Riconoscenza alla poesia

Fonte: Wikipedia

La più importante rivista letteraria uscita in Italia negli anni del fascismo è Solaria di Alberto Carrocci proponendosi come repubblica delle lettere in alternativa alla dittatura divenne il centro in cui convogliarono molti prosatori e poeti del momento tra cui Saba, Montale, Pavese, Vittorini e Gadda.
Pur non rifiutando lo stile rondiano, proponeva una narrativa di ampio respiro e facendo una radiografia dei mali del secolo.
In particolare riportarono in auge il romanzo di formazione dedicandosi al mondo incantato dell’infanzia dove tutto è favola, scoperta e avventura, o a quello dell’adolescenza fatto di urti ed esperienze iniziatiche.
I solariani elessero a modello i maestri della Nouvelle Revue Francaise, rivista del 1908, e in particolar modo Radiguet, Gide, Costeau che rinnovando il genere capovolgevano completamente la formula originaria del bildungsroman concepita da Goethe che prevedeva il sistema di integrazione tramite il matrimonio e la posizione lavorativa che, invece, viene completamente sdoganato dai nuovi scrittori che nei loro romanzi incarnavano il conflitto generazionale e il rifiuto da parte dei giovani a lasciarsi integrare nei ranghi della morale borghese da loro criticata.
Una rivoluzione copernicana quindi nell’età della crescita vista come l’unico periodo autentico della vita, mentre prima, invece, era una preparazione e transizione.
Se per il bildungsroman la maturità costituiva il traguardo di un processo evoluto quanto agognato, ora era un abisso senza senso che vanificava solo le false speranze come nel caso dei due protagonisti de Indifferenti (1929) di Moravia la cui malattia impedisce di dare consistenza al disgusto che provano per il mondo adulto, un’opera che, però, non piacque ai solariani che rivendicavano il Tozzi de Con gli occhi chiusi (1919), anche se non solariano di nascita: a quel punto Moravia tornò al romanzo di formazione con l’opera Agostino soffermandosi nei primi turbamenti adolescenziali di un ragazzino di buon famiglia cresciuto in simbiosi con la madre.
Il capolavoro della letteratura solariana è, però, il Garofano rosso di Vittorini uscito a puntate tra il 1933 e il 1934 e in volume solo nel 1948 ma non ci sono le stesse motivazioni all’origine degli autori francesi, che rappresentavano i loro protagonisti come impossessati da diavoli, poiché quelli di Vittorini inseguono un ideale di vita che ha i contorni avventurosi di una favola, contro le imposizioni di genitori ed insegnanti rivendicando il diritto di autenticità e decisione in piena libertà. L’unica vita degna di questo nome è quella all’altezza del sogno e può essere assaporata con intensità di sentimento.
Conobbe fioritura il genere dell’inverosimile per cogliere ciò che era sfuggente a ogni comprensione scientifica o razionale ma non con il tentativo di un’immaginazione sfrenata bensì suggerire una visione non superficiale delle cose per svelare l’essenza metafisica nascosta, sorprendersi davanti alla molteplicità del mondo e conoscere la realtà tra le sfumature. C’era alle spalle la letteratura ottocentesca fantastica, oltre all’analisi freudiana e all’avanguardia surreale di Breton con il manifesto ufficiale del 1924 e la pittura di De Chirico per l’arte metafisica soprattutto.
Ma lo svelamento della realtà non è totale perché l’autore accenna preferendo risparmiare l’esperienza traumatica al lettore e adotta una strategia ironica deformando e velando la visione, così da limitarsi a suggerirla, l’ironia metafisica è un modo insinuante di comunicare gli indizi tendendo in questo modo alla poetica dell’ipocrisia, da sotto la verità.
De Chirico scrisse un solo romanzo intitolato Ebdòmero del 1929 che insieme ad altre rientra tra le opere surreali ispirate alla mitologica greca, essendo il mito non un travestimento della storia o della vita quotidiana, quanto invece un contatto con l’essenza delle cose, un’apparizione perturbante con l’altissimo potere di spiazzare il lettore con una fenditura di scoperta, un’epifania mitica.
I fratelli De Chirico fecero da modello a Massimo Bontempelli che ne La scacchiera davanti allo specchio e in Eva ultima, due opere raccolte in Due favole metafisiche, descrive l’arte come ciò che ha il compito di sbloccare la conoscenza profonda del mondo con tutte le leggi ordinarie sospese, evidenziando ancora di più l’aspetto meraviglioso proprio del genere fiabesco.
I suoi personaggi si riflettono negli specchi imbattendosi nel proprio doppio come esperienza di conoscenza.
Eva diventa simbolo dell’eterno femminile scoprendo gli uomini solo come marionette in balia del destino mentre recitano la propria parte; il tema del manichino torna poi in altre opere, Nostra dea e Minnie la candida, in cui la prima protagonista cambia personalità a seconda dell’abito e la seconda è angosciata dall’idea che le hanno inculcato di creature artificiali create accano a ogni essere umano così che si insinua l’idea di omologazione al costume borghese. Quindi all’inizio l’autore elabora la teoria marionetta deli uomini, poi arriva al tema generico dell’alienazione della moderna società di massa.
La poetica di ambiguità del meravigliarsi dell’uomo di fronte alle cose esaminandone il fondo e confondendo così il mirabile e l’usuale, assume il nome di realismo magico nella rivista 900 e in uno dei suoi editoriali intitolato Analogie del 1927, invitando altri a scoprire il lato magico del quotidiano, invito che fu accolto, tra i tanti, da Corrado Alvaro, nominato dallo stesso Bontempelli segretario di redazione di 900.
Nella linea fantastica ci furono anche nomi quali Dino Buzzati, i cui racconti hanno una cornice apparentemente normale con personaggi che trattano normalmente delle situazioni anomale in maniera quasi inquietante. Nel Deserto dei tartari si hanno carriere militari che si consumano e vite umane a difesa di una fortezza di confine al di là della quale c’è solo deserto con l’attacco dei nemici tartari, così che la vicenda ruota instancabilmente attorno alla vana ricerca del senso ultimo della vita e l’unica certezza in una visione apocalittica della vita è la morte.
[…] Modernismo fu definito il movimento di rinnovamento del gusto e delle forme poetiche promosso a Londra, soprattutto dopo la prima Guerra Mondiale, con la rivista critica The criterion di Eliot. Si fece strada una poesia complessa di difficile decifrazione, nata da un’esigenza conoscitiva procedendo, così, ad un recupero selettivo e portando un nuovo equilibrio fra tradizione e innovazione. Non a caso è importante l’intervento sempre di Eliot in traduzione e il suo talento individuale, negando non la fruizione di un passato protagonista del presente ma l’esclusivo dominio della cultura classica.
Tra i tanti esempi abbiamo Ezra Pound i cui Cantos guardavano alla tradizione medievale e al modello dantesco come ispirazione principale, arrivando a tentare addirittura di emulare la commedia.
[…] Il modernismo approdò anche in Spagna con la cosiddetta Generazione 27 con i maggiori rappresentanti quali Lorca e Alberti, poeti che fusero la tradizione fatta di metafore e il folklore andaluso con suggestioni del surrealismo francese.
In Italia, invece, il modernismo si ebbe con gli esempi di Ungaretti con il Sentimento del tempo riscoprendo l’importanza dell’endecasillabo e la sua musicalità, e Montale con Ossi di seppia che si avvicinò, così, agli Charmes di Valery e alla brevità di Ezra Pound e ad Eliot da cui prese il cosiddetto correlativo oggettivo, espediente descrivere tutto il male di vivere con l’unico spiraglio di speranza in visione metafisica, in vera e propria epifania.
La linea che va dagli orfici agli ermetici ben si instaura nel clima di tentativo di ricerca di verità profonde con la sfida di addentrarsi nel mistero più fitto dell’universo per svelare con il solo mezzo della parola il senso ultimo dell’esistenza delle cose, della loro essenza.
Capostipite dell’orfismo è Dino Campana che con i suoi Canti orfici, dal titolo non poco esplicativo, pubblicati nel 1914, immagina un percorso iniziatico che si inaugura nel segno misterioso della notte e culmina con vari vagabondaggi come tappe di un’ascesi esperienziale nella visione di grazia dell’ultimo testo Genova. Si ha quindi un mondo visionario e soggettivo caratterizzato da enigmi e dubbi, con illuminazione epifaniche rivelatrici come attimi di conoscenza.
Dopo Campana troviamo una continuazione del genere in Arturo Onofri negli anni Venti e l’orfismo cristiano di Luigi Fallacara, esemplare per l’unione di due aspetti così diversi quali la fede cattolica e il panteismo cristiano, da cui deriva la definizione del genere letterario.
L’orfismo in generale si caratterizza, quindi, di una componente di contemplazione della natura come opera divina, di esplorazione e scoperta quanto più possibile della verità, della memoria imprescindibile come traccia ancestrale e matrice originaria della vita.
I suddetti poeti per la definizione e suddivisione fatta dal critico storiografico Oreste Macrì si instaurano nella prima generazione poetica, mentre nella seconda si hanno nomi quali Montale e Quasimodo. Per il secondo in particolare, la narrazione della propria Sicilia diventa motivo di indagine interiore e mito ancestrale in quell’inquadramento spazio-temporale di lontananza dettato dal qui-altrove.
Si ha, poi, come esempio di elegia il poeta Alfonso Gatto con Morto ai paesi sul tema dell’allontanamento come distacco necessario ma doloroso, Leonardo Sinisgalli che con Campi elisi trasferisce sulla propria terra natale l’idea di morte cantando quasi un eden di delizie e un aldilà di beati, e infine Libero De libero che, ricollegandosi all’esperienza di Gatto, nel suo Libro del forestiero porta in scena prevalentemente il momento traumatico della partenza e del commiato dato da uno sradicamento del destino; tutti questi ben individuavano le caratteristiche dell’elegia l’incanto della fanciullezza indagato dal tema principale della memoria.
Si arriva, poi, alla stagione ermetica, per la quale il termine di definizione si è avuto successivamente dal critico Francesco Flora con la formula complessiva di poesia ermetica: l’ermetismo indica così un tipo di poesia oscura e incomprensibile ai più. I suoi maggiori esponenti sono così tutti accomunati dall’idea ontologica della poesia. L’esperienza di questo genere è tipicamente fiorentino e si ha con esempi quali la rivista di Piero Bargellini Il frontespizio come individuazione di quell’ermetismo spirituale e neoplatonico. Proprio in quest’ambiente culturale muovevano i primi passi poeti come Carlo Bo, capofila del gruppo, che pubblicò la sua Riconoscenza alla poesia come atto di nascita del movimento stesso; altro suo scritto importate fu la Letteratura come vita inteso come il manifesto dell’ermetismo, e infine la raccolta dei suoi esiti letterari in L’assenza, la poesia.
Di origini toscane furono i poeti Mario Luzi, Alessandro Parronchi e Piero Bigongiari, tutti appartenenti alla terza generazione novecentesca perché nati alla vigilia della grande guerra, che confluirono poi nella appena nata rivista Campo di Marte, l’organo ufficioso del gruppo; anche per Bo e per gli altri la poesia è ontologica come strumento di conoscenza metafisica e ricerca di un Assoluto, e il poeta assume il ruolo di veggente, interrogando la propria anima che diventa strumento di comunicazione con Dio che fa sentire la propria voce in un colloquio prettamente spirituale, come già in precedenza aveva fato Arthur Rimbaud con Lettera del veggente e seguendo la perentoria indicazione del capostipite “La direzione è: in noi stessi”.
Esemplare è proprio il percorso teorico e ideologico di Carlo Bo che, se in Riconoscenza alla poesia aveva ancora adottato il metodo attivo di Rimbaud, passa in Letteratura come vita ad un atteggiamento di tipo passivo dell’attesa metafisica nel cronotopo del golfo, come luogo di raccoglimento e accoglienza; per completare la propria indagine interiore e psicologica è necessario svuotare la propria anima di tutto ciò che normalmente la ingombra caratterizzandosi di un’assenza imprescindibile perché la stessa anima possa essere invasa dalla voce di Dio.
In questo nuovo sistema poetico diventa, quindi, difficile la trascrizione verbale vera e propria riconoscenza l’incapacità dei propri e mezzi e giungendo, così, a una poesia atematica caratterizzata dalla componente musicale e da un lessico astratto e indeterminato e inteso come prolungamento della propria anima per raggiungere lo stato di quiete necessario al poeta.
Giulia Leo, Il secondo periodo del Novecento, StuDocu

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Pensionato di Bordighera (IM)
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