Per il Natale del 1944 viene inviato un appello ai compagni rifugiati in Svizzera, perché non prolunghino l’esilio ma tornino tra i reparti garibaldini

Codera, Frazione di Novate Mezzola. Foto di Maria Piccinini pubblicata su Wikipedia

Anche per tutto il mese di novembre del 1944 la lotta partigiana si svolge su una linea prevalentemente difensiva; Morandi, infatti, nella sua cronologia delle azioni effettuate, ne segnala solamente 27, condotte prevalentemente dalla 40^ Brigata Matteotti. Alla fine di novembre altri colpi vengono inferti alla già traballante struttura militare partigiana: il 27 novembre le forze nemiche passano all’attacco nelle valli a nord della Valtellina per disperdere i gruppi ivi rifugiatosi una seconda volta. Intorno a questi avvenimenti si può avere una chiara visione dal rapporto manoscritto del Comandante della Rosselli inviato in seguito al Comando Raggruppamento: <199
“La presenza di presidi nemici nelle nostre basi di rifornimento, la povertà dei paesi inverosimilmente sfruttati dai nazi-fascisti anche a scopo di rappresaglia, il freddo tanto più intenso in quanto eravamo accantonati sulle pendici nord del Legnone, le recenti abbondanti nevicate, il nostro equipaggiamento deficiente, il continuo afflusso di notevoli forze nemiche a Colico e a Morbegno determinano il Comando di Divisione a trasferire la formazione sulla destra idrografica della Valtellina. Nel frattempo il dto. [Distaccamento] Minonzio aveva ricevuto ed eseguito l’ordine di raggiungere la zona L; i distaccamenti Fogagnolo e Casiraghi erano ancora in Bergamasca. La notte del 23/11 ci dislocammo nella zona montana compresa tra Dubino e Trona. Dal Comando Divisione fummo informati che il nemico avrebbe effettuato quanto prima un rastrellamento in forze contro di noi. Per continuare efficacemente la guerriglia ad alleggerire la eventuale pressione nemica, inviammo sulla sinistra dell’Adda quattro squadre d’assalto. La mattina del 27/11 il nemico bloccò i ponti e le passerelle dell’Adda con autoblinde, mitragliere mitragliatrici, aprendo subito il fuoco sugli accantonamenti nostri… Tutte le informazioni facendo prevedere un attacco generale al quale, date le condizioni del terreno e i mezzi a disposizione, non avremmo potuto opporci. I Comuni di Divisione e di Brigata decisero allora di trasferire le formazioni in Val Codera. Senza viveri, male equipaggiati, stanchi per le fatiche notevoli cui eravamo stati sottoposti fin dai primi di ottobre, gli uomini affrontarono una marcia forzata di molte ore in mezzo alla neve. Il pomeriggio del 28 la formazione giunse in Val Codera. Pattuglie inviate in esplorazione informarono che le forze nemiche stavano affluendo a Novate Mezzola bloccando la valle. Non sapevamo come risolvere il problema vettovagliamento, dato che il paese di Codera [n.d.r.: Frazione di Novate Mezzola (SO)], poverissimo non poteva sopperire alle nostre esigenze. Il giorno 30 una corveè inviata a Novate Mezzola fu sorpresa dal nemico, riuscendo tuttavia a tornare senza perdite ma anche senza viveri. La sera dello stesso giorno, elementi della 1^ Divisione c’informano che il nemico aveva attaccato in forze la loro unità, costringendola a ritirarsi in direzione Val Codera, attraverso la Val Masino. Era ormai evidente che i nazi-fascisti, provenendo dalla Valle S. Martino e dalla Val Chiavenna con forze e armamento preponderante, ci avrebbero attaccati il giorno seguente con esito indubbio. I Comandi, esaminata attentamente e freddamente la situazione, decisero allora di sconfinare in Svizzera al fine di evitare l’annientamento totale della formazione. Il passaggio del confine avvenne la notte del 30 attraverso il passo della Teggiola.”
Lo stesso Gabri dirà poi: <200
“Questi ragazzi, uno dietro l’altro in fila indiana, che passavano lenti, carichi delle loro armi e dei loro stracci, si avviavano verso il passo della Teggiola, verso la vita. Lasciammo una squadra comandata dal povero Lupo perché andasse ad avvisare i partigiani che erano rimasti sul Legnone con Mina (il quale era però in Val Taleggio) di quello che eravamo costretti a fare.”
Più avanti continua: “Le guardie ci disarmarono; ci piangeva il cuore a lasciare quelle armi che ci eravamo procurati con tante fatiche, e ci lasciarono nel bosco e sulla neve, senza darci un tetto e qualcosa di caldo da ristorarci. Alle ore 20 ci portarono a Bondo, dove, verso le 22 ci diedero un the… Il giorno dopo alle 8 partiamo a piedi per Samaden da dove incominciò la vita di internato. Qui disinfezione generale. Al mattino dopo si parte per Olten; altra disinfezione, poi in treno fino a Schonewerd. Qui la permanenza dura 52 giorni. Di qui gli ufficiali a Murren e i partigiani a Elgg in parte, in parte a Fischentall: comandanti dei due campi Al e Nicola.”
Nei campi di concentramento la vita viene rapidamente organizzata e, come testimonia Vitalino Villa,
“i partigiani cercavano in ogni modo di uscire dalla Svizzera, diventavano trepidanti nel desiderio di tornare a unirsi ai pochissimi che erano rimasti in Valtellina. Si sorteggiavano quelli che dovevano partire a ogni mattino si scopriva che qualcuno mancava: partiti di notte.”
Tuttavia le trattative con le autorità elvetiche per stipulare un preciso accordo, onde permettere il rientro scaglionato di battaglioni e reparti, vanno per le lunghe, e sarà così che solo tra marzo e aprile i comandanti partigiani potranno rientrare clandestinamente in Italia.
Le responsabilità di questo ulteriore sbandamento, che rasenta il disfacimento, sono ancora da ascrivere non solo alla situazione oggettiva del rastrellamento, ma anche all’atteggiamento del Comando Raggruppamento: da un lato per la mancanza di direttive, che porta allo sconfinamento in Svizzera, dall’altro per la mancanza di collegamenti con le altre formazioni.
Il rastrellamento ha infatti bloccato completamente le normali vie di comunicazione partigiana e ancora il 4 dicembre il Comando Raggruppamento non è a conoscenza del passaggio di buona parte della 1^ e 2^ Divisione in Svizzera; nella comunicazione a Mina si afferma infatti:
“Siamo informati che nella Val Masino il nemico, dopo aver bruciato gli stabilimenti di Masino bagni, si è ritirato ed ora presidia i paesi a fondovalle… pensiamo di prendere contatto con la 2^ Divisione e la 55^ Rosselli”. <201
Solo il 13 dicembre si comunica:
“Siamo perfettamente al corrente che patrioti della 1^ Divisione sono stati costretti ad entrare in Svizzera e stiamo prendendo contatto per il loro ritorno” <202.
Alla fine di novembre si chiude il periodo più funesto per la resistenza lecchese: le strutture delle formazioni sono crollate, molti partigiani sono caduti, morti in imboscate o fucilati, molti sono prigionieri.
Queste le cifre riportate da Francesco Magni nella sua cronistoria: 130 morti (compresi i civili ), 700 abitazioni distrutte (alberghi, rifugi, case, baite ), 550 deportati (compresi i civili ). <203
Pochi sono coloro che sono rimasti in montagna:
1) In Val Taleggio: Mina, Francio, Prora, Gianni e altri 5 uomini.
2) In Val d’Inferno: Oreste, Gek, Piero, che controllano gli uomini dislocati nella valle, alla S. Rita e a Biandino; qui giungono anche i dti. Casiraghi e Fogagnolo, parte dei quali si fermano e parte ritornano in Val Taleggio e si uniscono senza collegamento.
3) In Valsassina: Sam, Nino ferito, con alcuni uomini rimasti senza collegamento.
4) Sui monti sopra Bellano: Lupo con sei uomini collegati col Comando Raggruppamento.
Se questa è la situazione sui monti orientali della Valsassina, non certo migliore è nella zona delle Grigne dove, come già abbiamo visto, fin dagli inizi di novembre la 89^ si era praticamente dissolta e
rimaneva solo qualche gruppetto scarso collegato col Comando di Lecco.
In una lettera del Comando Raggruppamento al Comando 2^ Divisione si legge: <204
“Di questa Brigata poco è rimasto. Una decina di uomini che sono in Grigna, li faremo sfilare ad Avolasio, aggregandoli alla 86^. Intanto stiamo elencando il materiale recuperabile. In ogni modo qualunque sia il futuro assetto che si riuscirà a dare alla 89^ si presenta l’indispensabilità che tale settore sia di nuovo occupato. Perciò un vostro distaccamento dovrà essere avanzato su dette posizioni. Ciò avverrà quando saremo riusciti a rimettere in efficienza gli scombussolati servizi della brigata”.
In conseguenza di questi propositi di riorganizzazione, già in dicembre si notano alcuni sintomi di ripresa, in particolare per i gruppi rimasti nella zona delle Grigne e della Val Taleggio. Si fanno valutazioni critiche sul comportamento dei quadri dirigenti, si cercano di recuperare le armi abbandonate o nascoste, si fanno previsioni sulla possibilità di nuovi arruolamenti.
Tutto questo appare dalla corrispondenza tra il Comando Raggruppamento e Mina, cui è stato affidato il compito di riorganizzare i gruppi della 86^.
Dalla lettera già citata del 4 dicembre si apprende che “La 89^ Poletti è in via di riorganizzazione… Nella Grigna e nei dintorni si potranno avere 60 armati necessari per le azioni immediate e per le interruzioni stradali previste nel nostro piano generale. Pensiamo che i 60 rimasti in Grigna più il gruppo che verrà armato con le altre armi recuperate si potrà avere nuovamente la 89^ Brigata”.
A proposito contenti di apprendere “che 10 uomini della 86^ si possono già contare nelle file garibaldine. Speriamo che anche per l’altro distaccamento di 20 elementi rimasto, capeggiato da Mario, ex capo di S.M. della Issel, si possa venire ad un accordo… Pare che buona parte dell’armamento, il migliore, sia nascosto o in custodia dello stesso Mario. Puntando quindi su Mario significa recuperare tutto il recuperabile della 86^”.
La comunicazione del 13 dicembre è più ampia:
“Ci troviamo in un momento grave di crisi che bisogna superare. Con la pazienza e la calma dei forti dobbiamo riorganizzare le nostre Unità nel modo Migliore. Il primo e più importante lavoro nel momento attuale è di tenere i collegamenti con tutti i gruppetti sparsi… Per la Brigata Poletti le cose non vanno male. Abbiamo il contatto con una quarantina di patrioti sparsi a gruppetti nella zona, contiamo anche su altri venti patrioti ora organizzati in Sap, ma sempre pronti a tornare in montagna. Le armi sono nascoste e al sicuro… Bisogna persuadere Franco ad unirsi ai garibaldini… e il suo gruppo potrebbe essere il nucleo base per la ricostruzione della 86^ Issel…A Mario può eventualmente essere affidata la responsabilità di riorganizzare la nuova 86^”.
Proseguendo nel tentativo di rifare le file, per il Natale del ‘44 viene inviato un appello ai compagni rifugiati in Svizzera, perché non prolunghino l’esilio ma tornino tra i reparti garibaldini; per riottenere la fiducia e l’appoggio della popolazione, colpite duramente durante i rastrellamenti dalla repressione fascista, si danno istruzioni per la diffusione con volantini e manifestini del problema del CLNAI sulla rifusione dei danni subiti ai nazi-fascisti.
[NOTE]
199 Lettera di Gabri e Redi al Comando Ragg., senza data, Archivio Guzzi, 5^ vetrina, parte superiore
200 Francesco Magni, op. Cit. pag.33-34
201 Comunicazione del Comando Raggruppamento a Mina, 4/12/44, Archivio Guzzi, 5^ vetrina,sotto, 4^ fila, 3° fascicolo, 70° foglio
202 Comunicazione del Comando Raggruppamento a Mina, 13/12/44, Archivio Guzzi, 5^ vetrina,sotto, 4^ fila, 3° fascicolo, 80° foglio
203 Francesco Magni, op. Cit. , pag.35
204 Comunicazione del 25/11/’44, Archivio Guzzi, 5^ vetrina, sotto, 4^ fila, 3° fasc., 66° foglio.
Marisa Castagna, La Resistenza politico-militare sulla sponda orientale del Lario e nella Brianza Lecchese, Tesi di Laurea, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, Anno Accademico 1974-1975, qui ripresa da Associazione [Distaccamento] Culturale Banlieu

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Pensionato di Bordighera (IM)
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