed esperienze già compiute.

La “rimozione” dell’esperienza politica in senso stretto di Dossetti, avvenuta proprio in quel periodo, che G. Trotta ha avuto il merito di sottolineare per primo come esplicita volontà di offuscamento del ruolo “di una vicenda tra le più alte e profonde del cattolicesimo politico del secondo dopoguerra”, in quanto percorso implicitamente anti-democristiano da un lato, ma non “catto-comunista”, come si diceva in quegli anni, benché potenzialmente “rivoluzionario” dall’altro, è stato un vero e proprio “psicodramma” (3) della classe dirigente cattolica del nostro Paese, che ha indotto i più ad una interpretazione minimalista sia del leader politico sia dell’intellettuale sia (e forse costituisce la miopia oggettivamente più consistente) dell’uomo di diritto – sarebbe meglio dire “statista” – che, in entrambi i sistemi (Chiesa e Stato), si fa “legislatore” (Costituzione repubblicana – Concilio Vaticano II) (4) e con largo anticipo (per conoscenza delle fonti giuridiche pubbliche e canoniche ed analisi del contesto storico politico ed ecclesiale, non per “idoneità profetiche”) “lascia intravvedere tutte le possibilità di un altro percorso” della comunità civile, della comunità ecclesiale e dei rapporti tra di esse <5.

Dossetti e il milieu attorno a lui gravitante avevano significato così tanto per la formazione della “seconda” e della “terza generazione” di politici cattolici, ma – come si è visto – avevano così influito anche su molti esponenti della cosiddetta “prima generazione” di derivazione popolare, erano stati un’opzione così radicalmente diversa da quella degasperiana (anche se in molti con un grado modesto di coscienza intellettuale, tanto da non impedire loro di vederle, o almeno sperarle, convergenti), che male si conciliavano con una ricostruzione continuistica della storia della DC. Il riconoscimento della “brevità” del suo ruolo politico e della sua sconfitta politica, a volte da parte dello stesso Dossetti <6 (in certi casi li enfatizza, in altri meno, in altri ancora implicitamente li nega) non toglie nulla alla loro pregnanza e, soprattutto, al loro significato di possibile leadership alternativa a quella di De Gasperi e di unica possibile e incomprensibilmente mancata leadership di grande maggioranza, all’interno della DC dopo De Gasperi, cioè dopo neppure due anni dalle inattese dimissioni. Ma non limita neppure la durata della sua “fortuna” storica: di fatto il primo politico cattolico a dimettersi e l’ultimo a uscir di scena, se si tiene conto della sua fase “tarda” (‘94 -‘96).

Di conseguenza si capisce la rimozione operata dalla storiografia di matrice democristiana o comunque cattolica che ha, in genere, per lungo tempo ridotto il significato della vicenda dossettiana ad alcune emergenze, per così dire, evenemenziali: la partecipazione alla Resistenza in un ruolo dirigente (fatto obbiettivamente raro nelle file cattoliche); il contributo importante al lavoro costituente, ma pariteticamente ad altri democristiani come Fanfani, La Pira, Moro, Mortati, e sostanzialmente come applicazione giuridica di un pensiero già compiuto, il personalismo francese; la contrarietà al Patto Atlantico come moralistico neutralismo o, ancora peggio, aprioristico e pericoloso antiamericanismo; la rinuncia a mettersi alla “stanga” del Governo e alla guida unitaria del Partito insieme a De Gasperi, come espressione di nobili ma astratte e radicali utopie contrastanti con il concreto possibilismo dello statista trentino; la capacità di impostare la prima e unica stagione riformistica del centrismo, ma solo quando accetta (peraltro inspiegabilmente persino per molti membri della sua corrente) di collaborare con il fattivo De Gasperi, e così via.

In buona sostanza, con l’eccezione dei lavori di P. Pombeni <7 e di G. Baget Bozzo (dopo un quarto di secolo dal ritiro di Dossetti dalla politica attiva a livello nazionale) e di G. Trotta a pochi mesi dalla morte, la storiografia cattolica che ha tentato di tratteggiare una riflessione “organica” sul Dossetti politico, anche la più recente – pur in taluni casi con una più ampia e articolata contestualizzazione del suo lavoro politico e del ruolo della sua “corrente” dentro la DC – non si discosta ancor oggi da questa vulgata <8.

[NOTE]

1 Nel Congresso Nazionale della DC di Milano del 23-26 novembre 1967, in DC Spes, Roma, 1968. Non pare casuale che in dicembre – come si è visto – Dossetti chieda di essere liberaro dall’incarico di pro-vicario generale della Diocesi di Bologna, anche in vista delle elezioni politiche della primavera successiva.

2 Vedi A. Melloni, “Contesti e sviluppi del conferimento della cittadinanza onoraria di Bologna al card. Giacomo Lercaro (dicembre 1965-febbraio 1968), in Araldo del Vangelo. Studi sull’episcopato e sull’archivio di Giacomo Lercaro a Bologna 1952-1968, a cura di N. Buonasorte, Bologna, il Mulino, 2004, pp. 145-183; G. Battelli, “Lercaro, Dossetti, la pace e il Vietnam 1° gennaio 1968”, in ib., pp. 185-287.

3 “Quando si dimette, qui fu un dramma, perché molti giovani uscirono. Questo dramma si è ripercorso in tutto il Paese, anche in Meridione e in Sardegna”, testimonianza di C. Corghi, in Appendice; F. Bojardi: “Quanti altri se ne sono andati!”, in Appendice. Lo scioglimento della corrente è sempre rievocato e interpretato come un “dramma” anche nelle numerose testimonianze scritte di L. Elia, presente a Rossena, dall’’81 all’’84 Presidente della Corte Costituzionale, quando Dossetti riteneva che questo organo rischiasse, per la sua ormai prevalente funzione interpretativa delle leggi, di svolgere un ruolo più politico che di garanzia.

4 R. La Valle, “La gloria del diritto”, in Prima che l’amore finisca. Testimoni per un’altra Storia possibile, Milano, 2003, pp. 183-201.

5 M. Tronti, “Dossetti politico: un problema”, in G. Dossetti, Scritti politici, cit., pp. XV-XXVIII; G. Trotta, Un passato a venire. Saggi su Sturzo e Dossetti, Melzo (MI), 1997, pp. 75-84.

6 “La mia stagione politica è durata sette anni, mettendoci dentro anche il periodo della clandestinità; nel ‘52 era già finita.”, in G. Dossetti, “Un itinerario spirituale”, in Id., I valori della Costituzione, cit., p. 12.

7 Nell’intervento sul n. 5 di “Liberal”, agosto ‘95, cit.: “La risurrezione politica di Dossetti ha dell’incredibile per chi come me iniziò ad occuparsene vent’anni fa nell’indifferenza della storiografia e dell’opinione pubblica”.

8 Un caso curioso, per esempio, è quello di A. Giovagnoli, Il Partito Italiano. La Democrazia Cristiana dal 1942 al 1994, Bari, 1996 che, risentendo – per la risonanza nazionale che ebbe l’evento – del recente “ritorno” di Dossetti sulla scena politica (proprio nel ‘94), pone come incipit del proprio saggio ampi brani del discorso di Dossetti “Una coscienza costituzionale” (tenuto il 16. 9. ’94 a Monteveglio, insieme all’ex Presidente della Commissione Bicamerale per le Riforme Istituzionali on. N. Iotti), in particolare là dove affronta il tema della seconda guerra mondiale come “grande fatto globale”, dal quale non potevano non discendere certe conseguenze politiche, come chiave di lettura generale dell’intera storia della DC: “la parabola di questo partito non a caso si è esaurita dopo la conclusione nel 1989 del lunghissimo dopoguerra” (p. 9). Senonché, lungo 326 pagine in cui cita Dossetti solo nove volte, con annotazioni che non danno alcun rilievo politico né allo scontro con De Gasperi al Congresso di Venezia (1949) né alla successiva vicesegretaria con Gonella, l’unica idea politicamente significativa che attribuisce ai dossettiani (insieme ai “gronchiani” però), segnatamente a Fanfani, è quella del partito come “soggetto forte e trainante”, di stimolo e non appiattito sul governo, che – si dice con buona grazia – “traduceva così in pratica (…) un’intuizione di Dossetti” e che, “in un contesto mutato” avrebbe poi agevolato “il passaggio da un sistema parlamentare a un sistema partitocratrico” (p. 73). Nessuna valutazione, è appena il caso di dirlo, sulla candidatura a Bologna nel 1956. Più significativo, invece, della impasse profonda in cui si trovano ancora oggi gli studi storiografici, anche di matrice laica, quando accostano seppure indirettamente il “caso” Dossetti, sembra il saggio di P. Craveri, De Gasperi, Bologna, 2006, in cui da una parte per la prima volta a Dossetti viene, per così dire, dato il posto che merita (il più citato nell’indice dei nomi): sicuramente il “numero due” del Partito, ma in senso inequivocabilmente antagonistico; protagonista indiscusso della fase costituente, determinante, sia pure per evocazione, della politica democristiana nella stagione fanfaniana; interessante a livello nazionale nell’esperimento amministrativo bolognese. E ciò con una messe di dati e informazioni, anche inedite, che dimostra l’interesse e lo sforzo di approfondimento storiografico della figura. Ma dall’altro l’impianto interpretativo di tutta questa complessa – e non poi così breve – azione politica, diretta e indiretta, resta fortemente ancorato ad un canone consolidato: il tratto affascinante, ma “insoluto della vicenda dossettiana”; il riconoscimento in De Gasperi di un “laicismo formale”, ma nella società che Dossetti preconizzava uno “Stato cristiano che si ispirava all’universalismo cattolico, ma non si proponeva in realtà di fondare una società aperta” (p. 259); un’uscita dalla Direzione del Partito che “rimaneva un’astratta “petitio principii”; in buona sostanza “una cultura di opposizione interna al mondo politico cattolico e, nella sua forma ideale, destinata a rimanere tale, e in un secondo tempo ad entrare in un processo di osmosi con la cultura comunista, mentre in quella secolarizzata della lotta di potere, a convertirsi poi nella forma di prassi politicamente orientata alla così detta occupazione del potere” (p. 270). Sembra lecito domandarsi, su questa linea interpretativa, se non sia da attribuirsi a Dossetti la responsabilità consequenziale della parabola discendente del partito democristiano! E’ appena il caso, invece, di segnalare F. Malgeri, L’Italia democristiana. Uomini e idee del cattolicesimo democratico nell’Italia repubblicana (1943-1993), Roma, 2005, nel quale – oltre a non inserire il nostro tra i medaglioni degli “uomini” – si dedicano tre pagine didascaliche al contrasto complessivo tra De Gasperi e Dossetti, per concludere inossidabilmente che a Dossetti “mancò il mestiere di politico” e fu “punto di riferimento per generazioni di cattolici amanti delle grandi speranze” in quanto “è chiara (in lui) l’ansia di realizzare l’incarnazione storica e politica del cristianesimo”, pp. 75-77. Dalla “categoria del politico” (di cui l’arte del possibile sarebbe elemento essenziale), continua ad escluderlo fino al 2003, in continuità con i suoi precedenti lavori sul cattolicesimo politico italiano, anche P. Scoppola che ostinatamente (a fronte del racconto diretto del protagonista su come andarono certi fatti della DC e come invece avrebbero potuto andare) lo ascrive alla categoria delle “visioni utopistiche”, difficilmente compatibili con quella “realistica” e “possibilistica” di De Gasperi, in P. Scoppola, “Dossetti dalla crisi della Democrazia cristiana alla riforma religiosa”, in A colloquio con Dossetti e con Lazzati, cit., pp. 132-135. Scoppola sembra anche il caso più emblematico di transfert sul piano storiografico dell’irrisolto “dramma” generazionale del dossettismo: dopo aver riconosciuto che in gioventù lui stesso provava alterità per De Gasperi, e che ne ha rivalutato solo progressivamente la dimensione, conclude di essere rimasto “colpito dal risentimento che ancora (Dossetti) nutriva nei confronti di De Gasperi (…) ho sentito sempre una riserva verso di lui. Lazzati invece…”, in P. Scoppola, La democrazia dei cristiani. Il cattolicesimo politico nell’Italia unita, intervista di G. Tognon, Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. 122-125. Sembra quasi lo stesso discorso e lo stesso equivoco, soprattutto rispetto a Lazzati, di Capuani.

Roberto Villa, Per una reinterpretazione della fuoriuscita di Dossetti dalla DC. Nuove fonti archivistiche sulle due vicesegreterie nazionali del partito (1945-46 e 1950-51), Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, 2010

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