Due libri sull’internamento civile fascista

Stralci di una relazione del Questore di Imperia relativa al mese di febbraio 1944. Documento attinente a questo articolo non per il contenuto, ma come esempio di prosa burocratica della RSI.

A seguito dell’intensa attività pubblicistica del decennio precedente, intensificata all’inizio del nuovo secolo, Capogreco ha finalizzato e sintetizzato il suo pluriennale lavoro di ricerca sull’internamento civile fascista in un volume – “I campi del duce”, edito per Einaudi nel 2004 <411 – che si è imposto immediatamente come punto di riferimento per questo particolare ambito di studi, aggiungendo contemporaneamente un importante tassello al quadro generale della storia del fascismo italiano e, in particolare, degli strumenti della sua macchina repressiva. In questo lavoro Capogreco ha riproposto, sintetizzato e riorganizzato in una struttura organica i lavori realizzati negli anni precedenti; “I campi del duce” «non intende <412 certo svelare un mistero sottaciuto, né vuole processare l’autoassoluzione degli italiani. Non pretende neppure – limitando la sua indagine soltanto ai nodi essenziali dell’argomento preso in esame – di costituire una storia esaustiva dell’internamento civile fascista» <413 ma ha l’obiettivo dichiarato – e certamente raggiunto – di «dare “visibilità” a un argomento tuttora largamente sconosciuto, attraverso un inquadramento generale della materia e una mappatura storico-geografica dei campi» <414. Il volume si apre con una opportuna e sintetica rassegna delle diverse forme e modalità di internamento ponendo l’accento sul confino di polizia e sull’internamento coloniale <415 che costituiscono i principali modelli di riferimento normativo e applicativo dell’internamento civile attuato dal regime fascista, ribadendo e chiarendo in questo modo alcuni essenziali concetti chiave a partire dall’autonomia dell’internamento civile fascista rispetto ai modelli concentrazionari tedesco e sovietico; analizzando quindi l’eterogenea mole di fattispecie che, nell’uso comune, ricadono nella generica e onnicomprensiva categoria di “campo di concentramento” e avanzando alcune proposte per una più precisa denominazione dei diversi tipi di strutture, spesso, anche in sede storiografica, definite in modo troppo generico, pregiudicando l’effettiva comprensione delle dinamiche e dei procedimenti attuati <416; distinguendo tra l’internamento attuato dal fascismo monarchico nel periodo 1940-43 l’unico per il quale si può parlare propriamente di «internamento civile fascista» <417 – meno noto e frequentato dalla storiografia e per questo al centro della sua trattazione che proprio nel giugno 1940-settembre 1943 trova gli estremi della sua periodizzazione – e le ben diverse pratiche di internamento e deportazione dei civili messe in atto dal fascismo repubblicano e collaborazionista di Salò dopo l’8 settembre 1943 che, anche nella storia dell’internamento, mantiene un forte valore di cesura. Le vicende successive all’armistizio esulano dalla periodizzazione scelta da Capogreco e dunque l’uso di quelle strutture da parte della Rsi è appena accennato e i campi per prigionieri di guerra convertiti all’internamento civile o le strutture attivate dopo l’8 settembre non trovano spazio nel volume. L’opera introduce inoltre una prima organica ricostruzione dell’internamento di civili jugoslavi e allogeni della Venezia Giulia, che Capogreco ha definito «internamento parallelo» in quanto svincolato dalla normativa ufficiale e dal controllo della Croce Rossa Internazionale, espressione numericamente più consistente dell’internamento civile fascista e uno dei suoi aspetti più drammatici per la morte di migliaia di deportati nei campi sottoposti al controllo del Regio Esercito, approntati nell’Italia del Nord-Est e nei territori annessi in seguito all’invasione della Jugoslavia. Per quanto riguarda l’internamento parallelo, come già sottolineato da Simonetta Carolini nel 1987, della maggior parte degli internati, cioè gli “slavi” internati dalle autorità militari italiane di occupazione, non c’è traccia nell’Archivio Centrale dello Stato <418 ed effettivamente Capogreco, nell’introdurre la materia trattata ha rilevato da principio la «notevole disparità documentaria» <419 tra l’internamento gestito dal ministero dell’Interno – caratterizzato da una lunga fase preparatoria sul piano burocratico e amministrativo che si è tradotta in una più abbondante produzione documentaria, per altro prevalentemente a opera di un soggetto produttore ben definito, l’Ufficio Internati, dunque la documentazione è anche facilmente individuabile – e quello gestito dalle autorità militari che si trovarono ad applicare il provvedimento come soluzione di emergenza, per cui le fonti primarie disponibili per lo studio dell’Internamento parallelo, conservate presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito risultano più scarse e soprattutto frammentate fra diversi fondi archivistici. La seconda parte del volume è dedicata alla mappatura dei campi operando una distinzione tra quelli per l’internamento civile regolamentare e quelli per l’internamento civile parallelo (tra questi ultimi, quelli per ex jugoslavi e allogeni ubicati in Italia e quelli ubicati nei territori jugoslavi annessi). La prima categoria, raggruppata su base <420 regionale, consta di quarantotto campi, cui si aggiungono i nove destinati agli ex-jugoslavi, i tre per gli allogeni italiani e i cinque campi principali ubicati nei territori jugoslavi annessi, per un totale di sessantacinque strutture analizzate in meno di cento pagine. Si tratta ovviamente di un’analisi estensiva che mira all’accertamento dei dati essenziali, a partire dall’ubicazione del campo, la sua capienza, gli estremi cronologici del suo periodo di attività, l’avvicendamento dei direttori e del personale in servizio, il numero, la tipologia e il genere degli internati, riportando il numero delle presenze registrate al campo nel corso della sua attività, laddove disponibili, e dei sintetici riferimenti archivistici in calce a ogni scheda (prevalentemente indicanti fondi conservati presso l’Archivio Centrale dello Stato per quanto riguarda i campi gestiti dal ministero dell’Interno, e fondi conservati presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, la seconda sezione dell’Arhiv Republike Slovenije di Lubiana e l’Arhiv Vojnoistorijskog Instituta di Belgrado per quanto riguarda i campi per slavi).
Nello stesso anno, edito dai tipi di Cooper, Amedeo Osti Guerrazzi ha pubblicato un lavoro dedicato ai funzionari di pubblica sicurezza posti alla direzione dei campi d’internamento attraverso lo studio dei fascicoli personali di 36 – tanti sono quelli che l’autore ha rinvenuto negli archivi del ministero dell’Interno – direttori, ripercorrendone le carriere e proponendo, nella prima parte del libro, un’analisi d’insieme che individua i tratti comuni del campione preso in considerazione <421. Si tratta di un insieme di soggetti piccolo borghesi, «“medi”, spesso mediocri» provenienti per la maggior parte dall’Italia centro-meridionale e inviati a svolgere «una missione che appare sgradita ai più» <422 in posizioni poco ambite e che inibivano qualunque possibilità di mettersi in luce e fare carriera, rifilate ad agenti anche competenti ma privi di appoggi politici o, più spesso, a elementi che la direzione generale di Pubblica sicurezza intendeva punire o comunque tenere alla larga da posizioni di prestigio e responsabilità. Pur con qualche eccezione emergono per lo più piccole storie italiane di carriere deviate da qualche incidente, di fuga dalla disoccupazione alla ricerca di un posto statale, storie di corruzione, di raccomandazioni, in quella «sola immensa cricca» che era il fascismo descritto da Paolo Monelli, «con la sua apparenza austera, con le massime feroci contro le raccomandazioni e le cricche» ma dove «si sapeva che tutto era venale, tutto ottenibile con relazioni personali, con sollecitazioni, con adulazioni» <423. Dopo un’introduzione sull’internamento civile, con l’ormai obbligatorio elenco dei campi che, per questioni di classificazione, presenta piccole differenze rispetto a quello proposto da Capogreco <424, e l’analisi dei caratteri generali dell’insieme di figure esaminate, nella seconda parte del lavoro l’autore presenta invece una rassegna di 13 personaggi scelti tra i 36 analizzati, per i quali propone delle biografie più dettagliate e particolareggiate seguendone, quando possibile, i percorsi dal concorso di ammissione fino alla pensione, soffermandosi in particolare sull’atteggiamento tenuto in relazione alla svolta dell’8 settembre 1943 analizzando la documentazione relativa ai processi di epurazione. Storie di ignavia «di una pubblica amministrazione immobile ed “eterna”, impossibile da modificare e ammodernare» <425, che passarono indenni attraverso i processi, mantenendo il posto e proseguendo nelle loro carriere, continuando «a servire la Repubblica allo stesso modo con il quale avevano difeso il fascismo» <426. I personaggi citati sono indicati con degli appellativi che, per quanto icastici, non sostituiscono nomi e cognomi purtroppo, nel secondo caso indicati solo con l’iniziale, una pratica che, a modesto giudizio di chi scrive, andrebbe limitata il più possibile pur attenendosi alla lettera del Codice di deontologia e di buona condotta per i trattamenti di dati personali per scopi storici che impone questo genere dei cautele per questioni inerenti allo stato di salute, alla vita sessuale o a rapporti riservati di tipo familiare <427.
[NOTE]
411 Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), cit.
412 Oltre ai lavori già citati, in particolare Capogreco, I campi di internamento fascisti per gli ebrei (1940-1943), cit., il volume rielabora i risultati del suo ventennale lavoro di ricerca, già parzialmente pubblicati anche in C.S. Capogreco, Il campo di concentramento di Ferramonti, in T. Matta (a cura di), Un percorso della memoria. Guida ai luoghi della violenza nazista e fascista in Italia, Electa, Milano 1996, pp. 37-55, Capogreco, L’oblio delle deportazioni fasciste: una “questione nazionale”. Dalla riscoperta di Ferramonti alla riscoperta dell’internamento civile italiano, cit., Id., Dal campo “per stranieri nemici” alla Fondazione “per l’Amicizia tra i Popoli”. La memoria di Ferramonti e la riscoperta dell’internamento civile italiano, in «La Rassegna Mensile di Israel», n. 3, settembre-dicembre 2000, pp. 63-82, Id., Una storia rimossa dell’Italia fascista. L’internamento dei civili jugoslavi (1941-43), in «Studi Storici», n. 1, 2001, pp. 204-230 e Id., Aspetti e peculiarità del sistema concentrazionario fascista. Una ricognizione tra storia e memoria, in Lager, totalitarismo, modernità. Identità e storia dell’universo concentrazionario, a cura dell’Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, Bruno Mondadori, Milano 2009, (1ª edizione, 2002), pp. 218-240. I risultati di queste ricerche, focalizzate sul campo di Ferramonti e sul contesto generale dell’internamento civile fascista, sono stati contestualmente sintetizzati dall’autore anche in alcune voci dei dizionari dedicati alla Resistenza e al fascismo e all’edizione italiana del dizionario dell’Olocausto curato da Walter Laqueur – che nell’edizione nostrana si è arricchito di voci consacrate alla realtà italiana –, pubblicati per Einaudi tra il 2001 e il 2004, in particolare: C.S. Capogreco, Ferramonti-Tarsia, in Dizionario della Resistenza. Vol. II. Luoghi, formazioni, protagonisti, a cura di E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, Einaudi, Torino 2001, pp. 422-425, C.S. Capogreco, Campi di concentramento del fascismo italiano, ibidem, pp. 406-411, insieme alle voci sulle Carceri fasciste e sulle Colonie di confino, ibidem, pp. 411-414, 418-422. Il volume è poi confluito nel 2006 in una nuova edizione che integra in un unico volume anche contenuti del primo: Dizionario della Resistenza, a cura di E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, Einaudi, Torino 2006. Le voci Campi di concentramento e Internamento civile si trovano anche in Dizionario del fascismo. Vol. 1. A-K, a cura di V. De Grazia e S. Luzzatto, Einaudi, Torino 2002, ad vocem. Sull’importanza e le novità del Dizionario del fascismo nel panorama storiografico italiano si veda F. Tacchi, A. Lyttelton, A. Rossi-Doria, L’abbiccì del fascismo. Il dizionario Einaudi, in «Passato e presente», n. 61, 2004, pp. 19-39. La voce Ferramonti si trova anche in Dizionario dell’Olocausto, a cura di W. Laqueur, edizione italiana a cura di A. Cavaglion, Einaudi, Torino 2004, (edizione originale: The Holocaust Encyclopedia, edited by W. Laqueur with J.T. Baumel, Yale Universiy Press, New Haven 2001), ad vocem.
413 Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), cit., p. 13.
414 Ibidem.
415 Forme di internamento civile furono messe in atto dal regime fascista già a partire dagli anni Trenta nelle colonie africane in seguito alla “pacificazione” della Libia che, tra il 1930 e il 1933, vide in Cirenaica l’allestimento di veri e propri lager all’interno dei quali trovarono la morte per stenti, malattia o fucilazione migliaia di prigionieri civili. Si faccia riferimento a N. Labanca, L’internamento coloniale italiano, in Di Sante, I campi di concentramento in Italia. Dall’internamento alla deportazione (1940-1945), cit., pp. 40-67. Si veda inoltre A. Del Boca (a cura di), Le guerre coloniali del fascismo, Laterza, Roma 2008.
416 Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), cit., pp. 49-53, 80-82.
417 Ibidem, pp. 13-14.
418 Carolini, “Pericolosi nelle contingenze belliche”. Gli internati dal 1940 al 1943, cit., p. 11.
419 Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), cit., pp. VII-VIII.
420 Ibidem, pp. 175-276.
421 A. Osti Guerrazzi, Poliziotti. I direttori dei campi di concentramento italiani. 1940-1943, Cooper, Roma 2004.
422 Ibidem, p. 28.
423 P. Monelli, Roma 1943, prefazione di L. Villari, Einaudi, Torino 2012 (1ª edizione, Migliaresi, Roma 1945), cit.
in Osti Guerrazzi, Poliziotti. I direttori dei campi di concentramento italiani. 1940-1943, cit., p. 34.
424 Ibidem, pp. 18-19, 157.
425 Ibidem, p. 47.
426 Ibidem, p. 49.
427 Codice di deontologia e di buona condotta per i trattamenti di dati personali per scopi storici, provvedimento 14 marzo 2001, pubblicato in «Gazzetta ufficiale della Repubblica», serie generale, n. 80, 5 aprile 2001, pp. 74 e ss. In proposito si vedano Società italiana per lo studio della storia contemporanea, Segreti personali e segreti di Stato. Privacy, archivi e ricerca storica, a cura di C. Spagnolo, European Press Academic Publishing, Fucecchio 2001 e R. Romanelli, Scripta volant. Vita privata, ricerca storica e fonti contemporanee, in «Passato e presente», n. 50, 2000, pp. 35-42.
Matteo Soldini, Fiori di campo. Storie di internamento femminile nell’Italia fascista (1940-1943), Tesi di dottorato, Università degli Studi Macerata, 2017

I campi di prigionia, internamento e concentramento, in cui detenere i soldati nemici e quelle categorie di persone ritenute pericolose per la sicurezza nazionale soprattutto nei periodi bellici, vengono utilizzati in Italia già nelle guerre ottocentesche, ma il ricorso a essi diventa sistematico con le due guerre mondiali.
Nel corso del secondo conflitto, vengono spesso utilizzate località e strutture pre-esistenti sia sul territorio nazionale sia nei territori occupati.
Solitamente i campi vengono collocati in edifici abbandonati o inutilizzati (castelli, ville, fabbriche, scuole etc.), lontani dai centri abitati e dalle vie di comunicazione e dunque per lo più in pessime condizioni. I loro “ospiti” sono così concentrati in località dal clima rigido e/o insalubre, e costretti a subire difficilissime condizioni di prigionia, fatte di malnutrizione, ritmi lavorativi disumani, sovraffollamento, totale mancanza di igiene, continue vessazioni fisiche e psicologiche.
La storia concentrazionaria fascista può essere sostanzialmente suddivisa in tre periodi, quello precedente al conflitto mondiale, quello della prima fase bellica (1940-1943) e quello successivo all’armistizio e all’occupazione nazifascista della penisola (1943-1945).
I primi campi creati dall’Italia fascista sono quelli in cui, dal 1930, il generale Graziani rinchiude le popolazioni seminomadi della Libia (Deportazioni coloniali). Segue, nel 1935, un campo in Somalia, destinato a detenere il notabilato locale e i prigionieri di guerra etiopi. Le condizioni di vita, nei campi africani, sono durissime.
L’entrata dell’Italia in guerra comporta misure restrittive per ogni individuo, italiano o di altra nazionalità, ritenuto pericoloso. Il 4 settembre 1940 Mussolini firma un decreto legge (Decreto 4.9.1940) in base al quale vengono istituiti i primi campi di concentramento per gli stranieri presenti sul suolo italiano e provenienti da paesi nemici. In questa categoria rientrano – e questo fin dal maggio di quell’anno – anche gli ebrei provenienti da paesi alleati, definiti comunque “ebrei stranieri”, un’“espressione – scrive Capogreco – impiegata dalla burocrazia fascista per definire gli israeliti provenienti dalle nazioni ufficialmente antisemite”, come la Germania. Nel decreto del 4 settembre 1940 rientrano però, anche, i civili “pericolosi” catturati durante le campagne militari, come avviene di lì a poco con l’occupazione italiana della penisola balcanica. Altro tipo di detenzione è quella a cui vengono destinati i prigionieri di guerra, trattati diversamente in base alla loro provenienza: durissima è la cattività degli slavi e dei greci, più conforme alle convenzioni internazionali quella dei soldati britannici e del Commonwealth e poi americani.
Tornando all’internamento dei civili, va precisato che le prefetture iniziano già alla fine degli anni Venti a compilare schedari con i nominativi dei sospetti da arrestare “in determinate contingenze”, come in caso di guerra. Tali schedari si arricchiscono nel 1938 sulla scorta del censimento degli ebrei stranieri.
Con la guerra, entrano in funzione in Italia due tipi di campi, entrambi definiti ufficialmente come “di concentramento”: “quelli sottoposti al ministero dell’Interno, destinati agli internati civili di guerra; quelli di pertinenza del regio esercito, che acco[lgono] quasi esclusivamente deportati civili iugoslavi” (Capogreco) e, poi, prigionieri di guerra. Il più grande, tra i secondi, è situato a Gonars, in provincia di Udine, che arriva ad ospitare circa 5.000 civili. Il campo più noto o, meglio, famigerato, situato in territorio di occupazione è invece quello di Rab (Arbe), in Croazia. Tra 1942 e 1943 vi muoiono, “per le pessime condizioni igienico-sanitarie, la carenza di cibo e la mancanza di tutela internazionale” (Id.), circa 1.500 internati. Altro campo italiano in territorio estero, tristemente noto, è quello di Larissa, in Grecia.
I campi di internamento e concentramento dell’Italia meridionale – il principale sorge a Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza – vengono chiusi nei mesi che precedono lo sbarco alleato e in parallelo con l’avanzata delle truppe anglo-americane. Talvolta le strutture sono riutilizzate per la detenzione dei prigionieri fatti dall’esercito liberatore.
Al centro-nord, invece, la nascita della Repubblica Sociale Italiana e l’ occupazione tedesca favoriscono il sistema concentrazionario e la successiva deportazione dei detenuti nei campi di sterminio nazisti.
I cosiddetti campi di smistamento in Italia, anticamera dei lager europei, sono quattro: Borgo San Dalmazzo (Cuneo), Fossoli (Modena), Grosseto e Bolzano-Gries.
Dopo l’occupazione nazista della Venezia Giulia, che diviene territorio del Reich, è creato a Trieste l’unico campo di sterminio italiano, la Risiera di San Sabba.
Nell’arco cronologico 1930-1945, le strutture detentive italiane, di diverso tipo e destinate a varie tipologie di “detenuti”, sono numerosissime e diffuse in modo capillare sul territorio nazionale e di occupazione. In base ai dati – provvisori – presenti sul sito http://www.campifascisti.it, si può parlare – per il periodo pre-bellico e bellico – di 135 campi di concentramento, circa 85 campi e distaccamenti di lavoro, 109 campi di prigionia, 15 campi provinciali della Repubblica Sociale Italiana. A queste cifre vanno aggiunte 85 carceri, 566 località d’internamento, 34 località di confino e 8 località di soggiorno obbligato […]
Redazione, Prigionia,internamento, concentramento e sterminio: i campi in Italia, Osservatorio sul fascismo a Roma, 23 marzo 2018

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