Rocca, iniziata la vita di partigiano con un fucile da caccia, formò prima una squadra, poi un distaccamento, poi la Brigata

Ancora recentemente, Giorgio Bocca traccia un profilo del discusso comandante garibaldino Giovanni Rocca (Primo) piuttosto picaresco, ricco di colori e folklore, tanto, troppo simile a quello raccontato – alcune pagine prima – dell’ufficiale garibaldino della valle Varaita. L’incontro fra Rocca e Bocca è descritto anche nel resoconto dell’attività divisionale. Cfr. G. Bocca, Il provinciale, cit., p. 52 e 68. Isrcn, Detto Dalmastro, B. VIII F. 64. Isrp, C 45 b.
Marco Ruzzi, La X Divisione Giustizia e Libertà, Asti Contemporanea, n. 7, 2000, ISRAT, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Asti

Qualche tempo prima di quel cambiamento il comandante della 78ª, “Primo” [Giovanni Rocca], era stato richiamato dall’ispettore della VI divisione, “Andreis”, per aver fortemente “politicizzato” la sua brigata, estremizzandone alcuni aspetti esteriori. “Andreis”, dopo un primo incontro, sembrava riportarlo a un atteggiamento più moderato. Probabilmente è proprio per tali ragioni che la brigata cambia denominazione. Ragioni politiche, dunque, motivano la scelta del nome, ma ad esse sono da aggiungere motivi dicarattere pratico. Il nome di una brigata, riferendosi a un universo culturale ben definito,è anche un marchio che richiama l’attenzione di determinati gruppi o singoli piuttostoche di altri. La 78ª, ad esempio, nominandosi “Stella Rossa”, aveva come scopo quello di distinguersi politicamente dal resto delle formazioni e, all’interno delle Garibaldi, quello di sottolineare un carattere più intransigente. Rinominando la brigata – e soprattutto depurandola da segni esteriori di chiara marca comunista – “Andreis” era riuscito nell’intento di rendere più “appetibile” l’ingresso nella brigata da parte di elementi non politicizzati.[…]
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

Giovanni Rocca, Un esercito di straccioni al servizio della libertà, Canelli, Art pro Arte, 1984

Nella parte orientale della provincia di Cuneo, vengono a costituirsi bande di partigiani che, sotto la guida di ex militari della zona, raccolgono uomini e occupano ristrette porzioni di territorio. Tra le prime bande che si formano nella zona, precisamente in valle Belbo, ai piedi delle Langhe, c’è quella dei Balbo, <131 Giovanni, “Pinin”, <132 e suo figlio Piero, “Poli”, <133 futuro comandante della II divisione autonoma Langhe. Sempre in valle Belbo vi è poi la banda di Giovanni Rocca “Primo”, che a metà settembre costituisce con pochi uomini una banda nella zona di Canelli. <134
[…] Sempre nelle Garibaldi troviamo un’altra particolare figura di comandante, quella di “Primo” Giovanni Rocca. <474 Comandante della 78ª brigata, al pari di “Mauri” anche “Primo” è una personalità forte, capace di incidere sul carattere del proprio gruppo, come riporta lo stesso “Andreis”. La storia della 78^ si riassume nella storia del suo Comandante, che, iniziata la vita di partigiano con un fucile da caccia, formò prima una squadra, poi un distaccamento, poi la Brigata, trasfondendo tutte le sue qualità e tutte le sue deficienze nei suoi uomini.
Rocca, <475 di soli 23 anni, «operaio astigiano di Canelli (Asti)», possiede la «V^ elementare», e – secondo il giudizio di “Andreis” – ‘ha una scarsa cultura politica, che si è formato al di fuori del partito e attraverso l’immagine che dei comunisti davano i giornali del regime sotto l’influenza della propaganda fascista [,] convintosi partigiano comunista così come descrivono i partigiani comunisti i giornali fascisti (rivoluzione, estremismo, ferocia) nella sua lotta ha avuto manifestazioni esteriori ed atti che gli anni [sic, hanno] nuociuto’. <476
Una figura come quella di Rocca ci fa riflettere sulla varietà di caratteri che tinge l’universo partigiano. Come scrive Botta «la mentalità partigiana è una specie di cocktail, i cui ingredienti sono brandelli di ideologia fascista, retaggi della cultura tradizionale e di villaggio, nuovo spirito solidaristico e di gruppo, ardore giovanile, riscoperta della politica e della discussione, gusto per la trasgressione, un pizzico di coscienza di classe». <477
Rocca non è l’immagine modello del garibaldino: non è certamente un “vecchio compagno” formatosi all’interno del movimento clandestino, né un idealista, perché iscritto al PNF, ma può vantare una buona esperienza militare, poiché – come scrive “Andreis” [Italo Nicoletto] – «è stato soldato tre anni» in Croazia dove «riforniva di munizioni i partigiani di Tito» e, tornato in Italia, «iniziò il 15 settembre 1943 la lotta partigiana», in modo autonomo e indipendente dal comando garibaldino. <478 Un’autonomia che si realizza anche sul piano dell’approvvigionamento di armi e materiale bellico grazie soprattutto alla «grande combattività che è caratteristica propria della Brigata, la quale si è armata esclusivamente togliendo le armi ai tedeschi e ai fascisti». <479 Il carattere di “Primo” però non deve essere preso come indicatore del profilo politico e militare degli altri comandanti garibaldini nelle Langhe.
[NOTE]
131 M. Giovana, Guerriglia, pp. 42 e s. «Piero Balbo, ufficiale di complemento nella XII Flottiglia MAS in Egeo. L’11 settembre era a Pola e, sottrattosi alla cattura, aveva raggiunto l’Astigiano, dove operava anche Davide Lajolo, comandante delle formazioni Garibaldi, ufficiale dell’esercito, con esperienze acquisite soprattutto nella guerra di Spagna», in A. Bartolini, A. Terrone, I militari nella guerra partigiana in Italia, cit., p. 200
132 Antifascista e partigiano, originario di Santo Stefano Belbo.
133 Conosciuto anche con il nome di battaglia di Nord, dopo questa esperienza in valle Belbo e lo scontro con il “gruppo Davide”, entrato nelle SS italiane, Balbo, prima di unirsi definitivamente ai gruppi maurini, coopererà attivamente con la 16ª brigata Garibaldi. Vedi L. Boccalatte (a cura di), “Il primo gruppo di divisioni alpine in Piemonte” in G. Perona (a cura di), Formazioni autonome nella Resistenza, cit., p.318
134 “Relazione di Andreis sulla 78ª”, 12.10.44 in AISRP, B 28 fasc. c; si vedano inoltre su “Primo” Rocca e su Piero Balbo di P. Maioglio, A. Gamba, Il movimento partigiano nella provincia di Asti, Asti, 1985 e di P. Rocca, Un esercito di straccioni al servizio della libertà, Art pro Arte, Canelli, 1984
474 La sua banda, operante intorno a Canelli, si dichiarava «comunista», pur non avendo alcun legame con il partito o con il Comando garibaldino. L’arrivo di “Andreis” presso il gruppo di Rocca è da inquadrarsi nella politica di inquadramento che il PCI e il Comando delle brigate Garibaldi stavano conducendo tra quelle bande di ispirazione comunista ma non ancora controllate dal partito. Nel rapporto tra “Andreis” e “Primo” non sembrano esserci stati particolari problemi dovuti a diffidenze e sospetti, circostanza che invece si verifica in altri contesti. Nelle Alpi Apuane ad esempio, i componenti della banda di Casette di ispirazione comunista, che opera in una zona a nord di Massa, si
mostrano «molto diffidenti verso gli emissari del PCI e riottosi verso qualsiasi tentativo di supervisione politica da parte di ‘forestieri’», in M. Fiorillo, Uomini alla macchia, cit., p. 56
475 G. Perona (a cura di), Formazioni autonome, cit., p. 399
476 “Relazione sulla 78^”, “Andreis” alla delegazione militare delle brigate d’assalto Garibaldi per il Piemonte, 12.10.44 in AISRP, B 28 c. A proposito degli episodi che hanno nuociuto a “Primo” si veda: «elementi di Brigate Garibaldi non meglio precisate e formazioni della Brigata MONVISO del movimento “Giustizia e Libertà”»; secondo la comunicazione ricevuta dal responsabile delle GL i garibaldini «vantando un superiore armamento […] provocavano il passaggio nelle file garibaldine di ben 36 uomini e due ufficiali della Brigata G.L. senza nemmeno curarsi di provocare alcun nulla osta del Comando G.L. e del C.M.R.P.»; «”lo stesso Maggiore Scotti, mentre ritornava in auto da un convegno proprio col comandante della Garibaldi (tale a nome Rocca) veniva fatto segno a una fucilata, nei pressi di Isola, al posto di blocco delle forze Garibaldine”», 9.11.44, in AISRP, B 28 i. Questi episodi sarebbero avvenuti tra il 12 e il 14 ottobre; si veda anche il documento di denuncia GL indirizzato alla delegazione piemontese delle Brigate Garibaldi in G. De Luna et alii (a cura di), Le formazioni GL, cit., pp. 214-5
477 R. Botta, “Il senso del rigore. Il codice morale della giustizia partigiana”, in M. Legnani, F. Vendramini (a cura di), Guerra. Guerra di liberazione. Guerra civile, Franco Angeli, Milano, 1990, p. 153-4
478 «In tutta la sua attività Rocca non è mai stato aiutato, o molto debolmente»; per questa citazione e le precedenti su Rocca si veda “Relazione sulla 78^”, “Andreis” alla delegazione militare delle brigate d’assalto Garibaldi per il Piemonte, 12.10.44 in AISRP, B 28 c
479 Ibidem
Giampaolo De Luca, Op. cit.

Attilio Prunotto, “Attila”, dopo aver organizzato una piccola banda di partigiani costigliolesi già nell’ottobre del 1943, fece successivamente parte della IX Divisione Garibaldi “Alarico Imerito” comandata da Primo Rocca con cui fu protagonista di numerosi fatti d’armi e scontri armati con le forze nazifasciste.
Redazione, Domenica la Sezione ANPI di Costigliole d’Asti verrà intitolata al comandante “Attila”, la voce diAsti.it,10 luglio 2020

L’esigenza di “fare giustizia” fu uno dei problemi più drammatici del dopo-Liberazione. Anche ad Asti fu costituito subito un Tribunale militare straordinario di guerra. Lo presiedeva Francesco Bellero della 6ª divisione autonoma alpina “Asti – magg. Hope”; pubblico ministero era Giovanni Rocca della 9ª divisione d’assalto Garibaldi. In soli otto giorni pronunziò 57 sentenze, di cui 24 alla fucilazione in buona parte eseguite. Operò poi brevemente una Commissione di Giustizia di cui faceva parte un magistrato, poi fu costituita la Corte straordinaria di Assise, che, in base al D. Lvo. Lgt. 22 aprile 1945, n. 142, doveva giudicare i reati di collaborazionismo. <16
16 La Corte straordinaria d’Assise di Asti, inventario a cura di M. Cassetti, Santhià, Grafica santhiatese, 2001. Notizie sui processi sono anche in M. Ghiglia, Resistenza e ricostruzione nell’Astigiano: problemi politici ed economici, tesi di laurea, Università di Torino, Facoltà di Magistero, a.a. 1977-78 e L. Bernardi, G. Neppi Modona, S. Testori, Giustizia penale e guerra di liberazione, Milano, Franco Angeli, 1984.
Donato D’Urso, Enzo Giacchero, storia di un uomo, ISRAT, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Asti

Si respira un’aria cupa e tetra infilandosi tra le pagine di questo portentoso romanzo [“Per sempre partigiano”] di Pino Tripodi. Più che leggerlo lo si sente scorrere sulla pelle, insieme agli anni che ci dividono ineffabilmente dall’epoca dei fatti. I brividi che provoca non sono dati però dalla storia. Nonostante snoccioli vite, eventi e accadimenti non è un libro che parla nostalgicamente del passato.
“L’angoscia è la categoria del possibile. Quindi è infuturamento, si compone di miriadi di possibilità, di aperture sul futuro. Da una parte l’angoscia, è vero, ti ributta sul tuo essere, e te ne viene amarezza, ma d’altra parte è il necessario ‘sprung’, cioè salto verso il futuro”.
A parlare è Chiodi, personaggio disegnato da Beppe Fenoglio ne ‘Il partigiano Johnny’, è Fenoglio stesso, naturalmente, che si esprime ereticamente in uno dei romanzi più politicamente bistrattati nel Secondo dopoguerra.
[…] Leggi “Partigiano ultimo”. Senti che i combattimenti autorganizzati di un triennio (1943-1945) nelle montagne piemontesi, lombarde, toscane, friulane… non poterono mai abbandonare le esistenze di chi li aveva attraversati con il proprio corpo. Freddo, fame, paura. Desiderio, rabbia, attesa.
Impossibile contenere tutto questo in una tessera di partito (fosse anche chiamato comunista) o nelle quattro pieghe di una scheda elettorale.
In parte ci fu messo. Le armi furono consegnate. O seppellite.
Ma ce n’era d’avanzo. I corpi avevano metabolizzato di più. I corpi desideravano possentemente un futuro nuovo. La libertà e la giustizia sociale erano aspettative pulsanti. Concrete.
Altrettanto lo furono le prese in giro.
[…] “Questo libro si ispira liberamente a Giovanni ‘Primo’ Rocca protagonista dell’insurrezione di Santa Libera del 1946, già comandante partigiano della Stella Rossa, poi IX divisione d’assalto Garibaldi Alarico Imerito”.
“Primo” lo dice. Da subito tirava una cattiva aria. Di stagnazione. Se non di regressione.
Il 2 giugno 1946 si vota per la prima volta in Italia a suffragio universale. È un voto plurimo che comprende il Referendum su Monarchia o Repubblica e l’elezione dell’Assemblea Costituente. Si recano alle urne più o meno il 90% degli italiani.
Vince la Repubblica (con un 10% circa di vantaggio). Alle elezioni la Democrazia Cristiana è il primo partito, ma il Partito Socialista e quello Comunista, insieme, hanno la maggioranza dei seggi. Compare il partito di Giannini, l’Uomo qualunque, che totalizza un inaudito 6%. Il 22 giugno 1946 viene promulgata l’amnistia che mette al sicuro tanti fascisti, firmata dal Ministro della Giustizia e segretario del PCI, Palmiro Togliatti. Ai combattenti partigiani, nessun riconoscimento.
Ce n’era già d’avanzo per non tacere. Per non stare fermi.
Le fabbriche del Nord entrarono in sciopero.
A Santa Libera, tra Cuneo e Asti, scoppiò la rivolta partigiana. E divampò in tutta la regione.
Una rivolta organizzata e determinata, con chiari obiettivi e rivendicazioni. Che raccolse molti consensi. Non un gesto disperato di pochi derelitti.
Si chiedeva: reinserimento dei partigiani, dei reduci e degli ex-internati nel mondo del lavoro, erogazione delle pensioni alle famiglie dei caduti, riconoscimento del periodo resistenziale ai fini del servizio militare, risarcimento alle vittime delle rappresaglie nazi-fasciste.
E poi c’erano le rivendicazioni politiche: abrogazione dell’amnistia, soppressione del Partito dell’Uomo qualunque, messa fuorilegge dei fascisti.
La potente scintilla poteva accendere la rivoluzione? Se lo sono chiesto in tanti storici di sinistra. Fanno il loro mestiere. La diatriba grigia e cavillosa sul passato non è invece argomento tripodiano.
La rivolta fu placata, con l’intervento di Pietro Nenni, vicepresidente del Consiglio e segretario del Partito socialista. I ribelli si portarono a casa qualche cosa, ma niente di politico. Fine della storia. Per chi non la ricordasse […]
Simonetta Lorigliola, Dalla Resistenza alla rivolta. Un romanzo carambolico di Pino Tripodi e un vino critico di Claudio Solito, La terra trema, 22 febbraio 2017

Attestazione di Giovanni Rocca, rilasciata a Joseph Manzoni ad agosto 1946

Nonostante l’annuncio dell’avvio della trattativa, Armando continua a ricevere telegrammi di adesione da sezioni provinciali dell’ANPI, come quelle di Parma e di Padova.
Assensi gli giungono anche da partigiani jugoslavi e da maquis. Joseph Manzoni [n.d.r.: forse già conosciuto dai partigiani della “Alarico Imerito”, come si potrebbe desumere dal tenore dell’attestazione sopra pubblicata, rilasciata, in tutta evidenza, in occasione dell’arrivo di Manzoni (altre fonti dicono, però, Manzone), detto “Joseph le Fou”, a Santa Libera], rappresentante dei partigiani francesi delle Alpi Marittime, amico di Rocca e di Armando (tra loro ci saranno altri incontri dopo l’episodio di Santa Libera), viene di persona a prendere contatti.
Laurana Lajolo, I ribelli di Santa Libera. Storia di un’insurrezione partigiana. Agosto 1946, Edizioni Gruppo Abele, 1995

Pino Tripodi, Per sempre partigiano. L’insurrezione di Santa Libera, DeriveApprodi, Roma 2016, pp. 243
[…] Proprio di quella che è diventata il simbolo (anche se poco conosciuta e studiata) e “capitale” delle rivolte partigiane dell’estate 1946, l’insurrezione di Santa Libera (20 agosto), <4 località collinare del comune di Santo Stefano Belbo, provincia di Cuneo, paese natale del letterato-poeta-comunista Cesare Pavese, ci racconta, in forma romanzesca, l’autore di ‘Per sempre partigiano’.
Grazie ad un lascito manoscritto, una sorta di autobiografia postuma consegnata ad un prete “illuminato” e progressista, che a sua volta la regala a Tripodi, uno dei protagonisti, Giovanni Primo Rocca, nato proprio – strani incroci del destino – il 21 gennaio 1921, <5 capo – insieme ad Armando Valpreda <6, anch’egli reduce partigiano e, all’epoca dei fatti, presidente provinciale dell’Anpi di Asti – della rivolta, mescolando infanzia-adolescenza-giovinezza-amore-lotta-delusione-abbandono, dipana la storia di una sessantina di uomini che tornano in quella “casa sulla collina” dove, fino a pochi mesi prima, inquadrati nella Brigata Garibaldi Stella Rossa, avevano combattuto contro gli occupanti nazisti e i loro servi in camicia nera.
Rivendicano il diritto ad una vita di affetti, giustizia e riscatto sociale. Pretendono dignità umana e politica, chiedono ciò che era stato loro promesso, ma che non hanno ottenuto.
Tripodi-Rocca, in una sorta di duetto da ventriloquo, ricordano: “…sei un nero che frequenta le scuole dei bianchi. Glielo devi far capire che loro hanno i soldi mentre tu sei intelligente…”; accusano: “…i partigiani mi sono amorevolmente antipatici…mio padre è un partigiano. Mio padre è uno stronzo dunque tutti i partigiani sono stronzi…così per inerzia inizio a vedere in ogni partigiano un rompiballe presuntuoso”; si contraddicono: “…dicono che mi piace vincere però non sopporto le responsabilità della vittoria…” ; rimpiangono, inteso come rammarico: “…ai partigiani privi di santi in paradiso tocca la sorte dell’emarginazione della disoccupazione…” ; perché sono “persone storte”. Nel senso di diversi, non omologati, divergenti e distinti.
Nel loro narrare ci sono anche affermazioni forti che possono offendere o stupire. Ad esempio nel dichiarare, riferendosi alla nefasta e famigerata amnistia comunemente abbinata al nome di Togliatti, che: “…neanche andasse Hitler al governo potrebbe concepire un provvedimento simile…” . Oppure ancora: “…appendere Mussolini morto a testa in giù è il gesto meglio copiato dai nazifascisti…non è la nostra vendetta per i martiri di Piazzale Loreto massacrati dai fascisti. E’ la vendetta di Mussolini. Il ghigno di un assassino che può dire al mondo intero voi che vi liberate di me siete di me peggiori” . Il massimo dell’equiparazione repubblichini-partigiani. Anzi…criticano duramente la cultura antifascista: “…si dicono combattenti per la libertà ma hanno la cultura reazionaria introiettata anche nei calli…” Fino a sostenere: “…le spie…ci sono già a Santa Libera. Hanno in tasca le nostre stesse tessere di partito”. Per arrivare alle ultime “confessioni”, le più incredibili, le più amare, le più dolorose per un partigiano. “Primo Comandante sempre”, quasi come un pugile suonato, afferma: “…ogni qual volta c’è un peto di discontinuità nell’aria…qualcuno mi chiede di riprendere la vita attiva di partecipare a storie che chiamano in modo assai poco originale di nuova resistenza. Succede dopo l’attentato a Togliatti all’indomani del governo Scelba e tante altre volte. Chiunque senta il prurito di riprendere la lotta di ricominciare a combattere di imbracciare le armi viene da me. Lo ascolto con pazienza e lo licenzio con cortesia. Non sono cose per me…L’unica tentazione di tornare a vivere nella vita vera l’ho all’indomani del sessantotto ma dura appena un attimo…I compagni mi avvertono ti stai allontanando da noi”. (Per tutto il virgolettato: nessuna punteggiatura come nel testo, ndr).
Fa male, ferisce più di una manganellata, di una purga all’olio di ricino, di una seduta di torture in una delle tante “ville tristi” allestite dai nazifascisti in molte città della penisola, di un rastrellamento di civili, di una fucilazione di anziani, donne e bambini, sentire il ‘Comandante Sempre’, Giovanni Primo Rocca, pronunciare queste frasi. Un partigiano che decide di non esserlo mai più, per sempre. Altri, fortunatamente, come forse l’ultimo degli ancora in attività e in vita di quella bell’estate, Giovanni Reuccio Gerbi, continuano la lotta: senza tregua! <7
L’epilogo, con la smobilitazione, dell’insurrezione di Santa Libera avviene il 27 agosto.
Con la sua ‘fine’ si esauriscono anche le altre agitazioni partigiane dell’agosto 1946. La ‘sordina’ a quel moto di rivolta si realizza per l’intervento di normalizzazione attuato dal dirigente comunista piemontese Celeste Negarville e, purtroppo, del prestigioso comandante partigiano della Val Sesia Cino Moscatelli. <8 Tacitati i ribelli della collina piemontese, come detto, anche tutti gli altri insorti “rientrano”. <9 […]
[NOTE]
4 Inizialmente in tanti solidarizzano con i rivoltosi piemontesi, anche il sindaco Pci di Asti, Felice Platone, e molti dirigenti locali dell’Associazione Nazionale Partigiani
5 Lo stesso giorno in cui, a Livorno, suo padre partecipava alla fondazione del Partito Comunista d’Italia
6 Nel saggio di Laurana Lajolo, “I ribelli di Santa Libera. Storia di un’ insurrezione partigiana. Agosto 1946” il leader degli insorti, Armando, “…insieme ad alcuni compagni, costituì, dopo la liberazione, un gruppo clandestino denominato “808’” in onore di un potente esplosivo e che, di fronte al progressivo atteggiamento di clemenza dei giudici nei confronti dei fascisti, decise di assumersi il compito di fare giustizia.”
7 Vedi la tesi di laurea di Alice Diacono, L’insurrezione partigiana di Santa Libera (agosto 1946) e il difficile passaggio dal fascismo alla democrazia, anno accademico 2009-2010
8 Nonostante gli accordi raggiunti, tra cui la non punibilità per i protagonisti della rivolta, vengono arrestati – perché individuati quali capi degli insorti – Battista Reggia, Giovanni Rocca e Armando Valpreda. Quest’ultimo, arrestato e rilasciato a più riprese, decide di riparare in Cecoslovacchia da dove rientra definitivamente nel 1956 a seguito dell’amnistia
9 In Oltrepò smobilitano entro la fine d’agosto, nello spezzino si prosegue fino al 3 settembre. L’ultimo colpo di coda avviena a Pallanza, vicino a Verbania, Val d’Ossola, il 29 agosto: circa 200 partigiani armati entrano nelle carceri e, dopo aver disarmato le guardie, liberano tre loro compagni arrestati per un omicidio politico, poi riparano in montagna
Fiorenzo Angoscini, La “Rivoluzione” interrotta, Carmilla, 14 maggio 2016

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